Note provvisorie per una Teoria della Rivoluzione
di Roberto Fineschi*
Pubblicato su “Materialismo Storico. Rivista di filosofia, storia e scienze umane", n° 2/2017, licenza Creative Commons BY-NC-ND 4.0
In
questa relazione vorrei iniziare a indagare, in maniera problematica e
necessariamente provvisoria, un tema radicale, che sta forse alle spalle
della riflessione sugli eventi dell’Ottobre 1917, vale a dire il
significato stesso del concetto di “rivoluzione”. È possibile
ricostruirne una teoria tanto in termini generali quanto in termini più
specifici relativamente al passaggio dal modo di produzione
capitalistico a una società futura?
Quanto segue costituisce solo
una riflessione di carattere preliminare; le domande sono più delle
risposte. Per trovare le risposte, bisogna però partire dalla domande
giuste; spero che questo contributo possa essere di qualche aiuto in
questo senso.
1. Che cosa significa “rivoluzione”?
In
termini marxiani, si tratta di una trasformazione che implica una
ridefinizione dei rapporti di produzione e distribuzione sulla base di
un nuovo modo di produzione e delle relative forme di rappresentazione e
consapevolezza di tale processo da parte degli attori coscienti. Questo
cambiamento può essere il risultato di un processo politico
consapevolmente gestito dagli attori sociali, che oltre ad essere agiti
dalle tendenze obiettive, le “agiscono”, se mi si consente la
sgrammaticatura. Alcune possibili domande, quindi, sono:
- Quando ci sono state effettivamente rivoluzioni strutturali?
- Quando le rivoluzione strutturali sono state risultato di soggetti consapevoli che si erano posti quello scopo?
- Quale evento storico “rivoluzionario”, a detta dei suoi promotori, ha effettivamente portato a una rivoluzione strutturale?
- Viceversa, quale rivoluzione strutturale è avvenuta a prescindere dalla consapevolezza dai suoi realizzatori materiali?
Un secondo blocco di domande inevitabilmente collegate a queste sono le seguenti:
- in
quale altra epoca storica la lotta di classe ha prodotto delle
dinamiche progressive o ha garantito alle classi antagoniste una via di
uscita “progressiva”?
- Ovvero quali e quante rivoluzioni soggettive, anche di grande portata, sono finite nel nulla?
- In questo contesto, l’incremento delle forze produttive è una costante storica nel passaggio da un modo di produzione all’altro?
- Il
corrente modo di produzione è sempre stato fecondo del successivo in
termini di progresso della produttività del lavoro e della capacità
degli uomini di gestire il ricambio organico con la natura?
Alla
maggioranza di queste domande, soprattutto a quelle del secondo blocco,
si dovrebbe rispondere positivamente sulla base dello schematico
modello esposto nella celeberrima
Prefazione marxiana a
Per la critica dell’economia politica.
Parrebbe trattarsi però di una formalistica generalizzazione
transtorica di leggi e tendenze che si instaurano nel modo di produzione
capitalistico. In effetti, non pare che nel corso storico le cose siano
andate esattamente così, dove mondi produttivi sono scomparsi, implosi,
senza generare niente di “superiore”; dove le classi in teoria
progressive hanno tentato rivoluzioni tragicamente fallite proprio per
la mancanza di condizioni oggettive; oppure condizioni obiettive hanno
prevalso prendendo determinate direzioni a prescindere dall’azione
programmatica delle classi in gioco.
Per farla breve, Marx ha
effettivamente elaborato una teoria degli “altri” modi di produzione? In
assenza di essa non si può che prendere atto che tutte le domande di
cui sopra sono destinate a non avere risposta. Questo è un problema
anche per la teoria del presente e del suo eventuale carattere
anticipatorio del futuro. Riprendiamo il discorso dalle fondamenta.
2. «Die materialistiche Geschichtsauffassung» ovvero, la concezione materialistica della storia
La
teoria del processo storico elaborata da Marx è rimasta un torso. Ciò
non significa che quello che ci ha lasciato non costituisca, ancora
oggi, uno dei più validi strumenti teorici e politici che siano a nostra
disposizione; tuttavia non bisogna neppure farsi illusioni sui suoi
limiti o, forse meglio, sulla sua incompiutezza. Il mio contributo
cercherà di mettere in luce, in questo contesto, quelli che a mio modo
di vedere sono alcuni orizzonti di ricerca aperti, soprattutto per
quanto riguarda il concetto di rivoluzione e cambiamento storico.
La teoria della storia di Marx si articola attraverso una complessa struttura che si sviluppa su diversi livelli di astrazione:
a)
continuità/discontinuità fra uomo e natura. La specie umana, una delle
tante del regno animale, si caratterizza per la sua capacità di
lavorare. Il processo lavorativo mette in gioco tutta una serie di
elementi “naturali” che però, grazie alle modalità in cui il processo si
realizza, diventato “umani”. Qui il riferimento è ai noti passi del
primo libro del
Capitale sul Processo lavorativo.
La “
Gegenständlichkeit”
del risultato del processo, il prodotto, rende possibile l’essere per
altro oggettuale dell’attività umana e quindi la possibile
socializzazione dei suoi prodotti. La costruzione di un mondo oggettivo,
naturale/umano che ha una sua esistenza altra, potenzialmente per
altri.
Le caratteristiche di questo processo in astratto non
descrivono una modalità primordiale di lavorare, una essenza/esistente o
esistita in un qualche momento primigenio. L’individuazione in astratto
degli elementi del processo lavorativo non è che il caput mortuum di un
processo di astrazione che come tale non è mai esistito né deve
esistere. Il processo si realizzerà sempre in forme storiche determinate
che ne saranno una manifestazione, ma, proprio per questo, mai saranno
identiche all’universale astratto.
b) Questo discrimine permette
di articolare il secondo processo di continuità/discontinuità, quello
delle diverse fasi storiche “umane”. Le diverse modalità, in cui gli
astratti elementi del processo lavorativo verranno ad unirsi permettendo
l’estrisecarsi del processo stesso, e le dinamiche sociali specifiche,
che così vengono a svilupparsi, fanno sì che ci siano fasi diverse della
storia della produzione che saranno per certi aspetti la stessa cosa –
forme del produrre umano – ma allo stesso tempo specificamente diverse –
ciascuna con una sua dinamica peculiare. Determinati rapporti di
produzione in cui le forze produttive esistono. Il modo di produzione è
il cuore concettuale e pratico da cui tutto ciò si sviluppa.
Le
conformazioni materiali – che, vale la pena sottolinearlo, sono tanto
manuali che intellettuali – della produzione determinano le modalità
attraverso le quali i singoli individui hanno una funzione determinata.
La loro funzione individuale raccorda i vari singoli individui in una
funzionalità di sistema, una classe. La loro socialità è implicita in
ciò. Le modalità di realizzazione del processo mostrano pure – espongono
– come gli attori del processo si “rappresentino” il processo stesso
nella loro coscienza
non scientifica, come si producano forme
di consapevolezza fenomenica del processo obiettivo e come esse non
siano semplicemente un inganno, ma la necessaria forma di manifestazione
dell’essenza. Divengono parvenza solo se si pretende di considerare il
fenomeno non per quello che è, ovvero essenziale, ma l’essenza stessa.
3. Stufentheorie, ovvero della Teoria degli stadi
Se questo è, in maniera estremamente schematica, il nocciolo della
materialistische Geschichtsauffassung,
ci si può chiedere come Marx pensi, in primo luogo, la presenza di
leggi complessive del corso storico in generale; secondariamente, in che
misura egli riesca ad articolarne ogni singolo periodo. Si tratta di
una questione che inevitabilmente ripropone la
vexata quaestio della
Stufentheorie, su cui molto si è già detto e scritto.
Alla
prima domanda si può rispondere: per generalizzazione. Marx elabora la
teoria del modo di produzione capitalistico – senza portarla a termine
fra l’altro – e sulla base della sua logica specifica,
per differenza,
cerca di individuare sia le caratteristiche del processo lavorativo in
astratto – “a-/transstorico” cui si accennava in precedenza – sia le
determinazioni formali astrattamente comuni a qualsiasi modo di
produzione. Mentre per le caratteristiche astratte questa modalità
per “sottrazione” può anche funzionare, per gli altri modi di produzione
funziona solo fino ad un certo punto, in quanto, mancando le modalità
specifiche, manca in realtà la teoria vera e propria.
Se così stanno le cose, è difficile prendere troppo sul serio la generica periodizzazione offerta da Marx nella
Prefazione a
Per la critica dell’economia politica.
D’altronde, pure l’interesse di Marx per le forme pre-capitalstiche
sembra principalmente orientato a individuare il processo di formazione
delle premesse del modo di produzione capitalistico – ovvero la
separazione di forza-lavoro e mezzi di produzione e la cosiddetta
accumulazione originaria –, più che a formulare una teoria di un diverso
e specifico modo di produzione. Almeno questo è quanto accade per
esempio nel XXIV capitolo del primo libro del
Capitale.
Sicuramente, almeno in parte, diversa la questione per le
Formen
e per i successivi interessi etno-antropologici, in cui Marx si sforza
di individuare in maniera un po’ più precisa alcune delle
caratteristiche peculiari di altri modi di produzione, senza tuttavia
riuscire in un’impresa che, essa stessa estremamente complessa,
sicuramente avrebbe richiesto un immenso lavoro preliminare che al tempo
era ben lungi dall’essere non solo svolto, ma addirittura immaginato.
Note,
tuttavia, le “ossificazioni” interpretative connesse a questo tema,
secondo le quali tutte le nazioni e tutti i popoli avrebbero dovuto
passare più o meno schematicamente attraverso le fasi indicate nella
Prefazione a
Per la critica;
si finiva così per riproporre una “filosofia della storia” in senso
deteriore, vale a dire una concezione meccanicistico-finalistica
dell’evoluzione umana, basata tra l’altro su un modello sostanzialmente
eurocentrico. Se i limiti dell’esposizione di Marx liberano il discorso
definitivamente e fortunatamente da siffatti schematismi, dall’altra,
sfortunatamente, non ci forniscono una soddisfacente teoria della
processualità storica.
4. I limiti della dialettica
Marx
insiste molto, in varie sedi, sui “limiti della dialettica”, per vari
motivi. In primo luogo, ciò che vuole evitare è l’accusa di “hegelismo”,
etichetta con la quale intende sostanzialmente una concezione
della storia finalistica, per cui una intrinseca tendenza di fondo
guiderebbe lo svolgimento del corso storico verso uno scopo finale. Marx
vuole invece mostrare come non sia possibile teorizzare questa tendenza
in astratto, ma solo la dinamica temporale specifica di singoli modi di
produzione, quello capitalistico nello specifico. Esso ha dei punti di
partenza non definiti da esso stesso, eredità di un modo di produzione
precedente. Solo una volta che tutti i presupposti si danno, è possibile
che il modello capitalistico inizi la sua dinamica; questa prima
“posizione” non è “posta” dal modo di produzione capitalistico stesso.
Per come funziona, esso tenderà a porre come risultati della sua stessa
processualità quelli che erano dei presupposti, e quindi a diventare un
processo vero e proprio. Gran parte della teoria dell’accumulazione è
dedicata a questo scopo. Fa tuttavia parte della teoria la necessità di
un prima “altro”, corrispondente a dinamiche diverse, che non si può
spiegare sulla base della teoria del modo di produzione capitalistico.
Se ciò fosse possibile, si stabilirebbe una catena teleologica
universale e quindi una nuove versione della storia a piano.
Che
cosa si può dire della società futura? E di quelle passate? Sulla base
della stessa logica, per coerenza, si potrebbe affermare che il modo di
produzione capitalistico pone certi presupposti, ma dal suo interno non
si può elaborare una teoria del modo di produzione futuro. Marx invece
più volte si sbilancia in questo senso, parlando della società futura
sulla base delle tendenze intrinseche al modo di produzione
capitalistica e guadagnandosi così note accuse di finalismo. Teorizza
non solo come gli attori ed i soggetti che svolgono determinate
funzioni, a un certo punto, per la dinamica stessa del modo di
produzione, entrino in conflitto mutuo, ma anche come ciò determini lo
svilupparsi di soggettualità storiche capaci di una progettualità
politica legittimata dalla tendenza di fondo della dinamica storica. Ciò
però è possibile senza una scienza del futuro nel presente?
Marx è
qui ancora più radicale, arrivando a sostenere che la società futura
sarà qualcosa di essenzialmente diverso dal passato, non sarà
semplicemente un nuovo modo di produzione, ma una nuova storia libera
dal conflitto di classe, quello che, fino ad allora, era stato
identificato come il motore stesso della dinamica storica. Per Marx
questa “scienza del futuro” è almeno in parte possibile sulla base della
premessa che il futuro comincia ad emergere nel presente, è già
nel presente per il suo contenuto, ma non per la forma. Prima di
considerare questo aspetto, ovvero se ciò basti a salvare la teoria
dall’accusa di teleologismo, vorrei fare qualche comparazione.
5. Ancora sulla Stufentheorie
I limiti ormai accettati da insigni marxisti come ad es. Hobsbawn o Cazzaniga della
Stufentheorie
marxiana, almeno per quanto concerne il passato, hanno fatto il paio
con l’assenza di elaborazioni di teorie di modi di produzione non
capitalistici. La proposta di Kula per il modo di produzione feudale
probabilmente non avrebbe soddisfatto le esigenze marxiane e, a mio modo
di vedere, resta legata alla generalizzazione e connessione di dati
storici dell’esperienza polacca che troppo sono debitori di un approccio
descrittivo e che, per Marx, probabilmente farebbe parte più del modo
di ricerca che non di quello di esposizione, quello “propriamente
scientifico”.
Questo approccio per contrasto e comparazione è
comunque stato anche ridimensionato da altri anche da un punto di vista
metodologico. Si è parlato di
Methode auf Widerruf, “metodo
revocabile”, tanto buono ed efficace quando specifico del modo di
produzione di cui è forma, vale a dire del modo di produzione
capitalistico. Quindi anche metodologicamente si finisce per negare una
possibile continuità fra modi di produzione e in qualche modo si
delegittima la possibilità di conoscere gli altri per contrasto con
quello attuale. O almeno solo a livello descrittivo, non di enucleazione
delle leggi di funzionamento.
Per venire ai concetti di Lotta di
classe è, nello specifico, di Rivoluzione, altri hanno sempre di fatto
ridimensionato la possibilità di concepire una nozione forte di questi
termini, nel senso della dialettica di funzione e conflitto,
riservandone l’effettiva efficacia specificamente, di nuovo, solo al
modo di produzione capitalistico.
Alla luce degli studi e delle
ricostruzione filologica dello stato della teoria di Marx, in sostanza,
non semplicemente l’idea della schematica successione lineare è venuta
meno. A venir meno è stata una interpretazione larga, estensiva della
concezione materialistica della storia. La cogenza scientifica della
teoria di Marx, per lo stato deficitario del suo sviluppo, la sua
sostanziale incompiutezza, non può che limitarsi al modo di produzione
capitalistico e restare solo un’ipotesi di ricerca per gli altri.
Infatti, senza una teoria degli altri modi di produzione, è difficile
definire il ruolo funzionale delle classi, la loro natura
rivoluzionaria, il passaggio da una fase all’altra, il carattere
progressivo di questo passaggio. Queste sono tutte domande che al
momento non possono trovare risposta. I contadini, gli schiavi, ammesso e
non concesso che queste si possano definire classi subalterne o
antagoniste dei non meglio definiti feudalesimo e schiavismo, in che
senso sono stati rivoluzionari e in che modo, grazie alla loro azione,
si è passati ad una forma diversa e superiore? In realtà, le loro
rivolte sono fallite. Il modo di produzione antico è finito portando ad
una decadenza da tutti i punti di vista, della popolazione, della
cultura, delle tecniche e della capacità produttiva.
Per farla
breve, la teoria di Marx, per come ce la abbiamo, permette di parlare
della storia e della struttura economico-sociale del modo di produzione
capitalistico. Questo in linea di principio non significa che non sia
possibile cercare, praticamente e metodologicamente, di utilizzarla per
fare la teoria di altri modi di produzione, ma al momento la concezione
materialistica della storia “
in weiterem Sinn” è ancora in alto mare.
6. Scienza del presente e/o del futuro?
Che la
Stufentheorie
marxiana – e quindi la Teoria della lotta di classe e della Rivoluzione
– sia incompleta e in questo senso deficitaria, non significa che il
suo valore scientifico come modello di conoscenza del presente, vale a
dire del modo di produzione capitalistico, non sia solido e
scientificamente sviluppato. Come può però essa, sulla base degli stessi
caveat metodologici ed epistemologici visti sopra, essere teoria del
futuro? Anche se ci limitiamo al modo di produzione capitalistico, la
questione è come si possa fare una teoria del presente che apra le porte
del futuro senza prestare il fianco alle accuse di determinismo
meccanicistico e di teleologia deteriore.
Hegel alla fine si
sottraeva a questa critica con la metafora della Nottola di Minerva che
spicca il volo sul far della sera. Quindi, la ricostruzione della
razionalità dello svolgimento storico è realizzata a posteriori, una
volta che si era data. Chi agiva nel presente per cambiarlo non sfuggiva
alla dimensione del dover essere senza che ciò che alla fine si andava a
realizzare fosse necessariamente ciò che ci si era preposti
consapevolmente; l’eterogenesi dei fini. La scienza filosofica conosceva
in quanto riconosceva ex-post; essa non permetteva di cambiare o
ringiovanire il corso storico, ma di coglierne la razionalità
intrinseca. La dialettica del cambiamento storico era invece tematizzata
nella
Weltgeschichte, attraverso i popoli ed i principi da
loro incarnati; e i popoli si avvicendavano attraverso la guerra. In che
misura e come la teoria di Marx riesce a sottrarsi a questa
limitatezza? Credo che almeno questo salvataggio sia possibile senza
necessariamente cadere nelle teleologia. Questo grazie al metodo
marxiano ed al modo in cui viene sviluppata la sua teoria del modo di
produzione capitalistico.
La combinazione di metodo di ricerca e
metodo di esposizione permette a Marx di sviluppare una teoria che
individua l’ossatura del modo di produzione capitalistico. Ciò non è
potuto avvenire nel vuoto pneumatico dell’astrazione, ma solo perché il
capitalismo si era già sviluppato
fino ad un certo punto; ciò
rendeva possibile fissarne la cellula economica, lo snodo concettuale da
cui si dipana poi la teoria nel suo complesso, in virtù della sua
intrinseca logica. Lo sviluppo di questa teoria individua
un’architettonica che implica funzioni e conflitti da una parte e linee
di tendenza dall’altra. Non mi dilungo qui sulla teoria dei soggetti
storici, sulla distinzione tra Forme e Figure che ho sviluppato altrove,
e sulle tendenze di lungo periodo del modo di produzione che Marx è
stato in grado di indicare con larghissimo anticipo, dimostrando la
sostanziale correttezza della sua teoria. Ciò che adesso mi preme
sottolineare è che ciò è stato possibile perché la nottola di Minerva ha
spiccato il volo prima del far della sera e ha visto abbastanza da
cogliere delle tendenzialità sulla base delle quali si riesce non solo a
pensare il presente come concluso, ma come conflittuale unità con delle
linee di tendenza definite e dei soggetti che incarnano funzioni
creando questa processualità sistemica. Sulla base di ciò si riescono a
determinare delle linee di sviluppo, a un altissimo livello di
astrazione, del modello. Si determinano delle classi, il loro ruolo e la
loro legittima rivendicazione politica. L’opposizione di classe e la
legittima conflittualità politica è così, non moralmente o
empiricamente, ma
scientificamente fondata.
Ciò consente
di ipotizzare che il Dover essere dei soggetti storici possa essere
razionalmente contestualizzato, che si possa legittimamente cercare non
di cavalcare in astratto l’onda della storia, ma la dinamica del modo di
produzione capitalistico con cognizione di causa… finale, pur nei
limiti di questo modo di produzione.
7. Die Zukunfsmusik – La musica del futuro
Marx
però non si limita a legittimare la lotta di classe nel presente, a
individuare le linee di tendenza, ma va ad indicare il contenuto
materiale della società futura già presente nella forma sociale
inadeguata e contraddittoria del modo di produzione capitalistico.
Queste potenzialità sono il Lavoratore complessivo – il produttore
universale integrato –, la capacità infinita della produttività,
l’umanità non più come astrazione generica ma realtà di fatto,
l’individuale fatto universale e viceversa.
In quali soggetti
effettivi, in quali classi (forme e figure) e in quali forme del
produrre ciò si sustanzia? Marx indica le cooperative e la società per
azioni come soggettualità di passaggio. In che senso esse possono
costituire il fondamento di un nuovo modo di produzione? Si tratta di
una elaborazione palesemente inadeguata, alla quale manca la
teorizzazione di livelli di astrazione più bassi in cui si prenda in
considerazione tanto per fare un esempio lo Stato, e via dicendo.
Qual
è il nuovo modo di produzione che emerge dalla ceneri di quello
capitalistico? Forse Marx poté ritenere che i tempi fossero maturi per
formulare una teoria del nuovo modo di produzione. Forse, però, proprio
qui è il problema, i tempi non lo erano e non è detto che lo siano
adesso, per vedere abbastanza del nuovo contenuto da farne una teoria.
Si
sono ovviamente fatte delle ipotesi. Qual è la teoria di un nuovo modo
di produzione? Quello statuale? Quale la nuova forma del prodotto? Le
nuove modalità in cui gli elementi del processo lavorativo vanno ad
unirsi e a dare vita al processo lavorativo?
Qui emerge immediato
un problema già emerso relativamente al confronto con i passati modi di
produzione: queste nuove modalità sono già in essere o sono modalità che
noi vorremmo ci fossero perché le definiamo
per differenza dal
modo di produzione capitalistico? Eliminare merce e denaro o altre
categorie teoriche e pratiche tipiche del modo di produzione
capitalistico,
non produce di per sé la teoria e la pratica di un nuovo modo di produzione.
Lo dimostra anche la prassi rivoluzionaria di Lenin nei suoi passaggi
dall’economia di guerra alla NEP dove certe soluzioni “ideologiche”
vengono abbandonate perché praticamente non furono solo inefficaci ma
fallimentari. Il dibattito sul passaggio dal “piano” a elementi di
economia di mercato nei paesi socialisti negli anni sessanta e settanta
risponde alla stessa logica.
I tentativi in corso, in Cina, in
Venezuela, a Cuba, in Corea del nord, in modo assai diverso, in certi
casi con una certa dose di eclettismo politicamente comprensibile viste
le circostanze, ed in certi casi con dei notevoli successi in politica
sociale, come si inquadrano in questo contesto? Se esiste una
progettualità di lungo corso, come essa si configura? Non mi pare ci
siano idee troppo chiare in proposito.
In un certo momento è parso
che il modo di produzione capitalistico stesso tendesse ad
“autoorganizzarsi” attraverso trust e monopoli. Il sollevamento e la
presa in carico da parte dello Stato di questo processo è allora una
nuova forma del produrre? Come pare pensasse Lenin ma come poi non è
stato con l’Unione Sovietica?
Ed il sistema del welfare? La
trasformazione di determinate merci fondamentali in diritto, la loro
sottrazione al mercato è abbastanza? È un altro modo di produzione? Un
sistema che può essere universalizzato al punto da cancellare merci,
denaro, salari, ecc.?
La partecipazione statale a vari livelli
nell’economia e il ridimensionamento del libero mercato sono
un’anticipazione del futuro, dei cambiamenti epocali, oppure una
coerente ristrutturazione del processo capitalistico di accumulazione e
valorizzazione ed una ridefinizione dei rapporti egemonici di classe in
un contesto prettamente capitalistico?
Perché una Rivoluzione
avvenga, deve cambiare il modo di produzione, il sistema di produzione e
di distribuzione dei prodotti. Se questo nuovo contenuto si forma nel
presente, la sfida è saperlo cogliere e farne la teoria, ammesso che sia
già abbastanza sviluppato per poterlo fare. Marx ha scritto
Il capitale
a un certo punto dello sviluppo del capitalismo storico. Riusciremo
noi, senza perderci in utopie fantastiche o contrastive, a scrivere
Il comunismo?