Mai dire... (Angelo) Mai. Leopardi e gli "amici" romani
Angelo Mai, chi era costui?
Forse nemmeno a Bergamo – città che dal 1954, con solenne discorso del bergamasco Giuseppe Roncalli, futuro papa Giovanni XXIII, gli ha intitolato la proprio biblioteca civica ubicata nel magnifico Palazzo nuovo della città alta – la maggioranza lo sa.
Il nostro nacque a Schilparo, remoto paesino della Valle di Scalve, all’estremo nord-est della Provincia di Bergamo, e nel capoluogo studiò presso il seminario per qualche anno, prima che Napoleone lo chiudesse. Assai più importanti tuttavia furono i periodi milanesi e romani in cui, rispettivamente all’Ambrosiana e alla Vaticana, egli fu attivo come bibliotecario, inventariando e studiando migliaia di pergamene. La sua applicazione ai palinsesti lo portò alla riscoperta di testi fondamentali di Frontone e soprattutto di larga parte del De Republica di Cicerone.
Se la canzone è scritta in particolare per commemorare i ritrovamenti ciceroniani, già in precedenza Leopardi, spinto da quelli frontoniani, aveva scritto un Discorso sopra la vita e le opere di M. Cornelio Frontone. Sebbene alla fine rimasto inedito per volontà propria, Leopardi lo aveva fatto pervenire al Mai che aveva risposto commentandolo e dando indicazioni. Nel maggio 1816 iniziò dunque il loro scambio epistolare e si protrasse nel corso degli anni.
I rapporti si rinsaldarono dopo il trasferimento di Giacomo a Roma dal novembre del 1822; da quanto si capisce dalla lettere ai familiari, in quel periodo la frequentazione fu tutt’altro che sporadica, vivacizzata dalla frequentazione di pranzi durante i quali il nostro si rese protagonista anche di imbarazzanti siparietti di cui si parlò variamente nei salotti romani, al tal punto che la voce giunse fino a Monaldo che gliene chiese conto.
Nella lettera al padre del 15 marzo 1823 Giacomo spiega come in uno di questi consessi la conversazione cadde sul discorso funebre tenuto dal Cardinal Missirini in occasione della morte di Canova che Leopardi valutò modesto, ottenendo l’approvazione generale della maggioranza dei presenti, salvo quella di Mai che non si pronunciò non avendolo sentito. A un certo punto fu chiarito che uno dei commensali, che inavvertitamente non era stato presentato, era proprio il suddetto cardinale Missirini… Nell’imbarazzo generale la cosa fu lasciata cadere, ma pare che il cardinale offeso iniziò a mettere in giro voci sul nostro costringendo successivamente lo stesso Mai a intervenire per farlo desistere.
Leopardi descrive il Mai come persona affabile, ma, nella sostanza, politicante, che mirava ai propri obiettivi facendo buon viso a tutti (lettera a Monaldo del 9 dicembre 1822). Tuttavia, il nostro non può lamentare nulla di negativo nei propri confronti da parte sua. Avrà però presto modo di cambiare idea...
Nelle sue ricerche filologiche Leopardi ebbe modo di rinvenire un frammento dell’erudito siriano del IV secolo Libanio. Ne informava il Niebuhr nella lettera del 9 aprile del 1823 nei seguenti termini: “Forse non sarà discaro a V. E. l’intendere che ultimamente ho trovato e trascritto nella Biblioteca Barberina il supplemento d’una gran lacuna della famosa orazione di Libanio ὑπὲρ τῶν ἱερῶν il qual supplemento equivale incirca ad una quinta parte dell’orazione”.
Il Mai, venutolo a sapere, “si approprierà” della scoperta pubblicandola in appendice alla nuova edizione ampliata degli scritti di Frontone prima che Leopardi potesse approntare la sua. Giacomo lo viene a sapere dal cugino Melchiorri nella lettera del 9 settembre del 1823 e ne informerà a sua volta il Niebuhr nella missiva del 4 ottobre 1824: “Io posso bensì assicurarla che è falso che nel Codice Barberini di Libanio si trovi nulla d’inedito. Solamente vi è l’orazione ὑπὲρ ὀλυμπίου, non contenuta nell’edizione di Reiske, ma pubblicata però negli aneddoti del Siebenkiis (non so se io scrivo bene questo nome): e vi si trova ancora il supplemento alla gran laguna dell’orazione ὑπὲρ τῶν ἱερῶν. Il qual supplemento io vi trovai, e lo copiai con animo di pubblicarlo, ma fui prevenuto da Mons. Mai, il quale avendo saputa questa mia piccola scoperta, si affrettò di cercare lo stesso supplemento nei Codd. Vaticani, e lo pubblicò in calce del Frontone Romano, come Ella sa”.
Scrivendo al cugino Melchiorri da Bologna qualche anno dopo – il 17 febbraio 1826 – Leopardi si rallegra di non aver più bisogno di simili amicizie: “Di quello che ti ha detto mons. Mai, so già ogni cosa. Sono tutte chiacchiere inutili. Ma, grazie al cielo, ora io non ho bisogno né di Mons. Mai né della canaglia della Corte romana”.
Triste epilogo di un rapporto cominciato tra grandi entusiasmi e terminato con un duraturo malumore. Un po’ lo specchio dell’esperienza romana, traditrice delle grandi aspettative coltivate a Recanati.