Che cosa distrugge la scuola?
Riflessioni a partire dal film D’istruzione pubblica
Il film D’istruzione pubblica affronta il tema della scuola, delle sue problematiche e delle strategie politiche di cui essa è momento. Sull’argomento ho già scritto in passato e rimando chi fosse interessato a questo testo: https://cambiare-rotta.org/2025/03/28/2-per-una-nuova-scuola-pubblica-contributo-di-roberto-fineschi/
Il film dice molte cose vere, anzi praticamente tutte. Mi chiedo solo se l’inquadramento che propone sia onnicomprensivo e dunque poi efficace anche per individuare problemi e soluzioni.
Se non capisco male, le tesi di fondo sono le seguenti:
1) il male della scuola italiana viene dalla sterzata educativa nella direzione pedagogica di derivazione statunitense di cui si parla da una trentina d’anni;
2) essa va di pari passo con l’autonomia scolastica (Bassanini/Berlinguer), l’aziendalizzazione degli istituti e il loro orientamento a formare lavoratori-non-cittadini, meri abili esecutori di mansioni in evoluzione.
3) In questo processo non c’è e non c’è stata differenza tra centro-destra e centro-sinistra, sodali in obiettivi e strategie.
Tutto quello che dice il film è sostanzialmente vero. Mi chiedo solo se esso riesca a inquadrare tutta la problematica e a cogliere, dunque, strategie e prospettive di risoluzione.
1) Tra ideale e reale
Il film pecca forse un po’ di idealismo, non nel senso banale che spinge all’agitazione politica in un contesto che pare sordo a determinate istanze, piuttosto nel presupporre una corrispondenza più o meno rapida tra strategie governative e loro effettiva attuazione nel reale contesto scuola. Solo a questa condizione la “deriva” della scuola potrebbe essere imputata alle scellerate decisioni dei governi degli ultimi trent’anni. Credo che ciò sia l’equivoco di fondo. Se è vero che le riforme pedagogiche e organizzative sono più che mai criticabili (come fa giustamente il film), il problema è più ampio. È lo stesso errore per cui la “svolta” neoliberale sarebbe stata una decisione strategica dei capitalisti a tavolino e non la risposta istituzionale alla crisi reale di valorizzazione del capitale.
(en passant: se le nuove strategie educative sono migliori di quelle vecchie ce lo diranno i fatti e non le dottrine apriori. A giudicare dai risultati raggiunti in altri paesi – USA in primis – e da quelli parziali italiani, direi che iniziare a nutrire forti dubbi sulla loro efficacia è più che lecito. Del resto, come tutti ben sanno, prima del cooperative learning non ci sono mai stati grandi poeti, grandi scienziati, grandi giuristi, ecc., non come ora che invece pullulano).
2) Pachidermi a passo lento
La scuola italiana è un pachiderma che procede a passi lentissimi. Partiamo dal corpo docente. Per semplificare possiamo dividerlo credo in tre segmenti:
a) il primo è quello politicamente impegnato, convinto del ruolo sociale della scuola come istituzione educativa e “politica” in senso eminente. È una minoranza ed esprime esattamente il punto di vista del film;
b) il secondo è costituito dalla grande maggioranza, docenti che fanno un lavoro, senza particolari idealità. Possono essere più o meno preparati, devoti, ecc., ma sostanzialmente svolgono una professione e alla fine del mese portano uno stipendio a casa. Sono per lo più persone serie, ma non hanno prospettive politiche o strategie educative di principio da attuare;
c) il terzo sono gli imboscati, presenti più o meno in tutte le istituzioni pubbliche che lo stipendio, per dirla alla spiccia, lo rubano. Sono una minoranza, che dà però nell’occhio e che è utilissima alla criminalizzazione della professione del docente.
I piani di riforma del governo da un punto di vista educativo (le “direttive”) sono oggetto di una discussione tutta ideale tra il gruppo a e il ministro. La scuola, nella pratica didattica dei docenti, è sostanzialmente impermeabile a tutto ciò, che passa come acqua fresca nell’indifferenza generale. Che le sue problematiche educative siano il risultato delle politiche “pedagogiche” neoliberali temo sia illusiorio. Certe, queste politiche non risolvono nessuno dei problemi della scuola, anzi li aggravano, ma sicuramente non li inventano.
E viene ovviamente da chiedersi se sia davvero l’obiettivo dei governi quello di introdurre i nuovi approcci educativi o se non sia invece solo fumo negli occhi. La vera strategia, a partire dall’autonomia in poi, è semplicemente una politica di tagli. Questo è forse il vero obiettivo neoliberale: non dare le risorse alla “azienda” scuola, che se le deve trovare da sé. E questa sì è stata una politica effettivamente seguita in passato e tutt’ora praticata.
I nuovi orientamenti fanno semmai parte di un piano di colpevolizzazione del corpo docente: la scuola va male perché queste cariatidi non seguono i nuovi orientamenti! Altrimenti, vedreste che roba! Consiglio di frequentare gli analoghi studenti statunitensi per un po’ per farsi un’idea più precisa.
3) Di semplificazione in semplificazione
L’altro errore è probabilmente quello di credere che la causa della semplificazione dei libri di testo, dei programmi, ecc. sia, di nuovo, conseguenza di decisioni prese dall’alto. La semplificazione generale non è la causa, è ahimè l’effetto, tragico, del livello molto basso degli studenti (che ovviamente non sono colpevoli, ma vittime; bisogna però guardare le cose in faccia). Solo in alcuni licei – e rare eccezioni negli altri istituti – ci sono ormai studenti interessati a ciò che studiano, per il resto è sempre più esteso un diffuso lassismo, disinteresse, passività, ecc.
L’aver messo le scuole in concorrenza tra di sé ha agevolato questo vero e proprio dramma sociale. “Litigarsi gli studenti” è ciò che ha implementato un costante e regolare abbassamento dei livelli di insegnamento, per il semplice fatto che si deve bocciare il meno possibile perché altrimenti si perdono cattedre, finanziamenti, ecc. Non bocciare conviene al dirigente, così l’istituto appare virtuoso, al docente che non perde la classe e allo studente scansafatiche che “gode” (si fa per dire, la vittima ovviamente è lui) dei vantaggi di un sistema che premia al ribasso. Non perché io sia favorevole a bocciare a tappeto, beninteso; si tratta di mantenere però certi standard di decenza. Che la scuola serva a creare dei lavoratori “competenti” è, temo, un’illusione; diciamo che troppo spesso ci si limita a rallentare la creazione di novelli giovin signori, edonisti passivi, incapaci a tutto.
Ciò ovviamente non esclude che ci siano scuole selettive, ma sono una minoranza e servono a produrre quell’esiguo numero di individui davvero “competenti” funzionali ai processi di riproduzione del capitale.
Nel cercare i colpevoli della generale insipienza parte la catena per cui si dà la colpa al livello di istruzione che precede quello attuale, un comodo scaricabile. La verità è che parte dei ragazzi, delle famiglie, dei docenti stessi sono espressione di un contesto culturale fortemente impoverito sia valorialmente che socialmente. La scuola semplicemente lo riflette. E per questo ci sono delle regioni strutturali, non meramente propagandistiche o strategiche di capitalisti e ministero.
Anche qui, i giovani politicamente attivi, anche in senso non strettamente partitico, sono una minoranza. Lo stato di fatto non è colpa, in prima istanza, né delle idee individuali di Rousseau né delle fondazioni create da Rockfeller, ma delle dinamiche oggettive di produzione e socializzazione del capitalismo crepuscolare. Ciò ovviamente non significa che non si debba agire anche sul piano organizzativo, pedagogico, educativo, cinematografico, ecc., ma se non si inquadrano questi sforzi alla luce della comprensione delle tendenze strutturali temo che l’efficacia sia ridotta.
Per un primo modesto tentativo di fare questo collegamento, rimando all’articolo citato in apertura.