Thursday, 26 February 2026

Leopardi e Bologna

Dal sito ufficiale della mostra dal titolo "L'infinito. Gli autografi di Giacomo Leopardi da Visso a Bologna" che si tenne dal 21 dicembre 2016 al 28 febbraio 2017 presso la Biblioteca dell'Archiginnasio, si legge quanto segue:

"Questa la mappa di Bologna nel 1840 con messi in evidenza i luoghi leopardiani:




1) Convento di San Francesco
2) Palazzo Pepoli
3) Via Castiglione (A e B)
4) Teatro del Corso
5) Palazzo Malvezzi de' Medici
6) Via San Vitale
7) Accademia di Belle Arti (A e B)
8) La Società del Casino e l'Accademia dei Felsinei in Palazzo Bolognini Amorini (A e B)
9) Via Santo Stefano e Via Remorsella (A e B)
10) Locanda della Pace (A e B)
11) Teatro comunale (A e B)"


Nel dettaglio, "Giacomo Leopardi fu a Bologna quattro volte:
1) dal 17 al 27 luglio 1825 alloggiò al convento di San Francesco;
2) dal 29 settembre 1825 al 3 novembre 1826 alloggiò all'ingresso del Teatro del Corso in casa Badini, presso Vincenzo Aliprandi;
3) dal 26 aprile al 20 giugno 1827 alloggiò alla Locanda della Pace;
4) dal 3 al 9 maggio 1830 alloggiò alla Locanda della Pace".

Sulla pagine della mostra ancora disponibile sono riprodotte anche altre belle stampe d'epoca che rendono ancora meglio il "sapore" del tempo e dell'ambiente bolognese profondamente cambiato in seguito alle inevitabili trasformazioni urbanistiche portate dalla modernità e dalle distruzioni belliche.

Bologna è importante nella vicenda personale ed editoriale Leopardiana, infatti proprio in questa città apparvero, soprattutto per interessamento dell'amico "spione" Brighenti, la prima cospicua raccolta delle Canzoni e successivamente gli Idilli (a loro volta accompagnati da altri componimenti poi non inclusi nei Canti).
Le "Canzoni del conte Giacomo Leopardi", a cura di Pietro Brighenti, furono pubblicate a Bologna, presso Nobili, nel 1824 e, oltre alla lettera dedicatoria a Vincenzo Monti e le annotazioni a commento, contenevano 10 testi:


I. All’Italia
II. Sopra il Monumento di Dante che si prepara in Firenze
Lettera al Conte Leonardo Trissino
III. Ad Angelo Mai quand’ebbe trovato i libri di Cicerone della Repubblica
IV. Nelle nozze della sorella Paolina
V. A un Vincitore nel pallone
Comparazione delle sentenze di Bruto minore e di Teofrasto vicini a morte
VI. Bruto minore
VII. Alla Primavera, o delle Favole antiche
VIII. Ultimo Canto di Saffo
IX. Inno ai Patriarchi, o de’ principii del genere umano
X. Alla sua Donna.

Sempre a Bologna e sempre a cura del Brighenti uscirono nel 1826 i "Versi del conte Giacomo Leopardi" presso la Stamperia delle Muse. Contenevano:

Idilli


- L'Infinito. Idillio I
- La sera del giorno festivo. Idillio II
- La ricordanza. Idillio III
- Il sogno. Idillio IV
- Lo spavento notturno. Idillio V
- La vita solitaria. Idillio VI
Elegie
Sonetti in persona di ser Pecora fiorentino beccaio
Epistola al conte Carlo Pepoli
Guerra dei topi e delle rane
Volgarizzamento della Satira di Simonide sopra le donne

E ancora a Bologna Leopardi compose una delle pochissime poesie del periodo 1823-1827, "L'epistola al conte Carlo Pepoli" (poi intitolata nei Canti solo "Al conte Carlo Pepoli". Gli altri due testi sono "Alla sua donna" del 1823 e il coro dei morti nell'Operetta di Fererico Ruysch), che lesse pubblicamente al casino dei nobili presso l'Accademia dei Felsinei il lunedì di Pasqua del 1826 (come scrisse lui stesso al fratello Carlo il 4 aprile dello stesso anno).
Tra le citazioni aneddotiche più famose che testimoniano il suo apprezzamento per la città, le seguenti:
"Città quietissima, allegrissima, ospitalissima, dove ho trovato molto buone accoglienze. Mangio come un lupo..."
Paragonando Bologna a Milano osserva: "A Bologna tutto è bello e niente è magnifico, a Milano tutto è magnifico e niente è bello“ (magnifico nel senso della "grandiosità").


Monday, 23 February 2026

Che cosa distrugge la scuola? Riflessioni a partire dal film "D’istruzione pubblica"

Che cosa distrugge la scuola?

Riflessioni a partire dal film D’istruzione pubblica


Il film D’istruzione pubblica affronta il tema della scuola, delle sue problematiche e delle strategie politiche di cui essa è momento. Sull’argomento ho già scritto in passato e rimando chi fosse interessato a questo testo: https://cambiare-rotta.org/2025/03/28/2-per-una-nuova-scuola-pubblica-contributo-di-roberto-fineschi/

Il film dice molte cose vere, anzi praticamente tutte. Se non capisco male, le tesi di fondo sono le seguenti:


1) il male della scuola italiana viene dalla sterzata educativa nella direzione pedagogica di derivazione statunitense di cui si parla da una trentina d’anni;

2) essa va di pari passo con l’autonomia scolastica (Bassanini/Berlinguer), l’aziendalizzazione degli istituti e il loro orientamento a formare lavoratori-non-cittadini, meri abili esecutori di mansioni in evoluzione.

3) In questo processo non c’è e non c’è stata differenza tra centro-destra e centro-sinistra, sodali in obiettivi e strategie.

Tutto quello che dice il film è sostanzialmente vero. Mi chiedo solo se esso riesca a inquadrare tutta la problematica e a cogliere, dunque, strategie e prospettive di risoluzione.


1) Tra ideale e reale

Il film pecca forse un po’ di idealismo, non nel senso banale che spinge all’agitazione politica in un contesto che pare sordo a determinate istanze, piuttosto nel presupporre una corrispondenza più o meno rapida tra strategie governative e loro effettiva attuazione nel reale contesto scuola. Solo a questa condizione la “deriva” della scuola potrebbe essere imputata alle scellerate decisioni dei governi degli ultimi trent’anni. Credo che ciò sia l’equivoco di fondo. Se è vero che le riforme pedagogiche e organizzative sono più che mai criticabili (come fa giustamente il film), il problema è più ampio. È lo stesso errore per cui la “svolta” neoliberale sarebbe stata una decisione strategica dei capitalisti a tavolino e non la risposta istituzionale alla crisi reale di valorizzazione del capitale.

(en passant: se le nuove strategie educative sono migliori di quelle vecchie ce lo diranno i fatti e non le dottrine apriori. A giudicare dai risultati raggiunti in altri paesi – USA in primis – e da quelli parziali italiani, direi che iniziare a nutrire forti dubbi sulla loro efficacia è più che lecito. Del resto, come tutti ben sanno, prima del cooperative learning non ci sono mai stati grandi poeti, grandi scienziati, grandi giuristi, ecc., non come ora che invece pullulano).


2) Pachidermi a passo lento

La scuola italiana è un pachiderma che procede a passi lentissimi. Partiamo dal corpo docente. Per semplificare possiamo dividerlo credo in tre segmenti:


a) il primo è quello politicamente impegnato, convinto del ruolo sociale della scuola come istituzione educativa e “politica” in senso eminente. È una minoranza ed esprime esattamente il punto di vista del film;

b) il secondo è costituito dalla grande maggioranza, docenti che fanno un lavoro, senza particolari idealità. Possono essere più o meno preparati, devoti, ecc., ma sostanzialmente svolgono una professione e alla fine del mese portano uno stipendio a casa. Sono per lo più persone serie, ma non hanno prospettive politiche o strategie educative di principio da attuare;

c) il terzo sono gli imboscati, presenti più o meno in tutte le istituzioni pubbliche che lo stipendio, per dirla alla spiccia, lo rubano. Sono una minoranza, che dà però nell’occhio e che è utilissima alla criminalizzazione della professione del docente.

I piani di riforma del governo da un punto di vista educativo (le “direttive”) sono oggetto di una discussione tutta ideale tra il gruppo a e il ministro. La scuola, nella pratica didattica dei docenti, è sostanzialmente impermeabile a tutto ciò, che passa come acqua fresca nell’indifferenza generale. Che le sue problematiche educative siano il risultato delle politiche “pedagogiche” neoliberali temo sia illusiorio. Certo, queste politiche non risolvono nessuno dei problemi della scuola, anzi li aggravano, ma sicuramente non li inventano.

E viene ovviamente da chiedersi se sia davvero l’obiettivo dei governi quello di introdurre i nuovi approcci educativi o se non sia invece solo fumo negli occhi. La vera strategia, a partire dall’autonomia in poi, è semplicemente una politica di tagli. Questo è forse il vero obiettivo neoliberale: non dare le risorse alla “azienda” scuola, che se le deve trovare da sé. E questa sì è stata una politica effettivamente seguita in passato e tutt’ora praticata.

I nuovi orientamenti fanno semmai parte di un piano di colpevolizzazione del corpo docente: la scuola va male perché queste cariatidi non seguono i nuovi orientamenti! Altrimenti, vedreste che roba! Consiglio di frequentare gli analoghi studenti statunitensi per un po’ per farsi un’idea più precisa. 


3) Di semplificazione in semplificazione

L’altro errore è probabilmente quello di credere che la causa della semplificazione dei libri di testo, dei programmi, ecc. sia, di nuovo, conseguenza di decisioni prese dall’alto. La semplificazione generale non è la causa, è ahimè l’effetto, tragico, del livello molto basso degli studenti (che ovviamente non sono colpevoli, ma vittime; bisogna però guardare le cose in faccia). Solo in alcuni licei – e rare eccezioni negli altri istituti – ci sono ormai studenti interessati a ciò che studiano, per il resto è sempre più esteso un diffuso lassismo, disinteresse, passività, ecc. 

L’aver messo le scuole in concorrenza tra di sé ha agevolato questo vero e proprio dramma sociale. “Litigarsi gli studenti” è ciò che ha implementato un costante e regolare abbassamento dei livelli di insegnamento, per il semplice fatto che si deve bocciare il meno possibile perché altrimenti si perdono cattedre, finanziamenti, ecc. Non bocciare conviene al dirigente, così l’istituto appare virtuoso, al docente che non perde la classe e allo studente scansafatiche che “gode” (si fa per dire, la vittima ovviamente è lui) dei vantaggi di un sistema che premia al ribasso. Non perché io sia favorevole a bocciare a tappeto, beninteso; si tratta di mantenere però certi standard di decenza. Che la scuola serva a creare dei lavoratori “competenti” è, temo, un’illusione; diciamo che troppo spesso ci si limita a rallentare la creazione di novelli giovin signori, edonisti passivi, incapaci a tutto. 

Ciò ovviamente non esclude che ci siano scuole selettive, ma sono una minoranza e servono a produrre quell’esiguo numero di individui davvero “competenti” funzionali ai processi di riproduzione del capitale.

Nel cercare i colpevoli della generale insipienza parte la catena per cui si dà la colpa al livello di istruzione che precede quello attuale, un comodo scaricabile. La verità è che parte dei ragazzi, delle famiglie, dei docenti stessi sono espressione di un contesto culturale fortemente impoverito sia valorialmente che socialmente. La scuola semplicemente lo riflette. E per questo ci sono delle ragioni strutturali, non meramente propagandistiche o strategiche di capitalisti e ministero. 

Anche qui, i giovani politicamente attivi, anche in senso non strettamente partitico, sono una minoranza. Lo stato di fatto non è colpa, in prima istanza, né delle idee individuali di Rousseau né delle fondazioni create da Rockfeller, ma delle dinamiche oggettive di produzione e socializzazione del capitalismo crepuscolare. Ciò ovviamente non significa che non si debba agire anche sul piano organizzativo, pedagogico, educativo, cinematografico, ecc., ma se non si inquadrano questi sforzi alla luce della comprensione delle tendenze strutturali temo che l’efficacia sia ridotta.

Per un primo modesto tentativo di fare questo collegamento, rimando all’articolo citato in apertura.


Thursday, 19 February 2026

Mai dire... (Angelo) Mai. Leopardi e gli "amici" romani

Mai dire... (Angelo) Mai. Leopardi e gli "amici" romani 


Angelo Mai, chi era costui?

Forse nemmeno a Bergamo – città che dal 1954, con solenne discorso del bergamasco Giuseppe Roncalli, futuro papa Giovanni XXIII, gli ha intitolato la proprio biblioteca civica ubicata nel magnifico Palazzo nuovo della città alta – la maggioranza lo sa.

Il nostro nacque a Schilparo, remoto paesino della Valle di Scalve, all’estremo nord-est della Provincia di Bergamo, e nel capoluogo studiò presso il seminario per qualche anno, prima che Napoleone lo chiudesse. Assai più importanti tuttavia furono i periodi milanesi e romani in cui, rispettivamente all’Ambrosiana e alla Vaticana, egli fu attivo come bibliotecario, inventariando e studiando migliaia di pergamene. La sua applicazione ai palinsesti lo portò alla riscoperta di testi fondamentali di Frontone e soprattutto di larga parte del De Republica di Cicerone.

Ma il nome frulla forse nella mente di molti perché giustamente viene ricollegato a Giacomo Leopardi e alla sua celebre canzone Ad Angelo Mai che per l’appunto celebra, nella sua ottica risorgimental-classicistico-patriottica di quegli anni, gli incredibili ritrovamenti del sacerdote bibliotecario.


Se la canzone è scritta in particolare per commemorare i ritrovamenti ciceroniani, già in precedenza Leopardi, spinto da quelli frontoniani, aveva scritto un Discorso sopra la vita e le opere di M. Cornelio Frontone. Sebbene alla fine rimasto inedito per volontà propria, Leopardi lo aveva fatto pervenire al Mai che aveva risposto commentandolo e dando indicazioni. Nel maggio 1816 iniziò dunque il loro scambio epistolare e si protrasse nel corso degli anni.

I rapporti si rinsaldarono dopo il trasferimento di Giacomo a Roma dal novembre del 1822; da quanto si capisce dalla lettere ai familiari, in quel periodo la frequentazione fu tutt’altro che sporadica, vivacizzata dalla frequentazione di pranzi durante i quali il nostro si rese protagonista anche di imbarazzanti siparietti di cui si parlò variamente nei salotti romani, al tal punto che la voce giunse fino a Monaldo che gliene chiese conto.

Nella lettera al padre del 15 marzo 1823 Giacomo spiega come in uno di questi consessi la conversazione cadde sul discorso funebre tenuto dal Cardinal Missirini in occasione della morte di Canova che Leopardi valutò modesto, ottenendo l’approvazione generale della maggioranza dei presenti, salvo quella di Mai che non si pronunciò non avendolo sentito. A un certo punto fu chiarito che uno dei commensali, che inavvertitamente non era stato presentato, era proprio il suddetto cardinale Missirini… Nell’imbarazzo generale la cosa fu lasciata cadere, ma pare che il cardinale offeso iniziò a mettere in giro voci sul nostro costringendo successivamente lo stesso Mai a intervenire per farlo desistere.

Leopardi descrive il Mai come persona affabile, ma, nella sostanza, politicante, che mirava ai propri obiettivi facendo buon viso a tutti (lettera a Monaldo del 9 dicembre 1822). Tuttavia, il nostro non può lamentare nulla di negativo nei propri confronti da parte sua. Avrà però presto modo di cambiare idea...

Nelle sue ricerche filologiche Leopardi ebbe modo di rinvenire un frammento dell’erudito siriano del IV secolo Libanio. Ne informava il Niebuhr nella lettera del 9 aprile del 1823 nei seguenti termini: “Forse non sarà discaro a V. E. l’intendere che ultimamente ho trovato e trascritto nella Biblioteca Barberina il supplemento d’una gran lacuna della famosa orazione di Libanio ὑπὲρ τῶν ἱερῶν il qual supplemento equivale incirca ad una quinta parte dell’orazione”.


Il Mai, venutolo a sapere, “si approprierà” della scoperta pubblicandola in appendice alla nuova edizione ampliata degli scritti di Frontone prima che Leopardi potesse approntare la sua. Giacomo lo viene a sapere dal cugino Melchiorri nella lettera del 9 settembre del 1823 e ne informerà a sua volta il Niebuhr nella missiva del 4 ottobre 1824: “Io posso bensì assicurarla che è falso che nel Codice Barberini di Libanio si trovi nulla d’inedito. Solamente vi è l’orazione ὑπὲρ ὀλυμπίου, non contenuta nell’edizione di Reiske, ma pubblicata però negli aneddoti del Siebenkiis (non so se io scrivo bene questo nome): e vi si trova ancora il supplemento alla gran laguna dell’orazione ὑπὲρ τῶν ἱερῶν. Il qual supplemento io vi trovai, e lo copiai con animo di pubblicarlo, ma fui prevenuto da Mons. Mai, il quale avendo saputa questa mia piccola scoperta, si affrettò di cercare lo stesso supplemento nei Codd. Vaticani, e lo pubblicò in calce del Frontone Romano, come Ella sa”.

Scrivendo al cugino Melchiorri da Bologna qualche anno dopo – il 17 febbraio 1826 – Leopardi si rallegra di non aver più bisogno di simili amicizie: “Di quello che ti ha detto mons. Mai, so già ogni cosa. Sono tutte chiacchiere inutili. Ma, grazie al cielo, ora io non ho bisogno né di Mons. Mai né della canaglia della Corte romana”.

Triste epilogo di un rapporto cominciato tra grandi entusiasmi e terminato con un duraturo malumore. Un po’ lo specchio dell’esperienza romana, traditrice delle grandi aspettative coltivate a Recanati.

Sunday, 4 January 2026

Dominio senza direzione? Egemonia reale e guerra nel capitalismo crepuscolare

Pubblico online la relazione acclusa negli atti del forum della Rete dei comunisti dal titolo "Il giardino e la giungla" del 18-19 marzo 2023 in cui sintetizzavo varie cose dette nel periodo precedente e che mi paiono attuali.




 Dominio senza direzione?

Egemonia reale e guerra nel capitalismo crepuscolare





1) Geopolitiche astratte? Una risposta inadeguata

La guerra non è certo una novità del mondo contemporaneo; da quando esistono società complesse gli esseri umani hanno sempre fatto guerre; da sempre i filosofi se ne sono occupati, ma più recentemente è nata una disciplina che in modo più politically correct ha cercato di affrontarla in maniera ancora più esplicita: le relazioni internazionali. In esse si cerca di sciogliere il nodo della guerra non per giustificarla da un punto di vista morale, ma per spiegarne la necessità fattuale nel mondo politico (i rapporti di potere producono degli equilibri che non si tratta di giudicare perché belli o brutti, ma semplicemente in quanto instaurano un ordine) o nel tentativo di evitarla proprio per le caratteristiche che ha. Tanto gli approcci realisti e neorealisti, quanto quelli che hanno invece cercato una via diplomatica, non violenta alla soluzione delle controversie internazionali di stampo liberale o neoliberale (Bobbio ad esempio), a mio modo di vedere hanno una questione filosofica di fondo che consiste nel partire da una concezione che dal punto di vista di Marx è criticabile, vale a dire il contrattualismo: considerare la formazione dell'istituzione statuale come un contratto sociale, che naturalmente si risolve poi diversamente in diversi filosofi.

Instaurata una società che in qualche modo argina la violenza anarchica dello stato di natura a livello interno, il problema si ripropone a livello esterno nelle relazioni internazionali in cui, di nuovo, i singoli funzionano come atomi anarchici. Secondo alcuni la loro interazione porta naturalmente a un equilibrio tra forze contrapposte e, alla fine, stabilisce un ordine che non è necessariamente giusto o bello, ma è un ordine. Invece secondo altri quest'ordine va costruito in qualche modo replicando la dimensione contrattualistica attraverso istituzioni terze che riescano, da una posizione super partes, a riconciliare e ricomporre il dissidio atomico dell'anarchia. Le ultime vicende hanno rilanciato sicuramente approcci realistici o neorealistici: il sistema instabile in cui ci troviamo dalla fine prima del bipolarismo della guerra fredda e poi con la crisi di un potenziale unipolarismo degli Stati Uniti come potenza egemone mondiale costituiscono un sistema dall’equilibrio instabile in cui varie forze cercano i propri spazi di una possibile ricomposizione generale; qui l'elemento della guerra è drammaticamente una carta da giocare, una carta che è stata giocata non solo in Ucraina ma anche varie altre parti del mondo. Questo non significa ridurre tutte le guerre a tattica geopolitica; esistono motivazioni interne e specifiche di crisi della società ucraina che preesistono sicuramente alla guerra attuale e che anzi l'hanno preparata; su di esse però insistono anche interessi più generali che tuttavia hanno un peso notevole anche nelle dinamiche interne.


2) Geopolitica o riproduzione sociale complessiva in forma capitalistica?

La teoria di Marx aggiunge degli elementi d'analisi utili alla comprensione di come queste forze internazionali e nazionali agiscono nel tentativo di dire la loro, di imporsi. Un problema delle teorie realiste o comunque di quelle che si basano sull'idea degli Stati come soggetti individuali risiede infatti nella limitata capacità di stabilire quali siano le motivazioni e soprattutto il contesto strutturale in cui questi stati agiscono. La logica di potenza, di potere ecc. sicuramente sono un elemento decisivo, ma probabilmente astratto, o meglio parziale; non permettono di comprendere a 360 gradi le ragioni profonde o, quantomeno, riducono la complessità delle cause che spesso non è riconducibile solo alle decisioni dei singoli governi. Secondo Marx non ci sono gli astratti Stati che agiscono; essi si collocano in configurazioni peculiari che hanno delle caratteristiche storicamente determinate e che rispondono a una logica specifica che di fatto crea un contesto economico, sociale e politico solo all'interno del quale esiste una gamma di scelte possibili; contesto che non coincide, anzi trascende la somma delle singole decisioni individuali, spesso sovradeterminandole. Ignorare questo aspetto – e non lo dice solo Marx, ben inteso - non permette di cogliere appieno la gamma del possibile, le alternative sul tavolo di fronte agli effettivi attori politici che poi prendono decisioni. Questa cornice Marx la chiama modo di produzione capitalistico, un sistema di riproduzione sociale che non parla dell'essere umano in generale, della società in generale ma di una strutturazione peculiare che ha un andamento determinabile e che appunto pone dei confini a questo andamento, il modo di produzione capitalistico esiste infatti in formazioni economico-sociali specifiche (i “capitalismi”).

Pare impossibile, anche senza essere marxisti, marxiani o in qualunque modo si voglia connotare un orientamento di questo tipo, negare che nel modo di produzione capitalistico il motore fondamentale dell'azione è la valorizzazione del capitale: essa è la conditio sine qua non che fa sì che il sistema stia in piedi, non semplicemente che si decida di fare la guerra o non fare la guerra: è una condizione non solo storica o fattuale, ma ontologica di esistenza della modernità. Questa precondizione così astratta si configura poi in sistemi più complessi che, al di là del capitale in generale, includono chiaramente capitalismi storicamente, geograficamente determinati eccetera. Tutto ciò implica delle dinamiche che, a lungo andare, secondo Marx in qualche modo modificano la natura stessa del capitalismo in una maniera che sostanzialmente mina le basi stesse su cui esso si fonda. In questo senso, generalizzando ancora di più, la teoria del capitale è una teoria dialettica in cui l'idea di conflitto, di auto-contraddittorietà è intrinseca al sistema. È la natura stessa della realtà che, nel modo di produzione capitalistico, si caratterizza come processo di valorizzazione che, a un certo punto, mette in crisi le stesse condizioni di tale processo; il capitalismo non si riproduce in maniera circolare ma crescendo su se stesso, raggiungendo, a un certo punto, una condizione per cui mette in crisi il funzionamento “naturale” del processo di valorizzazione.

Quali sono gli elementi che lo caratterizzano: l'impiego sempre più massiccio di tecnologie, di macchine, i progressi della scienza che Marx non poteva neanche immaginare che aumentano la produzione del plusvalore relativo, che parallelamente escludono una massa crescente di forza-lavoro determinando quindi una disoccupazione di massa, una sovrapproduzione di massa, tutte condizioni che di fatto mettono in crisi il meccanismo di valorizzazione. Questa condizione strutturale, qui solo brevemente richiamata, la chiamo capitalismo crepuscolare; un elemento chiave di questa fase consiste proprio nell'incapacità del sistema di mantenersi e progredire semplicemente sulle basi del meccanismo “naturale” di valorizzazione. Ci sono degli ostacoli che il sistema stesso da solo non riesce a rimuovere, si incarta in se stesso.

Se questa è la cornice generale in cui la dinamica fondamentale si muove, essa delimita i confini all’interno dei quali l'azione politica, l'intervento di istituzioni può di fatto agire come fattore che toglie gli inceppi, che fa ripartire in qualche modo il processo. Ciò può essere fatto in maniera pacifica attraverso il welfare state, l'investimento statale sia economico e sociale (i cosiddetti meccanismi keynesiani), ma in realtà si può anche intervenire attraverso mezzi violenti: è sostanzialmente possibile imporre condizioni di valorizzazione che non sarebbero “naturali”, che non si realizzerebbero cioè in base allo sviluppo del modo di produzione capitalistico per com'è. Alterando in maniera “extra-economica” questi vincoli, di fatto si permette una valorizzazione.


3) Che c’entra la guerra?

Che c’entra questo con la guerra? Una delle possibilità, non necessariamente l’ unica ma una delle possibilità sul tavolo, è ricorrere alla violenza per imporre determinate condizioni di valorizzazione o per bloccare condizioni di valorizzazione di capitali mossi da altri paesi o che nascono in altre nazioni; il ricorso alla violenza e alla guerra come manifestazione principe della violenza, come violenza organizzata, statuale e perpetrata con mezzi di distruzione massicci, può rientrare in un quadro di questo tipo, cioè può diventare una delle carte da giocare, o addirittura, in certi casi, un'ottima carta.

Nella situazione attuale, senza parlare direttamente dell'Ucraina, è evidente che, oltre alla dimensione specifica, esiste un problema di ricollocazione mondiale tra potenze che rappresentano grandi sistemi: chiaramente gli Stati Uniti da una parte, la Cina dall'altra, la Russia in una posizione intermedia (per non parlare dei cosiddetti “paesi emergenti”). I sistemi di penetrazione sono diversi tra loro: da una parte la Cina agisce sulla base della sua capacità produttiva, di egemonia reale grazie alla quale entra comprando, costruendo, facendo investimenti. È una modalità che è impossibile fuori dalla Cina perché si realizza grazie alla sinergia tra capitale privato e capitale pubblico, che in maniera coordinata fanno operazioni che non sarebbero immaginabili in un sistema puramente capitalistico, dove nessuno appoggerebbe in maniera così forte investimenti che non è sicuro che diano un ritorno garantito. Le grandi istituzioni finanziarie cinesi lo fanno perché è una decisione politica, legata alla proprietà statuale di esse. Nel capitalismo puro questo non succede perché la banca, l'investitore agisce solo con la garanzia di un ritorno. Ciò dà alla Cina un vantaggio competitivo notevole.

Da una parte c'è dunque un paese in grande espansione produttiva, commerciale, finanziaria che sicuramente vede nella Russia un possibile alleato, se non altro temporaneo, dall'altra c'è la grande forza tradizionale statunitense, probabilmente in declino, che non riesce a competere a questi livelli e che chiaramente considera la guerra come una delle possibilità. In realtà tutti la considerano, ma il vantaggio degli Stati Uniti è quello di essere il più forte militarmente. Con ciò non si vuole ridurre la complessa questione solo alle dinamiche imperialiste statunitensi; le variabili in gioco sono più ampie e includono altri interessi di terzi altrettanto poco nobili. Il punto è che in un quadro complessivo di questo tipo, la guerra è una delle carte che queste grandi potenze possono giocare, in particolare quelle che, per i motivi detti, hanno più interesse e vantaggio nel farlo. In questo momento la condizione di equilibrio internazionale è frammentata; se la posta in gioco è ridiscutere le condizioni, in un sistema a capitalizzazione difficile sicuramente la possibilità della guerra è una di quelle che i “decisori” considerano.


4) Dominio senza direzione? Forza senza egemonia?

L’Europa e l’Italia che ruolo possono giocare? Questi paesi hanno convenienza e tessere relazioni con Cina e Russia e già lo stanno facendo. Questa guerra è, tra le altre cose, sicuramente un richiamo all’ordine, soprattutto alla Germania, l’unico dei paesi europei in grado di dire la sua sul grande tavolo mondiale. Se questo richiamo all’ordine danneggia le economie europee, le condizioni sono tali per cui per esse sganciarsi dagli US non è possibile, sia per motivi militari, sia perché legarsi ad altri nuovi padroni è un’incognita. Sì, perché la decisione è a quale padrone in ultima istanza sottostare. Fatti tutti i conti per ora si preferisce il vecchio, per quanto è ormai evidente il bisogno di sganciarsi o rinegoziare le condizioni di vassallaggio.

L’incapacità di trasformarsi in un soggetto politico effettivo rende i singoli paesi europei marginali nelle trattative internazionali e la politica neomercantilistica tedesca, che ha prosciugato gli altri paesi senza pietà, sicuramente non ha creato consenso affinché la Germania possa giocare un ruolo di leadership effettivamente unitaria. Speravano che spolpando gli altri poi avrebbero potuto sedere autonomamente al tavolo dei grandi. Questa doccia fredda li riporta alla dura realtà del vassallaggio.

Insomma, l’amministrazione a stelle e strisce almeno per adesso sembra ottenere diversi risultati a sé utilissimi: 1) Russia in un pantano, 2) Europa (Germania) punita per la sua esuberanza, 3) progetto della Via della Seta reso molto complesso nel suo terminale europeo (nuovo muro tra est e ovest), 4) commesse militari e gas alle stelle per super profitti delle grandi corporation. Pare che il ragionamento sia di giocare la partita fino a quando la si può gestire da una posizione militare di forza. Bisognerà vedere fino a che punto vorranno spingersi per costringere i vari dissidenti a piegarsi. Sono infatti sempre più quelli, alcuni alleati storici, che iniziano a percepire che forse il vento sta cambiando e che fanno accordi per sganciarsi dal dollaro con intese bilaterali che bypassano il vecchio interlocutore unico. Per questo gli Stati Uniti stanno facendo pressioni a quei paesi che non si sono allineati minacciando rappresaglie se acquisteranno dalla Russia le eccedenze dovute alle sanzioni, ma l’effetto collaterale è spingere questi paesi a organizzarsi in proprio.

Dati gli attuali rapporti di forza, i paesi occidentali, tuttora militarmente semi-occupati, non possono probabilmente fare altrimenti, anche se ci rimettono. Ma può essere un’operazione a contropartita zero? Pura forza? Se così fosse, inizierebbe una nuova fase in cui gli “alleati” hanno solo paura senza prospettive generali di vantaggio. Solo dominio e niente direzione? Diventerebbe una dinamica potenzialmente pericolosa e instabile. Come si può immaginare a lungo andare un equilibrio nazionale e internazionale in cui chi gestisce le fila solo prende e non spartisce? Che domina con la mera forza?

L’egemonia reale non consiste solo, come talvolta ingenuamente si crede, nella propaganda e nel convincimento soggettivo; si tratta piuttosto di processi reali che da una parte includono la propaganda, ma dall’altra la trasformazione effettiva delle dinamiche reali di produzione e riproduzione che modificano in termini in parte vantaggiosi anche le condizioni dei subordinati. Per es. l’egemonia statunitense del dopoguerra non si basava solo sulla propaganda libertaria anti-comunista, ma soprattutto sulla creazione di condizioni materiali che hanno consentito un progresso effettivo dello “occidente” ed il miglioramento generale degli standard di vita, rendendo una pratica sociale effettiva la “personalità”: non solo ideologia della libertà individuale, ma sua esistenza nella prassi. Tutto ciò a condizione del vassallaggio: dominio e direzione, forza ed egemonia. Proprio questo è il meccanismo che pare si stia incrinando: gli Stati Uniti non sembrano più nelle condizioni di perpetrare un’egemonia reale, ma un vassallaggio costruito solo sul dominio/forza non può durare a lungo.

Pare insomma configurarsi una crisi dell'egemonia occidentale nel processo di mondializzazione. Se l’integrazione obiettiva dell'economia mondiale come processo strutturale del modo di produzione capitalistico è oramai irreversibile e ne rappresenta la tendenza di fondo, si possono sicuramente distinguere configurazioni storicamente determinate di questo processo che possono prevedere fasi di accelerazione, di rallentamento, di egemonia di alcuni stati/blocchi per periodi più o meno lunghi. Adesso mi pare ci si trovi in una fase di rinegoziazione e passaggio di egemonia (ciò può implicare anche ridefinizione delle filiere e delle catene di valore in chiave più restrittiva, ma che come tali non modificano la tendenza di lungo periodo).


5) Conclusioni quanto mai provvisorie

In conclusione, per tornare a Marx, vorrei sottolineare come la sua teoria permetta di considerare altri tipi di guerra e altri tipi di conflittualità che per adesso sono rimasti sottotraccia. Il gioco delle potenze internazionali ha anche una dinamica interna, nazionale, fatta altrettanto di conflitti. Senza voler tirar fuori il conflitto di classe, chiamiamolo pure come si preferisce, pare evidente che all'interno della società cinese, russa, italiana, statunitense in questo momento c'è una fase di conflittualità potenziale estrema dovuta proprio alla crisi del modo di produzione capitalistico, che non solo non garantisce più il pieno impiego, ma che sta producendo disoccupazione di massa, impoverimento costante dei ceti medi eccetera eccetera. Per farla breve, Marx tenta di mettere insieme la dinamica interna nella sua proiezione esterna come parte di un processo articolato, ma unitario. Aggiunge quindi, secondo me, degli strumenti interessanti per tentare di comprendere questa complessità in cui la dimensione della violenza, della guerra, risultano essere intrinseche alla crisi profonda, di sistema, del modo di produzione capitalistico. Ciò non significa né che esso crolli, né che ci sia la rivoluzione, né chissà cosa; però è evidente l’esistenza di una crisi profonda le cui dinamiche producono il conflitto o la guerra fra le sue variabili principali.




Saturday, 20 December 2025

Intervista su Radio Città Pescara Popolare Network

 

Radio Città Pescara Popolare Network 97.8 / 88.9 MHz was live.



#OnAirNow Puntata straordinaria sulla nuova traduzione del Capitale di Marx con: Marco Fars, Giancarlo Trotta e Roberto Fineschi


Sunday, 7 December 2025

Silloge Leopardiana



Silloge di post leopardiani da facebook

In vista di un lavoro su "Leopardi politico", raccolgo un po' di post "leopardiani" dal passato :)





10 settembre 2021

Il primo periodo leopardiano a Firenze non fu tra i più felici. Vi arrivò il 21 giugno 1827 e, prima di lasciare la città incerto se “svernare” a Pisa o Roma, il 16 agosto scrisse a Francesco Puccinotti a Macerata:

“Sono stanco della vita, stanco della indifferenza filosofica, ch’è il solo rimedio de’ mali e della noia, ma che in fine annoia essa medesima. Non ho altri disegni o altre speranza che di morire”.

Non nella migliore disposizione d’animo, il nostro, fortunatamente, decise di andare a Pisa che ebbe su di lui, da subito, un effetto rigenerante. Il suo umore cambiò repentinamente in meglio. Il clima, l’aria, il sole, la vista, l’ambiente… insomma tutto. Il 12 novembre, pochi giorni dopo il suo arrivo, scrisse una famosa lettera alla sorella Paolina:

“Sono rimasto incantato di Pisa per il clima: se dura così, sarà una beatitudine. Ho lasciato a Firenze il freddo di un grado sopra il gelo; qui ho trovato il caldo, che ho dovuto gittare il ferraiuolo e alleggerirmi di panni. L’aspetto di Pisa mi piace assai più di Firenze. Questo lung’Arno è uno spettacolo così bello, così ampio, così magnifico, così gaio, così ridente, che innamora: non ho veduto niente di simile né a Firenze né a Milano né a Roma; e veramente non so se in tutta l’Europa si trovino molte vedute di questa sorta. Vi si passeggia poi nell’inverno con gran piacere, perché v’è quasi sempre un’aria di primavera: sicché in certe ore del giorno quella contrada è piena di mondo, piena di carrozze e di pedoni: vi si sentono parlare dieci o venti lingue, vi brilla un sole bellissimo tra le dorature dei caffè, delle botteghe piene di galanterie, e nelle inventriate dei palazzi e delle case, tutte di bella architettura. Nel resto poi, Pisa è un misto di città grande e di città piccola, di cittadino e di villereccio, un misto così romantico, che non ho mai veduto altrettanto. A tutte le altre bellezze, si aggiunge la bella lingua. E poi vi si aggiunge che io, grazie a Dio, sto bene; che mangio con appetito; che ho una camera a ponente, che guarda sopra un grand’orto, con una grande apertura, tanto che si arriva a veder l’orizzonte, cosa di cui bisogna dimenticarsi in Firenze”.

E lo stesso giorno si espresse in termini analoghi in una lettera a Giampietro Vieusseux a Firenze. A Pisa si sente a casa; per certi aspetti gli ricorda Recanati e ridesta nella sua mente rasserenata le “rimembranze” del passato. Il 25 febbraio del 1828 racconta sempre alla sorella:

“Io sogno sempre di voi altri, dormendo e vegliando; ho qui in Pisa una certa strada deliziosa, che io chiamo Via delle rimembranze: là vo a passeggiar quando voglio sognare a occhi aperti. Vi assicuro che in materia di immaginazioni, mi pare di esser tornato al mio buon tempo antico”.

Come è ben noto, questo processo di lento adattamento e maturazione al nuovo ambiente porta, nell’aprile del 1828, alla ripresa del poetare. Ce lo dice di nuovo Giacomo in una lettera sempre a Paolina del 2 maggio:

“[…] e dopo due anni, ho fatto dei versi quest’Aprile; ma versi veramente all’antica, e con quel mio cuore d’una volta”.

Si tratta delle prime stesure de Il risorgimento (7-13 aprile) e di A Silvia (19-20 aprile), i primi dei cosiddetti Grandi Idilli o Canti Pisano-Recanatesi.

Insomma, bisogna proprio ringraziare Pisa, che mise di buon umore anche Leopardi. Visse in “via Fagiuoli” (ora via della faggiola 17) in casa Soderini (“impiegato non so in qual tribunale […] La gente di casa è buona”), dove insieme a Giuseppe viveva la moglie a la cognata, tal Teresa Lucignani, che racconterà come Giacomo facesse colazione alle 8 con cioccolata e caffè e uscisse alle 2 a passeggiare per un paio d’ore.

Una targa un po’ retorica ricorda l’ispirato periodo e ieri, girovagando per la città, ci sono passato sotto :) :)



1 giugno 2024

Primato della politeia

"Del resto, sebbene la morale per se stessa è più importante, e più strettamente in relazione con tutti, di quello che sia la politica, contuttociò a considerarla bene, la morale è una scienza puramente speculativa, in quanto è separata dalla politica: la vita, l'azione, la pratica della morale, dipende dalla natura delle istituzioni sociali, e del reggimento della nazione: ella è una scienza morta, se la politica non cospira con lei, e non la fa regnare nella nazione. Parlate di morale quanto volete a un popolo mal governato: la morale è un detto, e la politica è un fatto: la vita domestica, la società privata, qualunque cosa umana prende la sua forma dalla natura generale dello stato pubblico di un popolo".

(G. Leopardi, Zibaldone, 9 nov. 1820)



9 giugno 2024

Proto-marxismo leopardiano? ;)

C'è tanto di rovesciamento (Verkehrung), ma manca il passaggio dall'interpretazione alla prassi (se non fischiando) :) :)

"... ridiamo insieme alle spalle di questi coglioni, che possiedono l'orbe terracqueo. Il mondo è fatto a rovescio, come quei dannati di Dante che avevano il culo dinanzi ed il petto di dietro; e le lagrime strisciavano giù per lo fesso. E ben sarebbe più ridicolo il volerlo raddrizzare, che il contentarsi di stare a guardarlo e fischiarlo".

(G. Leopardi, Lettera a Pietro Brighenti del 22 giugno 1821).



13 giugno 2024
Leopardi aulicamente sulla virtù :) :)

"Domando io: è vero o non è vero che la virtù è il patrimonio dei coglioni[?]

...tale che nessuno de' più infiammati nello scriverla, vorrebb'esser quello che l'adoperasse, e nemmeno esser creduto un di quelli che l'adoprino? (cioè un minchione)"


24 giugno 2024

Il primo soggiorno di Leopardi a Firenze iniziò il 21 giugno 1827. Il 3 settembre dello stesso anno vi incontrò Manzoni, giunto in città pochi giorni prima per “risciacquare i panni in Arno” dopo la pubblicazione della “ventisettanta” tra il 1825 e 1827. L’occasione fu un ricevimento organizzato in onore del grande e celeberrimo autore milanese da Vieusseux presso Palazzo Buondelmonti.

Del romanzo si faceva un gran parlare e Leopardi sembrò dapprima averne un giudizio poco informato, ma apparentemente prevenuto, probabilmente per l’ideologia cattolica del suo autore. In una lettera a Stella del 23 Agosto 1827 afferma: “Del romanzo di Manzoni (del quale io ho solamente sentito leggere alcune pagine) le dirò in confidenza che qui le persone di gusto lo trovano molto inferiore all’aspettazione. Gli altri generalmente lo lodano”.

Insomma, chi se ne intende ne sarebbe stato deluso. A rinforzare questa prima valutazione negativa scrive a Brighenti il 30 Agosto 1827 (pochi giorni prima del ricevimento): “Qui si aspetta Manzoni a momenti. Hai tu veduto il suo romanzo, che fa tanto rumore, e val tanto poco?”.

L’impressione che però ebbe di Manzoni dall’incontro e, a quanto afferma nelle lettere, da una qualche frequentazione (Manzoni sarebbe restato con la famiglia a Firenze per tutto il mese di settembre), fu invece positiva. Al padre Monaldo scrive l’8 settembre di averlo conosciuto (“Tra’ forestieri ho fatto conoscenza e amicizia col famoso Manzoni di Milano, della cui ultima opera tutta l’Italia parla, e che ora è qui colla sua famiglia”). Nel marzo del 1828, oramai a Pisa e poco prima di rimettersi a scrivere poesie, commenta con Papadopoli (lettera del 25 Febbraio 1828): “Ho veduto il romanzo del Manzoni, il quale, non ostante molti difetti, mi piace assai, ed è certamente opera di un grande ingegno; e tale ho conosciuto il Manzoni in parecchi colloqui che ho avuto seco a Firenze. È un uomo veramente amabile e rispettabile”.

Il giudizio positivo sia sulla persona che sull’opera è confermato in un’altra lettera a Monaldo del 17 giugno 1828: “Ho piacere che Ella abbia veduto e gustato il romanzo cristiano di Manzoni. È veramente una bell’opera; e Manzoni è un bellissimo animo, e un caro uomo”.

Addirittura, quando si giustificherà con il padre per aver precisato che i dialoghetti filo-cattolici scritti dal genitore non erano opera sua, come invece molti pensavano, cita Manzoni come autore per antonomasia e il suo romanzo come opera per eccellenza: avrebbe smentito anche se i Promessi sposi gli fossero stati attribuiti (lettera a Mondalto del 28 maggio 1832: “L’una, che mi è parso indegno l’usurpare in certo modo ciò ch’è dovuto ad altri, e massimamente a Lei. Non son io l’uomo che sopporti di farsi bello degli altrui meriti. Se il romanzo di Manzoni fosse stato attribuito a me, io non dopo 4 mesi, ma il giorno che l’avessi saputo, avrei messo mano a smentire questa voce in tutti i Giornali”).

Nella continuazione precisa di non essere un rivoluzionario, di avere rispetto della morale cattolica, ma che essa non è la sua.

Insomma, viva Leopardi, viva Manzoni e Firenze, la città che li ha fatti conoscere.


25 giugno 2024

Leopardi visse a Firenze in tre diversi periodi: nell’estate del 1827 per poi trasferirsi a Pisa; di ritorno da Pisa l’anno seguente; quindi per un più lungo periodo dal 1830 al 1833 (con un intervallo romano al seguito di Ranieri a suo volta al seguito di una delle sue amate).

Pur non amando la città – di cui si lamenta per il vento, il costo, le contadine, il freddo, la mancanza di orizzonte (cfr. lettere al fratello Carlo del 23 Agosto 1827, Francesco dell’8 Settembre 1827, a Paolina del 12 Novembre 1827) – qui scriverà testi importanti tra cui le prime poesie del ciclo di Aspasia “ispirate" a Fanny Targioni Tozzetti e le ultime due operette morali (Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggere e Dialogo di Tristano e di un amico nel 1832, comprese nell’edizione Piatti, Firenze 1834; forse anche Dialogo di Plotino e di Porfirio nel 1827). Uscì a Firenze nel 1831 sempre presso Piatti la prima edizione dei Canti, dedicata agli "amici suoi di Toscana".

Ecco alcuni luoghi leopardiani: Palazzo Buondelmonti (pre-restauro) in Piazza Santa Trinita casa di Vieusseux, l’appartamento in Via del Fosso dove visse la maggior parte del tempo presso le sorelle Busdraghi, il palazzo dove vivevano i Targioni Tozzetti in via Ghibellina dove Fanny apriva il suo celebre salotto.


3 settembre 2024

Ma quanto vale la filosofia nel mondo? Leopardi se n'era fatta un'idea precisa :D

Meglio la filologia ;)

"Dovete però sapere che la filosofia, e tutto quello che tiene al genio, insomma la vera letteratura, di qualunque genere sia, non vale un cazzo cogli stranieri: i quali non sapendo quasi niente d'italiano, non gusterebbero un cazzo le più belle produzioni che si mostrassero loro in questa lingua; e non prendono nessun interesse per chi brilla in un genere di studi inaccessibile per loro. lo dunque ho mutato abito, o piuttosto ho riassunto quello ch'io portai da fanciullo. Qui in Roma io non sono letterato (il qual nome, se vero, è inutile coi romani, inutile coi forestieri), ma sono un erudito e un grecista. Non potete credere quanto m'abbiano giovato quegli avanzi di dottrina filologica ch'io ho raccolto e raccapezzato dalla memoria delle mie occupazioni tanciullesche. Senza questi, io non sarei nulla cogli stranieri, i quali ordinariamente mi stimano. e mi danno molti segni d’approvazione".

LETTERA A CARLO LEOPARDI - RECANATI, Roma 22 Gennaio 1823.


1 ottobre 2024
Quanto era pessimista Leopardi? Nello Zibaldone il termine ricorre una sola volta per dire che all'ottimismo del migliore dei mondi possibili non avrebbe senso sostituire il pessimismo del peggiore.

... e "pessimismo storico" e "cosmico" sono definizioni ancora non è tanto chiaro inventate da chi (Bonaventura Zumbini all'inizio del Novecento fece per primo la distinzione tra storico e cosmico, ma per parlare di leggi e sofferenza, non di pessimismo).

Almeno dagli anni Venti però erano diventate canoniche (le usa Croce, le usa Gentile come definizioni assodate).

La filosofia di Leopardi (che si definiva filosofo, parlava ricorrentemente di "mio sistema" e sosteneva che non si può fare filosofia se non per sistemi) andrebbe ripresa con maggiore attenzione (stay tuned :D ).

Leopardi e Bologna

Dal sito ufficiale della mostra dal titolo "L'infinito. Gli autografi di Giacomo Leopardi da Visso a Bologna" che si tenne dal...