Wednesday, 3 June 2026

Qualche riflessone sull'enciclica di Leone XIV "Magnifica humanitas", di R. Fineschi

 
Qualche riflessone sull'enciclica di Leone XIV 
Magnifica humanitas

di 

R. Fineschi


La mia tradizionale passione/perversione per le questioni ecclesiastiche mi ha ovviamente portato a leggere la prima enciclica di Leone XIV, dal titolo Magnifica humanitas, dedicata alla dottrina sociale della chiesa, con particolare attenzione alla questione scottante dell’Intelligenza Artificiale[1].

Disclaimer importante: come sempre queste mie riflessioni non riguardano il vasto mondo cristiano e cattolico nel suo complesso, composto di molte anime e realtà; al solito, mi riferisco alle posizioni ufficiali della gerarchia vaticana che si manifestano attraverso documenti come encicliche, il catechismo, ecc.. E, al solito, non si intende punzecchiare la spiritualità personale di alcuno con commenti arditi, ma solo discutere di questioni teoriche e storiche legate specificamente a quelle posizioni con i loro risvolti politici e sociali.


Il tema preponderante dell’Intelligenza artificiale non è però isolato; il papa riprende molte delle questioni chiave del magistero sociale della chiesa, non a caso inaugurato dal suo omonimo predecessore Leone XIII con la celeberrima Rerum Novarum. Questa è l’occasione per ribadire alcuni dei principi basilari - e per larghi aspetti controversi - di tale magistero.

Pur tra tutti i distinguo possibili, premetto che è da sottolineare la netta presa di posizione contro la guerra e la degradazione della dignità umana nelle dinamiche correnti; nel far questo, quella del papa è voce quasi unica nel panorama internazionale che conta. Ciò va evidenziato e ne va dato merito.

Per quanto riguarda la parte più nettamente dedicata ai problemi legati all’intelligenza artificiale e alla digitalizzazione, l’enciclica ricalca le considerazioni già da tempo diffuse in ambito critico in quanto a possibile manipolazione, intesa non solo come mero condizionamento esterno, ma come creazione disfunzionale della personalità, alla pericolosa eterodirezione e automazione dei processi decisionali in campo economico, sociale, educativo, ecc. In questo non è particolarmente originale per chi abbia un minimo di familiarità con tali argomenti; i moniti vanno comunque per lo più nella direzione giusta. Molto più “leggera” invece la parte propositiva, l’elaborazione di alternative, la proposta di un modello in positivo[2]. Qui, a mio avviso, emergono alcuni aspetti “filosofici” più interessanti, che meritano qualche considerazione aggiuntiva proprio per evitare da una parte l’indifferenza, ma dall’altra i facili entusiasmi, tanto più spontanei quanto più è solitaria la voce di denuncia del papa contro le malefatte del capitale mondiale.

Ritenere infatti che la comune denuncia delle situazioni più esecrabili implichi di per sé la coincidenza di vedute su possibili vie d’uscita o sulle premesse teoriche da cui la critica muove è il facile errore in cui non si deve cadere e in cui invece molti cadono, proprio per il cattolicesimo implicito e mal digerito che alberga in molti (anche rivoluzionari di sinistra). Cercherò dunque di porre l’attenzione sulle premesse in questione e sul loro carattere aporetico, paradossalmente messo in luce nell’enciclica stessa. Aporie tutte implicite nel titolo, la “magnifica umanità”.


Un’ultima premessa. Non prenderò qui in considerazione le questioni più strettamente legate alla dottrina sociale della chiesa, in quanto le ho già discusse varie volte in altre sedi; esse non subiscono alcuna modifica in questa nuova versione[3].

II

Il papa fa un doppio passaggio: da una parte ancora la morale alla “persona umana” come metro di paragone di ogni azione storica, dall’altra però considera storiche le circostanze. Cambiano insomma le situazioni, che si rinuncia a teorizzare, ma non cambia il soggetto giudicante e il suo statuto ontologico (appunto la magnifica umanità)[4].

Per quanto riguarda la prima questione è quello del papa un rilevante arretramento dottrinale: la Chiesa non deve dare un modello positivo di organizzazione sociale, ma accettare l’idea che il Cristianesimo si declini e interpreti le circostanze via via storicamente date. Vale la pena ricordare che, fin quando è esistito uno Stato effettivamente gestito politicamente e amministrativamente in modo diretto dalla Chiesa Cattolica, esso è stato uno dei più arretrati nel mondo occidentale, da ogni punto di vista. Al di là della poca perizia pratica, tuttavia qui il discorso è più serio: si rinuncia in linea di principio a fornire dei modelli. Se ciò potrebbe da un lato sembrare un’apertura all’imponderabilità delle circostanze storiche e quindi all’impossibilità di avere una proposta stabile una volta per tutte - sembrerebbe quindi un’attestazione di flessibilità e di “comprensione” da parte dell’istituzione cattolica del mutevole carattere delle vicende umane -, dall’altra ci si sottrae alla responsabilità della proposta. Ciò pare a me il fatto più rilevante: non esiste un modello di società da suggerire. Se questo è ben comprensibile nella prospettiva di un mondo laico, appare un po’ sorprendente da parte di una istituzione che si vuole portatrice di una verità transtorica. Sembra più un escamotage per non dover indicare delle strade in positivo, ma limitarsi alla più agevole critica in negativo.

III

Il fondamento di questa analisi critica della società presente e passata è la persona umana, quella “umanità” che viene detta “magnifica” nel titolo dell’enciclica. Questo fondamento ontologico è assai controverso, per quanto costituisca la spina dorsale di tutto il ragionamento del pontefice. Per es., egli lo lega alla critica e ai limiti possibili dello sviluppo dell’Intelligenza artificiale; quest’ultima è infatti “allenata”, “costruita” a partire dalla registrazione di esperienze date, dal modo in cui le vengono fornite e classificate, ecc.; essa è in sostanza storicamente “condizionata”, al di là della sua autonoma capacità di calcolo: il materiale sulla cui base essa calcola, si costituisce come soggetto operativo e “ragiona” è storicamente dato e quindi “contingente”. Invece la persona umana non lo sarebbe, essa è assoluta.

Proprio qui sta il vulnus e, di conseguenza, la poco efficace critica dell’Intelligenza artificiale: considerare il concetto di “persona umana” e i contenuti filosofici e morali che le si attribuiscono come un qualcosa di “originario” e non esso stesso un prodotto storico. L’apologia inconsapevole del presente consiste proprio nel considerare come svincolati dallo sviluppo storico non solo i contenuti, ma la formazione dell’individuo come soggetto giudicante. In altre parole: nel non concepire come momenti del processo storico anche i soggetti agenti che sono co-deteminati non solo nel contenuto delle loro operazioni, ma anche nella loro costituzione a soggetti, ovvero nel non vedere la persona come ciò che è, la tipica forma di soggettualità del mondo mercantile, universalizzatasi grazie al capitalismo. Perché la chiesa e la “persona umana” non sarebbero soggetti al destino di tutte le altre vicende umane resta misterioso. È il celebre assunto su cui ironizza Marx per cui di storia finora ce n’è stata e ora non ce n’è più[5].

Qui, tuttavia, emerge la nota più dolente: da quanto la chiesa considera effettivamente universale la dignità umana e non limita questa “universalità” alla persona cristiana? Da quanto, in sostanza, la dignità “umana” è di tutti gli esseri umani non appartiene solo agli umani cattolici? Ovvero: da quando è universale per davvero?

Qui spesso si confonde la vocazione universalistica e proselitistica del cristinanesimo con l’universalismo moderno: una cosa è infatti aver aperto con Paolo di Tarso il cristianesimo a tutti, di modo che tutti possano diventare pienamente umani abbracciando la dottrina cristiana; ben altra cosa è sostenere che tutti sono umani in quanto tali, a prescindere dalla religione che professano (o ad altre caratteristiche o scelte individuali). Da quando l’apertura universale cristiana diventa universalismo in senso moderno (quello riconosciuto dalla nostra Costituzione per esempio)?

A stare alla risposta della stessa enciclica non da tanto e nemmeno per scelta deliberata; più a rimorchio. La chiesa riconosce in verità l’universalità della persona umana solo a partire da Leone XIII, quindi dopo l’illuminismo, la rivoluzione americana e francese, la guerra di secessione… arriva addirittura dopo l’ultimo stato formalmente schiavista che ha affrontato una sanguinosa guerra di secessione per abolire la schiavitù… insomma solo perché oramai era legge in tutti gli stati moderni[6].

Prima la magnifica umanità era solo cattolica e chi non era cattolico non era umano, al punto che per legittimare i vari ammazzamenti purtroppo patrocinati e promossi dalla chiesa stessa nel corso della sua storia, i malcapitati li si scomunicava… non essere cristiani significava non essere umani e quindi uccidibili.

La “universalizzazione” della persona umana è un superamento della precedente “persona umana cattolica”. Questo passaggio è da salutare con entusiasmo, ma è storicamente determinato e viene assimilato dalle istituzioni ecclesiastiche a traino dei grandi sconvolgimenti storici democratici ai quali la chiesa si era fermamente opposta.

Ciò detto, ricordo che neppure la concezione corrente “universalistica” rinnega in ogni caso l’idea di una gerarchia dei fini e quindi di una stratificazione sociale legittima; ma per questo rimando agli scritti già menzionati.

IV

Per venire ad altre criticità, bisogna pure notare che l’enciclica, ovviamente, non indica soggetti collettivi, classi, ecc. Chi agisce è l’individuo, la persona umana, con la sua coscienza morale. I meccanismi storici, la strutturazione delle loro dinamiche complesse è intenzionalmente ignorata, anzi Monsieur Le Capital non viene chiamato nemmeno una volta per nome.

Lo Stato deve regolare, ma non intervenire troppo, perché la sua presenza eccessiva nella gestione economica finirebbe inesorabilmente per allargarsi a quella della morale, delle “famiglie”. Anche qui la strategia è fin troppo palese: da quando la chiesa non ha più il monopolio dell’educazione degli individui e lo stato appare potenzialmente laico, si dà la priorità alla famiglia, la fantomatica società naturale…, famiglia che ovviamente agisce “naturalmente”, solo se mossa da principi cristiani. Ovvero non se ne pretende affatto l’autonomia, ma lo svincolamento da un legittimo insegnamento pluralistico e una sua fedeltà a quello cattolico.

Lo stato deve poi sostenere gli imprenditori, ponderare l’utilizzo dell’IA per trovare il giusto bilanciamento tra occupazione e profitti, ecc. Insomma, lo stato è quello capitalistico, seppur “umano”[7].

V

Vabbè, la finisco con la parte del mangiapreti, ma bisogna avere contezza della natura delle cose e delle differenze sostanziali, altrimenti si finisce inconsapevolmente dalla parte sbagliata. E anche qui non bisogna ingannarsi, non è una questione di singoli papi, le linee di fondo sono sempre le stesse. Certo, le si può articolare in modi più o meno drastici, vale a dire sostenere o il corporativismo fascista o lo stato sociale alla democristiana o criticare l’immoralità del capitalismo (senza chiamarlo per nome). Non sono differenze di poco conto e, quindi, sarebbe ingenuo concluderne che tutto è uguale per il mero fatto che le linee di fondo sono le stesse: vale la pena o contrastare o valutare con raziocinio il da farsi, in certi casi favorire e allearsi, ecc.

Ciò ricordato, e proprio per quanto appena detto, non si può che accogliere molto positivamente la voce del papa che si eleva contro la guerra e la cultura della guerra, che mette in guardia contro i pericoli potenziali legati allo sviluppo dell’intelligenza artificiale se messa nelle mani di pochi imprenditori privati mossi dall’esecrabile brama di profitti, ecc. Soprattutto se è l’unico a farlo in un contesto quanto mai silente.

Se, tuttavia, nel contesto silente il papa è quello più a sinistra, c’è pure da preoccuparsi.

1 Leone XIV, Magnifica Humanitas, testo reperibile qui.

2 Involontariamente ironico è il titolo dell’ultimo paragrafo della parte propositiva (§228): “Pregare e sperare”.

3 Vari testi ora raccolti in Da Pio IX a Leone XIV. Prospettive marxiste sulla dottrina sociale della Chiesa, Siena, 2025. Alcuni estratti con varianti si trovano online; tra i vari si veda questo.

4 §36: “Per Paolo VI il Vangelo, pur essendo stato annunciato, scritto e vissuto in un contesto storico-culturale molto differente dal nostro, non è un messaggio “superato”, ma una visione della persona umana, delle relazioni, dell’autorità e del bene comune capace di orientare anche oggi le scelte economiche,politiche e culturali. In altre parole, il Vangelo rimane attuale perché fornisce i criteri per riconoscere ciò che umanizza o disumanizza, ciò che libera o opprime, dentro situazioni sempre nuove”; §45: “Ognuno, assumendo le sfide della propria epoca e leggendo con il Vangelo i mutamenti storici, ha fatto emergere aspetti diversi di un unico patrimonio: la dignità della persona, il valore del lavoro, la destinazione universale dei beni, la solidarietà e la sussidiarietà, la cura del creato, la centralità della pace e della fraternità. Ne risulta uno sviluppo armonico, ma non sempre lineare, segnato da accenti differenti, da approfondimenti progressivi e, talvolta, da cambiamenti di prospettiva che non rompono con ciò che precede, ma ne fanno maturare le implicazioni.Se oggi possiamo parlare di un corpus di principi e criteri condivisi, è perché questa lettura della storia alla luce della fede non si è mai interrotta e ha saputo lasciarsi provocare dalle domande di ogni generazione. È a questo nucleo portante – i grandi principi della Dottrina sociale che orientano il discernimento dei credenti nella vita personale e pubblica – che ora desidero rivolgere l'attenzione, per coglierne meglio la coerenza interna e la forza generativa per il nostro tempo”.

5Gli economisti hanno un singolare modo di procedere. Non esistono per essi che due tipi di istituzioni, quelle dell’arte e quelle della natura. Le istituzioni del feudalesimo sono istituzioni artificiali, quelle della borghesia sono istituzioni naturali. E in questo gli economisti assomigliano ai teologi, i quali pure distinguono due tipi di religioni. Ogni religione che non sia la loro è un’invenzione degli uomini, mentre la loro è un’emanazione di Dio. Dicendo che i rapporti attuali – i rapporti della produzione borghese – sono naturali, gli economisti fanno intendere che si tratta di rapporti entro i quali si crea la ricchezza e si sviluppano le forze produttive conformemente alle leggi della natura. Per cui questi stessi rapporti sono leggi naturali indipendenti dall’influeza del tempo. Sono leggi eterne che debbono sempre reggere la società. Così c’è stata storia, ma ormai non ce n’è più. C’è stata storia perché sono esistite istituzioni feudali e perché in queste istituzioni feudali si trovano rapporti di produzione del tutto differente da quelli della società borghese, che gli economisti vogliono spacciare per naturali e quindi eterni”. Karl Marx, Miseria della filosofia (dicembre 1846- giugno 1847), Roma, 1993.

6 Nell’Enciclica il tema entra trattando la delicata questione della schiavitù, la sub-umanità ontologica per definizione. §176: “Nella maturazione della sua dottrina, la Chiesa ha progressivamente acquisito coscienza della gravità di queste realtà [la schiavitù]. È vero che gli eventi del passato non possono essere giudicati astoricamente, come se tutti i criteri maturati nel tempo fossero sempre stati disponibili. Tuttavia, non possiamo negare o minimizzare il ritardo con cui la Chiesa e la società hanno condannato il flagello della schiavitù. Se nell’Antichità e nel Medioevo molte persone e istituzioni ecclesiastiche avevano schiavi, già nella modernità la Sede Apostolica romana, sollecitata dalle richieste dei sovrani, intervenne più volte per regolare e legittimare le modalità disottomissione e, in alcuni casi, di riduzione in schiavitù degli “infedeli”. Si deve attendere il XIX secolo per trovare una condanna formale, assoluta e universale della schiavitù, in particolare con Leone XIII. Questo costituisce un chiaro esempio della crescita nella comprensione, da parte della Chiesa, delle verità perenni della Rivelazione che essa custodisce. Sebbene non troviamo omogeneità nella questione in sé – avendo a lungo tollerato la schiavitù e giungendo solo in seguito a condannarla in modo assoluto –, c’è una continuità lungo tutta la storia riguardo alla convinzione della dignità di ogni essere umano, creato a immagine di Dio, pur senza riuscire, in diciotto secoli, a esplicitarne in modo ufficiale la totale incompatibilità con la schiavitù. Si tratta di una ferita nella memoria cristiana a cui non possiamo considerarci estranei. È inevitabile provare un profondo dolore considerando l’enorme sofferenza e umiliazione che la schiavitù ha significato per tante persone, in contrasto con la loro dignità senza limiti, amata infinitamente dal Signore. Per questo, a nome della Chiesa, domando sinceramente perdono”. In realtà il problema scottante è la legittimità teorica della schiavitù, basata sulla gerarchia dei fini e sulle qualità umane più idonee a realizzarli ricalcata su modelli aristotelici; essi del resto non sono del tutto scomparsi neppure adesso nonostante l’adesso rivendicata universalità; si ripresentano con la teoria della diversa distribuzione dei “talenti” (ma vedi i miei scritti citati per un approfondimento). D'altronde, se in venti secoli di storia bisogna attendere addirittura la fine del secolo XIX per formulare il concetto di universalità umana, forse qualche domanda bisognerà porsela sul prima, non liquidabile con un era lì, ma ancora non l’avevamo capito.

7 §168: “Di qui deriva una specifica responsabilità pubblica. Lo Stato ha il dovere di sostenere l’attività delle imprese creando condizioni favorevoli all’occupazione, promuovendo il lavoro dove manca e difendendolo nei tempi di crisi, perché esso è un bene primario per le famiglie e per la società. In particolare, in una stagione di profonde trasformazioni tecnologiche, occorre una creatività politica a favore del lavoro che metta al centro la famiglia e le nuove generazioni, se non vogliamo che i progressi economici si traducano in nuove forme di insicurezza e di esclusione”. Da rimarcare che questa creazione deve passare attraverso il sostegno alle imprese.

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