Monday, 27 December 2021

Ricapitolone di fine anno 3


Dulcis in fundo
, last but not least, ben due monografie! Il caso ha  voluto che dopo più di dieci anni di inoperosità, tutti insieme uscissero due libri. Sono tra sé molto diversi e direi che si completano a vicenda.

Il primo è un'introduzione "popolare" che dà un quandro complessivo di Marx, un profilo come si suol dire.

https://www.morcelliana.net/profili-filosofia/4173-marx-9788828402930.html

Il secondo è una nuova edizione della mia prima monografia che si intitolava Ripartire da Marx e che adesso appare invece come La logica del capitale. Si tratta di uno studio estremamente approfondito della struttura logica complessiva della teoria marxiana del capitale in tutti i suoi diversi livelli di elaborazione.

https://www.scuoladipitagora.it/collane-iisf/saggi/la-logica-del-capitale-ripartire-da-marx

Ricapitolone di fine anno 2

 Ricapitolone di fine anno 2

Ecco invece la saggistica!

  • Fineschi R (2021). Epidemie, storia, capitalismo. Passi indietro e passi avanti. MATERIALISMO STORICO, vol. 9, p. 40-54. Disponibile on line.
  • Fineschi R (2021). Chi critica la critica? Alla ricerca di soggetti storici. L'OSPITE INGRATO, vol. 10, p. 29-34. Disponibile on line.
  • Fineschi R (2021). From Wittgenstein to Marx via Rossi-Landi. In: Marx and Wittgenstein. BERNA:Peter Lang. Link al sito dell'editore.  
  • Fineschi R (2021). Introduzione ai Quaderni filosofici. In: Lenin, Quaderni filosofici. Milano. PGreco. Disponibile on line.
  • Fineschi R (2021). Tempo e storia nelle Formen. Riflessioni sul materialismo storico. In: (a cura di): Sgro' G. - Viparelli I., Karl Marx (1818-2018): eredità e prospettive. p. 95-108, NAPOLI:La Città del Sole. Link al sito dell'editore.
  • Fineschi R (2021). “Astrazione reale”. Un tentativo di ricostruzione filologica. In: Soggettività e trasformazione. Prospettive marxiane. ROMA:Manifestolibri. Link al sito dell'editore.

Ricapitolone di fine anno 1

Care amiche e cari amici,

sempre ad uso di chi fosse interessato, ecco vari "ricapitoloni" di cose uscite in quest'anno particolarmente prolifico.

Oggi iniziamo con la pubblicistica: 

Per il comunismo. Il concetto di classe di Roberto Fineschi


Per il comunismo. Il concetto di classe



La crisi del Pci è dipesa anche da un’inadeguata definizione del concetto di classe. A tal fine è determinante il ruolo dei soggetti nell’attività lavorativa e le modalità del suo svolgimento. Accanto alla classe operaia dell’industria devono essere prese in considerazione oggi molte altre figure alle dipendenze di fatto del capitale per la sua valorizzazione e gli esclusi dal lavoro.

di Roberto Fineschi 22/01/2021 Centenario PCI





Premessa

In un precedente articolo sulla crisi del Pci individuavo, tra gli altri, due punti fondamentali che credo abbiano minato le sue capacità interpretative e di reazione ai cambiamenti di fase del modo di produzione capitalistico. Il primo è una inadeguata definizione del concetto di classe, il secondo un’incapacità di individuare le dinamiche concrete di trasformazione materiale dei processi economico-sociali e del loro connesso riverbero ideologico. In questa sede vorrei riprendere la prima delle due questioni.

Nella storia del Pci la declinazione fondamentale del concetto di “classe” è consistita nell’identificazione privilegiata del soggetto antagonista nella “classe operaia”. Nella dinamica storico-politica e poi nell’evoluzione della teoria dell’egemonia, essa si è estesa a includere nel “blocco storico” i contadini, al punto che sulle bandiere rosse sventolavano la falce e il martello. Il grande valore di questa alleanza e la sua centralità in una fase determinata della storia contemporanea dettero, da una parte, grande forza a quel movimento nella fase in cui essa sembrava effettivamente incarnare la soggettualità preponderante. È invece sembrato che il declino di quelle istanze reali sancisse una crisi definitiva anche del partito che se ne dichiarava portavoce, almeno nel cosiddetto mondo occidentale avanzato. I mutamenti storici che hanno ridefinito decisamente le configurazioni determinate della lotta di classe hanno lasciato spiazzati un po’ tutti. Il Pci non ha trovato risposte alla domanda cruciale di come la sua teoria di riferimento, il marxismo, potesse riuscire a interpretare il mondo senza la classe operaia, che pareva esserne la pietra angolare. Questo, da un punto di vista teorico e organizzativo, è stato secondo me uno dei nodi. L’altro, altrettanto fondamentale, è stata l’incapacità di pensare alternative al capitalismo, una volta che il modello sovietico veniva dato per non praticabile a partire dalla fine degli anni Sessanta. Anche qui l’incapacità di analisi della crisi di quel modello e quindi di l’elaborazione di schemi alternativi è stata, credo, evidente [1]. Questi secondo me due temi centrali senza dare una risposta ai quali anche una ripartenza politica e organizzativa, seppur nel lungo periodo, resta difficile. In questa prospettiva, dedicherò qui alcune considerazioni a una possibile riformulazione del concetto di classe in una chiave che, da una parte, salva l’esperienza storica del movimento operaio come “figura” determinata, dall’altra individua “forme” tuttora attuali e utilizzabili in chiave politica. Se la dialettica di forma e figure è il primo concetto chiave, il secondo è l’articolazione “geograficamente” più articolata di classe nel “capitalismo crepuscolare”, in cui le figure di soggettualità si delineano maniera ancora più complessa e stratificata.

Per una riformulazione del concetto di “classe”

1. In termini marxiani, la determinazione di classe è funzionale, vale a dire dipende dal ruolo specifico e dalle modalità determinate in cui i soggetti espletano la loro attività lavorativa. Questa determinazione obiettiva si configura a prescindere dal fatto che i lavoratori ne siano consapevoli o meno (possono in realtà pensare anche l’opposto di quello che fanno; vedi la questione dell’egemonia). La percezione fenomenica della loro forma, vale a dire dell’azione obiettiva, ha luogo a livello sovrastrutturale e si realizza in figure storiche che effettivamente agiscono; riportare queste figure alla forme, ovvero percepire il proprio fare storico-determinato come un esempio storico di una forma del produrre non è sempre semplice. È più semplice in certe fasi (grande fabbrica, operaio massa), più difficile in altre (automazione, informatizzazione).

Sempre, ma in modo particolare quando la percezione è meno semplice, interferisce la coscienza di ceto sopra quella di classe; vale a dire che l’identificazione di sé non è più funzionale, ma basata su classificatori sociologici ed esperienziali come tenore di vita, livello di reddito, ecc. L’identificazione non è più basata sul ruolo, ma su dinamiche empirico fenomeniche data la sostanziale individualità personale come fondamento dell’aggregazione. La dialettica non appare più di classe ma caratterizza e descrive l’individuo e la sua appartenenza a un determinato ceto (o passaggio a uno superiore o caduta in uno inferiore). Si pensi al concetto tipicamente anglosassone di middle class.

2. Si diceva del carattere funzionale della classe; vediamo qualche precisazione su questo punto. La prima cosa da mettere in chiaro è che nella teoria di Marx l’altro del capitale non è l’operaio di fabbrica, ma il lavoratore salariato. Capitale-lavoro salariato è la dicotomia nella quale gli elementi del processo lavorativo (lavoro e mezzi di produzione) si articolano; è la modalità specificamente capitalistica in cui essi vanno a unirsi nel modo di produzione capitalistico. Il primo errore è quindi immaginare che questa funzione, dal lato del lavoro, sia rappresentata solo dall’operaio. Il secondo, altrettanto grave, è pensare l’uno dei due lati del rapporto senza l’altro: il rapporto di produzione capitalistico è una forma storicamente determinata del nesso che si instaura tra lavoro vivo e lavoro morto, tra attività lavorativa e mezzo e oggetto di lavoro; dunque capitale/lavoro salariato è un nesso e uscirne significa concepire una nuova articolazione di questa forma storicamente determinata del nesso. Essere per il superamento del modo di produzione capitalistico ha quindi un senso non velleitario solo se si lotta per una riconfigurazione del nesso, non semplicemente contro il capitale come uno dei due termini del nesso. Marx chiama “capitale” sia il nesso nel suo complesso (il modo di produzione capitalistico) sia una dei due lati del nesso (quello impersonato dal capitalista come portatore materiale di mezzo e oggetto di lavoro). L’incomprensione della differenza tra capitale come nesso complessivo e capitale come uno dei due elementi del nesso sta alla base di molti errori teorici e pratici.

La dimensione del capitale nel nesso complessivo non è semplicemente la persona del capitalista, o del manager o del facente funzione. Ciò significa che la gamma di scelte possibili che chi gestisce da posizione apicale il processo di riproduzione può compiere sia incardinata in una dinamica obiettiva complessiva che, come contesto, si colloca al di sopra delle sue possibilità decisionali. Qui non ci sono variabili indipendenti, è il sistema che si muove con una meccanica ben determinata solo all’intero della quale esiste una gamma di scelte possibili da entrambe le parti. Credere, in termini generali, che scelte arbitrarie siano in grado di orientare il processo è, per Marx, una ingenuità.

3. Si diceva che il lato del lavoro non può essere ridotto all’operaio. Quest’ultimo costituisce una delle figure storiche più significative a oggi conosciute di questa forma di movimento del sistema capitale, ma non certo l’unica possibile. Si tratta di individuare quali elementi permettano di definire funzionalmente l’appartenenza alla classe dei lavoratori. Non è quindi la compresenza nella fabbrica, il simile trattamente salariale o stile di vita e chi più ne ha più ne metta; si tratta di capire la funzione del lavoratore nel sistema e in base a essa determinarne l’appartenenza di classe. Per essere sussunto al capitale e quindi elemento della realizzazione del processo di valorizzazione è necessario:

a) scambiare la propria forza-lavoro contro capitale, ricevere un salario. Questo può avvenire nelle forme più disparate, dalle tradizionali a quelle mascherate dal cottimo o dalla partita IVA. Oppure nelle varie forme di neocaporalato virtuale possibile grazie alle nuove applicazioni smart o a siti altrettanto intelligenti.

b) Valorizzare il capitale. La propria prestazione è parte di un processo che, nelle intenzioni del capitalista, porta alla valorizzazione del capitale investito. Ciò può avvenire anche in maniera mediata che pare salvaguardare la mia “autonomia” di lavoratore. Vedi punto 1. Contribuire alla valorizzazione del capitale non significa necessariamente produrre materialmente il plusvalore, ma anche essere parte dei processi altrettanto necessari affinché la valorizzazione avvenga: promozione, distribuzione, vendita, e via dicendo.

La prestazione avviene in modalità storicamente determinate imposte progressivamente dal modo di produzione capitalistico: carattere cooperativo del lavoro (questa cooperazione può avvenire anche tra persone che si trovano a migliaia di chilometri di distanza attraverso internet o un’applicazione). Il carattere parziale dell’attività (il lavoratore non sa più realizzare tutto il prodotto ma solo una parte). Il suo carattere addirittura d’appendice (il processo complessivo è strutturalmente autonomo e il lavoratore ne realizza un dettaglio). La dimensione sociale, vale a dire la finalità complessiva del processo che si va a realizzare, non è posta dal lavoratore ma da qualcuno sopra di lui e egli vi si deve sussumere senza che essa sia neanche da lui conosciuta nella sua complessità (il processo può sfociare nell’esclusione del lavoratore dal processo attraverso l’automazione completa).

Queste caratteristiche funzionali, di forma, possono essere “incarnate” da una moltitudine di figure diverse che restano membri della “classe lavoratrice” in virtù del loro ruolo funzionale specifico. Ciò permette di ricondurre alla stessa definizione di lavoratore una amplissima tipologia di attività, contro la parvenza ideologica della scomparsa del lavoro o della sua radicale trasformazione. Le modalità capitalistiche di espletazione sopra indicate si applicano tanto all’operaio tradizionale quanto al lavoro atipico contemporaneo. Ciò permette sia di salvare che rendere operativamente applicabile la categoria di classe.

4. Capitalismo crepuscolare. Ciò detto, bisogna considerare le dinamiche di lungo corso del modo di produzione capitalistico. Nella sua tendenza di lungo periodo, la meccanica del sistema pone la questione della crescita esponenziale della composizione tecnica del capitale (rapporto tra macchinari e lavoratori) e quindi quella di una potenziale caduta non solo del saggio, ma addirittura, relativamente, della massa del profitto. Vale a dire che l’automazione, determinata dalla produzione del plusvalore relativo, porta a un impiego sempre minore di lavoro vivo. D’altro canto, il modo di produzione capitalistico sussiste solo in quanto c’è estrazione di plusvalore dal lavoratore, quindi si crea un vincolo irrisolvibile per il quale da una parte c’è bisogno del lavoratore e dall’altra lo si espelle dal sistema. Questo alla fine porta al collasso strutturale del sistema, almeno a livello teorico, in quanto la valorizzazione diventa impossibile. La conseguenza è che il carattere elastico dell’esercito industriale di riserva - della disoccupazione - viene a mancare e quindi la capacità di riassorbimento nel processo di lavoratori espulsi diventa sempre più difficile se non in linea di principio impossibile. Ciò implica all’interno del sistema, in maniera speculare alla determinazione della classe lavoratrice, una massa sempre maggiore di individui che non lavorano e che non lavoreranno. Ne consegue che il sistema avrà tre livelli generali in cui si configurano i lavoratori potenziali:

a) I lavoratori attivi nel sistema capitalistico vero e proprio, caratterizzati dalle modalità indicate sopra.

b) Gli esclusi all’interno del sistema capitalistico, una massa sempre maggiore di individui che, non riassorbibili, vivono delle briciole. Essi sono perfettamente funzionali e parte di esso nella forma dell’esclusione. La loro auto-percezione è quella dell’individuo atomico autoreferenziale e può portare alla crisi del concetto di persona universale [2].

c) Un terzo livello cruciale: quelle ingenti masse sparpagliate in tutto il mondo che mai entreranno pienamente nel sistema capitalistico oramai incapace di espansione organica complessiva, ma che da esso dipendono per le dinamiche mondiali della riproduzione sociale. Queste popolazioni mai faranno esperienza del “progresso” capitalistico alla maniera occidentale e quindi la loro “funzionalità” contempla configurazioni precapitaistiche, che tuttavia sono subordinate nella loro esistenza e riproduzione alla dinamica riproduttiva del capitale globale.

Se quanto detto ha un senso, tutte e tre queste categorie hanno interesse funzionale a superare il modo di riproduzione capitalistico. Organizzarle, far loro comprendere la comune appartenenza di classe è uno dei complessi compiti politici che ci sta di fronte.

Questa categorizzazione, qui schematicamente introdotta, può forse individuare le coordinate generali per individuare soggetti cui rivolgersi e una strumentazione categoriale per mostrare loro il ruolo funzionale che hanno nel sistema; ne emerge anche come solo da una riorganizzazione di detto sistema (il nesso storicamente determinato di struttura/sovrastruttura) si possa indicare una via di uscita. Qui subentra allora la seconda delle domande posta all’inizio, vale a dire il tema della transizione e delle nuove forme determinate del nesso. A questo bisogna ancora lavorare.



Note:

[1] Alcuni elementi di approfondimento su quanto qui riassunto li si possono rintracciare nell’altro articolo menzionato.

[2] Sulla crisi del concetto di persona si veda questo testo. Per una trattazione più accademica: Violenza e strutture sociali nel capitalismo crepuscolare, in Violenza e politica. Dopo il Novecento, a cura di F. Tomasello, Bologna, Il mulino, 2020, pp. 157-173.

Sunday, 26 December 2021

Dalla totalità ai soldati (per mezzo dei soldi). Ma ci sarà solidarietà?


 Dalla totalità ai soldati (per mezzo dei soldi). Ma ci sarà solidarietà?


Lo strano titolo è per parlare brevemente delle mirabolanti scoperte che si fanno stando a casa lavorando a scartamento ridotto.

Tutte le parole di sopra, strano ma vero, sono tenute insieme dalla stessa etimologia.

I soldati sono notoriamente tali perché pagati con il soldus, assoldati; il soldus è il loro stipendio. Il soldus è la moneta latina d'oro introdotta da Costantino come sol(i)dus. Era una monta "solida", nel senso che non veniva alterata attraverso riduzioni del materiale prezioso che rappresentava, ma soprattutto nel senso etimologico della parola latina, vale a dire rappresentava l'intero che veniva poi frazionato in sottomonete (solidus nummus, per completezza). Reminescenza di questo significato è rimasto nell'espressione giuridica "essere responsabile in solido", vale dire per l'intero ammontare indicato. 

Solidale viene da questo accezione: essere obbligati con altri per l'intero. Quest'idea un po' burocratica di obbligo si è poi addolcita con un poco di umanità.

Ma solidus da dove deriva? In base alla stessa trasformazione che da gravis ci dà gravidus, solidus viene da sollus, voce aggettivale arcaica latina di probabile origine osca che significa... totale, intero. 

Dalla totalità ai soldi, dunque, il passo non è breve, ma cammina cammina... il denaro come totalità... archetipi marxiani?

Monday, 20 December 2021

Roberto Fineschi, La logica del Capitale. Ripartire da Marx




Novità in libreria.
Roberto Fineschi, La logica del Capitale. Ripartire da Marx.
La teoria del capitale di Marx è un’analisi della modernità nel suo complesso: economia, ideologia, conflitto sociale, metodo scientifico, ecc. sono aspetti di una articolazione unitaria. L’indagine della sua struttura logica è l’oggetto di questa ricerca. In tale prospettiva l’autore affronta temi tradizionali tra cui la teoria del valore e della trasformazione, la sussunzione del processo lavorativo sotto il capitale, il “capitale in generale” e i cambiamenti del piano originario, la caduta tendenziale del saggio del profitto, la dimensione finanziaria del capitale sviluppato e il metodo dialettico ed il suo svolgimento. La ricerca è stata svolta alla luce della nuova edizione storico-critica delle opere di Marx ed Engels (Marx-Engels-Gesamtausgabe – MEGA➁); essa ha messo a disposizione per la prima volta migliaia di pagine di manoscritti inediti che hanno modificato radicalmente il panorama interpretativo.
#Marx #Marxism #Capitale
https://www.scuoladipitagora.it/.../la-logica-del...
Il volume è promosso da Emme Promozione e distribuito Messaggerie Libri


Saturday, 11 December 2021

Dire dove la storia andrà Tra Dante e Marx. Noterelle sull’azione storica di Roberto Fineschi


Dire dove la storia andrà

Tra Dante e Marx. Noterelle sull’azione storica

di Roberto Fineschi



Dire dove la storia andrà


1. In occasione del centenario dantesco vorrei sviluppare qualche noterella sulle sue riflessioni di teoria politica. Che, tra le istituzioni universali, il primato spetti all’imperatore piuttosto che al papa, che la loro conflittualità, lo scarso interesse del primo alle questioni “italiane” ecc. giochino effettivamente un ruolo nella governance mondiale, ai nostri occhi non appare onestamente un tema rilevante, almeno in questi termini. Significa questo che i problemi teorici affrontati da Dante, il contesto in cui la sua riflessione si articola non abbiano niente su cui farci riflettere? Ovviamente no. Tra i temi più interessanti, a mio parere, figura la complessa relazione tra istituzioni, bene universale, e le “parti”, nonché la questione dell’efficacia del “ben fare” rispetto al corso storico.

Limitandosi ai cosiddetti canti politici (il sesto di ciascuna cantica), già nel discorso su Firenze di Ciacco – punito nel III cerchio dell’Inferno tra i golosi – emerge il tema delle “parti” (qui i guelfi bianchi e i guelfi neri) e della loro lotta intestina:

… Dopo lunga tencione
verranno al sangue, e la parte selvaggia
caccerà l’altra con molta offensione
(Inferno, 64-66).
La causa del loro agire pernicioso è da ricondurre a
superbia, invidia e avarizia sono
le tre faville c’hanno i cuori accesi

(Inferno, 74-75).

Il problema tuttavia non riguarda solo chi agisce a fin di male; com’è noto, pure coloro che “a ben fare posero gli ingegni”, che non agirono per superbia, invidia o avarizia ma nella prospettiva del bene comune, saranno dannati se non avranno accettato la volontà divina e il suo piano provvidenziale. Dante, ricordando alcuni dei protagonisti della vita politica fiorentina del suo tempo, chiede:

Farinata e ’l Tegghiaio, che fuor sì degni,
Iacopo Rusticucci, Arrigo e ’l Mosca
e li altri ch’a ben far puoser li ’ngegni,
dimmi ove sono e fa ch’io li conosca;

(Inferno, 79-82).

E Ciacco chiarisce:
… Ei son tra l’anime più nere

(Inferno, 85).

Passiamo adesso al VI canto del Purgatorio; l’invettiva di Sordello – il più famoso dei trovatori italiani che Dante incontra nel secondo balzo dell’antipurgatorio tra i peccatori morti violentemente – indica nell’assenza della salda guida dell’imperatore la causa principale dell’instabilità politica della penisola italica. Essa sta a fondamento tanto delle lotte fratricide tra grandi famiglie, feudatari ecc., quanto della crisi di Roma. La situazione è così drammatica che Sordello “osa” interrogarsi, provocatoriamente, sull’imperscrutabilità dei piani divini e sullo iato tra essi e la tragica realtà che si mostra agli occhi dell’attore politico del tempo:

E se licito m’è, o sommo Giove
che fosti in terra per noi crucifisso,
son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?
O è preparazion che ne l’abisso
del tuo consiglio fai per alcun bene
in tutto de l’accorger nostro scisso?

(Purgatorio, 118-123),

Infine, nel sesto canto del Paradiso – secondo cielo di Mercurio, dove Dante incontra gli spiriti giusti – si ha un più preciso riferimento all’errore di Guelfi e Ghibellini, i “partiti” del tempo. Giustiniano, icona dell’impero universale, afferma che essi o lottano contro il vessillo imperiale, il “pubblico segno” – i guelfi –, o se ne appropriano indebitamente facendone un simbolo di parte e non universale – i ghibellini:

Omai puoi giudicar di quei cotali
ch’io accusai di sopra e di lor falli,
che son cagion di tutti vostri mali.
L’uno al pubblico segno i gigli gialli
oppone, e l’altro appropria quello a parte,
sì ch’è forte a veder chi più si falli.

(Paradiso, 97-102).

Seguendo le indicazioni dei passi menzionati, lo schema che si delinea pare il seguente. La responsabilità morale e politica è individuale e l’errore ha due origini gerarchicamente articolate: da una parte essi nascono dal cadere vittima del peccato, vale a dire agire per avarizia, brama di potere, invidia. Qui, a differenza di altri passi, non viene inserita nella lista la lussuria; aggiungendo quest’ultima il quadro è un grande classico (maschilista): potere, denaro, donne. Ciò detto, c’è però un secondo livello, vale a dire sbaglia altrettanto ed è destinato alla dannazione colui che, pur mirando a valori universali, lo fa non abbracciando al contempo la prospettiva trascendente, divina. Il “ben fare” non basta. Una prospettiva puramente laica dell’agire politico, per quanto sincera e alta, non è sufficiente.

Di fronte agli individui e alle loro responsabilità si ergono delle istituzioni universali, rispettivamente il papato e l’impero, rispetto alle quali essi hanno dei doveri spirituali e politici. Sia l’imperatore che il papa devono agire in vista del bene comune e rifuggire il particolare. Il rapporto tra universale e particolare è diretto: il secondo sta immediatamente sotto il primo e gli risponde individualmente. Questo rapporto immediato era reso più complesso dall’esistenza dei comuni, ma essi valevano come uno, come del resto i feudi, di fronte all’imperatore, l’universale politico, che quindi aveva il dovere di raccoglierli in una unità. Il prevalere del peccato e del vizio e l’apparente limitatezza del ben fare in ciascuno dei poli di questo rapporto portava all’inesorabile instabilità che affliggeva la realtà contemporanea. Le parti paiono dunque aggregati di individui che si uniscono nella ricerca di un particolare.

A valutare dalle numerose invettive dantesche contro Firenze, Pisa, Siena, l’Italia nel suo complesso, vari imperatori, innumerevoli papi, pare difficile dire quando un sistema così strutturato sia stato efficace nella storia… praticamente mai. La sua teorizzazione – esposta in modo più esplicito e “scientifico” nel De Monarchia – vale dunque solo come, diciamo, ideale regolativo, come dover essere che pone l’obiettivo di un’armonia che non esiste nel momento dato, ma che a ben vedere non è mai esistita neppure in passato, se non in dei mitici tempi andati per i quali Dante non dà riferimenti storici esatti.

Qui, inesorabilmente, viene fuori la questione del piano provvidenziale: se nell’azione umana non prevale la ragione e lo spirito, o se l’azione umana, seppur condotta in conformità a ragione e spirito, non produce un mondo giusto e pacificato, non si può che ipotizzare l’esistenza di un piano razionale e pacificato che trascenda le capacità di comprensione individuali e che si renda manifesto solo nel viaggio ultraterreno. Il viaggio terreno non ha senso in se stesso, ma lo acquista nella prospettiva escatologica dell’aldilà; l’anima individuale, nel mondo, si salva dal mondo. Il mondo come tale gli individui non riescono a salvarlo o a governarlo; poiché la presenza di Dio si manifesta ma non si lascia comprendere pienamente, si ipotizza che ci sia un piano imperscrutabile, un governo più alto esperibile ma non concettualizzabile nella sua concretezza. Bisogna solo fare quello che è giusto fare per salvare la propria anima, senza garanzia alcuna che ciò porti a un effettivo miglioramento della realtà dal punto di vista dell’attore vivente, ma con la fede incrollabile che questa azione abbia senso in quanto razionale e divina.

Si noti a questo punto che, se questo governo più alto ci sia – piano provvidenziale – o non ci sia – sorte o fortuna –, dal punto di vista pratico delle capacità di gestione dell’attore nel mondo non cambia niente: il mondo resta ingovernabile. Infatti, rispetto a questa semplificata ricostruzione dello schema dantesco, la modernità ha dapprima cercato di riformulare in termini razionalistici l’idea del piano provvidenziale, per poi abbandonare l’idea stessa di un piano e lasciare il mondo a se stesso nella sua meccanicità materialistica o, addirittura, nella sua irrazionalità costitutiva, comunque senza finalità.

2. Qual è il tentativo marxiano in questo contesto? Nasce sicuramente dall’eredità hegeliana. Essa, letta laicamente, si configura come una ricostruzione a posteriori di una razionalità che si è già dispiegata nella storia mostrando di avere una finalità: lo sviluppo dello spirito non è meramente meccanico ma segue una tendenzialità; Hegel afferma che essa è effettiva, in quanto si è mostrata nella storia come una struttura razionale che la razionalità stessa, esistente in forma cosciente nel filosofo, è in grado di comprendere e spiegare. Certo, a giudicare dalle sue lezioni sulla filosofia della storia, neppure in passato i momenti storici in cui il reale è stato razionale sono stati poi molti, ma comunque Hegel formula livelli di razionalità sostanziale – le epoche della storia nella Filosofia del diritto – che hanno delle linee di sviluppo che, a posteriori, si lasciano ricostruire come svolgimento finalistico dello spirito. Questa comprensione tuttavia ci dice dov’è andata la storia e perché [1], ma non ci dice dove andrà.

Qui arriva l’ambizioso Marx: dire dove la storia andrà. È un’ambizione piena di problemi e probabilmente non si lascia sciogliere nell’ottimistica autoaffermazione di una società futura che non solo nasce come potenzialità, ma che addirittura si realizza scalzando più o meno necessariamente quella capitalistica. Questa filosofia della storia in senso fortissimo è stata criticata da ogni versante, anche all’interno dello stesso marxismo e variamente riformulata, fino agli estremi di un ritorno al rapporto dell’individuo/individui con la contingenza (o il caso che dir si voglia). Credo che questa sia una strada che finisce per perdere la sostanza del materialismo storico. A mio modo di vedere la soluzione intermedia la si trova nella capacità marxiana di teorizzare la finalità attiva nel presente: non tanto di dire che ci sarà necessariamente il passaggio a una società futura, ma nel mostrare come il presente abbia delle linee di tendenza ancora non propriamente in atto, non completamente sviluppate. La teoria marxiana permette di comprenderle e di indicare verso quali sviluppi si tenderà all’interno del modo di produzione capitalistico, affinché esso si realizzi pienamente. Non è una finalità escatologica: non è né trascendente (Dante) né ricostruibile solo rispetto al passato (Hegel), ma formulata a partire dalla comprensione scientifica del presente e rivolta al presente (nel senso dello sviluppo dell’epoca presente, non del necessario passaggio a un’epoca futura). Non è quindi neppure una filosofia della storia forte come quella della tradizione marxista, ma non è neppure il ritorno a un destrutturato rapporto tra gli individui e il caso (o pochissimo strutturato sulla base di una ricostruzione delle contingenze via via date).

In base alla comprensione di queste tendenzialità si può cercare di formulare un’azione storica e politica razionale non in virtù di una fede incrollabile o di un’intuizione felice a proposito del corso della storia nel momento corrente, ma in virtù di leggi e tendenze che configurano soggetti e una loro azione possibile [2]. Con questo, a Marx sarebbe riuscita la magia di trasformare la filosofia (o la teologia) in una scienza non dell’aldilà o del dopo, ma dell’ora e, quindi, forse, anche in uno strumento pratico per cambiare il mondo [3].



Note:

[1] Ciò non significa che la storia sia finita ma che è compiuta fino a questo momento; ciò anzi indica l’alba di una nuova epoca dello spirito della quale però non si può dire niente prima che essa stessa si sia compiuta.

[2] In questo contesto è un tema particolarmente delicato il rapporto tra il tutto e le parti, ovvero tra individui, soggetti collettivi, totalità che, evidentemente si articola in maniera assai diversa rispetto a quanto accadeva in Dante. Il nodo della questione, che qui evidentemente non può essere trattata, è evitare la riduzione dei soggetti storici a meri individui (l’acme dell’ideologia borghese che si ripresenta in varie salse libertarie anche a sinistra) o a generici processi transindividuali (l’irrazionalismo delle non meglio definite ere) e/o alla loro “narrazione”.

[3] Alcune ulteriori considerazioni su questo punto nel mio Note provvisorie per una Teoria della Rivoluzione.

Tuesday, 14 September 2021

Roberto Fineschi - Strutturare i soggetti storici. Un paio di riflessioni a partire da Carducci



Strutturare i soggetti storici. Un paio di riflessioni a partire da Carducci

da La città futura

La personalità e la parabola politica di Giosuè Carducci è emblematica del complesso rapporto tra intellettuale e movimento politico, continuamente oscillante tra esigenze di autonomia e necessità organiche di un'organizzazione strutturata. Se l'individualismo lirico rischia di sfociare in posizioni idealistiche, l'intellettuale organico può essere schiacciato da meccaniche che ne cancellano l'autonomia.

di Roberto Fineschi 10/09/2021 Cultura





Se le vacanze in Maremma ti portano a Bolgheri e Castagneto, non si può non pensare a Carducci; e se per hobby ti occupi di teoria politica, non puoi non metterti a riflettere su una figura il cui sviluppo politico e intellettuale fornisce spunti interessanti. Innanzitutto bisogna tenere a mente che il nostro è, intellettualmente, un gigante: la sua poesia può piacere o meno o essere più o meno “invecchiata”, ma si tratta di un individuo colto, brillante, audace, reinventore delle metrica classica nella modernità, grande critico letterario. Talvolta non si percepisce fino in fondo la dimensione veramente assoluta di siffatte menti, come quelle di Dante, Leopardi ecc., le cui capacità sono letteralmente sbalorditive; studiare attraverso la poesia il loro lato più umano e intimo occulta talvolta la loro assoluta eccezionalità. Ma non di questo intendo parlare.

Carducci è figlio di un medico mazziniano, democratico radicale, che in prima persona si espone nelle lotte nazionali, ma con una evidente dimensione sociale. Nel ’48 a Castagneto – pure lì c’è la rivoluzione – riesce a mediare tra rivendicazioni contadine e rigidità padronale trovando un compromesso che garantisce una, seppur parziale, redistribuzione delle terre incolte (le “preselle”). Profondamente anticlericale, non teme le conseguenze delle sue prese di posizione e questo porta la famiglia a peregrinare a lungo per l’opposizione dei potentati locali (abbandonano Bolgheri perché durante la notte prendono a fucilate l’abitazione del “mangiapreti”). Giosuè ha quello spirito e quelle idee; la sua lotta è culturale e intellettuale; celebra “Satana” (nel senso della razionalità, della mondanità, di tutto ciò che lo spirito religioso tradizionalista considerava peccaminoso e stigmatizzabile con il “vade retro Satana”, come commenta lo stesso Carducci in una sua lettera) [1]. Il suo non è dunque un astratto patriottismo nazionalistico, ma è imbevuto di cultura democratica, di progresso intellettuale e civile [2]. È un intellettuale impegnato, convinto e battagliero, di un classicismo moderno, erede di Giordani e di quella tradizione in cui si può inserire pure il Leopardi delle poesie civili o della Ginestra.

Lo sviluppo dello Stato italiano “unito” è una doccia fredda: il parlamentarismo trasformistico, il particolarismo e l’interesse laido schifano lui come tutti quei giovani più sinceri ed entusiasti. Come reagisce? In due direzioni diverse. Da una parte, anche a causa dei lutti familiari, con toni intimistici, per certi aspetti pre-decadenti, in cui il senso di morte e fallimento prende piede (i molti fini che entusiasticamente si era posto non sono stati raggiunti) [3]; dall’altra, politicamente, assume posizioni conservatrici, sia celebrando indirettamente la corona (anche se sotto la maschera dell’apprezzamento per la regina e con l’idea del sovrano simbolo dell’unità nazionale) [4], sia condividendo il dirigismo crispino, in cui si vede l’unico severo argine alla generale corruttela e pochezza morale della vita politica. La frustrazione esistenziale lo porta però anche a un conformismo borghese rassegnato alla vita così com’è: le molte amanti, non nascoste alla moglie, con alcune delle quali ha delle vere e proprie relazioni di anni, ma che amanti restano; le abbuffate (le “ribotte”) con gli amici in cui si mangia e si beve fino allo sfinimento. Si potrebbe forse fare un audace collegamento con La grande abbuffata ferreriana [5], in cui sesso e cibo diventano l’unica pratica esistenziale affermativa, ma palliativa e alla fine autodistruttiva, di fronte alle convenzioni sociali delle quali tutti i protagonisti sono perfetti rappresentanti.

Questo schematicissimo quadretto mi suggerisce l’idea di un Carducci in qualche modo esempio d’eccellenza di un soggettivismo politico destrutturato, in questo senso “idealistico”, che non si riduce a lui ma che è rappresentativo di un atteggiamento che ha almeno due limiti di fondo: il primo è la distanza tra ideale e reale, vale a dire l’incapacità di comprendere in maniera sufficientemente precisa come la propria azione si collochi all'interno di dinamiche complesse. Questo è probabilmente, più in generale, uno dei limiti storici dei Democratici risorgimentali, non del solo Carducci. Il secondo è l’incomprensione del fatto che il soggetto del cambiamento storico non può essere una somma di individualità: per essere collettivo deve essere strutturato, altrimenti il senso di questa parola resta rarefatto e operativamente inefficace, almeno superato il momento dell’acme rivoluzionario. Qui, di nuovo, la superiorità operativa e istituzionale dei moderati rispetto alle trame cospirative dei democratici; e la più chiara “coscienza di classe” dei primi su interessi e obiettivi di lungo termine rispetto ai secondi.

La questione politica dell’organizzazione si sviluppa sia internamente a un movimento come struttura, sia esternamente come processo egemonico all’interno della società. Si tratta di un corpo collettivo che si individua per il ruolo funzionale degli individui che lo compongono, ma che si articola – e si è articolato storicamente – come pluralità. Il concetto di blocco storico implica all’interno dello stesso schieramento progressista rapporti tra classi diverse – classi che si definiscono funzionalmente per il loro ruolo nella riproduzione sociale – tra le quali esiste un rapporto di predominanza direttiva – egemonia – e che insieme mirano e talvolta riescono a “fare epoca”, vale a dire a determinare un cambiamento della configurazione economico-sociale complessiva. L’organizzazione e l’egemonia di un soggetto di questo tipo è complessa, stratificata e organica. Come organismo ha delle “regole” di funzionamento che, nella prospettiva della salvaguardia del corpo complessivo, trascendono l’individuo e impongono restrizioni all’arbitrio individuale, richiedono quella che una volta si chiamava disciplina. Come organismo ha un corpo che per diventare egemone al di là dei confini della propria organizzazione, soprattutto in periodi di “guerra di posizione”, ha braccia e gambe istituzionalizzate nella società, come sindacati, giornali, associazioni culturali, e via dicendo. Una presenza tangibile, anch’essa regolata.

L’organizzazione vive e si regge nella misura in cui la sua pratica e i suoi obiettivi rispondono alle esigenze storiche delle classi che la compongono e opera trasformativamente all’interno della società. Essendo essa stessa una piccola società, ha le proprie regole, le proprie convenzioni, i propri protocolli, il proprio conformismo che rischiano di diventare stretti, se non soffocanti, nella misura in cui l’organizzazione non ha una pratica corrispondente alle suddette esigenze storico-trasformative e quindi instaura dinamiche coercitive e conflittuali soprattutto con quei membri più originali e sensibili che intendono prima di altri le criticità, ma che non necessariamente sono capaci di formulare alternative. Meccanismi che creano delle fronde sono più o meno costanti, il problema storico sorge quando le dinamiche degenerative sono tali e così forti da mettere a repentaglio l’esistenza stessa dell’organizzazione; non solo per la pressione di forze esterne antagoniste, ma per l’incapacità interna di elaborazione e adeguamento.

Che c’entra questa assai succinta silloge di una teoria del partito, di evidente gramsciana memoria, con Carducci? Il poeta-vate, cantore ufficiale dell’alta cultura dell’Italia umbertina, mi pare rappresentativo della difficile dialettica esistente tra grande intellettuale – quale Carducci fu – e movimento politico. E più in generale tra idealità intellettuale e pratica politica. Da spavaldo democratico, repubblicano e radicale, il nostro finisce, banalizzando all’eccesso, frustrato e conservatore. Si potrebbe tirare in ballo il velleitarismo piccolo-borghese di fronte alla dura legge dei grandi processi storici, ma sarebbe una spiegazione solo parzialmente vera e scolastica, che non terrebbe conto dei problemi oggettivi di fronte ai quali l’intellettualità si pone, con le sue esigenze di libertà di pensiero e di critica in un contesto organizzativo in cui ciò potrebbe essere consentito solo entro certi limiti, talvolta particolarmente angusti. Intellettuale organico non può però significare intellettuale meccanico (smetterebbe infatti automaticamente di essere un intellettuale).

Carducci ebbe, in qualche modo, il suo partito, la massoneria, come molti altri intellettuali e politici democratici del tempo. Essa però non aveva un contenuto di classe veramente alternativo al progetto moderato, se non nel radicalismo anticlericale e in un repubblicanesimo democratico, che però non andava a toccare gli squilibri economico-sociali che affliggevano l’Italia. Si trattava in sostanza di un contenuto non radicalmente alternativo e quindi velleitario rispetto alle grandi questioni storiche dell’epoca. Il trasformismo era nelle cose stesse e Carducci si limita a rivendicare un onore e un legalismo di contro alla corruttela del presente, per il quale vede soluzioni nel dirigismo. Un vicolo cieco. Pur nella ristretta prospettiva qui proposta, egli può dunque essere rappresentante emblematico – e mostrare le criticità – di come si sviluppi una dinamica oggettivamente complessa tra un certo tipo di alta intellettualità potenzialmente rivoluzionaria e progressista e un’organizzazione politica pratica e ideale che cerchi di essere egemone. [6] Al di fuori dell’organizzazione non pare si riescano a ottenere successi operativi duraturi, ma la sua gestione è complessa e affetta da continue instabilità oggettivamente possibili. Riferimenti al presente – o al passato recente – non sono puramente casuali.



Note:



[1] A Satana è una sua celebre ode del 1863 (uscita con varianti in innumerevoli pubblicazioni e raccolte successive). Nella lettera a Giuseppe Chiarini del 15 ottobre 1863 scrive: “È inutile che io avverta aver compreso sotto il nome di Satana tutto ciò che di nobile e bello e grande hanno scomunicato gli ascetici e i preti con la formola «Vade retro Satana»; cioè la disputa dell’uomo, la resistenza all’autorità e alla forza, la materia e la forma degnamente nobilitate”.

[2] Carducci scrive su “Il popolo” di Bologna nel dicembre 1869: “Io, oppresso dalla società fin da’ primi anni, mi dichiarai per il ribelle alla monarchia solitaria di Geova, per il tentatore degli schiavi di Geova alla libertà e alla scienza, per l’oppresso dalla gendarmeria di Geova. E […] io l’ho cantato raggiante e tonante e folgorante di vita su l’universo”.

[3] In Traversando la Maremma toscana (1885) recita: “Oh, quel che amai, quel che sognai, fu in vano; / E sempre corsi, e mai non giunsi il fine; / E dimani cadrò”. Già nel 1874 in Davanti San Guido, 103-04, diceva “E quello che cercai mattina e sera / Tanti e tanti anni in vano, è forse qui”.

Per scherzare su quel “cadrò”, nel senso del “morirò”, si consideri che in una lettera a Adele Bergamini del 18 aprile 1885 Carducci affermava: “Il mio naturale si fa più triste. Quando Le dicevo che non stavo bene, non era romanticismo. La morte mi ha tirato la prima scampanellata [paresi a un braccio – ndr]. Non vorrà la potente signora aspettar troppo ch’io vada. E sonerà di nuovo”. Carducci morirà nel 1907, circa... 22 anni dopo.

[4] Celebri, per es., le poesie Piemonte o Alla regina d’Italia.

[5] La Grande Bouffe, di Marco Ferreri, celebre film del 1973 con Andréa Ferréol, Philippe Noiret, Marcello Mastroianni, Ugo Tognazzi e Michel Piccoli.

[6] Come è ben noto, Gramsci affronta diffusamente questi temi nei suoi Quaderni. Interessante come discuta proprio di questo – cioè del rapporto tra elaborazione intellettuale e la tesi della teoria come “ancella” della pratica – in relazione alla soluzione “d’ufficio” da parte di Stalin, che pare non dispiacere a Gramsci, del dibattito tra i “dialettici” capitanati da Deborin e i “meccanicisti” capitanati da Bucharin (Quaderno 11, §12). In questo passo Gramsci commenta: “Si tratta cioè di fissare i limiti della libertà di discussione e di propaganda, libertà che non deve essere intesa nel senso amministrativo e poliziesco, ma nel senso di autolimite che i dirigenti pongono alla propria attività ossia, in senso proprio, di fissazione di un indirizzo di politica e culturale. In altre parole: chi fisserà i «diritti della scienza» e i limiti della ricerca scientifica, e potranno questi diritti e questi limiti essere propriamente fissati? Pare necessario che il lavorio di ricerca di nuove verità e di migliori, più coerenti e chiare formulazioni delle verità stesse sia lasciato all’iniziativa libera dei singoli scienziati, anche se essi continuamente ripongono in discussione gli stessi principi che paiono i più essenziali. Non sarà del resto difficile mettere in chiaro quando tali iniziative di discussione abbiano motivi interessati e non di carattere scientifico. Non è del resto impossibile pensare che le iniziative individuali siano disciplinate e ordinate, in modo che esse passino attraverso il crivello di accademie o istituti culturali di vario genere e solo dopo essere state selezionate diventino pubbliche ecc.”.

Saturday, 4 September 2021

Professionale amore mio. Scuola al crepuscolo? di Roberto Fineschi

Professionale amore mio. Scuola al crepuscolo?



La politica scolastica fin qui seguita dimostra che il capitalismo crepuscolare non è più in grado di esercitare un’egemonia e opta per la formazione di una neo plebe ignorante e facilmente manipolabile, calcolando anche il rischio di forme di ribellismo fuorvianti.

di Roberto Fineschi 26/08/2021 Editoriali

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Chi ha recentemente affermato che i modesti risultati delle prove INVALSI dimostrerebbero la scarsa qualità dei professori italiani - soprattutto in relazione alle drammatiche prove in professionali e “scuole di frontiera” - probabilmente non è mai entrato in una di queste scuole o, se lo ha fatto, ha capito poco o niente di come funzionano le cose. In Italia ci sono dei pessimi professori? È sicuramente vero. Nell’esperienza scolastica di chiunque si annovera qualche personaggio più unico che raro, egregio rappresentante del mondo dell’incompetenza o con delle spalle tondissime. Per capire quali professori rispondano a questo identikit sono necessari studi pedagogici, sofisticate tecniche o procedure altamente formali? No, in genere basta parlarci cinque minuti, anche informalmente, per chiarirsi le idee. Pare evidente che non ci sia alcuna intenzione di individuarli (e non si nascondono). Ciò detto, se ne può dedurre che tutti i professori siano così? Be’, questo è semplicemente senza senso e, evidentemente, offensivo per un’intera categoria. Parlare delle persone senza i contesti è una facile scorciatoia e un modo per non affrontare davvero le molte questioni sul tavolo.

Prendiamo le famigerate scuole di frontiera, i professionali. Il nostro professore, per lo più supplente, viene mandato incontro a un branco (purtroppo quasi mai in senso metaforico) di ragazzi in genere non scolarizzati (nel senso che non riescono a stare a sedere per più di dieci minuti, non sanno rispettare le regole minime di una conversazione, a stento conoscono la lingua italiana), interessati alla scuola come un vegetariano alla carne, con capacità di attenzione modeste. Spesso sono anche parecchi. È come andare in una gabbia di leoni affamati armati di sgabello giallo dell’ikea e righello di plastica morbida da 20 centimetri. Sfido chiunque, soprattutto i nostri cari amici espertoni, a raggiungere gli egregi risultati che si auspicano. E che ovviamente non vengano a fare una lezione sull’inclusione spiegando quali tasti, quali tecniche ecc. ecc… no... devono venire in classe e vedere loro che bella figura fanno; e che belle facce espressive che hanno quando escono dopo le prime lezioni. Ci sarà poi anche l’educatore super talentuoso che apre bocca e ammalia i popoli, però, guarda un po’, la scuola è un’istituzione di massa e i professori-fenomeno sono rari; abbastanza inutile quindi additare il campione, ci vogliono invece delle procedure efficaci generali. Non si tratta nemmeno, ovviamente, di dare la colpa ai ragazzi, che sono le prime vittime di un contesto socio-culturale che non dipende certo da loro e nel quale si trovano invischiati loro malgrado. Ma senza lavorare sui meccanismi del contesto con una strumentazione sia umana, sia tecnica idonea, non si fa un passo avanti.

Dal lato educativo, i problemi di base da cui partire sono molto semplici: in una situazione scolastica del genere un professore, semplicemente, può fare molto poco. Tutte queste classi “di frontiera” hanno problematiche di ogni tipo: cognitive, sociali, comportamentali, di integrazione, ecc. ecc. In ogni classe, se va bene, ci sono svariati casi certificati (e gli altri, ricordo, sono in media scarsamente scolarizzati). Per non parlare ovviamente di quelle zone in cui si deve aggiungere la delinquenza vera e propria. Queste scuole, quindi, sono potenzialmente il luogo in cui l’integrazione e il recupero potrebbero effettivamente avvenire; a questo fine tuttavia ci vogliono i mezzi e in questo, evidentemente, non si vuole investire: larga parte dell’organico è supplente, viene nominato di anno in anno a programma già avviato, a volte addirittura dopo mesi interi. L’anno successivo si ricomincia da capo. Sono supplenti moltissimi dei docenti del sostegno che, spesso, non hanno il titolo ma hanno dato comunque la loro disponibilità. Quasi tutti, curricolari e sostegno, cercano di fare del proprio meglio, ma nessuno di loro è psicologo, assistente sociale; queste professionalità non si inventano dalla mattina alla sera e i poveretti si trovano costretti a improvvisarsi in un ruolo che non è il loro. Ma dato che siamo a ballare, si cerca di farlo nel modo migliore possibile. I risultati, inevitabilmente, sono quelli che sono. In una situazione del genere si configurano inevitabilmente alcune tipologie di docente: il missionario, che, nonostante tutto, vuole fare il possibile per i ragazzi e si sfinisce; il fuggitivo, che, non appena se ne presenti l’occasione, lascia il professionale per un altro tipo di istituto; il rassegnato, che, abbandonata qualunque velleità educativa, tira ad arrivare alla fine del mese. Bisogna capire che non è solo indole, sono contesti. Quindi, invece di pontificare stolidamente: che si regolarizzino i precari, che si formino i docenti del sostegno, che si aggiungano all’organico psicologi, assistenti sociali e via dicendo, figure che regolarmente assistano quelle tipologie di studenti che si trovano in una forte condizione di disagio sociale, psicologico, culturale. La scuola, adesso, semplicemente non è nelle condizioni di affrontare queste situazioni. Ci si accontenta di tenere i ragazzi in classe, se ci si riesce; di più, in media, non è possibile fare.

Non ci si deve neppure ingannare sull’importanza pratica dell’educazione, ecc. ecc. Questi ragazzi sono convinti che non “serva” a niente e, spesso, è difficile dar loro torto. Le probabilità di avere “successo” nella vita per loro sono legate di più alla presenza sui social, dove magari vincono la lotteria e una delle bischerate che si sono inventati fa il botto. Il luccicante mondo dello spettacolo, da “Amici” a “Tik tok”, non solo non ha niente a che fare con la scuola, ma quest’ultima è addirittura controproducente perché dovrebbe fornire gli strumenti per capire che si tratta di effimere sciocchezze. E poi c’è il docente stesso, laureato ma, nella sostanza, un povero sfigato che guadagna poco, fa un lavoro di m… scarsa soddisfazione, o almeno così è percepito dagli studenti che non si fanno problemi a dirti: “io non voglio mica diventare come lei”. Le prospettive lavorative legate allo studio purtroppo sono quelle che sono ed è difficile spiegare perché lo si dovrebbe preferire rispetto alla scommessa del successo effimero, scommessa che altri, in tutto e per tutto identici a loro, hanno vinto proprio per il loro non avere qualità particolari, non saper far niente di speciale, non avere niente da dire, ecc. Perché mai imparare qualcosa, a dire, a fare? Non solo non è utile, è controproducente. Del resto leader politici di primissimo piano non sono laureati, ministri non sono diplomati, altri taroccano il curriculum aggiungendosi titoli inesistenti, altri hanno posizioni per meriti diciamo non politici… dov’è l’esempio pubblico di alto livello che mostra l’utilità dell’impegno, dello studio, ecc. ecc.? Infine, nella società di squali in cui si trovano a vivere, dove il motto mors tua vita mea è la regola fondamentale del gioco, promuovere i valori costituzionali di solidarietà, uguaglianza sostanziale, ecc., il rispetto reciproco, ecc. ecc. mette in una posizione di debolezza, di difficoltà competitiva rispetto ai simpatici stronzi che ci circondano. Bisogna impare a essere stron… competitivi pure noi! Diciamo che il prossimo tuo, più che un fratello, è un competitor, e poco evangelicamente piuttosto che amarlo bisogna essere pronti a temerlo e, al momento giusto, sopraffarlo.

La scuola così (dis-)organizzata è dunque un anello di un ingranaggio complesso, che parte da alcune premesse generali legate allo stadio “crepuscolare” di sviluppo del modo di produzione capitalistico. Lavoro per tutti, nel senso di lavoro che valorizzi il capitale, non ce n’è. La massa di esclusi è grande e crescente. La produzione di neo-plebe, nel senso di una pletora di esseri umani cui il sistema non riesce a dare un ruolo attivo nella riproduzione sociale e che sopravvive al suo interno nelle forme più variegate, è una tendenza sistemica. Le dinamiche di gestione di questo complesso stato di cose pongono la scelta tra alternative possibili, che riguardano non solo la scuola, ma la dinamica sociale nel suo complesso. Le determinanti sovrastrutturali nel riassorbimento della massa di disoccupati divengono una questione squisitamente politica, ovvero si può cercare di compensare il processo attraverso politiche economiche e sociali che spostino la grande quantità di ricchezza disponibile dal plusvalore o dalla rendita al salario (diretto o indiretto) per la creazione di possibilità che, a dispetto della loro incapacità di valorizzare il capitale, forniscano un lavoro e permettano l’espletamento di attività sociali necessarie se non, in certi casi, essenziali. È questa una scelta non da estremisti comunisti, ma socialdemocratica, borghese progressista, cristiano-sociale. Oppure si può assecondare il processo e, nel caso specifico, favorire la formazione di una neo-plebe culturalmente azzerata che si immagina più facile da manipolare; una manipolazione che tuttavia è tutt’altro che scontata e rischia di esplodere in forme riottose e violente in particolari occasioni di crisi (anti-sistema, ecc.). I potenziali esiti estremi di questo processo sono già evidenti, per es., in alcuni paesi dell’America latina, dove, a fronte di una povertà debordante, si assiste a fenomeni di vero e proprio brigantaggio che rievocano un passato ottocentesco che ormai si immaginava superato definitivamente. Il ribellismo, nelle sua varie forme criminali, anarcoidi e via dicendo, raramente però si configura come forza politica alternativa e quindi, alla fine, dal punto di vista delle classi dominanti è decisamente preferibile. La questione di fondo è in sostanza se le classi dirigenti si trovino in una condizione in cui valorizzare il capitale non consenta più, strutturalmente, forme organiche e culturali di direzione o egemonia, in cui esse si impongano per coercizione e comando; se questa è la scelta, ciò appare decisamente più semplice in una società atomizzata, ignorante e priva di soggetti organici. La domanda è ovviamente se un sistema possa stare in piedi basandosi solo sul dominio, senza forme di direzione/egemonia. È stata questa una tentazione costante delle classi dirigenti italiane, ma adesso la questione potrebbe essere di scala, vale a dire che la scelta dirigistica si potrebbe delineare non come una opzione per i capitalismi periferici, ma come un problema strutturale di sistema anche delle economie più sviluppate.

Avere una scuola più o meno funzionante è un ingranaggio di questi processi, soprattutto per quegli istituti che hanno a che fare con la popolazione scolastica sulla soglia di scivolare nella neo-plebe o essere “recuperata” in una dimensione di cittadinanza attiva. Se si desse un orientamento, da dettato costituzionale, volto all’inclusione sociale - che implica dunque garantire i diritti fondamentali per tutto l’arco della vita di un individuo, a partire dalla scuola per poi passare alla vita lavorativa vera e propria e quindi alla pensione, ecc. ecc. - il primo e più semplice passo da compiere è, molto prosaicamente, investire, partendo da quanto si suggeriva in precedenza (stabilizzare i precari, formare il corpo docente e del sostegno, affiancare professionisti come psicologi, ecc. ecc.). È una scelta politica di fondo sul futuro che, in poche parole, coincide più o meno con il contenuto sociale della Costituzione. Promuovere una scuola - e una società - coerente col dettato costituzionale costituisce oggi un vero e proprio programma politico, che purtroppo nessun partito di caratura nazionale pare voler far proprio.



Saturday, 10 July 2021

Finalmente Marx torna nella scuola e nell’università - La Città Futura


Finalmente Marx torna nella scuola e nell’università



Una pregevole iniziativa editoriale: è uscito nel maggio scorso un libro per l’università di Roberto Fineschi interamente dedicato a Marx. Si copre così un vuoto clamoroso.

di Ascanio Bernardeschi 02/07/2021 Recensioni





L’opera di Karl Marx, e soprattutto la sua critica dell’economia politica, per quanto dimostratasi di grande attualità nel contesto della terribile crisi che sta attraversando l’economia mondiale e per quanto studiata in ogni parte del mondo, ha una collocazione marginale nella nostra università. Questa marginalizzazione costituisce una conferma del nesso fra scienza e ideologia e della giustezza dell’asserzione marxiana secondo cui chi detiene i mezzi di produzione detiene anche quelli di produzione delle idee.

Bisogna risalire a un’altra era per trovare testi per le università italiane dedicati esclusivamente a Marx, a parte un recente testo di Petrucciani per Carocci, che però non dà conto sufficientemente delle nuove evidenze testuali e delle ricerche filologiche connesse alla nuova edizione storico-critica delle opere di Marx ed Engels, la seconda Marx-Engels-Gesamtaugabe (MEGA2). È noto infatti che molte opere di Marx rimasero inedite lui vivente e vennero pubblicate successivamente con modifiche editoriali più o meno congrue, condizionandone la ricezione. La nuova MEGA2 presenta invece tutti i manoscritti nella loro forma originale rendendo Marx, per molti aspetti, “un autore nuovo”.

Roberto Fineschi, un filosofo profondo conoscitore di quella monumentale operazione editoriale e del dibattito a essa connesso, con la pubblicazione del suo Marx per i tipi di Morcelliana/Scholé – acquistabile anche con la carta del docente – copre così un vuoto che era inammissibile.

Il libro, per la semplicità del linguaggio utilizzato, non è destinato solo agli studenti universitari, ma si presta anche alla formazione di quadri militanti e a un primo approccio con il fecondo pensiero marxiano.

Questo suo carattere, che lo rende un buono strumento divulgativo, non è a discapito della serietà della ricostruzione del lascito del Moro e della trattazione puntuale dei più importanti problemi connessi alla recezione di Marx e al dibattito intorno ad alcune questioni chiave.

Il volume si apre con una sintetica ma utile biografia per poi entrare nel cuore dell’analisi delle opere, dal periodo giovanile alla maturità. Gli scritti che precedono Il capitale sono classificati seguendo il percorso intellettuale del grande padre del socialismo scientifico: il giovane hegeliano, il liberale radicale, il percorso verso il comunismo, l’acquisizione che l’essenza umana sia data dal lavoro e non dal pensiero con la connessa concettualizzazione dell’alienazione, il percorso verso il materialismo storico e verso la critica dell’economia politica, l’impegno politico e la scrittura del Manifesto del Partito Comunista, concludendo con un bilancio complessivo del Marx giovane e delle sue tappe evolutive – la ricezione della teoria hegeliana attraverso Bruno Bauer che lo portano a parlare di Hegel e della sua dialettica come imperniati sull’idealismo speculativo; analogo discorso per la ricezione attraverso Ludwig Feuerbach in cui però l’inversione fra soggetto e oggetto, fra pensiero ed essere conduce alla sostituzione dell’uomo all’autocoscienza e del lavoro alienato allo spirito; la prima concezione embrionale di “modo di produzione” e delle relazioni sociali storicamente determinate da tale modo e contemporaneamente ostacolo all’ulteriore sviluppo delle forze produttive, con la lotta di classe che diventa il vero motore della storia; l’approfondimento di alcune categorie centrali dell’economia politica in polemica con Proudhon.

Venendo al Marx maturo, particolarmente diffusa e puntuale è la ricostruzione del Capitale, a partire dagli scritti preparatori. Fineschi non manca di evidenziare il suo carattere di opera incompiuta e tuttavia ricca di spunti geniali e di previsioni che si sono dimostrate sorprendentemente azzeccate.

In questa parte viene premessa la storia della parziale realizzazione di un ambizioso progetto originario in 6 libri: Capitale, Lavoro salariato, Rendita, Stato, Commercio internazionale, Mercato mondiale. Di questo progetto ci è pervenuto solo il primo libro – Il capitale, appunto, a sua volta articolato in 3 libri di cui solo il primo redatto in forma definitiva – e una mole di scritti preparatori di cui Fineschi dà puntualmente conto.

Sia pure nei limiti di una trattazione sintetica, l’autore ci fa entrare nella logica del capolavoro marxiano a partire dal concetto fondamentale di merce, delle sue opposizioni interne che si superano dialetticamente pervenendo ai concetti di denaro, circolazione delle merci, capitale e sua metamorfosi, lavoro concreto e astratto, processo produttivo, valore e plusvalore.

Ne viene fuori un oggetto che, costituito di “lavoro morto” – cioè speso in passato e appropriato dai capitalisti – e di disponibilità di forza-lavoro, rincorre incessantemente la propria autovalorizzazzione succhiando “lavoro vivo” cioè il lavoro in essere, il dispendio di lavoro da parte del lavoratore che è espropriato dei mezzi di produzione e viene sussunto, sia formalmente che realmente sotto il capitale.

Il risultato di questo processo del capitale pone i presupposti della propria esistenza, cioè la concentrazione dei mezzi di produzione nelle proprie mani e l’esistenza di un diffuso mercato che include anche la particolare merce forza-lavoro “libera” in un duplice senso: 1) non vincolata da rapporti di dipendenza personale e 2) libera dal possesso dei mezzi di produzione e di sussistenza.

Non vene omesso di rimarcare, anche a proposito dell’accumulazione, la distinzione concettuale fra l’accumulazione storicamente indeterminata e la forma storicamente determinata che essa assume all’interno del modo di produzione capitalistico. Questa puntualizzazione del rapporto fra livello transtorico e storico costituisce il leitmotiv che percorre tutta l’opera marxiana e che Fineschi legge hegelianamente come “l’esistenza dell’universale nel particolare; il primo si può separare dal secondo solo per astrazione intellettuale, ma mai realmente”.

L’autore tratta anche gli altri argomenti: il salario, l’accumulazione originaria, la circolazione, la rotazione e la riproduzione del capitale, la trasformazione del plusvalore in profitto, la formazione di un profitto medio e la famosa trasformazione dei valori in prezzi di produzione, la legge della caduta tendenziale del saggio del profitto, il credito e il capitale fittizio, la rendita. Renderne conto richiederebbe uno spazio eccessivo per una recensione. Basti dire che una serie di questioni ampiamente discusse e controverse vengono trattate con padronanza e chiarezza, anche nella parte successiva del saggio in cui viene proposta un’analisi di alcuni concetti chiave: materialismo storico e dialettico, lotta di classe, comunismo, metodo dialettico, alienazione e feticismo della merce, “valore-lavoro”, espressione fra virgolette in quanto Fineschi si preoccupa di puntualizzare come non fosse stata utilizzata da Marx, e trasformazione.

La trattazione si conclude con una sintetica storia della ricezione. Anche i questo caso, essendo tantissimi gli autori che si sono occupati di Marx, vengono rammentati i contributi più importanti a partire, ovviamente da quello di Engels: Kautsky, Bernstein, Lenin, Luxemburg, Hilferding, Bucharin, Trockij, Gramsci, Stalin, Labriola, Grossman, Lukács, Korsch, Mao, Adorno, Marcuse, Galvano Della Volpe, Sartre, Althusser, Colletti, Luporini, Badaloni, Sweezy e Baran, Timpanaro, Panzieri, Tronti, Toni Negri, Backaus, Reichelt, Sraffa, Steedman, Garegnani e altri.

Molto importante e utile è anche la ricchissima bibliografia.

Si tratta in conclusione di un libro prezioso che sarebbe utile fosse presente in tutte le biblioteche popolari e, perché no?, anche nelle biblioteche personali dei militanti.



Note:

[1] Roberto Fineschi, Marx, Morcelliana/Scholé, Brescia, pp. 192, € 16,00.

Saturday, 12 June 2021

“Je ne suis pas marxiste”? Ovvero Marx citato a sproposito di Roberto Fineschi

 Fonte: La città futura


“Je ne suis pas marxiste”? Ovvero Marx citato a sproposito

La frase sovracitata di Marx si riferiva a Lafargue e ai “collettivisti”, a quel tempo tacciati col termine dispregiativo di “marxisti”, non certo al sistema teorico a cui Marx, insieme a Engels, diede il massimo contributo.


“Je ne suis pas marxiste”? Ovvero Marx citato a sproposito

Sempre di nuovo si sente ripetere la celebre affermazione attribuita a Marx che suona “io non sono marxista”. Con essa si intende porre una distanza tra il vecchio Moro e le filiazioni politiche che a lui si richiamano, oggi come ieri. Si tratta però di un uso fuorviante e fuori contesto quindi, nella sostanza, sbagliato; cercherò di spiegarne il perché partendo dai dati.

1) Noi conosciamo la frase grazie a… Engels, sì, proprio colui che secondo alcuni sarebbe addirittura l’inventore del marxismo. La riferisce in una lettera a Bernstein, affermando che Marx l’avrebbe usata con Lafargue per prendere le distanze dal gruppo francese dei “collettivisti” che facevano capo allo stesso Lafargue e Guesde [1]. 

Dunque la fonte è Engels, il contesto è quello del dibattito francese dei primi anni Ottanta dell’Ottocento.

2) Bisogna avere ben chiaro che in quel momento il senso odierno della parola marxismo non esisteva. Che cosa significava allora? Una cosa ben specifica e, sostanzialmente, dispregiativa. Pare che l’espressione abbia subito lo stesso destino di altre parole poi divenute “normali”, come per esempio “gotico”, “barocco”, cioè di termini nati originariamente con un significato negativo. Già Bakunin aveva introdotto l’uso di “marxiano” e “marxista” in questo senso ai tempi delle polemiche scoppiate in seno alla prima Internazionale. Analogamente, all’interno del dibattito francese all’inizio degli anni Ottanta, il gruppo “vicino” alle posizioni di Marx, attivo intorno al giornale “L’égalité”, veniva etichettato dagli avversari come “marxista”: “la cricca di Marx” per intenderci. Marx stesso menziona questa discussione come un dibattito tra “marxisti” e “anti-marxisti” [2].

Dunque, marxismo era in quel momento un termine denigratorio con cui gli avversari dei collettivisti additavano i loro nemici considerandoli vicini alle posizioni di Marx.

3) Perché il gruppo veniva “apostrofato” così? Semplice, perché Marx ed Engels avevano effettivamente contribuito addirittura alla stesura del programma politico, economico e sociale presentato da quella parte del partito nella sua attività politica. Insomma: era vero. Marx era marxista anche in questo senso ristretto [3].

4) Perché allora Engels e Marx prendono le distanze dal termine? Se evidentemente il gruppo francese era vicino a Marx, certo non rappresentava le sue idee e la sua teoria in maniera completa o adeguata. Con quel termine infatti non si intendeva una visione del mondo complessiva, ma semplicemente un orientamento e una ispirazione alla quale Marx non si sentiva di associare addirittura il proprio nome, in particolare perché essa aveva assunto la forma di una guerra intestina locale, di beghe particolaristiche, in cui del resto il nome aveva connotazione denigratoria.

Per concludere: ammesso che sia stata effettivamente pronunciata, la frase di Marx significa semplicemente che egli, per quanto effettivamente fosse loro vicino e avesse direttamente influenzato le loro idee e i loro programmi, non voleva che il gruppo francese di Guesde e Lagargue, sempre più localistico, fosse identificato con un epiteto (denigratorio) ispirato al suo nome. Questo in sintesi il significato della frase.

Come nasce un senso positivo del termine? Solo dopo la morte di Marx, Engels finì con scarsa convinzione per accettare l’uso dell’espressione in senso positivo avallando l’organizzazione di un “congresso di marxisti” in cui cercava di riunire tutti coloro che, tra i vari gruppi socialisti e comunisti, riteneva più fedeli al pensiero di Marx, proprio per contrastare quelle forze centrifughe e settarie che reputava fossero emerse nei vari schieramenti in vari paesi. Qui il termine cambia decisamente di significato e va a indicare una concezione più generale del mondo basata sul “socialismo scientifico”, alla costruzione della quale Engels evidentemente mirava consapevolmente, come è del resto dimostrato dalla sua instancabile attività negli ultimi anni di vita. Chi comunque spinse più drasticamente, rompendo con le reticenze engelsiane, verso un uso positivo del termine come elemento identificativo di uno schieramento fu sicuramente Kautsky. Al di là delle origini contingenti, è dunque quest’ultimo, ancor più di Engels, che ha incoraggiato l’utilizzo della categoria marxismo nei termini comunemente intesi [4]. 

Se, in termini estremamente generali, chiamiamo “marxismo” un movimento basato sulla teoria di Marx che abbia l’intento di costruire un’organizzazione internazionale dei lavoratori capace di trasformare la società presente - e che quindi questi lavoratori maturino una consapevolezza del proprio ruolo storico -, Marx era decisamente marxista. La sua vita intera di attivista politico lo dimostra senza ombra di dubbio. Che si voglia chiamare questa prassi politica marxismo o in qualunque altro modo non cambia il contenuto. Non solo: il tentativo di realizzare questo progetto era già stato intrapreso da lui stesso, insieme a Engels, nel corso della sua vita. Pensare che Marx non approvasse l’Anti-Dühring (al quale tra l’altro ha contribuito), non conoscesse e approvasse i libercoli engelsiani sul passaggio del socialismo dall’utopia alla scienza, ecc. pare onestamente anti-storico.

Marx e il marxismo, anzi i marxismi, non sono la stessa cosa, questo è quasi una ovvietà. Ma non è vero che non siano reciprocamente connessi; il vero tema è, a mio avviso, la ricostruzione di sviluppi, mediazioni, ma anche distanze o contraddizioni tra la galassia dei marxismi storici e la teoria del capitale del vecchio Moro; non certo immaginare un Marx lontano o addirittura sarcastico rispetto alla prospettiva di un’azione politica organizzata connessa alla sua teoria.

 

Note:

[1] Lettera di Engels a Bernstein del 2/3 novembre 1882: “Ora, ciò che in Francia va sotto il nome di «marxismo» è in effetti un prodotto del tutto particolare, tanto che una volta Marx ha detto a Laf[argue]: «ce qu’il a de certain c’est que moi, je ne suis pas marxiste» [quel che è certo è che io non sono marxista]” (K. Marx, F. Engels, Lettere 1880-1883 (Marzo), Milano, Edizioni Lotta Comunista, 2008, p. 279). La frase di Marx è riportata in francese nell’originale.

[2] Lettera di Marx a Engels del 30 settembre 1882, in K. Marx, F. Engels, Lettere, cit. p. 266.

[3] Cfr. nota 43 in K. Marx, F. Engels, Werke, Band 35: Briefe Januar 1881 - März 1883, Berlin, Dietz, 1985, pp. 505 s.

[4] Per una ricostruzione complessiva si vedano i classici G. Haupt, Marx e il Marxismo, in Storia del Marxismo Einaudi, vol. 1: Il marxismo ai tempi di Marx, Torino, Einaudi, 1978, pp. 292-314 e M. Manale in “Economie et société”, Aux origines du concept de «marxisme», Octobre 1974, pp. 1397-1430; La constitution du «Marxisme», Avril-Mai 1976, pp. 813-839; L’édification d’une doctrine marxiste, Janvier-Février 1978, pp. 163-215.


Saturday, 22 May 2021

Roberto Fineschi, Profilo di Marx.




Cari amici vicini e lontani,
è con viva e vibrante soddisfazione 😀 che annuncio l'uscita di un mio profilo "popolare" (nel senso nobilissimo del termine) di Marx per Morcelliana Scholé.
È concepita come un'introduzione al pensiero del vecchio Moro alla luce delle novità emerse grazie alla pubblicazione della nuova edizione storico-critica (la seconda MEGA). Una sintesi divulgativa di una venticinquina di anni di studi 😅.
Chi volesse condividere per spargere il verbo avrà la mia eterna gratitudine.

Ordinabile qui

Wednesday, 12 May 2021

Lenin, Quaderni filosofici. Introduzione di R. Fineschi, §1




Introduzione


1. I testi apparsi con il titolo Quaderni filosofici non sono una “opera” di Lenin concepita a tavolino, si tratta bensì di una raccolta di annotazioni di lettura e di estratti da opere filosofiche di vari autori non per la pubblicazione ma a fini di studio; essi furono compilati in periodi diversi della sua vita e riuniti editorialmente dopo la sua morte sotto questo titolo. L’arco di tempo coperto va dalle prime note sulla Sacra famiglia di Marx ed Engels del 1895 fino alle annotazioni su uno scritto di Plenge del 1916. La parte più ampia, l’unica che Lenin stesso abbia effettivamente intitolato Quaderni filosofici, risale agli anni 1914-15, periodo in cui, a Berna, egli lesse ed annotò importanti opere riempiendo ben otto quaderni ordinatamente numerati e titolati. Di particolare rilievo è la lettura, celebre, della Scienza della logica di Hegel che da sola occupa tre degli otto quaderni.

In italiano sono apparse due edizioni intitolate Quaderni filosofici: la prima, a cura di Lucio Colletti, per Feltrinelli nel 1958; essa è basata sull’edizione russa del 1947. La seconda, a cura di Ignazio Ambrogio, è apparsa per Editori Riuniti/Progress in tre diverse pubblicazioni: come vol. 38 delle Opere (1969), come seconda parte del III volume delle Opere scelte in sei volumi (1973) e, infine, come volume a sé (1976). È basata sull’ultima edizione russa che aggiunge importanti testi rispetto a quella del 1947 ed è quindi più completa rispetto a quella di Colletti; per questa ragione si è deciso di utilizzarla per una ristampa anastatica. Se l’edizione di Ambrogio è da preferire, sono tuttavia necessarie delle precisazioni. Per quanto il curatore nell’avvertenza e nelle note dia tutte le necessarie informazioni relative a date di redazione e testi di riferimento, la struttura può forse causare, nella mani di un lettore poco avvertito, dei fraintendimenti per tre ragioni. La prima è che sotto il titolo generale Quaderni filosofici sono raccolti scritti diversi solo una parte dei quali è stata effettivamente così intitolata fa Lenin. Sarebbe forse stato meglio usare un titolo generale diverso per la raccolta e quello in questione solo per la rispettiva parte. Va detto che è questo un difetto di quasi tutte le edizioni in commercio, non solo in Italia. La seconda è che l’ordine di presentazione non è sempre cronologico e questo non è immediatamente visibile nel testo, ma ricostruibile solo attraverso le note; un lettore non troppo avvertito potrebbe fraintendere e credere che successione fattuale nel testo e ordine di stesura coincidano. La terza è che non è immediatamente visibile la discontinuità fra testo e testo; si potrebbe pensare che si tratti di un corpus unico. Essendo questa una ristampa anastatica e non potendo pertanto intervenire direttamente, reputo utile fornire uno schematico elenco cronologico.

1895, Berlino. Riassunto della "Sacra Famiglia" di Marx e di Engels. 23 pagine di un quaderno a sé. Probabilmente agosto 1895 (comunque tra maggio e settembre di quell'anno, durante il suo primo soggiorno fuori della Russia).

1903, Ginevra. Annotazioni bibliografiche su Ueberweg e Paulsen. Si trovano in un quaderno di appunti su libri di carattere economico.

1904 (non prima del 15 novembre). Recensione di Ernst Teichmann ai libri di Ernst Haeckel. Foglietto a sé.

1908 (tra febbraio e ottobre). Estratti da Josef Dietzgen, Scritti filosofici minori.

1908 (non prima di maggio). Estratti da G.V Plekhanov, Questioni fondamentali del marxismo.

1908 (non prima). Estratti da Vladimir Sciuliatikov, La giustificazione del capitalismo nella filosofia Europea occidentale.

1909 (prima metà), Parigi. Schede relative ai libri di scienze naturali e Filosofia della biblioteca della Sorbona scritte a matita su due fogli a sé.

1909 (non anteriori). Estratti da Abel Rey, La filosofia moderna.

1909 (non anteriori). Riassunto delle Lezioni sull’essenza della religione di Feuerbach. Singoli fogli, poi riuniti in forma di quaderno.

1909 (non anteriori). Estratti da Abraham Deborin, Il materialismo dialettico.

1909-1911 (non prima, non dopo). Estratti da Plechanov, N.G. Cernysevskij.

1909-1911. Estratti da Steklov, N.G. Cernysevskij.

1913 (non prima). annotazioni bibliografiche. Quaderno intitolato Statistica agricola austriaca e altro.

1914/5, Berna. Quaderni filosofici. Il titolo in corsivo dopo il numero è di Lenin. . Probabile ordine cronologico.


Hegel. Logica I. Estratti dalla Scienza della logica; contiene sino all'estratto di pagina 215 del IV volume dei Werke hegeliani, 1834.

Lenin cita tutte le opere di Hegel dall’edizione tedesca dei Werke in 18 volumi, Berlino, 1832-1845 (più un volume supplementare pubblicato nel 1887).


Hegel. Logica II. Fino all'estratto di pagina 282 del V volume dei Werke, 1834.


Hegel. Logica III. Estratti sino alla fine del V volume dei Werke, e dell'Enciclopedia, nonché annotazioni relative al Traité de Chimie di J. Perrin.

Gli estratti e le note sulla Scienza della logica sono stati compilati tra settembre 1914 ed il 17 dicembre dello stesso anno (data scritta dallo stesso Lenin sul testo) ed hanno una numerazione progressiva sempre di Lenin (pp. 1-115).


Feuerbach. Riassunto del Leibniz di Feuerbach. Compilato probabilmente nel periodo settembre-novembre 1914.


(varia+) Hegel. Contiene le note su Genoff, Volkmann, Verworn, e l'inizio del riassunto delle Lezioni sulla storia della filosofia di Hegel.


Hegel. Fine del riassunto delle Lezioni sulla storia della filosofia.

Gli estratti e le note sulle Lezioni sulla storia della filosofia di Hegel sono stati compilati all'inizio del 1915. Lenin utilizza i volumi XIII-XV dell’edizione dei Werke sopra menzionata, Berlino, 1833-1836.


Hegel. Estratti dalle Lezioni sulla filosofia della storia di Hegel. Prima metà del 1915.


Filosofia. Note su Dannemann, Darmstadt, Napoleone, riassunto della Logique de Hegel di Noël, frammento intitolato Piano della dialettica (logica) di Hegel, note su Haas e Lipps, riassunto dell’Eraclito di Lassalle, frammento A proposito della dialettica, riassunto della Metafisica di Aristotele. Concluso maggio 1915.

1916 (non oltre giugno). Annotazioni su Plenge; si trovano nei Quaderni sull’imperialismo (quaderno “β”). .


Possibile, se non addirittura probabile, l’esistenza di altri materiali a noi non pervenuti. Solo a titolo di esempio, dei molti titoli inclusi nella ricca bibliografia in calce alla voce Karl Marx scritta da Lenin nello stesso periodo per il Dizionario Enciclopedico Granat non si hanno appunti, ma, almeno per alcuni dei testi indicati, è dichiarato dallo stesso Lenin uno studio approfondito. 
    In termini generali, nella lettura del testo bisogna tenere presenti dei caveat. Il primo e più importante è che non si tratta di testi scritti per la pubblicazione, quindi non sono stati autorizzati dall’autore. Il secondo è che il testo presenta più livelli. In genere è diviso in due colonne; da una parte si hanno gli “estratti”, ovvero la trascrizione sul quaderno di parti del testo che Lenin stava leggendo; dall’altra i suoi interventi che si distinguono in tre differenti modalità: 1) sottolineature ed enfatizzazioni, 2) commenti a lato che sembrano in genere sintetizzare il contenuto o il significato del passo in questione nei termini dell’opera stessa, 3) commenti più articolati, in genere racchiusi dentro a un riquadro, che rappresentano - sempre in linea generale - una più autonoma riflessione questa volta di Lenin. La distinzione è naturalmente indicativa ed in certi casi la differenza tra il livello 2 ed il livello 3 è oggetto di interpretazione.
   

Letture.org. Intervista a R. Fineschi su “La logica del capitale. Ripartire da Marx”

Fonte “La logica del capitale. Ripartire da Marx” di Roberto Fineschi Prof. Roberto Fineschi, Lei è autore del libro La logica del capitale....