Dove sta andando l'università? Declini resistibili
Oramai quello che, all'interno della comunità accademica, era un malessere di alcuni sta diventando uno stato d'animo diffuso. Dove sta andando l'università (e la scuola, ma ovviamente ci sono delle differenze specifiche)?
Avendo lavorato per venti anni in programmi universitari americani ed essendo quello il modello verso cui la nostra università si è indirizzata, diciamo che ho avuto modo di vedere in anteprima le tendenze adesso in atto da noi e forse di avere di fronte a me nel presente il nostro futuro prossimo.
Credo, d'altra parte, che l'analisi non si possa limitare al proverbiale "o tempora o mores", ma necessiti di un inquadramento nel contesto delle tendenze di fondo di ciò che chiamo capitalismo crepuscolare. Ma partiamo dalle fattualità.
I programmi di studi all'estero, da sempre interpretati dallo studente statunitense con una certa "leggerezza", stanno diventando - e in parte già sono diventati - delle agenzie di viaggio. Si tratta di un andamento coerente nel tempo per cui gli studenti sono sempre meno interessanti, sanno di meno in partenza, studiano poco e dunque ottengono risultati accademici modesti… ma comunque vanno passati. Non solo, devono apparire anche "bravi", quindi passare con buoni voti. Altrimenti diventano molesti con una serie di conseguenze cruciali per l'università.
Se questa tendenza è dilagante nei programmi abroad, si sta diffondendo sempre più ormai anche "at home", con una facilitazione generale che è premessa di livelli più bassi, dunque di ulteriori facilitazioni in una spirale perversa che punta inesorabilmente verso profondità abissali.
La correlata semplificazione dell'insegnamento accademico crea una frattura sempre più insanabile tra ricerca e didattica, abbassando generalmente la qualità dei materiali per la sostanziale incapacità dello studente medio di comprendere un testo complesso, e generando una sensazione di assoluta inutilità in chi ricerca continua a farla, non avendo più destinatari per il proprio lavoro, se non una ristretta comunità accademica senza ricambio generazionale e anch’essa, dunque, apparentemente destinata all’estinzione.
Nelle facoltà umanistiche è già un'epidemia che però sta contagiando anche quelle dove c'è di mezzo la matematica, meno soggetta ad accomodanti facilitazioni. Anche lì tuttavia si può trovare il modo di semplificare riducendo le richieste e avendo aspettative basse.
Ciò che più sconcerta è l’atteggiamento dello studente medio. Certo, la vecchia aura sacrale del docente legata alla sua posizione aveva difetti opposti; adesso tuttavia il professore, salvo rare eccezioni di venerazione non di rado più legate all’esposizione mediatica che all’effettivo valore, è una sorta di addetto al desk di un customer service al quale si può inoltrare qualunque tipo di richiesta con aspettative di servizio rapido ed efficiente. Per quanto riguarda le richieste di carattere accademico-disciplinare, spesso si tratta di questioni che una volta ci si sarebbe vergognati ad ammettere con se stessi, certo non si sarebbero trasformate in richieste da inoltrare a un docente universitario. Tra queste richieste rientra spesso la correzione anticipata di elaborati per esami da sostenere, indicazioni precise (le risposte) a test, ecc.
Il professore è in sostanza un funzionario burocratico-amministrative presso uno sportello pubblico.
Ciò implica che a lezione io, senza particolari pudori, possa alzare la mano e dire la qualunque che mi passa per la testa come se fosse lo spirito assoluto a parlare attraverso di me. Ciò viene addirittura incoraggiato come sistema pedagogico da valorizzare, perché, si capisce da sé, non siamo all’università per imparare, ma per dire “la nostra” (senza aver previamente studiato ovviamente, “la nostra” che frulla per la testa). Tutti nati imparati e pronti di default alla pontificazione pulpitizia.
Il risultato è ovviamente che gli studenti imparano sempre meno, sanno poco se non niente e giungono gioiosamente alla laurea con piena soddisfazione di tutti.
Le telematiche - non certo per responsabilità di chi ci insegna ma per come sono organizzate le cose - sono la punta di diamante di questo processo che pare funzionare così: pago e ottengo. Il processo di mediazione per ottenere il risultato finale - ovvero una certificazione scritta - che resiste come parvente fictio nell’università tradizionale, qui diverrebbe pura formalità. Un sistema che, se effettivamente così, si tira dietro le università tradizionali che si trovano a competere sul prezzo a parità di certificazione, ovviamente perdendo. Negli ultimi dieci anni sono quintuplicate le iscrizioni alle telematiche, in calo sensibile le iscrizioni alle tradizionali. Chi ha accettato la modalità mista presenza/remoto è già alla canna del gas.
Qui il passaggio decisivo è tuttavia, ormai, che lo studente è un cliente, che il cliente ha sempre ragione, anche perché le università sono alla caccia disperata di clienti che paghino la retta. Dunque, la logica sembra sempre più assomigliare a: il cliente paga e ottiene, pena la perdita dell’ambito introito. Siccome spesso ciò che si vuole ottenere è solo una certificazione, perché essa conta amministrativamente e il contenuto non è essenziale, l’offerta tende ad allinearsi al tipo di domanda. Se ho bisogno del foglio di carta a prescindere dal contenuto che esso rappresenta, la merce che si vende è il foglio non il contenuto. Del resto, se il ministero finanzia di più le università che hanno meno fuori corso, ne consegue che le università hanno tutto l’interesse a semplificare, passare, ecc.
Ma qual è il contesto di questi mercimonio? Siamo di fronte a mera corruzione morale? O a mero spirito bottegaio che vuole trasformare in business da profitti anche le università? Ciò è sicuramente parte della storia, ma come si spiega che ciò sia possibile, quali le condizioni strutturali che rendono tali pratiche socialmente realizzabili?
A mio avviso, entrano qui in gioco le tendenze di lungo corso dello sviluppo capitalistico, ovvero la sua fase che chiamo crepuscolare. Il modo di produzione capitalistico, nel suo sviluppo stadiale, è entrato in una fase in cui il processo di trasformazione tecnologica dei processi lavorativi determinato dal meccanismo di estrazione del plusvalore relativo ha raggiunto un tale grado di efficientamento che può espellere dal processo lavorativo non solo i lavoratori cosiddetti manuali, ma anche quelli intellettuali. Insomma, non c’è più bisogno non solo di manovalanza professionale, non solo di tecnici, ma neanche di laureati. O meglio: c’è bisogno di pochissimi molto bravi, da formare in istituti ad hoc di altissimo livello e di pochi altri. Dunque, diplomi e lauree divengono sempre meno funzionalmente necessari al processo produttivo e distributivo. Siccome non è più strettamente necessario che le competenze siano acquisite con funzionalità operative, non è necessario che alla carta corrispondano i fatti. Allora diventa possibile - certo deprecabile ed evitabile, ma possibile - che si venda la carta senza i fatti.