Wednesday, 2 April 2025

Scuola amore mio. Crepuscoli programmati di Roberto Fineschi


Scuola amore mio. Crepuscoli programmati
di Roberto Fineschi



1) “Classi” e scuole nel capitalismo crepuscolare


A che cosa serve la scuola in una società di massa? La premessa di questa domanda è che la massa è una soggettualità, qualcosa con cui le classi dirigenti devono fare i conti. L’altra premessa è che le società sono divise in classi e che in fasi determinate della riproduzione umana nella natura alcune di esse hanno una funzione di guida che esercitano con gli strumenti del dominio e della direzione, forza e consenso differentemente modulate a seconda delle fasi. Ciò non è necessariamente sempre negativo: classi progressiste nella storia hanno prodotto avanzamenti significativi egemonizzandone altre. Una volta la si chiamava col suo nome: lotta di classe ed egemonia di classe. Parlare della scuola al di fuori della fase attuale di sviluppo del modo di produzione capitalistico e senza tenere ben presente qual è la posta in gioco del conflitto di classe significa semplicemente non parlare del problema1.

Semplificando all’estremo, nella fase progressiva del modo di produzione capitalistico e della classe che ne esercita la soggettualità – la borghesia – l’emancipazione delle masse aveva una funzione, sia come alleato contro la feudalità, che come forza-lavoro necessaria e qualificata. L’ideologia democratica e radicale che accompagnava questo fenomeno sbandierava i diritti universali dell’uomo e del cittadino e quindi rivendicava la sua partecipazione alla vita politica, per la quale era necessaria non solo una formazione tecnica, ma anche umana in senso lato: cittadino e lavoratore. La scuola di massa doveva produrre questa figura. La domanda è: nella fase che chiamo crepuscolare del modo di produzione capitalistico c’è bisogno del cittadino-lavoratore di massa? La risposta è no. Le esigenze di produzione, a causa dell’automazione, e di controllo, per la complessità dei processi gestibili solo a livello apicale, richiedono un numero limitato di individui mentre il sistema ne produce una pletora infinitamente crescente che dunque resta strutturalmente esclusa e che non sarà mai integrata. L’obiettivo non sarà più dunque educarli, sarebbe solo controproducente perché creerebbe degli instabili rivendicatori di diritti, ma gestirli. Dal punto di vista delle classi dirigenti la scuola può dunque essere ancora utile, ma per finalità molto diverse da quelle che abbiamo conosciuto nella fase progressiva.

In quest’ottica, la prima cosa che non deve produrre sono dei cittadini, vale a dire degli individui in grado di pensare la complessità e di comprendere le dinamiche di fondo della trasformazione sociale in modo da poter dire la loro. Questo tra l’altro è impossibile farlo come singolo individuo, quindi l’altra cosa da minare sarà il pensiero collettivo. A questo scopo niente di meglio che promuovere il culto dell’individuo – che da solo non ce la farà mai – non solo non sodale ma in competizione con gli altri individui – di modo che mai si crei un soggetto collettivo. D’altra parte il bisogno strutturale di essere competitivi lo impongono le cose stesse: pochi posti sono per poche persone, solo i migliori ce la faranno, quindi quello accanto a te non è un compagno, è un competitor… Del resto un numero sufficiente di individui spontaneamente intelligenti e volenterosi per svolgere le funzioni tecniche e apicali viene fuori da sé per la legge dei grandi numeri. Loro vanno avanti da soli, gli altri vanno gestiti. La nuova struttura invalsi, ammesso che ce ne fosse bisogno, serve semplicemente a certificare questi migliori, a conferirgli una sorta di patente che li renda immediatamente riconoscibili.

Se la sostanza di questa estrema sintesi è vera, già si sono individuati gli obiettivi di fondo. In che modo la scuola può essere un tassello nella gestione di pletore di individui esclusi in partenza? Il modello è la categoria un po’ prosaica ma credo efficace di “sala d’attesa”.

Parlare di sala d’attesa non è una mera battuta. Quali sono le dotazioni non perché una scuola, ma una sala d’attesa funzioni bene? Soprattutto quando l’attesa si prolunga – e sappiano che qui l’attesa rischia di essere molto lunga se non perenne -, chi aspetta senza far niente deve essere… intrattenuto. Ecco l’altra parola chiave: lo studente deve essere stimolato da professori empatici, interessanti, coinvolgenti. A sentire la lista di tutte queste qualità viene più da pensare all’animatore di un villaggio turistico più che a un professionista dell’educazione e della cultura. Questo concetto è ben passato nella testa di molti ragazzi: se non mi diverto allora non studio. Questo è ovviamente un suicidio educativo e culturale: studiare significa fatica, disciplina, può essere divertente ma non lo è necessariamente, non solo nel contenuto ma nella pratica vera e propria; insomma, è un lavoro non un intrattenimento. Certo, se il professore è simpatico, affascinante, bello, muscoloso, sa cantare, ballare, fa anche il mimo è più efficace forse… ma non è questo il punto. Se però la scuola più che un’istituzione educativa deve diventare una sala d’attesa, allora non c’è alla fine molto di male a far prendere alle cose questa piega.

Siamo arrivati al nostro docente che deve diventare un animatore da sala d’attesa. Perché possa essere ancora meno di questo, vale a dire mero guardiano, si può fare di più: dargli per esempio aule sovraffollate, strutture fatiscenti, ingolfarlo con diecimila progetti inutili e dispendiosi che gli rubano tempo, sottopagarlo, demotivarlo, colpevolizzarlo additandolo a responsabile individuale di una crisi strutturale. Il nostro intrattenitore, che ha ormai preso la piega del guardiano, che farà? Una volta messa l’educazione sul piano dell’intrattenimento, la partita è persa in partenza: come pensare di intrattenere più e meglio di tik-tok, instagram, ecc.?

Ciò ovviamente non per negare l’ovvio, cioè che anche nella scuola ci sono lavoratori poco competenti, poco volenterosi, poco interessanti; ce ne sono. La domanda è però se la percentuale di costoro nelle scuole sia in primis elevata o in secundis se sia diversa da quella che si riscontra in media nella pubblica amministrazione. Ciò certo non per giustificare alcun comportamento ingiustificabile, ma solo per far notare che questa non è una specificità della scuola e che la sostanza dei suoi problemi non è riconducibile a ciò. L’esperienza personale di molti del resto conferma sì la presenza di alcuni professori impresentabili, ma in genere accanto ad alcuni molto bravi e a una maggioranza di “normali”. Del resto neppure all’università tutti i professori sono plagiatori; sarebbe insensato additare tutta una categoria con questo infamante epiteto solo perché alcuni se lo meritano. Insomma, la politica del capro espiatorio non paga e nasconde il vero problema, cioè che la politica scolastica fa parte più in generale della politica culturale di un paese e ha inevitabilmente una natura di classe, senza identificare la quale non si coglie l’orizzonte degli eventi.

2) Programmazione crepuscolare

La scuola così (dis-)organizzata è dunque un anello di un ingranaggio complesso, che parte da alcune premesse generali legate allo stadio “crepuscolare” di sviluppo del modo di produzione capitalistico. Lavoro per tutti, nel senso di lavoro che valorizzi il capitale, non ce n’è. La massa di esclusi è grande e crescente. La produzione di neo-plebe, nel senso di una pletora di esseri umani cui il sistema non riesce a dare un ruolo attivo nella riproduzione sociale e che sopravvive al suo interno nelle forme più variegate, è una tendenza sistemica. Le dinamiche di gestione di questo complesso stato di cose pongono la scelta tra alternative possibili, che riguardano non solo la scuola, ma la dinamica sociale nel suo complesso. Le determinanti sovrastrutturali nel riassorbimento della massa di disoccupati divengono una questione squisitamente politica, ovvero si può cercare di compensare il processo attraverso politiche economiche e sociali che spostino la grande quantità di ricchezza disponibile dal plusvalore o dalla rendita al salario (diretto o indiretto) per la creazione di possibilità che, a dispetto della loro incapacità di valorizzare il capitale, forniscano un lavoro e permettano l’espletamento di attività sociali necessarie se non, in certi casi, essenziali. È questa una scelta non da estremisti comunisti, ma socialdemocratica, borghese progressista, cristiano-sociale. Oppure si può assecondare il processo e, nel caso specifico, favorire la formazione di una neo-plebe culturalmente azzerata che si immagina più facile da manipolare; una manipolazione che tuttavia è tutt’altro che scontata e rischia di esplodere in forme riottose e violente in particolari occasioni di crisi (anti-sistema, ecc.). I potenziali esiti estremi di questo processo sono già evidenti, per es., in alcuni paesi dell’America latina, dove, a fronte di una povertà debordante, si assiste a fenomeni di vero e proprio brigantaggio che rievocano un passato ottocentesco che ormai si immaginava superato definitivamente. Il ribellismo, nelle sue varie forme criminali, anarcoidi e via dicendo, raramente però si configura come forza politica alternativa e quindi, alla fine, dal punto di vista delle classi dominanti è decisamente preferibile. La questione di fondo è in sostanza se le classi dirigenti si trovino in una condizione in cui valorizzare il capitale non consenta più, strutturalmente, forme organiche e culturali di direzione o egemonia, in cui esse si impongano per coercizione e comando; se questa è la scelta, ciò appare decisamente più semplice in una società atomizzata, ignorante e priva di soggetti organici. La domanda è ovviamente se un sistema possa stare in piedi basandosi solo sul dominio, senza forme di direzione/egemonia. È stata questa una tentazione costante delle classi dirigenti italiane, ma adesso la questione potrebbe essere di scala, vale a dire che la scelta dirigistica si potrebbe delineare non come una opzione per i capitalismi periferici, ma come un problema strutturale di sistema anche delle economie più sviluppate2.

Avere una scuola più o meno funzionante è un ingranaggio di questi processi, soprattutto per quegli istituti che hanno a che fare con la popolazione scolastica sulla soglia di scivolare nella neo-plebe o essere “recuperata” in una dimensione di cittadinanza attiva. Se si desse un orientamento, da dettato costituzionale, volto all’inclusione sociale – che implica dunque garantire i diritti fondamentali per tutto l’arco della vita di un individuo, a partire dalla scuola per poi passare alla vita lavorativa vera e propria e quindi alla pensione, ecc. ecc. – il primo e più semplice passo da compiere è, molto prosaicamente, investire: stabilizzare i precari, formare il corpo docente e del sostegno, affiancare professionisti come psicologi, ecc. ecc. La scuola infatti non solo non può competere sul terreno dell’intrattenimento, non deve. Non lo può però fare da sola. Quella da implementare è una politica culturale che agisca su più livelli e che si ponga l’esplicito obiettivo di contrastare l’individualismo ideologico e pratico. Invece di spendere miliardi di euro in dispositivi tecnologici, aumentiamo gli insegnanti in modo da avere classi sensibilmente più piccole, costruiamo aule in cui ci si possa muovere, ecc., aumentiamo il tempo scuola cosicché i ragazzi possano viverla anche per fare altre attività non strettamente curriculari o anche semplicemente passare il tempo.

Tutto ciò non è per caso. È una scelta politica per cui non si vuole investire in formazione perché le classi dirigenti non prevedono uno sviluppo del modo di produzione capitalistico che abbia bisogno di individui formati. Più facile imputare questa loro intenzione alla cattiva volontà delle vittime (professori e studenti) piuttosto che alle (volute) carenze strutturali del sistema. Si diceva non una scuola, ma nemmeno un villaggio turistico (che pure costerebbe troppo); si mira alla sala d’attesa o, peggio ancora, al parcheggio. Parcheggio, custodi e parcheggiati, questa la politica scolastica del capitalismo crepuscolare.

Il cambiamento di funzione della scuola e della classe docente ha avuto effetti pesanti sull’autoconsapevolezza che quest’ultima ha del proprio ruolo e della propria funzione. La sua strumentalizzazione a capro espiatorio da un lato, la sua parvente posizione di “privilegio” in quanto rientra nella categoria degli inclusi, cioè di quelli che ancora hanno un lavoro garantito dall’altro, hanno probabilmente prodotto un sentimento corporativo al ribasso, ovvero un diffuso atteggiamento per cui in certi casi ci si limita al minimo indispensabile e a sbarcare il lunario. Questo fa involontariamente il gioco della criminalizzazione di modo che si additi uno degli effetti come l’unica causa. Ciò detto, da questo torpore si deve tentare di uscire e questo lo si può fare solo creando le condizioni perché si possa fare bene il proprio mestiere, a partire da quelle strutturali. In primo luogo capire che contro queste politiche studenti e professori sono dalla stessa parte e insieme devono indirizzare le proprie rivendicazioni. Se da un lato la formazione politica, in senso alto, della classe docente è fondamentale, decisive sono anche le rivendicazioni pratiche che a mio modo di vedere si devono indirizzare verso due punti chiave: classi con meno studenti e strutture adeguate. Ovviamente anche rivendicazioni salariali, ma non può essere solo quella la richiesta, per non prestare il fianco a tendenze meramente corporative o economicistiche. Queste rivendicazioni devono andare di pari passo con un’idea di scuola “umana”, dove si formino individui consapevoli e autonomi, non macchine da problem solving in un mondo concorrenziale popolato da squali che si pretende immodificabile nelle sue strutture. Queste strutture non sono eterne, ma storicamente determinate. A noi intenderne le tendenze e cercare di co-determinarne il corso verso una direzione progressiva.

1 Per un primo orientamento sui concetti di “classe”, “egemonia” e “dialettica storica” rimando al mio Capitalismo crepuscolare. Approssimazioni, pp. 5-58.

2 Sugli esiti “violenti” di questa tendenza si veda di nuovo Capitalismo crepuscolare, cit., pp. 59 ss.

Monday, 24 March 2025

Ucraina, "pacifismo" e dintorni

Avendo essi avuto una minima eco, raccolgo qui alcuni post recenti da facebook sulla guerra in Ucraina e manifestazioni "pacifiste" per salvarli dalla dispersione.



14 febbraio.
Rilanciavo un post del 20 marzo 2022 dove anticipavo conclusioni poi verificatesi.


20 febbraio
Cortocircuiti (apparenti e reali)
La guerra in Ucraina l'hanno voluta vari governi degli Stati Uniti. L'idea parte da lontano, ma diventa più concreta con l'espansione NATO verso est, il colpo di stato di Maidan, le devastazione in Donbass e poi la guerra vera e propria (non per dire che altrimenti in Ucraina sarebbe stato il paradiso terrestre, beninteso, ma ciò non significa non guardare in faccia la realtà).
Sin da Maidan è un processo in cui gli USA scavalcano l'Europa (fuck the UE) e poi via Boris riscavalcano i tentativi di trattativa di Germania e Francia che evidentemente avevano capito l'andazzo.
L'obiettivo primo era rompere la connessione oriente/occidente con la via della seta che arrivava fino in Portogallo; correlatamente distruggere la Germania/Euro/farraginose-ambizioni-imperialiste-europee portandole alla condizione di vassalli stabilita con la fine della II guerra mondiale. Idealmente far crollare la Russia, ma pare irrealistico che si immaginassero di sconfiggerla sul campo (a meno di non fare ben altra guerra ovviamente). Che l'Ucraina e nemmeno l'UE partecipino alle trattative di pace la dice lunga su chi fossero i reali attori.
La definizione dell'orto di casa insomma, che il capitalismo al crepuscolo americano (vale a dire non valorizzante ma depredante) ha bisogno di tenersi ben saldo perché lo deve spolpare.
Allo stesso tempo far paura un po' a tutti: chi sgarra si becca una guerra (via terzi o diretta a seconda dei casi). Il governo US vince anche solo destabilizzando le varie aree, affinché non si organizzino per creare circuiti alternativi al Sacro Graal (il dollaro che trasforma i debiti fuori controllo in risorsa).
Gli euromissili annunciati servono a ribadire questa politica e far star su il nuovo muro eretto tra oriente e occidente.
Trump dunque continua la politica precedente con altri mezzi, non c'è da stare tranquilli per niente, anche perché ora si passerà in maniera più drastica alla fase spolpamento.
Ovviamente doveva trovare un capro espiatorio e il buon Zelensky è la figura giusta da sacrificare sull'altare (ha le sue belle colpe ovviamente: si è infilato in un giochino non si capisce bene sperando in cosa, portando il suo popolo al massacro e il paese a parziale devastazione e a essere smembrato tra i vincitori economici e territoriali). Ma nella regia Zelensky è solo un elemento secondario; è in realtà tutta dei governi a stelle e strisce.
E veniamo all'ultima ruota del carro, l'Europa e quindi al ruotino di scorta, la sovrana Italia. La big melons scodinzolava prima e scodinzola ora, senza la minima preoccupazione di dover giustificare un'apparente inversione di rotta (invece è massima coerenza: non contiamo niente e ubbidiamo al padrone quale sia il suo gusto. E li chiamano fascisti... Ma qualche fascista vero c'è rimasto in giro o ci sono solo i picchiatori?). L'opposizione, incredibilmente, rivendica la politica di Biden... Non riescono ad avvantaggiarsi nemmeno dell'effetto collaterale positivo - la fine di una guerra insensata - e attaccano i governanti autoritari per continuare la guerra... Che sia il gioco della parti o convinzione, c'è veramente da disperare. Anche le difese d'ufficio delle avventate dichiarazioni presidenziali seguono la stessa falsariga (sfortunatamente anche della CGIL).
Purtuttavia, anche gli scarsi segnali di reazione a questa progetto di asservimento totale, se non si inseriscono in un più ampio progetto di cambiamento di rotta nelle politiche economiche, rischiano di restare "lotte ideologiche" nel peggior senso del termine, vale a dire aria fritta.
Se gli US passano, come sembra vogliano fare, a politiche di puro dominio e non dominio/egemonia come è stato per una lunga fase, stare dalla loro parte converrà sempre meno. Ovviamente non è che ci lascino scegliere (vedi guerra corrente e semi-occupazione militare europea). Opporsi a questo è una lotta che si articola su molti fronti.


2 marzo
Ancora sulla guerra
1) Le classi dirigenti imperialiste statunitensi (non i generici "Stati Uniti") non hanno perso nessuna guerra. Gli obiettivi per cui hanno spinto l'Ucraina al massacro erano 1) distruggere le ambizioni tedesche (fagocitatrici dell'Europa), 2) separare Asia ed Europa, 3) ridurre gli stati europei a mere colonie da spolpare. Che militarmente la guerra sarebbe stata persa era chiaro dal primo momento, non era quello l'obiettivo.
2) Non c'è dunque alcuna contraddizione tra Biden e Trump, sono due fasi dello stesso progetto. La guerra militarmente persa e la devastazione dell'Ucraina erano messe in conto fin dall'inizio. Ora che gli obiettivi veri sono stati raggiunti, si può tranquillamente scaricare il morto e depredarne le spoglie.
3) L'Europa? L'Europa come soggetto politico non esiste. In Europa non c'è solo scontro di capitali, ma di capitali che confliggono con altri atomisticamente e che si avvalgono della strumentazione statuale per vincere la competizione. Questa disunità, che nella fase precedente ha avvantaggiato alcuni, adesso implica la sconfitta di tutti. Non esistono le premesse economiche e formali affinché l'Europa possa agire come soggetto, quindi continuare a menzionarla come tale significa solo confondere la acque (o illudersi). L'Europa non ha inoltre capacità militare di fare alcunché; è una regione militarmente semi-occupata che non ha alcuna autonomia in uno scontro del genere.
4) Il volersi smarcare europeo dicendo che bisogna continuare è solo un tentativo di non perdere la faccia di fronte alla sfrontata evidenza sbattutagli in faccia di essere manovrati come soldatini da chi comanda davvero...
5) Del suicidio assistito autoimposto inizia ora a lamentarsi... il capitale ovviamente: i Berlusconi, la base imprenditoriale della Lega (ovviamente "preoccupata" per i "posti di lavoro persi"). La sedicente sinistra è pronta a perdere anche questo treno.


3 marzo
Oltre a Zelensky, Sir Starmer, Monsieur Macron, alla baronessa Von der Leyen, ai nostri più modesti Calenda e Schlein, sarebbe interessante sapere se agli ucraini interessa continuare una guerra a quanto sembra già persa sul campo senza obiettivi definiti (non potendo non considerare altro che chimerici quelli di tornare alla situazione pre-2014).
Quindi, per davvero, di che cosa si parla?
Se, come sostenevo in altro post, i governi US hanno sostanzialmente raggiunto gli obiettivi che si erano preposti e ora vogliono defilarsi pasteggiando sul cadavere, c'è da chiedersi se l'atteggiamento liquidatorio di Trump sia stato oculato. Umiliare le vittime dei propri piani (UE e Ucraina nello specifico) nemmeno invitandoli ai negoziati è un bagno di realtà al quale non erano pronti. Ciò impone una reazione.
Quale in apparenza, ma con quali obiettivi effettivi?
In apparenza ha la forma di continuare con la retorica della giusta guerra difensiva, ovvero la paccottiglia ideologica che ci hanno propinato per tre anni e che lo stesso Trump ha ufficializzato essere spazzatura. Nella realtà temo che l'UE voglia più prosaicamente sedere al tavolo e *avere almeno le briciole del bottino* (povera Ucraina).
Ma siccome in realtà l'UE non esiste come soggetto politico, in questa trattativa si ripresenteranno probabilmente i rapporti di forza a essa interni che non hanno permesso di bloccare i progetti a stelle e strisce e che difficilmente produrranno qualcosa di buono adesso.
Un esito possibile è che ciascuno vada da Trump alla spicciolata col cappello in mano offrendo, in cambio di un trattamento di favore, il sabotaggio della fiera reazione europea. Staremo a vedere (ho già in mente un soggetto possibile di questa oculata politica...).


5 marzo
Altre considerazioni casuali:
1) la guerra è sostanzialmente persa sul campo, ci si arma dunque per cosa?;
2) anche riarmandosi, mai si raggiungerebbe una parità militare con la Russia, nemmeno nell'arco di decenni, dunque?;
3) dovesse l'Europa anche mai vagamente ipotizzare di raggiungere lo status di potenza militare competitiva, gli US non lo permetterebbero (non ci scordiamo che siamo territorio vassallo semi-occupato);
4) l'Europa come soggetto politico non esiste. Senza un'effettiva integrazione fiscale, amministrativa, economica, ecc. parlare di esercito europeo è appunto un pour parler; sarebbe una nuova variante dei tentativi interni di manipolazione a fini di qualche nazione, ovvero la strategia che ha portato al disastro attuale;
5) l'unica forma di pace possibile viene dall'integrazione economica e strategica con le forze potenzialmente avverse; ovvero quanto stava proficuamente avvenendo prima che intervenisse chi si riteneva danneggiato da questo processo.
La difficile valorizzazione del capitale limita le scelte possibili. Cercare di convincere le possibili forze popolari antagoniste che si combatte per il "bene" promuovendo una guerra insensata solo per essere ammessi al tavolo dei vincitori (ovvero la spartizione delle spoglie della povera Ucraina), non porterà lontano.


9 marzo
Modus tollendo tollens
1) L'UE è se e solo se è per la pace, i diritti e il lavoro (Landini dixit)
2) L'UE non è per la pace (riarmo), i diritti e il lavoro (ordoliberismo a gogo)
Ergo: L'UE non è.
Se UE non è, per che cosa va dunque a manifestare la CGIL (ed altri improvvidi accoliti che per natura loro sarebbero invece per pace e lavoro)?
Perché, anche a voler mettere da parte quello che sta accadendo adesso, in che cosa l'UE avrebbe rappresentato i valori della solidarietà (spoliazione greca), del lavoro (progressivo smantellamento dello stato sociale), pace (partecipazione dei suoi paesi a numerose operazioni guerresche fuori diritto internazionale)?
Siete ancora in tempo a ripensarci... ripensateci!


10 marzo
Modus ponendo ponens
1) Se l'UE rappresenta democrazia, pace, lavoro, allora sostenendo l'UE sostengo democrazia, pace, lavoro.
2) L'UE rappresenta democrazia, pace, lavoro.
Ergo: sostengo democrazia, pace, lavoro.
Il ragionamento è formalmente corretto, ma la verità della conclusione non dipende dalla correttezza del ragionamento formale, ma dalla verità delle proposizioni. Solo se esse sono vere, cioè corrispondono a stati di fatto della realtà esterna al ragionamento, è vera la conclusione.
Ovviamente sono "vere": per sostenere la pace, l'UE partecipa a delle guerre e si riarma; per sostenere la democrazia è basata su una banca centrale svincolata da qualsiasi controllo e da un parlamento che non conta niente, da una commissione che fa gli interessi del grande capitale di alcuni dei suoi paesi a discapito di altri; per sostenere la solidarietà e il lavoro permette concorrenza sleale tra paesi membri grazie a disparità del sistema fiscale, fa arricchire alcuni a discapito di altri con PIL a zero, incrementi salariali minimi o addirittura negativi, deindustrializzazione, azzeramento progressivo dello stato sociale.
Queste lungimiranti politiche adesso presentano il conto di una debolezza strutturale rimarchevole di fronte a chi invece è forte davvero. Alla fine hanno perso tutti e l'UE, per come è nata, strutturata e coerentemente gestita, è un irriformabile conclamato fallimento... per sostenere il quale è necessario scendere in piazza!
Finché lo fa Repubblica e il PD per sostenere i pochi capitali che ancora ingrassano (scilicet: produttori di armi) passi, che lo debba fare chi sostiene la causa della democrazia, della pace e del lavoro è il cortocircuito realizzato.
Ed è inutile nascondersi che la partecipazione di CGIL e ANPI a una manifestazione pro-UE in una fase in cui ciò addirittura include il pro-riarmo suona come una debacle finale. Pur essendo queste associazioni l'ombra di ciò che sono state, esse continuano a rappresentare per molti gli ideali di pace, lavoro, democrazia. Partecipare a una simile manifestazione in questo momento, a queste condizioni, è un colpo di grazia.
C'è ancora magine per tirarsi indietro. C'è margine per tutti coloro che sono dentro queste associazioni o partiti e che finora hanno ingoiato molti rospi per dire no.


11 marzo
Non sequitur
Credersi automaticamente di sinistra perché si è contro Trump o Putin non ha alcun senso logico.
Il ragionamento che molti fanno è: Trump e Putin sono autoritari, quindi essendo contro di loro sono contro l'autoritarismo, quindi sono di sinistra.
Corollario: se mi unisco a chi manifesta contro Trump e Putin, mi unisco ai "miei" e faccio qualcosa di sinistra.
Ora, se essere contro l'autoritarismo violento è sicuramente una condizione necessaria per essere di sinistra, non è una condizione sufficiente.
Infatti si può essere contro Trump e Putin anche esprimendo un'altra forma di autoritarismo o principi altrettanto nefandi. Altri "Trump e Putin" possono opporsi a Trump e Putin per loro interessi di parte che nulla hanno a che vedere con democrazia e lavoro.
È esattamente questo il caso della UE, un organismo basato per statuto su capitale e impresa, non democrazia e lavoro e che ha modalità di gestione e comando (via banca centrale europea e l'alleata commissione) che bypassano gli organi rappresentativi effettivamente eletti nelle singole nazioni. Sulla sua natura solidale possono per tutti testimoniare i greci. Sulla sua natura democratica i rumeni proprio adesso (o vince il mio o annullo le elezioni). Sulla sua natura pacifica i diversi stati suoi membri che hanno partecipato a guerre senza alcuna legittimità internazionale.
Questo organismo ora vorrebbe investire miliardi di euro non in democrazia e lavoro, ma in armi che in genere si usano per fare la guerra.
Appoggiare l'UE dunque non ha nulla di sinistra, ha semmai molto di sinistro in particolare ora che si cerca di far passare come qualcosa di progressivo una generale chiamata alle armi.
C'è ovviamene chi lo fa in malafede appartenendo alla cricca che ingrassa dalla guerra; ma c'è chi lo fa in buona fede, perché ormai non ci capisce più niente, si fida di quelli che crede essere suoi punti di riferimento per tradizione, oppure vive in un mondo intellettuale dell'Occidente libero tutto di fantasia (è infatti da sempre lordo di sangue) al quale si aggrappa disperatamente.
Concludendo: l'UE già com'era non promuoveva democrazia e lavoro, ma capitale e impresa. Ora vuole continuare a farlo armandosi e facendola per giunta passare come una cosa progressista! Chi dorme, si desti.


16 marzo
Vecchioni sostiene che bisogna distinguere tra pace e pacifismo. Dispiace che anche lui, come altri importanti personaggi pubblici, si sia prestato a fomentare capziosamente la guerra.
Il suo discorso, ovviamente molto discutibile, in termini trasparenti è il seguente: non si può accettare una pace ingiusta, bisogna dunque continuare a combattere, ergo armiamoci.
Non tra pace e pacifismo dunque, ma tra pace e guerra (più o meno giusta che sia) bisogna distinguere.
Siccome bisogna convincere i pacifisti a fare la guerra, la chiamiamo… pace.
Siamo nel campo della pura manipolazione, del chiamare le cose al contrario; non siamo nemmeno nei canoni dell’ideologia, ma degli ideologemi senza nesso sistematico per minare la stessa capacità di razionalizzazione critica della realtà.
In piazza per armi e guerra con in mano la bandiera della pace. Il mondo alla rovescia.


19 marzo
Europa o UE? O capitalismo?
L’Europa, se si parla di civiltà, è un’astrazione concettuale, vale a dire una parola generica che rimanda a una congerie vaga di concetti. Essi, se non meglio definiti, si prestano a qualunque uso e manipolazione.
a) Il primo atto manipolatorio è ridurre la “Europa” al buono che in essa è stato prodotto, da un punto di vista materiale e culturale. È questo un ricco capitolo della storia dell’umanità, quello che spesso scordano gli antimodernisti reazionari o i generici antieuropeisti che vorrebbero tornare indietro o andare oltre senza tener conto degli aspetti progressisti di questa civiltà. Tuttavia c’è di più.
b) Il secondo atto è infatti dimenticarsi il male che in essa stessa, contraddittoriamente, è stato prodotto. Oltre alla democrazia, il nazismo; oltre al concetto di essere umano in generale, la schiavitù; accanto all’emancipazione, il colonialismo, l’imperialismo e via dicendo. In nome di diritti, umanità e pace si è bombardato, distrutto, sterminato (anzi lo si sta avallando o facendo proprio in questo momento mentre si scende in piazza per la libertà dei popoli).
c) La terza manipolazione è parlare dell’Europa come un soggetto unitario. Non solo non lo è mai stata, ma ad agire nella storia non sono stati nemmeno i singoli stati o popoli, bensì determinate classi al potere che, a vantaggio dei propri interessi, quasi mai hanno avuto scrupoli a usare le istituzioni non solo per devastare all’estero, ma sfruttare, uccidere, manipolare in casa propria le classi subalterne. In particolare, nella fase moderna della sua storia, sono i capitalisti come attori del grande capitale a imporre linee di azione di classe alla politica generale.
E veniamo a tirare le sintesi: si cerca di far credere che ora si stia sostenendo l’Europa, portatrice di valori sani, unita senza distinzioni sociali di classe: si prende a, si ignora b e di c si omette la divisione in classi in nome del “comune interesse”.
La realtà è invece un’altra. Si sostiene non il concetto ideale di Europa, ma l’Unione Europea, che non è uno stato ma un’unione monetaria che promuove capitale e impresa, che per la sua architettura istituzionale non ha effettivi centri di potere che possano gestire le dinamiche sociali ed economiche in maniera democratica, che favorisce lo sfruttamento degli stati più deboli e delle classi più disagiate al suo proprio interno. Così facendo essa si fa promotrice di ideali e pratiche sociali liberal/liberiste che hanno promosso libertà e uguaglianza ma praticando e teorizzando contemporaneamente sfruttamento e dominio. Infine: non è guidata dagli “europei”, ma dal grande capitale europeo, largamente subalterno a quello USA e che cerca di far buon viso a cattivo gioco a vantaggio non degli europei ma dell’assai difficile processo di valorizzazione dei loro capitali date le condizioni economicamente avverse.
Voler promuovere e rivendicare quanto di positivo è stato fatto in Europa nella sua storia millenaria non coincide, anzi stride, con il sostegno dato all’Unione Europea.

Sunday, 12 January 2025

La scuola è morta… viva la scuola!

La scuola è morta… viva la scuola!


La recente sperimentazione per tecnici e professionali che prevede il passaggio da 5 a 4 anni, con la possibilità di estensione a 4+2 con un biennio ITS, sarà proposta in via sperimentale a partire dal prossimo anno scolastico.


Le perplessità sono molte e ci si chiede quale sia la strategia sottesa.
Da un punto di vista formativo e di apprendimento ci si chiede come fare 5 anni in 4 (perché il monte ore dei quattro anni sarà equivalente a quello dei 5) possa garantire l’acquisizione delle stesse competenze. Chi ha un minimo, veramente minimo, di esperienza nella scuola sa fin troppo bene come a stento si riesca in 5 anni a raggiungere le “competenze” richieste (e in realtà raramente ci si riesce); i ragazzi avrebbero spesso bisogno di stare un paio di anni in più… invece ci staranno un anno di meno. Quello che non capivano in 5 ci si chiede come possano capirlo in 4, con programmi ancora più compressi e superficiali. Si mira alla formazione? Molte delle ora tagliate saranno probabilmente realizzare come PCTO (la vecchia alternanza).
Si mira allora alla professionalizzazione? Maggiore esperienza in azienda? Qui l’equivoco di fondo è proprio nel credere che la scuola serva solo a formare dei lavoratori; essa serve in primo luogo a formare dei cittadini, aspetto che non è molto chiaro come sarà risolto nel passaggio da ore di lezione coi professori a ore di azienda.
Ma ammettiamo che riesca in tutti gli intenti. Dopo i 4 anni gli studenti potranno accedere agli ITS… già lo possono fare adesso con i 5. Potranno accedere all’università… già lo possono fare adesso con i 5… L’unica differenza in verità è che finiranno un anno prima, molto probabilmente avendo meno competenze rispetto alle poche che già hanno adesso.
Entreranno prima nel mercato nel lavoro! Così potrenno essere disoccupati un anno prima… Il tasso di disoccupazione (nonostante venga attualmente misurato in maniera piuttosto farlocca) della fascia di età 15-24 è circa del 20% (il 15,6 diplomati). E non contiamo i NEET della stessa fascia, quelli che non studiano, non lavorano, non si formano, ecc… sono un altro bel 15%. Con un tasso di disoccupazione reale spaventoso, l’unica chance di trovare lavoro è essere ben qualificati, cosa che gli studenti non sono e meno lo saranno facendo 5 anni in 4.
L’unico obiettivo effettivo, sicuro, di lungo periodo, se la riforma avrà successo e si estenderà, sarà passare da 5 anni a 4. Per ora si giura e si garantisce che verranno mantenuti i livelli occupazionali dei docenti, ma il sospetto (sicuramente sbagliato) è che lo si faccia adesso per far passare la sperimentazione e che poi, una volta divenuta stabile, si vedrà. Se così fosse, ci sarebbe un potenziale taglio netto del 20% del corpo docente… Non li si può licenziare? Eliminiamo i posti. Più di 100.000… Sarebbe, finalmente, la soluzione all’annosa questione dei precari…
W la scuola!

Wednesday, 1 January 2025

Ricapitolone 2024 (5)



L'ultimo "ricapitolone" (5/5) - che va congiunto agli auguri per un nuovo anno che si spera sia migliore del funesto bisesto appena concluso - non può che riguardare la nuova edizione del I libro de Il capitale per Einaudi editore (a mia cura; traduzioni, oltre che mia, di Stefano Breda, Gabriele Schimmenti e Giovanni Sgrò).




Bella bellissima, è stata presentata e recensita largamente.
1) Video: presentazione sul sito antropocene (https://youtu.be/gTm8TGfwSBs)
2) Video: presentazione con Punto Critico Blog (https://www.youtube.com/live/LcmV7SDAUoI?si=uoknnF4OZsyFzfwn)
3) Video: presentazione su Città futura (https://youtu.be/aGGdbGQkDqo?si=b36xJESFnyB2QC5G)
4) Audio: intervista con Radiotelevisione Svizzera (https://rsi.ch/s/2259434)
5) Video: presentazione su Raicultura(https://www.raicultura.it/.../Karl-Marx-Il-capitale-Libro...)
6) Video: presentazione presso Ost Barriera di Torino (https://fb.watch/wQJCqL61Mb/)
Video: presentazione Università di Bologna (https://youtu.be/Y5GwG81RLtw?si=Tys2S2uprUq-xcCi)
9) Foto: il sole 24 ore








 
10) Foto: Corriere della sera





11) Foto: Il venerdì di Repubblica




12) Link: L'avvenire (https://www.avvenire.it/.../filosofia-marx-nel-capitale...)
13) Foto: Domani



 
14) Foto: Il sole 24 ore







20) Link: Contropiano (https://contropiano.org/.../per-una-teoria-del-conflitto...)
21) Foto: Indice dei libri del mese




22) Link: Intervista con Ascanio Bernardeschi (https://futurasocieta.com/.../lattualita-del-capitale.../...)

Tuesday, 31 December 2024

Ricapitolone 2024 (4)



Quarto (e penultimo) capitolo. Cose varie su Marx:




1) Video: serie di video con chiacchierata a cena su Marx a C O N D I R S I - Cene a tema per il gusto di parlarsi a tavola (https://youtube.com/playlist...)

2) Video: chiacchierata in occasione del centenario della morte di Lenin con Marx XXI (https://www.youtube.com/live/jIPdGYEKiG8?si=jmWtJJbNFDnwOGr4)

3) Video: chiacchierata simile su Lenin ma in castigliano (https://www.youtube.com/live/lkUUWw9UE0M...)

4) Video: introduzione ai primi due capitoli del I libro del Capitale in castigliano (https://www.youtube.com/live/XYso_P8b-6k?si=S4UM7nBuzVxoTb8P)

5) Video: Chiacchierata con Punto Critico Blog su La logica del capitale (https://fb.watch/wPJ-1HeGNF/)

6) Video: Intervista con gli amici di Ottolina TV su alcune categorie marxiane (https://youtu.be/5ONbavASiJ8?si=POlhcsv3gA68e2Ur)

7) Recensione di Vadim Bottoni di La logica del capitale (https://www.lacittafutura.it/.../la-logica-del-capitale...)

8 Intervista generale su temi "fineschiani" su L'anatra di Vaucanon (https://anatradivaucanson.it/.../leggere-ancora-marx...)
(domani gran finale sulla nuova edizione del I libro de Il capitale)

Ricapitolone 2024 (3)

Terza puntata dei "ricapitoloni" su Marx e Hegel. Fondamenti per una rilettura, uscito in seconda edizione riccamente ampliata per La scuola di Pitagora.


 
Due discussioni on line, la prima su Punto Critico Blog




La seconda con Renato Caputo



Uscita anche recensione su Le monde diplomatique Italia.



Ricapitolone 2024 (2)



Sempre in vena di ricapitoloni 2024, come Laboratorio Critico, oltre alla ripubblicazione di Questioni di teoria dell'ideologia di Mazzone (https://amzn.eu/d/2f6bMmr), sono stati organizzati quattro incontri online di grandissimo interesse.

1) il primo con Salvatore Tinè per il centenario della morte di Lenin:

 


2) il secondo con Giorgio Cesarale sulla hegeliana società civile:
 



3-4) il terzo e il quarto con Paolo Tedesco sull'economia del tardo antico, tra storiografia e teoria della storia:

 

 e



Per chi se li fosse persi

Scuola amore mio. Crepuscoli programmati di Roberto Fineschi

Scuola amore mio. Crepuscoli programmati di Roberto Fineschi 1) “Classi” e scuole nel capitalismo crepuscolare A che cosa serve la scuola in...