Tuesday, 1 September 2026

Messaggi in bottiglia. Versi, parole e pagine sparse di una vita tra Hegel e Marx (recensione del libro di N. De Domenico Visa Cogitata Scripta)

 

Messaggi in bottiglia. Versi, parole e pagine sparse di una vita tra Hegel e Marx

i__id18521_mw600__1xdi Roberto Fineschi 

Il libro di Nicola De Domenico, Visa Cogitata Scripta. Composizioni e traduzioni 1999-2024 (Mimesis/Parterre, Milano-Udine 2025) appare a prima vista composto di frammenti (poesie, prose, saggi), vergati in occasioni e periodi diversi negli ultimi venticinque anni ma è un tutto unitario, una testimonianza intellettuale, una presa di posizione pratica nel tempo della prassi impossibile. Ne ho ricavato alcuni nuclei tematici.

1. Repubblica delle lettere e disimpegno 

Il tema ricorrente del distacco, del dégagement, non va in realtà letto come una assenza. È venuta meno la militanza, ma non la prassi e la testimonianza. È il tema classico del rapporto tra azione individuale e contesto storico della sua realizzazione, tra realtà effettuale e individuo come luogo dell’azione, tra spirito oggettivo e spirito assoluto. La misura dei tempi individuali e dei tempi storici non coincide, ciò che si può fare in un’epoca dello spirito o in una sua fase non è possibile in un’altra. Di questa dura legge non si può che prendere atto, ma allo stesso tempo questa presa d’atto non la si vuole far suonare né come rassegnazione, né come vuoto della ragione. La continuità storica dell’intellettualità, nell’epoca della “militanza impossibile”, è prassi politica anch’essa in una sua forma peculiare. La continuità storica dello spirito non si fa da sé, ma sempre attraverso individui in grado di realizzarla.

Ed ecco allora il tema via via ricorrente della Repubblica delle lettere, di un ambito culturale che, se non coltivato, è destinato esso stesso all’annichilimento. È una continuità non da mero amanuense, di ricopiatura dell’esistente, ma di ripresa, digestione e riproduzione in forma nuova di un patrimonio storico-culturale che vive solo se assorbito e praticato. E allora ecco De Domenico poeta e traduttore, individuo contemporaneo in dialogo razionale con una tradizione culturale, linguistica, stilistica che anche attraverso questo libro rivive e si tramanda. Per dirla con le sue parole «tradurre [è] gettare ponti fra ramificazioni d’una medesima grande tradizione millenaria». Un “messaggio in bottiglia” di “convinzioni argomentabili”.

Italo Calvino, di Tullio Pericoli

Italo Calvino, di Tullio Pericoli

2. Comunicazione colta e diacronia. Poesia e traduzione come continuità storica del dialogo della Repubblica delle lettere

Quella di De Domenico, non potrebbe essere altrimenti, è una comunicazione colta, che si muove su di un registro alto; ma sarebbe sbagliato confonderla con uno elitario bizantinismo: è la dignità letteraria del discorso poetico (Calvino) a dispetto della depoeticizzazione della poesia contemporanea. Un codice letterario apparentemente elitistico, che in realtà è solo colto e non preclude l’accesso, non è misticamente esclusivo; piuttosto rende necessaria un’educazione letteraria, che è tuttavia democraticamente accessibile a chi la voglia conseguire. De Domenico prende sul serio la fatica del concetto e del verso poetico, sceglie modelli letterari prestigiosi, traduce autori complessi e densi, fa riferimenti culturali impliciti ed espliciti ai classici della letteratura.

E il rifiuto dell’elitismo “ontologico” è ben chiarito nel saggio posto in appendice: in esso, attraverso un caso emblematico, quello nietzschiano, si mostra la genesi di mitologemi che impediscono una effettiva e corretta comunicazione tra pari, che rendono impossibile non di fatto ma in linea di principio la praticabilità dell’universalità della ragione, che è trasformato ontologicamente in elitistica cerchia dai messianici portatori di verità. La Repubblica delle lettere è sì, invece, un hortus conclusus, ma accessibile a chi voglia incamminarsi per l’impervia strada che ad esso porta; la religiosità irrazionalistica è al contrario elitaria in un senso ben diverso: è preclusiva di questo cammino.

Miniatura medievale

Miniatura medievale

3. Tema del piacere/sirene /neopaganesimo, ma presenza dell’elemento storico perturbante

L’hortus conclusus è il luogo del piacere letterario, un piacere anche sensuale (vedi il tema ricorrente della sirena, mortifera e beatificante al tempo stesso); è il luogo del sogno e della visione, della sospensione. Ma come ogni hortus non è fuori dal mondo, nel mondo si trova, di esso percepisce le eco tragiche, dolorose, laceranti (e qui De Domenico va a braccetto con mie letture recenti: Calvino, Leopardi, Montale); quel mondo duro e terribile sul quale la presa, le capacità orientative e trasformative sono venute meno, ma al quale non si deve soccombere. Da esso ci si sottrae per preservare   il salvabile.

Le pagine in cui la voce della sconfitta storica o quella del dramma umano dello sterminio si fanno sentire sono le più dolorose e accorate. Un tono talvolta malinconico pervade tuttavia molte parti dell’opera (sogno, sospensione, distacco, rifiuto della vana speranza ma anche della disperazione dell’assenza di speranze).

L’elemento personale, intimamente autobiografico – pure una delle chiavi della raccolta – non scade nel personalismo egocentrico, ma si sviluppa attraverso stati d’animo “storicamente determinati”, comuni, ma non di una generica condizione umana, bensì di un individuo dalla caratteristica storia intellettuale, tipica non in senso generico e qualunquistico, piuttosto emblematica di una stagione e di un profilo di intellettuale.

L’hortus conclusus è anche sofferta esclusione, distanza dalla massa, rivendicata ma anche dolorosa incapacità di integrazione nell’evolvere (o forse nel regresso) della storia dello spirito. Tutto ciò fa breccia nell’hortus, fa apparire la Repubblica delle lettere più come un rifugio che come un progetto, più come un arroccamento che una rivendicazione. Ma se ciò rappresenta sicuramente una strategia difensiva, non è una resa.

Hortus conclusus

Hortus conclusus, miniatura medioevale

4. Grande e piccola storia 

Qui, infatti, non prevale la disperazione, la piccola storia tenta, proprio nei suoi limiti invalicabili, di farsi grande, di resistere alla tentazione della desolazione esistenziale, rivendicando, come si diceva in principio, uno spazio all’azione individuale. Coltivare il piccolo orto della Repubblica delle lettere è l’unica, o una delle poche, prassi possibili – praticabili nei tempi bui dell’apocalisse. No, non pacifica, non c’è pacificazione possibile: cogliere e vivere la fase dello spirito in dissidio con se stesso non ne permette alcuna. Ma la lacerazione del dolore non è morte, pur sofferente, è resistenza.

Per concludere con una nota non pessimistica, torno all’inizio, al titolo: cose viste, pensate, scritte. Augurandomi di non fare torto all’autore, mi piace leggere questa triade come una metafora hegelianeggiante e un po’ marxianeggiante di rappresentazione, concetto e prassi, visione, ricostruzione nel pensiero, scrittura. Certo, una prassi in tono minore, ma pur sempre una molecolare attività trasformativa secondo scopi posti consapevolmente e tenacemente perseguiti, produttori di senso, un tentativo di individuale testimonianza di razionalità universale. I tempi storici faranno il loro corso e ci diranno se questo sforzo ha avuto un senso collettivo; ciò che tuttavia ciascuno di noi individualmente abbandona al nulla, non sarà salvato da nessun altro. 

Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026 

Appendice 

Testi scelti 
Linee trascritte da un notes ingiallito: p. 97 
Non abbiamo avuto tempo
per la gioia e per il lutto
noi, che abbiamo sognato
l’ala della libertà sfiorare
come carezza di sorella
le acque placide dell’eguaglianza.
Ma ora aborriamo l’abbraccio fraterno
di tribù confinanti
che ci rende discordi. 
Frères citoyens all’armi
contro briaca Bruederschaft teutonica;
cosacchi e cavalleggeri di Galata,
tutti a contendersi campi irrigati
da sangue sempre impuro
ora d’invasori ora d’invasi. 
Così dileguò l’universale umano, l’edificazione d’una società mondiale di liberi ed eguali,
un sogno
ricamato su laceri stendardi.                                        

Pazienza e/o rassegnazione: p. 111
Pazienza è subire con sommissione -
se del patire non v’è remissione.
La scelta ponderata dell’accettazione ti scampa dalla inane ribellione,
che il dolore attizza in tale dismisura, che reggere l’uomo non può. 
C’è a volte qualcosa che ci rende pazienti,
spontaneamente disposti alla rassegnazione:
un figlio troppo amato o un profitto ambito, l’invecchiare immemori del vigore perduto,
in quieta attesa d’una morte incombente, che non discriminerà gli ingiusti dai giusti. 
Forse il gravame oscuro del vuoto e della passività è oppressione maggiore.
È maggiore dell’indifferenza per un trapasso desiderato
con malcelata impazienza.
Noi non speriamo  ciò che non vediamo; e pertanto impazienti ci rassegniamo. 
Rassegnati – non virtuosamente – subiamo l’ineluttabile
ma senza più pazienza. Vorremmo correre alla conclusione come Ferdinand von Schill:
Meglio una fine con orrore, che un orrore senza fine.                                                      

Da Ricorsi: p. 112
Se poi, per avventura, nella non stagione dei tuoi anni fai il rendiconto,
non volgerti indietro a contar primavere, ma innanzi guarda senza disperanza.

Messaggi in bottiglia. Versi, parole e pagine sparse di una vita tra Hegel e Marx (recensione del libro di N. De Domenico Visa Cogitata Scripta)

  Messaggi in bottiglia. Versi, parole e pagine sparse di una vita tra Hegel e Marx Pubblicato il 1 settembre 2026 da Comitato di Redazio...