Saturday, 31 October 2020

Social e capitalismo crepuscolare (living in a box) di Roberto Fineschi



Social e capitalismo crepuscolare (living in a box)

Funzionamento e funzione dei social nelle dinamiche del capitalismo crepuscolare.


da La città futura

di Roberto Fineschi 30/10/2020 Cultura





Che cosa ci sia dietro ai social è ormai noto a chiunque lo voglia sapere. [1] Mi permetto di fare una breve sintesi di letture e visioni in una prospettiva personale legata ad altre riflessioni recentemente sviluppate sul capitalismo crepuscolare.

1) Costruire la “scatola”

I proprietari di Facebook, Twitter e compagnia cantante sono degli scienziati sociali. Non è una mia nomina ad honorem, lo sono veramente, in particolare sono esperti di psicologia sociale e “comportamentismo”. La nuova alleanza che hanno instaurato è con web designers ed esperti di calcolo, progettisti questi ultimi dei fantomatici algoritmi. Vediamo come funziona questa triplice alleanza.

1.1) Lo scienziato sociale

I comportamentisti mettono sul tavolo la loro psicologia sociale, ovvero lo studio del comportamento umano spontaneo, automatico, precosciente. Forti di evidenze sia teoriche sia sperimentali sulle modalità di reazione a stimoli di diverso tipo, individuano reazioni standard, soprattutto quelle legate alle pulsioni più profonde e condizionanti dell’animale uomo (piacere, dolore, paura, rabbia, autoconservazione, socialità, appartenenza ecc.). Studiano come innescare delle reazioni automatiche, utilizzando scientemente stimoli che attivino queste pulsioni profonde. In particolare sono interessati a produrre comportamenti in tutto e per tutto identici a quelle che chiamiamo “abitudini”, ovvero che si ripetono senza il ripetersi di uno stimolo esterno, ma che vengono compiuti “spontaneamente” da chi agisce: lo stimolo viene in sostanza introiettato.

Il prodotto che loro forniscono – senza che questo raggiunga il livello cosciente – funziona assecondando questa stimolazione profonda da loro stessi prima innescata. Il modo in cui esso opera serve a mantenere fedele l’utilizzatore in base a un meccanismo detto di “ricompensa variabile” che trasforma lo stimolo da esterno a interno (il cosiddetto “condizionamento operante”): esso muove da un bisogno cui il prodotto da loro fornito dà risposta in maniera da stabilire un impulso a ripetere spontaneamente e regolarmente quell’operazione (“scrollare” o “aggiornare” per esempio). Sono meccanismi ben conosciuti, consolidati in pratiche sociali di massa, già utilizzati in contesti politici, commerciali.

Il grande teorico del comportamentismo che ha sviluppato questo approccio è B.F. Skinner. Celebri i suoi studi con la famosa Skinner’s box: dei ratti messi dentro una scatola venivano sottoposti a vari tipi di stimolazione per indurli a maturare comportamenti “spontanei” senza stimolazione successiva. Usando questi sistemi di condizionamento sono riusciti a insegnare a dei piccioni a giocare a una sorta di ping pong. È la base del sistema utilizzato per addestrare cani, elefanti e animali in genere. Ora forse anche esseri umani. [2]

1.2) Il designer

Qui entra in campo il secondo professionista, il designer, che non fa vestiti e modelli come ingenuamente pensavo io; crea invece delle pagine web, della app e quant’altro in modo tale da fornire un oggetto che inneschi tutti i meccanismi di cui sopra. “Captology” l’hanno chiamata: utilizzare i vari devices per “persuadere” l’utilizzatore non solo a fare determinate cose, ma a adottare permanentemente determinati comportamenti, ovvero trasformare azioni in abitudini consolidate.

Uno dei più importanti centri di ricerca e di diffusione di questo approccio è la Stanford University in California e in particolare il gruppo cresciuto intorno a B.J. Fogg. La maggior parte delle idee e dei processi implementati oggi sugli smartphone sono tutti presenti in potenza nel suo libro Persuasive Technology, dal significativo sottotitolo Using Computers to Change What We Think and Do (San Francisco, 2003). Il tema centrale è quello della “persuasione” e “captology” sarebbe un acronimo basato sulla frase “computers as persuasive technologies”. Tuttavia, è troppo intelligente il nostro autore per celare la vera intenzione di fondo espressa dalla parola nella sua radice latina: la forma intensiva del verbo “capio”, “preso con accortezza”; quindi si tratta in realtà della “scienza del catturare”, volendo “dell’imprigionare”. In testi come questo non si fa mistero di quali siano le intenzioni, per quanto ci si nasconda dietro una foglia di fico: si dice che comunque un condizionamento ci sarebbe, quindi tanto vale studiarne scientificamente le modalità piuttosto che essere vittime degli effetti collaterali...

Il modo in cui questi oggetti e i loro software sono fatti ci sollecitano per far partire il meccanismo (“trigger”), lo implementano fin quando non diventa abitudine e poi lo mantengono stabile. Il designer è colui che trasforma l’oggetto (il device) nello strumento di attuazione, di pratica effettiva, del piano dello scienziato sociale. Il modo in cui Facebook, Twitter e altri sono disegnati è appositamente ideato per farci cadere in questo meccanismo che ha l’obiettivo dichiarato di cambiare stabilmente il nostro comportamento senza che noi ce ne accorgiamo.

1.3) L’ingegnere informatico

La terza figura necessaria al funzionamento della scatola è l’ingegnere incaricato di progettare il famoso algoritmo. Che cos’è un algoritmo? È una successione di istruzioni e passi da eseguire su dei dati per ottenere dei risultati. Questi passi devono essere elementari (non ulteriormente semplificabili), interpretabili in modo diretto ed univoco dall’esecutore, l’algoritmo deve essere finito (un numero limitato di passi relativamente a un numero limitato di dati), l’esecuzione deve avvenire in un tempo finito e deve portare a un unico risultato. Questo schema base viene poi implementato in un’infinità di modi sempre più complessi. I più sofisticati imparano da soli a mano a mano che operano a fornire risultati sempre più precisi a partire da una mole di dati impressionante. Qual è la sintesi dell’azione dei tre colleghi?

Perché le teorie del primo, rese operative dal secondo, possano funzionare, è necessario raccogliere ed elaborare una quantità gigantesca di dati sull’utente. Chi raccoglie i dati? Il nostro inseparabile amico smartphone (e tutti i device che ormai popolano il nostro mondo sempre più capillarmente). Che cosa ha di diverso lo smartphone dai vecchi device? La straordinaria capacità di essere sempre con noi, di sollecitarci continuamente e quindi di fornire in tempo reale una mole impressionante di feedback: qualunque cosa facciamo è raccolta dalla smartphone, che abbiamo sempre in tasca in qualunque luogo o situazione ci troviamo, che ne manda traccia all’elaboratore. Lì, l’algoritmo fornito dall’ingegnere, dopo averci lui stesso stimolato, inizia a “calcolare” le nostre risposte e ci profila. Piano piano, continua a raccogliere dati e ci sollecita in maniera sempre più personalizzata e precisa, proprio come si farebbe mandando degli impulsi elettrici al sistema nervoso di un ragno per vedere quale zampetta alza… insomma, per chi non lo avesse ancora intuito, è una nuova sofisticata Skinner’s box! Così facendo, crea un avatar di noi stessi che sa prevedere che cosa desideriamo e quali saranno le nostre scelte future: ci fa la sedia della forma del sedere e ce la propone al momento giusto (qui fanno addirittura i colti e parlano di Καιρός! [3]); vale a dire: ci conosce meglio di noi stessi e ci propone quello che più vorremmo nel momento in cui lo desideriamo. [4] Ci coccola come una tenera mamma… ma chi è che ci coccola? E perché lo fa?

2) Il modello imprenditoriale

Il perché è semplice: tenerci attaccati allo schermo il più a lungo possibile (e le statistiche dicono che, grazie alle procedure descritte, ci riescono molto bene). A che fine? Per rispondere a questa seconda domanda dobbiamo porci la prima di cui sopra: chi è che lo fa? La risposta è semplice: un imprenditore, un capitalista, che ha come obiettivo quello di valorizzare il suo capitale. Come lo valorizza? Vendendo pubblicità. Il meccanismo suddetto garantisce agli inserzionisti un pubblico ben disciplinato, del quale si sa tutto, il quale non ha consapevolezza del meccanismo in cui è inserito e al quale è dunque più semplice vendere quello che l’inserzionista vuole vendere. Far incontrare produttore e consumatore. Il cerchio è chiuso. La prosaica fine è che quello che alcuni definiscono un gigantesco meccanismo di manipolazione di massa ha lo scopo di vendere pubblicità…

A quale prezzo tutto ciò? Regalare ai social le nostre identità affinché esse vengano rigirate come un calzino, indagate nei loro meandri più intimi e profondi; queste informazioni vengono utilizzate per una profilazione commerciale e persino per cambiarci (!) subliminalmente, addirittura condizionando in base a stimolazioni subconscie il nostro comportamento, le nostre abitudini. Non è un film di fantascienza, è quanto già succede quotidianamente a miliardi di persone. In cambio di tutto ciò ci viene fornito – in modo programmato, lo ricordo ancora una volta – l’equivalente di una coperta di Linus, un ciuccio, una pasticca per dare una risposta alle nostre ansie per avere delle piccole gioie momentanee. Il meccanismo funziona molto bene: è l’utente che lo vuole! Questa volontà però è stata prodotta a sua insaputa attraverso una intenzionale applicazione di tecniche e procedure comportamentali studiate a tavolino con quell’esplicito obiettivo.

3) Domande

Le domande ovviamente sono molteplici. La prima è se tutto ciò si possa considerare legale. L’inventore della “captology” non chiama questa procedura manipolazione, ma persuasione, perché le persone sono convinte a fare certe cose, le fanno volontariamente. È un argomento molto debole, perché nell’idea di volontarietà è implicita la consapevolezza e la conoscenza di quello che si sta facendo, quando qui è evidente che i meccanismi messi in campo si basano scientemente su risposte precoscienti del nostro organismo e della nostra mente. Fogg evita di affrontare esplicitamente il tema del rapporto tra “persuasione” e “manipolazione”. Preferisce impostarlo in termini di persuasione e “coercizione”, la quale sarebbe evitata proprio per la volontarietà dell’atto (p. 15). La questione è tuttavia la stessa, perché senza consapevolezza non si capisce bene che cosa significhi volontario.

In vari libri in cui si teorizza, esplicita, addirittura manualizza questo approccio, c’è sempre un capitoletto sulla “questione etica”. Dato che alla fine non si può negare che si tratti di manipolazione, si imposta la discussione parlando di una manipolazione a fin di bene e una a fin di male, come se questo fosse un punto di partenza negoziabile (!). A questo punto si introduce il tema della responsabilità nell’utilizzo commerciale, dando qui per scontato che sia lecito utilizzare un sistema esplicitamente manipolatorio a fini commerciali (!!). Concesso anche questo, inizierebbe la vera discussione, ovvero si dovrebbero implementare queste procedure solo se a fin di bene; il criterio fondamentale per stabilire la nobile finalità è capire se il prodotto lo utilizzeremmo noi stessi. La decisione su come operare è comunque delegata alla buona coscienza dell’imprenditore (!!!).

Al di là di questa pseudodiscussione, la vera domanda è: è lecito che sistemi dichiaratamente manipolativi siano implementati a livello di massa? Sistemi il cui controllo è nelle mani di imprenditori privati, che per giunta sono fuori dalla giurisdizione nazionale?

La seconda domanda è medica: gli effetti anche fisici dell’abuso di device sono già clinicamente evidenti e statisticamente rilevati; dal 2007, anno di introduzione degli smartphone, ansia, crollo delle capacità di concentrazione, compulsività, depressione, modificazioni della postura e molti altri, sono “patologie” conclamate e collegate all’uso di smartphone e in costante diffusione. Dipendenza fisica e psicologica.

La terza domanda è “ideologica”: questi servizi non filtrano, sono pseudo-“neutrali”. Essi fanno associazioni e ci propongono qualsiasi cose sulla base della nostra profilazione. Il sistema non sta a “sindacare” se a me interessi il calcio, a Tizio squartare gli animali e a Caio la violenza sui bambini, ci dà ciò che ha capito catturare la nostra attenzione, qualunque cosa sia, legale o illegale, vera o falsa, piacevole o perversa, perché vuole semplicemente che restiamo attaccati al device il più a lungo possibile. Si crea allora una bolla di alienazione in cui la realtà non è solo filtrata dalla macchina (perché queste sono tutte procedure automatiche realizzate in base ai calcoli dell’algoritmo), ma è ridisegnata in modo tale da corrispondere a ciò che desideriamo, qualunque cosa essa sia. Perdita della percezione della realtà.

Quarto: questo meccanismo potrebbe essere intenzionalmente utilizzato non solo a fini commerciali, ma per spingere persone a determinati comportamenti politici; non solo a votare per Tizio o Caio, ma ad agire abitudinariamente in una determinata maniera, a cambiare umore (cosa già verificata efficacemente da “esperimenti” realizzati da alcuni social). I rischi potenziali sono chiaramente di grande impatto. Chi ha cercato di condizionare il voto per la Brexit o le elezioni non ha hackerato il sistema, ma ha semplicemente utilizzato le possibilità offerte dai social per targettizzare la propaganda politica.

Inutile negare che tutti abbiamo abboccato, siamo stati presi all’amo (“hooked” dicono in gergo); [5] non solo lo sprovveduto analfabeta, ma anche il sofisticato professore universitario (i progettisti se ne vantano), ma addirittura le stesse persone che hanno progettato il sistema, perché non solo il meccanismo è subliminale, ma agisce sulle pulsioni più profonde del nostro comportamento. Certo, non tutti sviluppano una vera e propria dipendenza, ma non ci si deve scordare che il meccanismo nasce con quell’obiettivo e che dall’altra parte dello schermo ci sono mille computer, sofisicati algoritmi progettati dalle menti più brillanti al mondo che sono lì ad attendere proprio noi, presi uno a uno col nostro telefonino in mano per fare quanto sopra descritto. Chi vincerà?

Ovviamente sull’altro piatto della bilancia ci sono gli incredibili servizi che i device offrono: come ci rendono più semplice la vita, quanto ci facilitano il lavoro e il piacere che ci danno anche grazie ai social. Anche la profilazione ha i suoi aspetti positivi perché è molto difficile trovare tra i milioni di prodotti quelli che ci interessano veramente; i suggerimenti di Netflix per esempio mi fanno risparmiare molto tempo evitandomi di visionare una parte dell’offerta che effettivamente non mi interessa affatto. Sugli aspetti positivi si potrebbero scrivere pagine e pagine, ne siamo tutti consapevoli. Quindi, che fare?

4) Un passo in più

Il primo passo è fare quanto meno i borghesi progressisti, quindi richiedere che si regolamenti, si pongano dei limiti fiscali, di diritto d’autore, di responsabilità giuridica, di raccolta dati a questi organismi; ancorarli territorialmente in modo che debbano pagare tasse, rispondere a normative scelte e votate dai cittadini dai quali traggono i loro esorbitanti profitti. Quindi porre la domanda di fondo di cui sopra: si può accettare che un sistema intenzionalmente manipolativo e così capillarmente efficace sia implementato non solo a fini commerciali, ma a qualunque fine? Ne va credo proprio del concetto di democrazia, anche nel mero senso formale liberale (libertà, uguaglianza, che cosa significherebbero?). Anche perché i nostri amici, creando un sistema che dà dipendenza (il cellulare è stato definito la nuova sigaretta, se non peggio; il piacere dato dal suo utilizzo attiva le stesse zone del cervello attivate dagli stupefacenti e la sua assenza causa “astinenze” del tutto analoghe), avrebbero sicuramente la maggior parte degli utenti dalla loro parte in caso di decisioni drastiche.

Se una regolamentazione è auspicabile, si tratta però di fare un passo in più e comprendere come ciò si colleghi alle dinamiche di quello che chiamo capitalismo crepuscolare. In primo luogo vale la pena far notare che mettere insieme i tre signori di cui si parlava nel primo paragrafo e dar vita a questo meccanismo è stato possibile, come nel caso di altre innovazioni tecnologiche fondamentali, per dare risposta alle esigenze della riproduzione sociale in forma capitalistica, in particolare far migliorare il meccanismo per cui domanda e offerta si incontrano. Insomma, valorizzare il capitale.

Ciò detto, si può ricordare che una delle caratteristiche salienti del modo di produzione capitalistico è sicuramente la creazione ideologica dell’atomo individuale, scollegato da un contesto lavorativo, da legami sociali, da realtà collettive. Se, però, da un lato il modo di produzione capitalistico in auge creava questa ideologia, dall’altro, costituiva nel processo produttivo dei legami pratici di unità e solidarietà. La fase crepuscolare, attraverso l’automazione, la subordinazione delocalizzata, le nuove tecnologie che individualizzano sempre più anche tipologie di lavoro di fatto cooperative, spezza questi legami e produce l’apparenza dell’individualità anche nello stesso processo produttivo. Inoltre, generando una disoccupazione di massa e una pletora di individui costretti a vivere di espedienti come singoli, si determina una condizione per cui essi si trovano pure esclusi e senza prospettiva; il loro motto è mors tua vita mea. Infine, il tempo libero che la produttività crea per molti ha bisogno di essere riempito; l’incapacità sempre più diffusa di farlo costruttivamente è sia il segno del fallimento culturale del capitalismo, sia la causa prima del bisogno del cosiddetto “intrattenimento” al quale i social e internet danno una risposta anche di altà qualità, costante e infinita.

Nel capitalismo crepuscolare, inteso come quel contesto sociale in cui l’individualismo atomizzato diventa la forma principale di soggettività, non sorprende che si radicalizzi un profondo bisogno di socialità. Qui ovviamente la connettività di internet e i device che la consentono sono la risposta più semplice, efficace e intrigante. Che i legami instaurati siano solidi e di lunga durata è probabilmente più dubbio, almeno nei grandi numeri. La risposta alla socialità effimera dei social (nel senso che gli individui creano legami così superficiali da essere individualmente reversibili in qualunque momento senza che ne vada della loro identità personale, restano quindi sostanzialmente sempre dei singoli che si relazionano con una massa anonima) può solo nascere da contesti pratici di vita, di azione, di produzione che diano un contenuto concreto alla parola “sociale”. Non bisogna dunque credere, a mio avviso, che i social inventino i problemi cui danno risposta (bisogno disperato di socialità). Non inventano neppure il conflitto sociale (che sarebbe dovuto a qualche malintenzionato che li userebbe per manipolare e polarizzare le masse). [6] La crisi di socialità, il conflitto sono nella dinamica sociale e i social ne sono ribalta e detonatore. Sono strumenti potentissimi, potenzialmente pericolosissimi nel senso suddetto, ma sono momenti di un processo storico sociale che non si riduce a loro. Anzi, semmai tendono a disinnescare soprattutto il conflitto sia mandando in pappa il cervello degli utenti, sia canalizzando le pulsioni più violente di rivolta verso gli obiettivi più fantasiosi e improbabili, assolutamente innocui per chi vuole evitare cambiamenti sociali sostanziali e progressisti. Insomma, si tratta di un potente strumento che può sfuggire di mano, ma che non crea i contenuti che veicola. Credere dunque che regolando i social la conflittualità cesserebbe perché riusciremmo a parlarci non accecati dalla fake news è, questo sì, veramente ideologico. Il conflitto sociale, i processi alienanti dell’atomizzazione (e quindi un uso perverso dei social) si superano solo superando le dinamiche strutturali/sovrastrutturali storicamente determinate che li producono.

Note:

[1] Sul tema è recentemente uscito un interessante documentario su Netflix dal titolo The Social Dilemma. Estremamente istruttiva anche una puntata di Presadiretta disponibile su Raiplay. Il problema si sta ponendo anche in termini di tenuta del sistema anche da un punto di vista prettamente “borghese”. Si veda S. Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri, Roma, 2019.

[2] Skinner espose la sua “utopica” società umana “ideale”, addestrata in base ai principi del comportamentismo, in un celebre e controverso romanzo dal titolo Walden Two (1948). Essa si autoregolava in base al “condizionamento ambientale” di contro all’inesistente “libero arbitrio”.

[3] Kairos, la divinità greca del “momento opportuno”. Questo il desideratum di Fogg nel libro sopra citato (p. 41); quel sogno è oggi realtà.

[4] Molto informativa la puntata di Presadiretta dal titolo “Tutti spiati”.

[5] Esistono manuali per creare un business capace di “prendere all’amo” il cliente: Nir Eyal (with R. Hoover), Hooked: How to Build Habit-Forming Products, 2014.

[6] Queste un po’ le ingenue conclusioni di The Social Dilemma.

Fratelli di tutto il mondo, affratellatevi! Brevi note sul “papa comunista”

 

Fratelli di tutto il mondo, affratellatevi! Brevi note sul “papa comunista”


Fratelli di tutto il mondo, affratellatevi! Brevi note sul “papa comunista”

Fratelli tutti, l’ultima enciclica di papa Francesco, ha suscitato reazioni diverse ed è stata salutata (o deprecata) per le sue “aperture”. Vediamo i contenuti per capire quanto questo papa sia quel pericoloso “comunista” che viene dipinto dalle fazioni più retrive del mondo cattolico.

 1) Critica del presente

 L’enciclica prende di petto alcune delle questioni più scottanti dell’attualità sociale e politica, assumendo posizioni chiare. Critica alcuni punti chiave colpendo su due fronti: da una parte le modalità e le istituzioni della gestione neoliberista; dall’altra gli atteggiamenti più duri e intransigenti riconducibili a schieramenti cosiddetti populisti. Ne ha in sostanza per tutti; vediamo in che termini.

 1.1) Critica del neoliberismo

 Il papa non le manda a dire: l’economia finanziaria e le sue speculazioni sono una delle principali cause dell’attuale crisi mondiale (§§ 12, 52, 53 ,75, 109, 144); i suoi effetti perversi determinano rapporti squilibrati con i paesi più poveri e quindi il loro sfruttamento (§§ 122, 125, 126); causano la vuota e omologante cultura globalistica (§ 100) e il paradossale individualismo che gli fa specchio (§§ 12, 105, 144).

 Non basta: il problema di fondo è il mercato! È mera illusione pensare che possa autoregolarsi (§§ 33, 109), questo è un dogma neoliberale (§ 168)! È addirittura necessario pensare a istituzioni che lo regolino, a una sua gestione mondiale (§ 138). Senza questo tipo di regolazione, libertà e giustizia restano irrealizzabili (§§ 103, 108, 170-172).

 E ora viene l’affondo finale: la proprietà non è sacra! È un diritto secondario (§ 120) e deve avere una funzione sociale (§ 118).

 Botte da orbi alle élites finanziarie dunque e a quei partiti che guardano in quella direzione cercando un nume tutelare o un ideale regolativo al grido di meno Stato e più mercato (e qui per fare la lista di tutti quelli che ci rientrano non basterebbero le pagine).

 1.2) Critica del populismo

 Sarà mica populista allora? Non scherziamo. Il papa stigmatizza la politica di chiusura nei confronti dei migranti (§ 39), condanna la schiavitù cui sono condannati dallo stesso sistema di cui sopra (§§ 86, 130-132), cerca di distinguere tra legittime rivendicazioni popolari e populismo (§§ 157 ss.), critica la pseudocomunicazione legata al mondo dei social (§ 42) e l’orrore di violenza e aggressività che essa produce (§ 44).

 Anche qui non è difficile trovare nomi e cognomi di personaggi vari colpiti dagli strali di queste critiche.

 2) Svolta epocale?

 Da sinistra, da sempre, moltissimi associano la chiesa cattolica ai poteri forti. Le sue gerarchie in particolare e, dunque, il papa come suo sovrano supremo sono stati spesso visti come rappresentanti influenti del “potere” e delle posizioni più reazionarie e intransigenti. Senza andare a scavare nella storia, i ricordi di un Ratzinger o, giusto per citare i grandi classici, di un Pio XII sono freschi nella memoria degli spiriti progressisti. Leggere dunque di un papa che prende così apertamente posizione contro, praticamente, tutti gli schieramenti politici che al momento sono protagonisti del panorama politico italiano e internazionale può fare una certa impressione. Cerchiamo di vederci più chiaro.

 La prima cosa da ricordare è che le forze conservatrici non sono un unicum indistinto. Se è vero che nei momenti critici spesso formano uno schieramento unico, di base esse possono differenziarsi e in diverse situazioni essere in contrasto tra di loro. Non solo individualmente tra singoli capitalisti, ma anche come organizzazioni più complesse che possono avere anche dimensione istituzionale, se non addirittura statuale in certi casi. Non c’è dunque da stupirsi che il fronte conservatore o moderato si articoli in maniera variegata e internamente conflittuale.

 Compreso questo, l’enciclica sorprende ma solo fino a un certo punto; non ci si deve infatti scordare che la chiesa cattolica è sempre stata avversaria del mondo liberale, persino dai tempi in cui esso era una forza progressiva. Si rammenti l’aspra campagna antiliberale e antimoderna di Pio IX, ma anche la critica della questione sociale di Leone XIII o dell’esplicito appoggio alle soluzioni corporative del fascismo da parte di Pio XI. La chiesa cattolica è sempre stata avversaria del mondo liberale. Nel secondo dopoguerra, la guerra fredda e il pericolo comunista l’hanno portata vicino agli Stati Uniti, ma non certo per un’adesione al liberalismo. Del resto la soluzione italiana vedeva le forze moderate ancorate alla Democrazia Cristiana ed esplicitamente appoggiate dal Vaticano. La DC non era certo una forza liberale, ma contigua all’idea della gestione statale dall’alto della società, con il cattolicesimo come religione di Stato e un approccio paternalistico direttivo; insomma, non particolarmente in linea con i principi liberali classici. In tutti i documenti della chiesa, incluso il catechismo, l’idea dei limiti strutturali del liberalismo è sempre stata presente. Non può dunque sorprendere la critica del neoliberalismo e del suo culto del mercato. Gli esiti individualistici, il culto del dio denaro al quale sacrificare ogni valore di solidarietà, coesione sociale, comunità sono considerati tra le ragioni prime della perdita di identità, della crisi dei valori, dell’egoismo e della violenza della società contemporanea.

 D’altro canto non può stupire, per quanto non fosse scontata, la critica della barbarica violenza perpetrata contro i migranti, i popoli del terzo mondo, gli “ultimi”. Se non altro a livello di principio sono questi temi estremamente sensibili per la chiesa cattolica. Non a caso la forte e continua insistenza sulla parabola del buon samaritano a cui è dedicato un intero capitolo (§§ 70 ss.).

 Nelle critiche sviluppate su questi due fronti il papa va a toccare interessi o dell’altissima borghesia o del ceto medio che invece vede nei rispettivi approcci sopra esposti un qualcosa di positivo e auspicabile. Per queste forze – non solo conservatrici ma addirittura reazionarie, che racchiudono una fetta non indifferente del popolo che si dichiara cattolico – l’atteggiamento fermo e pacatamente progressista di papa Francesco risulta odioso e compromissorio; infatti lo attaccano senza pietà.

 Pur ammettendo dunque che di papi peggiori ce ne sono stati, non ci si deve lasciar confondere dal contesto. Nel panorama attuale le posizioni da “democristiano di sinistra” del papa sembrano quanto mai rivoluzionarie perché al suo cospetto la politica sconclusionata e senza prospettiva delle forze politiche appare in tutta la sua inadeguatezza, se non nella sua violenta barbarie. Purtuttavia, da qui a considerare le sue posizioni di sinistra o addirittura comuniste ce ne corre assai. Questo ce lo dice la stessa enciclica che stiamo commentando e forse vale la pena riprendere qualche punto.

 3) La persona umana

 Il fondamento della filosofia sociale per come emerge dall’enciclica ma anche da altri documenti tradizionali è la “persona umana”. Si tratta di un concetto quanto mai controverso dall’importanza cruciale; vediamolo meglio.

 Innanzitutto la forza di questo concetto si presenta come verità oggettiva e assoluta, non soggetta a negoziazione (§§ 206, 208, 210). Non accettare una fondazione assoluta della verità viene vista come una concessione al relativismo e quindi alla non fondabilità di fatto di una morale condivisa.  La persona come valore primario (§§ 14, 22, 23, 83), la dignità umana anche basata sulla dignità del lavoro (§ 127), la persona umana (§§ 188) sono il fondamento su cui si regge tutta l’intelaiatura della solidarietà e dei valori mutui di fratellanza (§§ 40, 48) e di rispetto del prossimo come uguale a sé (§§ 80, 81, 138).

 Vediamo il primo punto, quella della fondazione della verità. Nel contesto dell’enciclica questa verità si fonda in termini religiosi. Se è vero che si cerca di affiancarla al discorso di una sorta di morale razionale, nella sostanza la fondazione è nella fede. Il fatto di contrapporre questa verità assoluta alla storicità (ridotta a relativismo) è l’altra questione di fondo: non si riesce a concepire la verità come un processo che si costituisce. Non necessariamente dunque essa per il suo mutare in contesti e circostanze diverse risulta non fondata. La prospetticità della verità nel suo farsi storico non significa meramente relativismo, ma una costruzione che si definisce oggettivamente e razionalmente nella sua processualità e che quindi è contestualmente vera. Il tentativo del Marx della teoria del capitale è proprio questo: costruire una teoria dinamica del processo storico che sia anche una teoria dinamica della verità (per questo aspetto sicuramente sulla scia di Hegel). Nei termini di Marx, proprio il sostanzialismo della persona e la sua identificazione con l’umano come tale rappresentano la più sofisticata delle ipostasi dell’ideologia borghese, frutto della parvenza oggettiva della circolazione delle merci, il feticismo della merce visto dal lato dei latori della dinamica sociale.

 Assunti gli individui come sostanziali, trasfigurati come persone umane, la dinamica sociale si articola come loro interazione quali enti già dati ab origine e quindi il risultato della loro interazione è meramente esito del loro comportamento individuale, come una sorta di sommatoria. Di conseguenza, se essi abdicano ai principi di solidarietà, fratellanza, mutua assistenza il mondo non può che andar male. Farlo andar bene è legato, di nuovo, alla loro decisione di fare, dal punto di vista soggettivo, diversamente. Infatti manca nell’enciclica qualsivoglia riferimento a dinamiche storiche oggettive. Il cambiamento dunque non è legato a modifiche delle dinamiche di fondo del processo storico, ma ai doveri delle persone umane di rendere questo concetto universale fino in fondo.

 Sembrerebbe questo il mero modello liberale basato sugli individui sostanziali, ma in realtà c’è un elemento in più, vale a dire il dovere di fratellanza. L’atomo individuale, in quanto persona umana, ha un legame ab origine col suo simile non solo di uguaglianza formalistica, ma di dovere morale. Rispetto al mondo classico liberale c’è dunque in più la mutua solidarietà che può/deve esprimersi anche a livello istituzionale come doveri dello Stato o di altra istituzione di mediare e garantire livelli minimi di umanità correggendo eventuali storture che possano verificarsi. Il modello sociale che più corrisponde a questa prospettiva non è dunque il libero mercato, ma lo Stato paternalistico corporativo che può essere nella sua versione soft la Democrazia Cristiana del dopoguerra, nella sua versione hard il fascismo. Infatti, data la struttura sociale per quella che è in quanto non la si può modificare e che quindi include stratificazione di classe e gerarchie sociali, esistono doveri collettivi individuali e istituzionali per cui i più poveri o disagiati vanno assistiti, curati, considerati fratelli; tutto ciò, però, senza intaccare le strutture.

Insomma, a chi abbia voglia di ripercorrere gli scritti relativi alla dottrina sociale della chiesa vedrà che nihil sub sole novum. C’è però da rallegrarsi del fatto che Bergoglio punti senza mezzi termini e con coraggio, considerata la situazione attuale, verso la versione soft dello Stato corporativo paternalistico, cioè auspichi una soluzione “democristiana”, decisamente “progressista” se paragonata al crudo cinismo dei due principali schieramenti politici in campo. Che si prenda questo atteggiamento come il non plus ultra del comunismo la dice però lunga su quanto manchino analisi, idee, prospettive. Su questo c’è molto da lavorare e non resta che rimboccarsi le maniche.

Thursday, 29 October 2020

Clases y proceso histórico en la teoría del modo de producción capitalistico de Marx



Mi amigo Roberto Escorcia me invitó a una charla en su curso "camaleónico" para hablar sobre clase y proceso histórico en la teoría marxiana del modo de producción capitalístico. A pesar de mi castellano improbable fue muy interesante, sobre todo por las preguntas muy sugerentes que los estudiantes pusieron.


Friday, 16 October 2020

El dinero en el Capital. Roberto Fineschi




El dinero en el Capital
Roberto Fineschi


Transcripción revisada de la intervención celebrada el 11 de enero de 2018 durante el IV Ciclo (2017/18) de encuentros sobre autores y temas de la filosofía contemporánea (“El alma en la era de la técnica. Dinero. Naturaleza, historia, religión?” organizado por el Liceo Da Vinci de Casalecchio, por el Liceo Marco Minghetti de Bologna y con el soporte y colaboración de la Casa del Conocimiento del Ayuntamiento de Casalecchio. Video.



Antes de comenzar, quisiera dedicarle unas palabras a Karl Marx, que vosotros seguramente conoceréis porque vuestros profesores os han preparado para estas sesiones y porque, hasta hace unos años, era un autor muy popular. Entonces no hacía falta que los docentes lo introdujeran. Era conocido porque, más allá de su teoría económica y social, era un autor con un fuerte impacto político y, como seguramente sabréis, era incluso el autor de referencia para la ideología de una parte del mundo, de la Unión Soviética, de los países del otro lado del “telón de acero”, cuya visión política e institucional tomaba a este autor como referencia.

El declinar de esta experiencia histórico-política, con la caída del muro de Berlín y con el final de la Unión Soviética, hizo automáticamente menos popular también al autor que estos países tomaban como referencia y, por tanto, estaba un poco desaparecido. Durante un tiempo, incluso, más que estar desaparecido, hubo una damnatio memoriae: no se hablaba de él porque la caída del Socialismo real se presentaba como la evidencia de que estaba equivocado en todo. Si el Socialismo real era la prueba de las bondades de su teoría, la caída del socialismo real parecía automáticamente como la prueba de lo contrario.

Ahora, pasados ya unos años, ha renacido el interés hacia este autor porque, finalmente, se ha tomado la dirección correcta. Es decir, se ha empezado a distinguir entre lo que Marx dijo, escribió y teorizó, y lo que son las experiencias políticas, no sólo del Socialismo real, sino también de otros países inspiradas en éste. Sin decir que ambas cosas son iguales, sino distinguiendo entre planos, todavía se puede ver qué tiene que decir Marx al hoy para comprender el mundo real más allá de las experiencias históricas del pasado.

En este sentido, simplemente escuchando las noticias del telediario, habréis vuelto a oir hablar de Marx en relación a la crisis financiera e industrial que en los últimos años han afectado a gran parte del mundo. ¿Por qué han recuperado a Marx para hablar de ésto? Y lo han hecho figuras que no son particularmente cercanas a este autor.Porque, pese a todo, la teoría de Marx ofrece explicaciones para las tendencias de fondo del desarrollo del modo de producción capitalista, que nos permiten entender mejor la realidad que otras teorías mainstream, en particular, por ejemplo, precisamente la explicación de la crisis.

Según la teoría de Marx, es normal que haya crisis. Si estudiáis su teoría, se ve que el desarrollo económico incurre cíclicamente en estas crisis, ya sean financieras o productivas y, en este sentido, la experiencia práctica, confirma la teoría. Mientras que las teorías más ortodoxas y mainstream no reconocen las crisis cíclicas, sino sólo las crisis de falta de equilibrio que luego se alcanza de alguna manera.

Otra cosa que tiene la teoría de Marx son las categorías para explicar el conflicto social. Según la teoría de Marx, es normalísimo que haya clases funcionalmente en conflicto en la sociedad contemporánea. Es decir, que tienen intereses de grupo por la función que cumplen en la organización de la economía, que las lleva a entrar en conflicto, a tener intereses no sólo diferentes, sino contradictorios. Por tanto, si estudiáis la sociedad y véis que, en efecto, hay conflictos, Marx os explica por qué.

También en ésto, muchas teorías maistream hablan de la retribución justa de los factores de producción. Es decir, intentan depotenciar las razones en que se funda la conflictualidad de los sujetos. En este sentido, Marx es más realista porque los otros te dicen que es un error estar en conflicto, en una situación que de hecho es conflictiva, mientras que Marx explica por qué existe este conflicto.

Otras cosas que su teoría previó en el largo plazo son la mundialización, el proceso de integración productiva del mundo, la dislocación en todas partes del mundo del proceso productivo, su interacción mercantil a nivel mundial. A finales de 1850, Marx incluso preveía que esta sería la tendencia a largo plazo del modo de producción capitalista.

Otra cosa: el aumento de la productividad del trabajo. Marx previó que habría pasado y así fue. La financiarización de la economía: la última parte del Capital está dedicada al crédito y al capital ficticio y, también en este caso, efectivamente, el desarrollo a largo plazo del modo de producción capitalista ha ido en esa dirección.

Por lo tanto, si consideramos las previsiones a largo plazo que la teoría de Marx proponía hace 150 años, acertó. Aplaudamos su mérito. Identificó tendencias a largo plazo que se vieron en décadas sucesivas. En lo que no acertó en absoluto, sin embargo, es en las previsiones políticas, y este es un nudo problemático al que volveré al final si tenemos tiempo.

De todas formas, esta introducción era para decir que el interés por la teoría de Marx no es un interés sólo erudito o historiográfico, sino que es interés por una teoría que, considerada en líneas generales, tiene mucho que decir hoy desde el punto de vista de las tendencias a largo plazo. Por lo tanto, también mi interés por el estudio de Marx, siempre ha sido doble: por una parte, en la investigación sobre el pensamiento del autor por si mismo; pero por otra parte, con un ojo hacia cómo este autor todavía tiene cosas que decir sobre la interpretación de la sociedad contemporánea.

Voy a por el capital y el dinero: la obra más concida e importante de Marx se titula El Capital. Crítica de la economía política como subtítulo. La gestación de este libro fue muy compleja, duró mucho más de nueve meses y al final resultó un aborto, en el sentido que no lo terminó. Empezó a trabajar en él en 1857 y, cuando murió en 1883, el texto estaba sin terminar. Publicó varias veces en vida el primer libro, dos veces en alemán y una vez en francés; pero para los libros segundo y tercero, dejó una serie de manuscritos preparatorios que no concluyó. Los publicó su amigo Engels después de su muerte.

La ambición de Marx al escribir este libro era muy grande porque no quería escribir simplemente un libro de economía. Lo que Marx intentaba escribir era una teoría general de la sociedad basada en el modo de producción capitalista. La división entre lo económico, lo político y lo ideológico que hoy tendemos a hacer, no está en su obra. Lo que él intenta es pensar la complejidad de la teoría del modo de producción capitalista en conjunto, intentando mostrar cómo las diferentes articulaciones del discurso se generan sustancialmente en un principio fundador fundamental. En este sentido, el dinero es un ejemplo perfecto.

La primera formulación de la teoría del dinero está en la primera sección que, precisamente, se titula Mercancía y dinero y habla de la circulación de mercancías.

¿Qué es el dinero? Para entender lo que es verdaderamente el dinero para Marx, habría que leer los tres libros del Capital porque el dinero es una categoría compleja que se desarrolla a través de varios libros y varias fases. Pero, fundamentalmente, para Marx el dinero es una relación social que se materializa en una cosa. Este es el aspecto realmente extraordinario del dinero en la circulación de mercancías.

La “cosa dinero” que, como tal, tiene poder. Esto es algo que nos resulta evidente a todos porque, en la sociedad mercantil en la que vivimos, cada uno de nosotros puede hacer en función del dinero que tiene. En general, si no tienes dinero, puedes hacer poca cosa. Y si tienes dinero, puedes hacer mucho más. Claramente, esta afirmación no vale en todas las situaciones, pero sí en muchas y, por lo tanto, el “objeto dinero” encarna en su materialidad un poder social.

¿Este poder viene de la cosa dinero como tal, o no? Marx dice: no.

Esto es lo que llama fetichismo de la mercancía. Es decir, creer que los objetos, y el dinero en particular tienen valor y poder social por si mismos, es el resultado de una serie de relaciones sociales que, al final, producen esta apariencia.

¿Cuál es la explicación de este proceso? Según Marx, este es el resultado inevitable de una sociedad de “intercambiantes”. Marx intenta aquí formular las categorías fundamentales del mercado, cuáles son los efectos del intercambio de mercancías sobre los seres humanos y sobre la dinánica social.

Para hacerlo, digamos que elabora una teoría abstracta que parte de que los hombres se distinguen del resto de animales en que trabajan. Este trabajo hace que el resultado de su actividad se materialice en un producto externo a ellos.Esta es la primera condición del intercambio, que haya un resultado ajeno a la corporeidad del individuo que puede cambiar de mano.

Pero esto no es suficiente para que haya intercambio, porque Marx dice que el producto y la mercancía no son la misma cosa: la mercancía es un producto hecho intencionalmente para ser intercambiado. Es decir, hecho no para el consumo personal de quien lo ha hecho, sino para el mercado.

Comprendo la dificultad de captar estos rasgos porque en nuestra sociedad, que los productos sean mercancía es la cosa más normal del mundo. Para nosotros todo es mercancía: la ropa que llevo, el micrófono que tengo en la mano, mi móvil, esta silla, la mesa... todo se produce como mercancía. Esta condición universal de la producción es normalísma para nosotros, nuestro sitio ideal es el centro comercial o el supermercado; incluso los centros comerciales telemáticos de Amazon, por ejemplo. Para nosotros es normalísimo que todo sea mercancía.

Pero Marx dice que esta no es una condición natural, sino que la forma-mercancía del producto es una forma históricamente determinada. Existen diferentes fases, diferentes modalidades históricas a través de las que los individuos producen, socializan; y se diferencian por características específicas. La universalización de la forma-mercancía es típica del modo de producción capitalista. Marx introduce, por tanto, el concepto de historicidad del modo de producción. No existe la economía en general, sino períodos históricos en los que el hecho general es que los hombres tienen que reproducirse y consumir sus productos organizándose de forma diferente en diferentes períodos.

Para entender el dinero tenemos que entender que este concepto, como forma universal de riqueza, es típicamente capitalista, se desarrolla a la máxima potencia con el modo de producción capitalista.

¿Por qué es necesario este dinero? Porque en la sociedad mercantil los individuos que producen son particulares, su producto es un producto particular. Lo extraordinario es que no consumen su propio producto porque, si yo soy zapatero, no sólo me pondré zapatos, sino que en algún momento tendré hambre. Pero, para tener comida, o soy de muy buen diente y me como los zapatos, o tendré que vender mis zapatos para comprar otras cosas. Es la división del trabajo, con el añadido de que la actividad es realizada por individuos particulares e independientes, libres e iguales. Estos individuos libres e iguales, que tienen un producto para intercambiar, deben hacer que la socialización de lo que hacen como particulares pase a través de un medio. Yo, para satisfacer mis necesidades, debo pasar a través de la producción de otro y vender lo que tengo. Por tanto, mi producto no es útil para mí, sino para algún otro. Los productos de otros no son útiles para ellos, sino para los demás.

El asunto es ver cómo se genera el mecanismo que permite la socialización de lo particular. Lo particular no es inmediatamente social, se convierte en social sólo a través de una mediación y esta mediación es el intercambio, y el intercambio, en la compleja articulación del discurso de Marx, al final será posible sólo a través del dinero, que sirve como encarnación universal del trabajo humano en abstracto. Es decir, al final representa lo que todos los productos particulares tienen en común: el ser producidos por el trabajo. Representándolo en abstracto, es decir, en su condición física neutral de dinero, es intercambiable con todos. Por tanto, el dinero tiene el poder, digamos, de encarnar la universalidad del valor sólo en la medida en la que existe intercambio de mercancías, sólo en la medida en la que existe una sociedad de individuos particulares que intercambian, que socializan su producción privada a través de él. Como si existiera el hombre como tal frente a los hombres, el dinero representa en su condición física individual, en su particularidad, lo universal, la cualidad de ser trabajo humano en abstracto como tal. Y ésto le confiere, en cuanto objeto físico, este extraordinario poder social de ser la “intercambiabilidad” universal y poder comprar todo.

Según Marx, el fetichismo es ésto, creer que este objeto tenga ese poder en cuanto objeto físico, que en cuanto dinero tenga este valor, independientemente de la relación social que tiene detrás.

Mi profesor, poniendo un ejemplo no demasiado elegante, me decía que para entender el hecho de que el dinero no es naturalmente ésto, me preguntaba qué habría hecho yo solo en una isla desierta con un billete de cien mil liras. ¡Nada! Porque ese billete de cien mil liras sólo funciona si puede comprar mercancías. Pero si en la isla desierta estoy sólo yo y no hay otros individuos productores particulares, no existe el mercado, no existen otras mercancías y, ¿entendéis?, por sí mismo ese objeto no vale nada, vale sólo en la medida en la que se inserta en esta relación social de individuos que intercambian. Por lo tanto, en este sentido, el dinero no es sólo una categoría económica, sino una función, una determinación social que da poder social y político a quien lo tiene en el bolsillo.

Otro aspecto de esta dinámica es que esta estructura produce superestructras, como se decía antes en lenguaje marxista: los individuos que intercambian, ¿qué deben ser para que el intercambio funcione? Deben reconocerse recíprocamente como iguales. Tienen el mismo derecho, la misma autoridad jurídica. No es como el esclavo que produce algo que se queda el dueño porque el esclavo es suyo y la cosa, entonces, también. No es como las corveas medievales, donde la prestación de trabajo en el campo del señor produce objetos que ya son suyos porque están hechos en sus tierras. Aquí yo soy igual al otro y soy libre como el otro. Nadie me obliga a vender mi mercancía, nadie me obliga a comprarla. Puedo comprar lo que quiera (si tengo dinero, claro). No tengo límites a mi libertad de comprar cosas y la igualdad consiste en el hecho de que el otro, como yo, hace lo mismo, tiene el mismo derecho sobre su bien, como yo tengo derecho sobre mi bien y el intercambio es un contrato. Cuando compramos algo y nos dan el ticket, esa es la apariencia del contrato de compra-venta que hay entre nosotros porque ambos somos titulares del mismo derecho. Ahí están, por tanto, las categorías fundamentales de la ideología burguesa.

Según Marx, la libertad y la igualdad de los individuos, aparentemente indpendientes, son la otra cara de la moneda de la sociedad mercantil. Marx está pensando, claramente, en Locke: en los primeros capítulos del segundo libro del tratado de Locke sobre el gobierno de los individuos, se presentan como sustanciales, como los protagonistas de esta dinámica. Lo que dice Marx es que esto es una apariencia porque ellos son individuos en la medida en la que existe la sociedad mercantil, en la medida que intercambian. Ninguno es importante por si mismo. Es decir, ninguno sería capaz de satisfacer sus necesidades sin pasar a través del proceso de intercambio. La satisfacción de mis necesidades pasa a través de un tercero, de otra persona y, por tanto, todos estamos concatenados. El proceso mercantil hace que mi autoreproducción esté concatenada a la de los otros porque si yo hago zapatos, sólo hago zapatos; si soy profesor, sólo soy profesor. Si quiero comer, voy a la Coop a hacer la compra y esto implica que yo, sin la Coop me muero, no existo como individuo, no existo ni físicamente, ni conceptualmente como eso que soy cuando voy a la Coop como individuo libre e igual a comprar manzanas. Por lo tanto, en esta “crítica económica” del dinero se ve cómo para Marx es una crítica social, ideológica, teórica; todas estas cosas van juntas.

Esta parte, que es fundamentalmente el primer capítulo del primer libro del Capital, es una de las más complejas y más reorganizadas por Marx en su larga carrera de grafómano. La escribe por primera vez en 1857, la reescribe en 1859, en 1863, en 1867, en 1872... vuelve sobre ella mil veces. Digamos que es la parte del Capital sobre la que vuelve más veces. Pero, ¿por qué? Porque es, claramente, un punto complejo y fundamental: el dinero es el gran Dios de nuestra sociedad y explicar qué es, es claramente el punto clave.

Estas categorías “mercancía” y “dinero” no son solo capitalistas, obviamente. Sabemos que también existían en sociedades antiguas, pero en menor medida. Lo que para Marx es de verdad típico del modo de producción capitalista es que el concepto de mercancía, los conceptos de mercancía y dinero se convierten en la forma universal del producto. Ya no de forma marginal, sino de forma dominante. ¿Qué tenemos con el modo de producción capitalista? Tenemos algo extraordinario: tenemos que el dinero, desde lo que había sido antes, la medida del valor, medio de circulación y medio de crédito, ¿en qué se convierte? Se convierte en el fin mismo del sistema productivo. Por lo tanto, decimos que de Dios factual del mercado, se convierte también en el motor inmóvil hacia el que tienden todas las producciones. ¿Qué significa ésto? En el modo de producción capitalista el dinero se convierte en algo más, se convierte el el fin de la producción. En la sociedad mercantil tenemos producción de mercancías, paso a través del mercado: yo vendo mi mercancía, recibo dinero y con este dinero voy a comprarme lo que quiero yo. El célebre ciclo es “M” mercancía - “D” dinero- “M” mercancía. El fin último de este proceso es la apropiación de una mercancía por mi parte que yo consumo. Sin embargo, en el capital tenemos que este proceso se invierte y pasa de M-D-M a D-M-D’. Es decir, tenemos una inversión inicial de dinero con el objetivo final explícito de tener al final más de este dinero. Es decir, la finalidad del proceso ya no es el consumo. El consumo es el pasaje que me permite al final tener más dinero que al principio.

Este proceso se llamará después acumulación. Pero, acumulación ¿de qué? Acumulación de la riqueza social en esta forma abstracta, en esta forma universal. Digamos que en la generación de dinero como fin en si mismo.

Hay capítulos y capítulos del Capital para recorrer esto en todas sus fases, pero los puntos fundamentales son que para hacer ésto, el capital incorpora el proceso de trabajo, es decir, el primer pasaje del ciclo D-M-D. El capitalista no compra una mercancía cualquiera, sino los elementos del proceso productivo. Es decir, medios de producción y fuerza de trabajo. Esta no es una adquisición casual porque el proceso de trabajo no es una actividad accesoria que los seres humanos pueden hacer después de haber revisado Facebook o haber visto el periódico. Si no se produce, se muere. Si no se produce, no hay móvil, ni televisión, ni comida. Es decir, producir y reproducir es la condición de existencia de la humanidad. Por lo tanto, el capitalista, comprando los elementos del proceso productivo, compra la vida, compra la propia existencia de la humanidad: la reproducción misma de la humanidad tiene lugar como momento del capital, como momento del proceso de valorización del capital.

Esto tiene consecuencias extraordinarias. ¿Por qué? Porque implica que, dado que la acumulación de dinero es el objetivo final de todo el proceso, si la producción no garantiza una valorización; es decir, si no garantiza una acumulación de dinero, no se produce. ¿Lo entendéis? El objetivo final no es producir cosas para cubrir necesidades, ésta es sólo una condición instrumental. Se producirán cosas para cubrir las necesidades sólo si ésto garantiza la valorización del capital. Sino, no. Por lo tanto, no importa si muchas personas tienen mucha hambre; si la producción de comida para estas personas no garantiza la valorización del capital, no se produce: estas personas morirán de hambre aunque existan recursos para hacerlo.

Esta forma de funcionar es un mecanismo. Marx insiste mucho en ésto. No hay buenos y malos. Sí, hay personas particularmente buenas y muy malas, pero no por ser moralmente abyectas; también son moralmente abyectas, pero no lo hacen por eso. Lo hacen porque la máquina funciona así. Si no se puede valorizar, no se produce. Ahora, por ejemplo, no estamos en una situación de pobreza. Hay cantidades fenomenales de capital a disposición, escondidos offshore en mil sitios. No es que falta capital. El problema es que las condiciones de saturación del mercado no garantizan una inversión productiva que consiga valorizar el capital y, por lo tanto, no se produce.

¿Por qué es extraordinario el Estado Social? Porque el Estado Social es la garantía de que se producirán cosas, se ofrecerán servicios incluso con pérdidas porque, hasta que dure, todavía pensamos que salvar vidas humanas en un hospital es un valor en si mismo y hay que encontrar la manera de hacerlo más allá de los mecanismos del modo de producción capitalista; porque pensamos que educar, no sólo a los jóvenes, sino también a los adultos, es un valor en si mismo y, por tanto, un derecho de los ciudadanos y lo haremos aunque sea una actividad con pérdidas, no importa.

Todos los discursos sobre el hecho de que hay que recortar los servicios sociales porque no son productivos son tonterías clamorosas porque esos servicios nacen para no ser productivos. No son concebidos para ser productivos, sino para garantizar derechos a los ciudadanos. Y para garantizarlos, se fuerzan los mecanismos del modo de producción capitalista de forma que haya los recursos necesarios, aunque sea con pérdidas. Sin embargo, el modo de producción capitalista puro no funciona así: ofrecerá estos servicios y garantizará estos productos sólo si podéis pagar y, para verlo, podéis mirar al otro lado del océano, en Estados Unidos, donde un tercio de la población, en uno de los países más ricos del mundo, vive en condiciones de pobreza y tiene un acceso mínimo a servicios sanitarios. Porque no se los puede pagar y, simplemente, si no pagas, mueres, ¡peor para ti! El modo de producción capitalista es aquella fase histórica en la que la creación del fetiche del dinero, de la riqueza como tal, y el tener como objetivo de la producción la acumulación de este fetiche en su forma abstracta, implica ésto, que se produzca sólo aquello que valoriza el capital.

¿Qué significa valorización? Intento sintetizarlo de forma que espero que sea clara, pero breve. Marx introduce el concepto de plusvalor. ¿Qué es el plusvalor? Según Marx, la fuente del valor es el trabajo abstractamente humano y su tiempo de prestación determina la magnitud: ocho horas de trabajo producen, imaginemos, ocho horas de magnitud de valor. Pero el capitalista, cuando compra los elementos de la producción, no compra el trabajo, compra la fuerza de trabajo. Es decir, compra durante un determinado período de tiempo al individuo que luego prestará el trabajo y nadie dice que éste cueste ocho horas. Es más, en general, cuesta menos. Si comprar ocho horas de trabajo cuesta cuatro horas, la diferencia son el plustrabajo y el plusvalor. El capitalista juega con ésto: la fuente del valor no es la fuerza de trabajo misma, sino el trabajo. El trabajo no es aquello que ha comprado, lo que ha comprado es la fuerza de trabajo, es decir, al individuo que después trabajará. Y de la diferencia de tamaño entre estas dos cosas, sale el plusvalor. Para aumentarlo lo más posible, el capitalista intentará reducir la magnidud del valor de la fuerza de trabajo al mínimo. ¿Cómo? A veces pagando menos. Pero, sobre todo, aumentando la productividad del trabajo y creando una diferencia temporal entre su productividad y la de los demás capitalistas, de forma que consiga un extra-plusvalor.

Este mecanismo instaura el aumento de la productividad del trabajo, que al final ha determinado lo que tenemos nosotros: la ciencia, el conocimiento, la tecnología, la aplicación de la ciencia a los procesos productivos. Por lo tanto, tendencialmente, ya no existe la necesidad de trabajar. Está el famoso fragmento de Aristóteles en la Política, donde dice: “si los telares tejieran solos, si los instrumentos tocaran solos, no se necesitarían esclavos”. Nosotros estamos en el umbral de un mundo en el que ya no hay necesidad de esclavos porque las máquinas lo hacen casi todo por si mismas. Esto es algo increíblemente positiva porque nos permite, respecto a la generación de nuestros abuelos, no trabajar 14 horas al día en el campo en verano o 12 horas en la fábrica; es suficiente con trabajar poco. Ésto, que es algo positivo, en el modo de producción capitalista, entra en conflicto con el proceso de valorización porque el modo de producción capitalista debe mantener la forma asalariada en la medida en que su excedente proviene de la diferencia entre lo que paga y lo que obtiene al final de la actividad del trabajador. El dinero, la valorización, son ejemplos de cómo el modo de producción capitalista es intrínsecamente contradictorio: por una parte, crea los conceptos de libertad e igualdad; pero por otra parte crea la esclavitud salarial. Es el mismo mecanismo que por una parte crea la productividad que en teoría permite liberar a la humanidad de la esclavitud del trabajo necesario de una forma que en el pasado era inconcebible, pero por otra parte no permite utilizarla porque se producirá sólo aquello que valorice el capital. Por lo tanto, esta productividad no se utilizará en general, sino sólo en esas condiciones. Esta contradicción intrínseca produce después efectos que serán las crisis, que son las caídas tendenciales de la tasa de ganancia en el largo plazo. Este es otro capítulo en el que no entraré.

Volviendo al dinero, hemos visto el fetiche del dinero como valor en general, la acumulaciónde este fetiche como objetivo de la propia producción. Avanzando un poco, Marx, en la última parte del tercer libro, introduce otras categorías que desarrollan ulteriormente el concepto de dinero, que son el crédito y el capital ficticio, el capital por acciones. Prácticamente, la forma abstracta de la riqueza, que en el dinero tiene la primera manifestación que hemos visto, a medida que se avanza, tiende a convertirse en algo aparentemente separado del propio proceso productivo. Por ejemplo, una empresa que tiene sus naves, maquinaria, etc, hace una estimación del valor abstracto de estas instalaciones, lo transforma en acciones y lo pone en el mercado de valores. Los dos tamaños deberían corresponderse. Es decir, el tamaño ficticio y el real deberían ir ligados, pero las acciones del mercado de valores tienen una vida independiente; en parte viven de la dinámica de oferta y demanda en la bolsa y, por tanto, se hinchan y se deshinchan. Aparentemente, viven una vida que parece independiente del proceso real y efectivo de la acumulación en el proceso productivo. Este fenómeno se hace mucho más importante cuando no existen las condiciones para una inversión productiva consistente. Ahora, por ejemplo, ¿qué ha pasado en los últimos años? La imposibilidad de invertir con un beneficio importante en la economía real, ha hecho que muchos prefiriesen invertir masivamente en la economía especulativa, en el capital por acciones. La desproporción entre la riqueza real y la del mercado de valores es increíble en las diferentes estimaciones que se hacen. A medida que la burbuja crece, la separación entre estos dos lados se hace cada vez mayor y, por tanto, este dinero se convierte en muchas cosas: ya no es el dinero sólido, metálico, del pasado, sino que se convierte primero en billetes y después en acciones; se convierte en un cupón de crédito, toda una serie de diferencias y articulaciones en las que el vínculo entre esta forma abstracta de riqueza y el proceso real parece cada vez más enrarecida; cada vez más, parece que en sustancia, este vínculo no existe. Pero también aquí, de nuevo, según la teoría de Marx, se verá que no es así porque las crisis son la verificación de que, llegado un punto, la proporcionalidad debe restablecerse. Está la crisis financiera, que puede ser más o menos amplia dependiendo de mil contingencias y que, claramente, no es posible prever en abstracto. Pero al final, las cosas vuelven a su sitio porque la crisis real será el determinante de la crisis financiera. Es decir, la producción real dará la medida de hasta qué punto la burbuja es especulativa. El dinero, en todas estas articulaciones, es en realidad el capital, todas son formas en las que el capital toma vida en diferentes niveles de abstracción.

El fetichismo de la mercancía, el proceso de valorización como condición para producir o no, la financiarización del proceso y la explicación de por qué existen crisis y no expansión indefinida de la riqueza abstracta, son preguntas que en Marx encuentran una respuesta. Esta respuesta es muy abstracta, ese es el límite. Es deccir, Marx habla de estas categorías básicamente definiéndolas, estableciendo qué es el capital ficticio, qué es el proceso de acumulación, qué es el dinero y, en este sentido, no son categorías directamente operativas. Es decir, no puedo tomarlas como son y entender todo lo que afecta al mundo contemporáneo. Pero puedo tomarlas como son y sobre ellas construir, investigar ulteriormente para comprender ¿lo qué? No el modo de producción capitalista en abstracto, sino el capitalismo italiano del S.XXI. Para hablar de ésto, sin embargo, necesito muchos elementos más: necesito los Estados, su forma de interactuar dentro de la Comunidad Europea, la forma de interactuar ésta con otros grandes capitales en el mundo. Necesito una serie de teorías de cabecera, de niveles intermedios de comprensión que debemos producir nosotros. Para mí, el desafío para los investigadores contemporáneos está en ver cómo desde estas categorías fundamentales de Marx, es posible avanzar, ampliar y estructurar ulteriormente este sistema de categorías para comprender mejor el real.
De la crisis actual, Marx diría que es una crisis de burbuja especulativa. Sin embargo, sólo con el capital no puedo explicar la dinámica exacta, no puedo decir por qué exactamente esta burbuja ha funcionado de esta forma y no de otra. Es como si estudiáseis patología médica: esto, obviamente, no me dice cómo curarme yo, a ti o a él, sino que me da un instrumento que después, cuando me véis a mí o a él, os permite preguntar si hemos cogido frío, si tenemos la tensión alta, toda una serie de información que al final os permiten dar un diagnóstico. Pero como patología general, yo creo que la teoría del capital de Marx funciona muy bien. Y el dinero es, precisamente, uno de los nudos cruciales.

Saturday, 3 October 2020

Roberto Fineschi. Hacia Una Teoría Política Inspirada en El Capital

Roberto Fineschi. Hacia Una Teoría Política Inspirada en El Capital, in SUJETO CAPITAL-SUJETO REVOLUCIONARIO. Análisis crítico del sistema capitalista y sus contradicciones. Roberto Escorcia Romo y Gastón Caligaris (Compiladores)


Saturday, 26 September 2020

Roberto Fineschi - Il denaro nel Capitale


Il denaro nel Capitale

Roberto Fineschi



Trascrizione leggermente rivista dell’intervento tenutosi il giorno 11 gennaio 2018 all’interno del 4° ciclo (2017-2018) - L’anima nell'era della tecnica. Denaro. Natura, storia, religione? Ciclo di incontri su autori e temi della filosofia contemporanea organizzati dal Liceo Da Vinci di Casalecchio, dal Liceo Marco Minghetti di Bologna, con il sostegno e la collaborazione della Casa della Conoscenza e dal Comune di Casalecchio. Video. Sbobinatura e trascrizione di Rosalba Scinardo Ratto.

Prima di tutto vorrei spendere due parole su Karl Marx, che voi sicuramente conoscerete, perché so che i vostri docenti vi hanno preparato per queste lezioni e anche perché fino a qualche anno fa era un autore molto popolare. Non c’era bisogno che i docenti lo introducessero, perché era conosciuto di per sé, perché al di là della sua teoria economica e sociale era un autore che aveva un forte impatto politico e, come saprete certamente, era addirittura l’autore di riferimento dell’ideologia di una parte del mondo, dell’Unione Sovietica, dei cosiddetti paesi oltrecortina, la cui visione politica e istituzionale si rifaceva a quest’autore.

Il venir meno di questa esperienza storico-politica, con la caduta del muro di Berlino e con la fine dell’Unione Sovietica ha reso meno popolare automaticamente anche l’autore a cui questi paesi si riferivano e quindi è un po’ sparito. Per un certo periodo è addirittura più che sparito, c’è stata una damnatio memoriae, non se ne poteva parlare perché il crollo del socialismo reale appariva come l'evidenza che aveva sbagliato tutto: se il socialismo reale era la verifica della bontà delle sue teorie, il crollo del Socialismo reale automaticamente sembrava la verifica del contrario.

Adesso, a distanza di un po’ di anni, è rinato l’interesse verso quest’autore perché finalmente si è presa la giusta direzione, cioè si è iniziato a distinguere tra quello che Marx ha detto, scritto e teorizzato da una parte e dall’altra le esperienze politiche, non solo del Socialismo reale ma anche in altri paesi, che a lui si sono ispirate. Senza dire che le due cose sono identiche, ma distinguendo i piani si può ancora vedere che cosa ha da dire Marx all’oggi per la comprensione del mondo reale, al di là delle esperienze storiche del passato. In questo senso, anche solo semplicemente ascoltando le notizie al telegiornale, avrete risentito parlare di Marx in relazione alla crisi finanziaria e anche industriale, che negli ultimi anni purtroppo hanno attanagliato gran parte del mondo. Perché hanno ripescato Marx per parlare di questa cosa? E lo hanno fatto anche figure che non sono particolarmente vicine a questo autore. Perché nonostante tutto, la teoria di Marx fornisce delle spiegazioni alle tendenze di fondo dello sviluppo del modo di produzione capitalistico, che ci permettono di capire più di altre teorie mainstream, in particolare per esempio proprio nella spiegazione della crisi. Secondo la teoria di Marx, la crisi è normale che ci sia, se studiate la sua teoria si vede che lo sviluppo economico ciclicamente incorre in delle crisi, sia finanziarie che produttive e in questo senso l’esperienza pratica conferma la teoria. Mentre le teorie più ortodosse e mainstream non conoscono crisi cicliche, ma solo crisi di mancato equilibrio frizionale, che poi in qualche modo si riappiana. 

Altre cose che la teoria di Marx ha delle categorie per spiegare: il conflitto sociale. Secondo la teoria di Marx è normalissimo che ci siano classi nella società contemporanea funzionalmente in conflitto, cioè che hanno interessi di gruppo per la funzione che hanno nell’organizzazione dell’economia che le porta a confliggere, ad avere interessi non solo diversi ma contrastanti. Quindi, se studiate la società e vedete che di fatto ci sono dei conflitti, Marx ve ne spiega il perché. Anche qui, molte teorie mainstream parlano invece di giusta retribuzione dei fattori produttivi, cioè cercano di spuntare le motivazioni che i soggetti in conflitto propongono invece come ragione del loro conflitto. In questo senso Marx è più realistico, perché gli altri ti dicono che è un errore essere in conflitto, in una situazione di fatto che è conflittuale, mentre Marx spiega perché il conflitto esiste. Altre cose che questa teoria ha previsto nel lungo periodo: la cosiddetta mondializzazione, il processo di integrazione produttivo del mondo intero, la dislocazione in tutte le parti del mondo dei processi produttivi, la loro interazione mercantile a livello mondiale. Marx alla fine del 1850 addirittura prevedeva che questa sarebbe stata la tendenza di lungo corso del modo di produzione capitalistico. Altra cosa: l’aumento della produttività del lavoro, Marx previde che questo sarebbe successo e così è stato. La finanziarizzazione dell’economia. L’ultima parte del Capitale è dedicata a credito e capitale fittizio e anche in questo caso effettivamente lo sviluppo di lungo periodo del modo di produzione capitalistico è andato effettivamente in quella direzione.

Quindi se consideriamo le previsioni di lungo periodo che la teoria di Marx prevedeva 150 anni fa, ci ha azzeccato. Onore al merito. Ha individuato tendenze di lungo periodo di molti decenni successive Dove non ci ha azzeccato proprio per niente invece è nelle previsioni politiche e questo è un nodo problematico in cui magari ritornerò alla fine, se abbiamo tempo. Comunque questa premessa era per dire che l'interesse per la teoria di Marx non è, come dire, solamente un interesse erudito, non è solo storiografico, ma è l'interesse per una teoria che, se considerata in queste sue linee generali, ha molto da dire per l'oggi, da un punto di vista della previsione delle tendenze di lungo periodo; quindi anche il mio interesse verso lo studio di Marx è sempre stato doppio, da una parte nell'indagine del pensiero dell'autore per quello che è, ma nell'altra anche con un occhio rivolto a come questo autore ancora abbia da dire nell'interpretazione della società contemporanea. 


Vengo al capitale e al denaro. L'opera più celebre e importante di Marx si intitola Il capitale. Critica dell'economia politica come sottotitolo. La gestazione di questo libro è stata assai complessa ed è durata molto più di 9 mesi e alla fine ha generato un aborto, nel senso che non l'ha finito. Ha iniziato a lavorarci concretamente nel 1857 e quando è morto nel 1883 il testo era incompiuto. Ha pubblicato in vita più volte il primo libro, due volte in tedesco, una volta in francese, ma per il secondo e il terzo libro ha lasciato una serie articolata di manoscritti preparatori, che non ha concluso. Sono stati pubblicati dal suo amico Engels, dopo la morte di Marx. L'ambizione di Marx, scrivendo questo libro, era molto grande, perché non voleva semplicemente scrivere un libro di economia; quello che Marx cerca di scrivere è una teoria generale della società basata sul modo di produzione capitalistico e la divisione tra economico, politico, ideologico, che tendiamo oggi a fare, non è nelle sue corde; il tentativo che fa è quello di pensare la complessità della teoria del modo di produzione capitalistico tutta insieme, cercando di mostrare come queste varie articolazioni del discorso si generino da un principio fondativo fondamentale sostanzialmente. In questo senso il denaro è un esempio perfetto.

La prima formulazione della teoria del denaro è nella prima sezione che si intitola Merce e denaro per l'appunto e parla della circolazione delle merci. Che cos'è il denaro? Alla fine per capire veramente che cos'è il denaro per Marx, bisognerebbe leggere tutti e tre i libri del Capitale, perché il denaro è una categoria complessa, che si sviluppa attraverso i vari libri e le varie fasi, ma fondamentalmente il denaro per Marx è un rapporto sociale, che si cristallizza in una cosa, questo è l’aspetto veramente straordinaria del denaro nella circolazione delle merci. La cosa denaro che come tale ha potere; questo è un qualcosa che è evidente a tutti, perché ciascuno di noi nella società mercantile in cui viviamo può fare in base ai soldi che ha, in linea di massima: se non avete soldi non potete fare molto, se avete molti soldi potete fare molto di più, chiaramente non vale universalmente, ma vale in molte situazioni e quindi l'oggetto denaro incarna nella sua cosalità un potere sociale. Questo potere viene dalla cosa denaro come tale oppure no? Marx dice: no. Questo è il cosiddetto feticismo della merce, vale a dire: credere che gli oggetti e il denaro in particolare abbiano di per sé un valore e un potere sociale è il risultato di una serie di relazioni sociali che alla fine producono questa apparenza. Qual è la spiegazione di questo processo? Secondo Marx questo è il risultato inevitabile di una società di scambianti. Marx cerca qui di formulare le categorie fondamentali del mercato, di quali siano gli effetti dello scambio di merci sugli esseri umani e sulla dinamica sociale. Per far questo diciamo che fa una teoria astratta, che prende le mosse dal fatto che gli uomini si distinguono dagli altri animali perché lavorano, questo lavorare fa sì che il risultato della loro attività si cristallizzi in un prodotto a loro esterno. Questa è la prima condizione della scambiabilità, cioè che ci sia un risultato estraneo alla corporeità dell'individuo che può passare di mano; però questo non è sufficiente per avere scambio, perché Marx dice che il prodotto e la merce non sono la stessa cosa. La merce è un prodotto realizzato intenzionalmente per essere scambiato, cioè non per il consumo personale di chi lo ha fatto, ma per il mercato.

Comprendo la difficoltà nel cogliere questi aspetti, perché nella nostra società il fatto che i prodotti siano merci è la cosa più normale del mondo. Per noi tutto è merce, i vestiti che io addosso, il microfono che ho in mano, il cellulare che ho, questo sedia, questo tavolo, tutto quanto è prodotto come merce. Questa condizione universale della produzione per noi è normalissima, il nostro luogo ideale è il centro commerciale o il supermercato, a questo punto anche i centri commerciali e telematici su Amazon per esempio, per noi è normalissimo che tutto sia merce. Ma Marx dice che questa non è una condizione naturale, bensì che la forma-merce del prodotto è una forma storicamente determinata; esistono sostanzialmente diverse fasi, diverse modalità storiche attraverso le quali gli individui producono, socializzano ed esse si differenziano per caratteristiche specifiche. L'universalizzazione della forma merce è ciò che è tipico del modo di produzione capitalistico. Marx introduce dunque il concetto di storicità del modo di produzione. Non esiste l'economia in generale, ma esistono periodo storici in cui il fatto generale che gli uomini dovranno riprodursi e consumare i loro prodotti viene declinato differentemente in diversi periodi. 

Per capire il denaro dobbiamo capire che questo concetto, come forma universale della ricchezza, è tipicamente capitalistico, si sviluppa alla massima potenza con il modo di produzione capitalistico. Perché è necessario questo denaro? Perché nella società mercantile gli individui che producono sono dei privati, il loro prodotto è un prodotto privato, ma la cosa straordinaria è che loro il proprio prodotto non se lo consumano, perché se io sono un calzolaio nella mia vita non indosserò solo scarpe, ma ad un certo punto avrò fame, ma per avere il cibo o sono di bocca buona e mi mangio le scarpe, oppure dovrò vendere le mie scarpe e comprare con quel qualcosa qualcos'altro. È la divisione del lavoro con l'aggiunta che l'attività viene realizzata da individui privati e indipendenti, liberi e uguali; questi individui liberi e uguali, che hanno il loro prodotto da scambiare devono far sì che la socializzazione di quello che loro fanno come privati passi attraverso un medium. Io per soddisfare i miei bisogni devo passare attraverso la produzione di un altro e vendere quello che ho io, quindi il mio prodotto non è utile per me, è utile per qualcun altro; i prodotti degli altri non sono utili per loro, ma sono utili per altri, quindi il punto è vedere come si genera il meccanismo che permette la socializzazione del privato. Il privato non è immediatamente sociale, diventa sociale solo attraverso una mediazione, e questa mediazione è lo scambio e lo scambio, nella complessa articolazione del discorso di Marx, alla fine sarà possibile solo attraverso il denaro, che funge da incarnazione universale del lavoro umano in astratto, cioè finisce per rappresentare quello che tutti i prodotti privati hanno in comune: l'essere prodotto del lavoro. Rappresentandolo in astratto, cioè nella sua neutrale fisicità di denaro, esso è scambiabile con tutti. Quindi il denaro ha questo potere diciamo di incarnazione dell'universalità del valore solo in quanto esiste scambio di merci, solo in quanto esiste una società di individui privati scambianti, che socializzano la loro produzione privata attraverso di esso, come se ci fosse l'uomo come tale di fronte agli uomini; il denaro rappresenta, nella sua fisicità individuale, nella sua particolarità, l'universale, la qualità di essere lavoro umano in astratto come tale, e questo conferisce a lui in quanto oggetto fisico questo straordinario potere sociale di essere l'universale scambiabilità e di potere comprare tutto. Secondo Marx il feticismo è questo: credere che quell'oggetto abbia quel potere in quanto oggetto fisico, in quanto denaro ha questo valore, a prescindere dal rapporto sociale che gli sta dietro. Il mio professore, facendo un esempio non particolarmente elegante, mi diceva che per capire il fatto che il denaro non è naturalmente questa cosa, mi chiedeva che cosa avrei fatto io da solo su un'isola deserta con una banconota da 100 mila lire, nulla! Perché quella banconota da 100 mila lire funziona solo se può comprare merci, ma nell'isola deserta ci sono io e basta, non ci sono altri individui produttori privati, non c'è il mercato, non ci sono le altre merci e quindi capite, di per sé quell'oggetto non vale niente, vale solo in quanto si inserisce in questo rapporto sociale di individui scambianti. Quindi il denaro in questo senso non è solo una categoria economica, ma è una funzione, una determinazione sociale che dà potere sociale e politico a chi ce l'ha in tasca. 


Un altro aspetto di questa dinamica è che, come dire, questa struttura produce sovrastrutture, si sarebbe detto una volta nel linguaggio marxologico: gli individui scambianti, perché possa funzionare lo scambio, devono essere che cosa? Devono riconoscersi reciprocamente come uguali, hanno lo stesso diritto, hanno la stessa autorevolezza giuridica, non è come lo schiavo che produce una cosa e il padrone se la prende, perché lo schiavo è già suo e la cosa quindi è già sua. Non è come la corvée medievale, dove la prestazione d'opera nel campo del signore produce oggetti già suoi, perché realizzati nel suo campo; qui io sono uguale all'altro e io sono libero come l'altro, nessuno mi obbliga a vendere la mia merce, nessuno mi obbliga a comprare quella, io posso comprare quello che voglio, se ho i soldi chiaramente; io non ho limiti alla mia libertà nel comprare cose e l'uguaglianza consiste nel fatto che l'altro come me fa la stessa cosa, ha lo stesso diritto sul suo bene, come io ho il diritto sul mio bene e lo scambio è un contratto. Anche quando compriamo un oggetto e ci danno lo scontrino quella è l'apparenza del contratto che c'è tra di noi di compravendita, perché tutti e due siamo titolari dello stesso diritto ed ecco quindi le categorie fondamentali dell'ideologia borghese. Secondo Marx la libertà e l'uguaglianza degli individui apparentemente sostanziali sono l'altra faccia della medaglia della società mercantile. Marx sta chiaramente pensando a Locke: nei primi capitoli del secondo libro del trattato di Locke sul governo gli individui vengono presentati come sostanziali, come i protagonisti di questa dinamica; quello che Marx dice è che questa è una parvenza, perché loro sono individui in quanto esiste la società mercantile, in quanto scambiano. Nessuno è sostanziale di suo, cioè nessuno sarebbe in grado di soddisfare i propri bisogni senza passare attraverso il processo di scambio; come dire: la soddisfazione del mio bisogno passa attraverso un terzo, un'altra persona, e quindi siamo tutti concatenati. Il processo mercantile fa sì che la mia autoriproduzione sia concatenata a quella di altri, perché io se faccio le scarpe, faccio solo le scarpe, se io faccio il professore, faccio solo il professore, se voglio mangiare vado alla Coop a fare la spesa e questo implica che io senza la Coop muoio, non esisto come individuo, non esisto né fisicamente né concettualmente, come quella cosa che sono quando vado alla Coop come individuo libero e uguale a comprare le mele. Quindi questa "critica economica" del denaro qui si vede proprio come sia per Marx una critica sociale, ideologica, teorica, tutte queste cose stanno insieme. 

Questa parte, che sostanzialmente è il primo capitolo del primo libro del Capitale, è una delle più complesse e più rimaneggiate da Marx nella sua lunga carriera di grafomane. La scrive per la prima volta nel 1857, la riscrive nel 1859, la riscrive nel 1863, la riscrive nel 1867, la riscrive nel 1872, ci ritorna mille volte sopra, diciamo che è la parte del Capitale su cui più rimette le mani, ma perché? Perché è chiaramente un punto complesso e fondamentale: il denaro è il grande Dio della nostra società e spiegare che cos'è è chiaramente il punto chiave. Queste categorie "merce" e "denaro" non sono solo capitalistiche ovviamente, sappiamo che anche nelle società antiche esistevano però in misura ridotta. Quello che secondo Marx è veramente tipico del modo di produzione capitalistico è che il concetto di merce, i concetti di merce-denaro diventano la forma universale del prodotto, non più marginale, non più di nicchia, ma forma dominante. Quando abbiamo il modo di produzione capitalistico che cosa abbiamo in più? Abbiamo una cosa straordinaria, abbiamo che il denaro da quello che era prima, misura del valore, mezzo di circolazione e mezzo di credito, diventa che cosa? Diventa fine stesso del processo produttivo. Quindi diciamo da Dio fattuale del mercato diventa anche il motore immobile verso cui tutte le produzioni tendono. Che cosa significa? Nel modo di produzione capitalistico il denaro diventa un qualcosa in più, diventa il fine della produzione stessa. Nella società mercantile abbiamo produzione di merci, passaggio attraverso il mercato, quindi io vendo la mia merce, ho del denaro e con questo denaro vado a comprarmi quello che voglio io. Il ciclo celeberrimo è "M" merce - "D" denaro - "M" merce: lo scopo finale di questo processo è l'appropriazione di una merce da parte mia e io me la consumo. Invece nel capitale abbiamo il capovolgimento di questo processo e si passa da M-D-M a D-M-D’, cioè abbiamo un investimento iniziale di denaro con l'obiettivo esplicito alla fine di averne di più di questo denaro, cioè il fine del processo non è più il consumo. Il consumo è il passaggio che mi permette alla fine di avere più denaro di prima. Questo processo si chiamerà poi accumulazione, ma accumulazione di cosa? Accumulazione della ricchezza sociale in questa sua forma astratta, in questa sua forma universale. Diciamo la generazione di denaro fine a se stessa. Ci sono capitoli e capitoli del Capitale per ripercorrere questo in tutte le sue fasi, ma i due punti fondamentali sono: primo è che per far questo il capitale incorpora il processo lavorativo, cioè il primo passaggio del ciclo D-M-D. Il capitalista non acquista una merce qualsiasi, ma acquista gli elementi del processo produttivo, cioè mezzi di produzione e forza lavoro; questo non è un acquisto casuale, perché il processo lavorativo non è un'attività accessoria che gli esseri umani possono fare dopo essere andati su Facebook o aver guardato la Domenica Sportiva. Se non si produce, si muore; se non si produce non c'è più il telefonino, non c'è più il televisore, non c'è più il cibo, cioè produrre e riprodurre è la condizione di esistenza dell'umanità. Quindi, il capitalista, comprando gli elementi del processo produttivo, compra la vita, compra l'esistenza stessa dell'umanità: la riproduzione stessa dell'umanità avviene come momento del capitale, come momento del processo di valorizzazione del capitale. Questo ha delle conseguenze straordinarie, perché? Perché implica che, dato che l'accumulazione di denaro è l'obiettivo finale di tutto il processo, se la produzione non garantisce una valorizzazione, cioè non garantisce un'accumulazione di denaro, non si produce, capite? Lo scopo finale non è produrre cose necessarie per i bisogni, questa è una condizione strumentale. Si produrranno cose necessarie per i bisogni solo se questo garantisce la valorizzazione del capitale, altrimenti no, quindi non importa se molte persone hanno molta fame, se la produzione del cibo per queste persone non garantisce la valorizzazione del capitale, non si produce, queste persone moriranno di fame, anche se esistono le risorse per farlo. È un meccanismo, Marx insiste molto su questo, non ci sono i buoni e cattivi, sì, ci sono persone anche particolarmente poco buone e molto cattive, però non lo sono in quanto sono loro moralmente abiette, sono anche moralmente abiette, ma non lo fanno per quello, lo fanno perché così funziona la macchinetta. Se non si può valorizzare non si produce. Adesso, per esempio, non siamo in una situazione di povertà, di capitali a disposizione ce ne sono in quantità fenomenale, nascosti offshore in 1000 posti, non è che mancano. Il problema è che le condizioni di saturazione del mercato non garantiscono un investimento produttivo che riesca a valorizzare il capitale e quindi non si produce. 

Perché è straordinario lo Stato sociale? Perché lo Stato sociale è la garanzia che si produrranno cose, si forniranno servizi anche in perdita, perché, fino a quando durerà, ancora pensiamo che salvare delle vite umane in un ospedale è un valore di per sé e bisogna trovare il modo di farlo al di là dei meccanismi del modo di produzione capitalistico; perché pensiamo che educare, non solo i giovani, ma anche gli adulti, sia un valore di per sé, quindi un diritto dei cittadini e lo faremo anche se è un’attività in perdita, non importa. Tutti i discorsi sul fatto che bisogna tagliare i servizi sociali perché non sono produttivi sono delle sciocchezze clamorose, perché essi nascono per non essere produttivi, non sono concepiti per essere produttivi, sono concepiti per garantire i diritti ai cittadini e per garantirli si forzano anche i meccanismi del modo di produzione capitalistico in modo da fornire le risorse necessarie, anche se sono in perdita. Invece il modo di produzione capitalistico puro non funziona così: fornirà questi servizi e garantirà questi prodotti solo se potete pagare e qui potete tranquillamente guardare oltreoceano negli Stati Uniti, dove un terzo della popolazione, in uno dei paesi più ricchi del mondo, vive in condizioni di povertà e ha minimo accesso ai servizi sanitari, perché non se li può pagare e semplicemente se non paghi muori, peggio per te! Il modo di produzione capitalistico è quella fase storica in cui la creazione in un feticcio del denaro, della ricchezza come tale, e l'avere come obiettivo della produzione l'accumulazione di questo feticcio nella sua forma astratta, implica questa cosa, che si produca solo quello che valorizza il capitale. 


Che cosa significa valorizzazione? Cerco di sintetizzare in maniera spero chiara e breve. Marx introduce il concetto di plusvalore. Che cos'è il Plusvalore? Secondo Marx la fonte del valore è il lavoro astrattamente umano e il tempo della sua erogazione ne determina la grandezza. Otto ore lavorative producono mettiamo appunto 8 ore di grandezza di valore, ma il capitalista quando compra gli elementi della produzione, non compra il lavoro, compra la forza-lavoro, cioè compra per un determinato periodo di tempo l'individuo che poi erogherà il lavoro e non è detto che questo costi 8 ore, anzi in genere ne costa meno; se comprare 8 ore di lavoro costa 4 ore, la differenza sono il pluslavoro e il plusvalore. Il capitalista gioca su questo; la fonte del valore non è la forza-lavoro stessa, ma il lavoro; il lavoro non è quello che ha comprato, quello che ha comprato è la forza-lavoro, cioè l'individuo che poi lavorerà. E nella differenza tra queste due grandezze viene fuori il plusvalore. Per aumentarlo il più possibile il capitalista cercherà di ridurre la grandezza di valore della forza-lavoro al minimo. Come? O pagando meno, ma, in maniera ancora più consistente aumentando la produttività del lavoro e creando una differenza temporanea tra la sua produttività e quella degli altri capitalisti, in modo da avere un extra-plusvalore. 

Questo meccanismo instaura l'aumento della produttività del lavoro, che alla fine ha determinato quello che abbiamo noi, cioè scienza, conoscenza, tecnologia, applicazione della scienza ai processi produttivi; quindi, tendenzialmente, non c'è più bisogno di lavorare. C'è il famoso passo di Aristotele nella Politica in cui si dice: se i telai filassero da soli, se gli strumenti suonassero da soli non ci sarebbe bisogno di schiavi. Noi siamo alle soglie di un mondo in cui non c'è più bisogno di schiavi, perché le macchine fanno quasi tutto da sé. Questa è una cosa incredibilmente positiva, perché permette a noi, rispetto alla generazione dei nostri nonni, di non lavorare 14 ore al giorno nei campi in estate o 12 ore in fabbrica, basta lavorare poco. Questa cosa positiva, nel modo di produzione capitalistico confligge con il processo di valorizzazione, perché il modo di produzione capitalistico deve invece salvare la forma salariata, in quanto il suo surplus viene dalla differenza di quello che paga e di quello che ottiene dall'attività lavorativa del lavoratore. Il denaro, la valorizzazione, sono esempi di come il modo di produzione capitalistico sia intrinsecamente contraddittorio; da una parte crea i concetti di libertà e uguaglianza, come abbiamo visto prima, ma dall'altra crea la schiavitù salariale. È lo stesso meccanismo che da una parte crea la produttività che in teoria permette di liberare l'umanità dalla schiavitù del lavoro necessario in una maniera che era inconcepibile in passato, ma dall'altra non permette di utilizzarla perché si produrrà solo ciò che valorizza il capitale. Quindi questa produttività non si userà in generale, ma si userà solo a queste condizioni. Questa intrinseca contraddizione produce poi effetti che saranno le crisi, che saranno la caduta tendenziale del saggio del profitto di lungo periodo. Questo è un altro capitolo in cui non entrerò. 


Tornando al denaro, abbiamo visto il feticcio del denaro come valore in generale, l'accumulazione di questo feticcio come obiettivo della produzione stessa. Andando ancora più avanti Marx, nell'ultima parte del terzo libro, introduce altre categorie che sviluppano ulteriormente il concetto di denaro, che sono il credito e il capitale fittizio, il capitale azionario. Praticamente la forma astratta della ricchezza, che nel denaro ha questa sua prima manifestazione che abbiamo visto, man mano che si va avanti tende a diventare, come dire, apparentemente separata dal processo produttivo stesso. Per esempio, un'azienda che ha i suoi capannoni macchinari eccetera, fa una stima del valore astratto di tutto questo impianto, lo trasforma in azioni e lo mette sul mercato azionario. Le due grandezze dovrebbero corrispondere, cioè la grandezza fittizia e quella reale dovrebbero avere un collegamento, ma le azioni sul mercato azionario hanno una vita indipendente, in parte vivono della dinamica di domanda e offerta nel mercato azionario e quindi si gonfiano, si sgonfiano, apparentemente vivono una vita che sembra indipendente dal processo reale effettivo dell'accumulazione reale nel processo produttivo. Questo fenomeno diventa tanto più importante quando non ci sono le condizioni di un investimento produttivo consistente. Adesso, per esempio, negli ultimi anni che cosa è successo? L'impossibilità di investire con un forte profitto nell'economia reale ha fatto sì che molti preferissero investire massicciamente nell'economia speculativa, nel capitale azionario. Le disproporzioni tra la ricchezza reale e quella azionaria nelle varie stime che fanno sono incredibili. Man mano che la bolla si gonfia il distacco tra questi due lati diventa sempre maggiore e quindi questo denaro diventa molte cose; già non è più il denaro solido metallico del passato, diventa prima banconota, poi diventa appunto azione, diventa cedola di credito, tutta una serie di differenziazioni e articolazioni in cui il legame tra questa forma astratta della ricchezza e il processo reale sembra sempre più rarefatta, sempre più non esserci sostanzialmente, ma qui di nuovo, secondo la teoria di Marx, si vedrà che non è così, perché le crisi sono la verifica che a un certo punto la proporzionalità si deve ristabilire. C'è la crisi prima finanziaria, che può essere più o meno ampia a seconda di mille contingenze, che chiaramente non è possibile prevedere in astratto; alla fine i nodi vengono al pettine, perché la crisi reale sarà il determinante della crisi finanziaria. Cioè la riproduzione reale darà la misura di quanto la bolla è speculativa. Il denaro, in tutte queste sue articolazioni è veramente il capitale, sono tutte forme in cui il capitale prende vita in differenti livelli di astrazione. 


Il feticismo della merce, il processo di valorizzazione come condizione del produrre o meno, la finanziarizzazione del processo e lo spiegare perché esistono crisi e non espansione indefinita della ricchezza astratta sono domande che in Marx trovano una risposta; questa risposta è molto astratta, questo è il limite, cioè Marx parla di queste categorie sostanzialmente definendole, stabilendo che cos'è il capitale fittizio, che cos'è processo di accumulazione, che cos'è il denaro e in questo senso non sono immediatamente operative, cioè non posso prenderle come sono e capire tutto del mondo contemporaneo. Posso prenderle come sono e su queste costruire, indagare ulteriormente per capire che cosa? Non il modo di produzione capitalistico in astratto, ma il capitalismo italiano del XXI secolo; per parlare di questo ho però bisogno di molti elementi in più. Ho bisogno degli Stati, di come questi interagiscono dentro la comunità europea, di come la comunità europea interagisce con gli altri grandi capitali del mondo, ho bisogno di una serie di teorie cuscinetto, cioè di livelli intermedi di comprensione che come dire sta a noi produrre. Secondo me, la sfida per i ricercatori contemporanei è vedere come da queste categorie fondamentali di Marx sia possibile andare avanti, ampliare e strutturare ulteriormente questo impianto categoriale per capire di più il reale. Della crisi attuale Marx direbbe che è una crisi da bolla speculativa, però solo con il capitale non posso spiegare la dinamica esatta, non posso dire perché esattamente questa bolla è andata in questo modo o nell'altro; è come se voi studiaste patologia medica, questo ovviamente non mi dice come curare me, lui, o lui, vi dà una strumentazione che poi quando incontrate me, lui, ecc. vi permette di chiedergli se ha preso freddo, se ha la pressione alta, tutta una serie di ulteriori informazioni che alla fine vi permettono di fornire una diagnosi. Però come patologia generale la teoria del capitale di Marx funziona molto bene secondo me. Il denaro è appunto uno dei nodi cruciali. 


Messaggi in bottiglia. Versi, parole e pagine sparse di una vita tra Hegel e Marx (recensione del libro di N. De Domenico Visa Cogitata Scripta)

  Messaggi in bottiglia. Versi, parole e pagine sparse di una vita tra Hegel e Marx Pubblicato il 1 settembre 2026 da Comitato di Redazio...