di R. Fineschi
Molto significativamente, Calvino vide uno stretto legame tra Leopardi e Montale, riscontrando in essi un’affinità intellettuale, filosofica, culturale. Chi fosse interessato ad approfondire l'argomento, può consultare il link. Calvino in verità non è stato il solo a immaginare un solido rapporto… ma che cosa ne pensava Montale stesso di Leopardi?
In realtà non ne parla quasi mai e, in quelle poche circostanze, relativamente a questioni non particolarmente filosofiche. I due temi che più lo interessano sono l’effettiva natura del "passero solitario" - inteso come volatile - menzionato da Leopardi nella nota poesia e, in secondo, la quantità di versi scritti.
Partiamo dalla seconda spinosa questione :)
In una lettera del 18 giugno 1939 da Firenze, a Bazlen, scriveva a proposito de Le occasioni: “Ho spedito il ms. a Einaudi. Sono 50 poesie di cui 40 brevi e 17 sono inedite. Verrà un 120 pagine. Versi 1131 di fronte ai 1600 degli Ossi. Totale versi 2731; Leopardi ne ha scritto (esclusa la Batracomiomachia) 3996. Sono in credito di versi 1265, ma spero che creperò creditore”.
Lo stesso concetto viene ribadito diverse decadi dopo nell’unica poesia - Per finire, dal Taccuino del ‘72 - in cui si riscontra un esplicito riferimento al poeta recanatese:
Raccomando ai miei posteri
(se ne saranno) in sede letteraria,
il che resta improbabile, di fare
un bel falò di tutto che riguardi
la mia vita, i miei fatti, i miei nonfatti.
Non sono un Leopardi, lascio poco da ardere
ed è già troppo vivere in percentuale.
Vissi al cinque per cento, non aumentate
la dose. Troppo spesso invece piove
sul bagnato.
Queste per la “quantità”. Vediamo ora la questione del passero.
Montale ci tiene moltissimo a specificare che non si tratta di un generico passerotto, ma di una specie particolare, appunto dal carattere solitario e melodico (contro le accuse pascoliane rivolte a Leopardi di vaghezza e genericità).
Una prima nota in proposito, intitolata “Da una torre”, apparve su «Il Politecnico», a. I, n. 6, Milano, 3 novembre 1945: “In Liguria s’intende per merlo acquaiolo l’uccello che Giacomo Leopardi e gli ornitologi chiamano «passero solitario». (Molti professori ingannati dal «tu solingo augellin» lo credono un passerotto, cioè un uccello lontanissimo dalla solitudine e dall’austerità di questo melodioso volatile color lavagna)”.
Questa specifica evidentemente non bastava, se pochi anni dopo apparirà l’unico testo articolato in cui Montale si occupa di Leopardi, tutto dedicato alla specificità dell’augelletto (“In regola il passaporto del «Passero solitario»”, in «Corriere d’Informazione», 29-30 novembre 1949).
In precedenza Montale, nell'articolo dal titolo Stile e tradizioni, Montale aveva citato Leopardi relativamente appunto a questioni di stile, considerandolo il punto di arrivo di una precedenza tradizione senza la quale la sua poesia non sarebbe stata possibile. La versione apparsa in Auto da fè nel 1969 è emendata del più ficcante e aspro commento del testo originale del 1925 (apparso su «Il Baretti», anno II, n. 1, 15 gennaio). Il testo modificato su Leopardi è il seguente:
In realtà non ne parla quasi mai e, in quelle poche circostanze, relativamente a questioni non particolarmente filosofiche. I due temi che più lo interessano sono l’effettiva natura del "passero solitario" - inteso come volatile - menzionato da Leopardi nella nota poesia e, in secondo, la quantità di versi scritti.
Partiamo dalla seconda spinosa questione :)
In una lettera del 18 giugno 1939 da Firenze, a Bazlen, scriveva a proposito de Le occasioni: “Ho spedito il ms. a Einaudi. Sono 50 poesie di cui 40 brevi e 17 sono inedite. Verrà un 120 pagine. Versi 1131 di fronte ai 1600 degli Ossi. Totale versi 2731; Leopardi ne ha scritto (esclusa la Batracomiomachia) 3996. Sono in credito di versi 1265, ma spero che creperò creditore”.
Lo stesso concetto viene ribadito diverse decadi dopo nell’unica poesia - Per finire, dal Taccuino del ‘72 - in cui si riscontra un esplicito riferimento al poeta recanatese:
Raccomando ai miei posteri
(se ne saranno) in sede letteraria,
il che resta improbabile, di fare
un bel falò di tutto che riguardi
la mia vita, i miei fatti, i miei nonfatti.
Non sono un Leopardi, lascio poco da ardere
ed è già troppo vivere in percentuale.
Vissi al cinque per cento, non aumentate
la dose. Troppo spesso invece piove
sul bagnato.
Queste per la “quantità”. Vediamo ora la questione del passero.
Montale ci tiene moltissimo a specificare che non si tratta di un generico passerotto, ma di una specie particolare, appunto dal carattere solitario e melodico (contro le accuse pascoliane rivolte a Leopardi di vaghezza e genericità).
Una prima nota in proposito, intitolata “Da una torre”, apparve su «Il Politecnico», a. I, n. 6, Milano, 3 novembre 1945: “In Liguria s’intende per merlo acquaiolo l’uccello che Giacomo Leopardi e gli ornitologi chiamano «passero solitario». (Molti professori ingannati dal «tu solingo augellin» lo credono un passerotto, cioè un uccello lontanissimo dalla solitudine e dall’austerità di questo melodioso volatile color lavagna)”.
Questa specifica evidentemente non bastava, se pochi anni dopo apparirà l’unico testo articolato in cui Montale si occupa di Leopardi, tutto dedicato alla specificità dell’augelletto (“In regola il passaporto del «Passero solitario»”, in «Corriere d’Informazione», 29-30 novembre 1949).
In precedenza Montale, nell'articolo dal titolo Stile e tradizioni, Montale aveva citato Leopardi relativamente appunto a questioni di stile, considerandolo il punto di arrivo di una precedenza tradizione senza la quale la sua poesia non sarebbe stata possibile. La versione apparsa in Auto da fè nel 1969 è emendata del più ficcante e aspro commento del testo originale del 1925 (apparso su «Il Baretti», anno II, n. 1, 15 gennaio). Il testo modificato su Leopardi è il seguente:
“Non fu tenuto abbastanza presente … che nel Leopardi stesso dopo i quattro o cinque momenti più alti e più leggiadri, c’è già scadimento e autoretorica”.
Lasciando liberi ovviamente intellettuali venuti dopo di vedere quello che l’autore stesso non vide, ci si può chiedere: quanto Leopardi c’è in Montale? :D
Lasciando liberi ovviamente intellettuali venuti dopo di vedere quello che l’autore stesso non vide, ci si può chiedere: quanto Leopardi c’è in Montale? :D
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