Sunday, 12 January 2020

Roberto Fineschi. Orientamenti politici e materialismo storico - La Città Futura

Orientamenti politici e materialismo storico - La Città Futura: Il nesso fra il livello strutturale e quello sovrastrutturale non è immediato. È un errore accettarne l’identità immediata e pensare che lottando contro uno dei due lati, immediatamente si lotti anche contro l’altro. Chiarito ciò è possibile comprendere il carattere non rivoluzionario o addirittura...



Orientamenti politici e materialismo storico

Il nesso fra il livello strutturale e quello sovrastrutturale non è immediato. È un errore accettarne l’identità immediata e pensare che lottando contro uno dei due lati, immediatamente si lotti anche contro l’altro. Chiarito ciò è possibile comprendere il carattere non rivoluzionario o addirittura reazionario di alcuni movimenti politici attuali.


Orientamenti politici e materialismo storico


Il seguente articoletto mira a esporre in termini inevitabilmente schematici ma spero chiari e orientativi alcuni posizionamenti politici a livello sia strutturale che sovrastrutturale [1]. Ciò permette di descrivere almeno a grandi linee fenomeni in atto. Gli schieramenti politici indicati riflettono orientamenti individuali che non immediatamente corrispondono a partecipazione attiva a un partito, ma a un modo di vedere. Tutte le mediazioni vanno ovviamente svolte per fornire un’analisi più adeguata. Qui, schematicamente, si pongono delle basi per procedere in questo senso.


Nella tabella che segue, nelle colonne si considerano cinque questioni di fondo, 3 a livello strutturale, 2 a livello sovrastrutturale. Per il livello strutturale: A1) essere favorevoli o meno al (per adesso non meglio specificato) capitalismo, A2) essere favorevoli o meno a una sua regolamentazione che includa l’intervento diretto dello Stato (o altra istituzione per lui) nella gestione della riproduzione sociale, ma senza uscire dal contesto capitalistico. Come accessoria, si aggiunge una terza posizione A3), vale a dire essere o meno favorevoli alla presenza dello stato sociale (o in subordine di soli ammortizzatori sociali). A livello sovrastrutturale tutto è ridotto a due nozioni base: B1) essere favorevoli o meno all’universalità del concetto di persona, B2) essere favorevoli o meno alle istituzioni rappresentative parlamentari e alla divisione dei poteri classica borghese. Nelle righe invece si hanno 10 posizionamenti politico-ideologici possibili (numerati progressivamente da 1 a 10). Negli incroci tra righe e colonne, la “V” sta per “sì”, la “X” sta per “no”.






A1
A2
A3
B1
B2

Capitalismo
Intervento statale diretto
Stato sociale
Personalità universale
Istituzioni rappresentative
1. Destra liberale
V
X
X
V
V
2. Liberali moderati progressisti

V

X
V- (Con “-” = solo ammortizzatori sociali).

V

V

3. Liberali moderati conservatori [2]

V

X
V- (Con “-” = solo ammortizzatori sociali).
V- (Con “-” = con difficoltà a estendere alcuni diritti a determinate categorie).

V
4. Socialdemocrazia progressista

V

V

V

V

V
5. Socialdemocrazia moderata/conservatrice

V

V

V
V- (Con “-” con difficoltà a estendere alcuni diritti a determinate categorie).

V
6. Fascismo liberista
V
X
V
X
X
6*. Variante populista meno violenta/autoritaria/militare

V

X

V

X
V- (Con “-”, con forte sbilanciamento sull’esecutivo).

7. Fascismo protezionista

V
X- (Con “-” solo protezionismo doganale con l’estero).

V

X

X
7*. Variante populista meno violenta/autoritaria/militare

V
X- (Con “-” solo protezionismo doganale con l’estero).

V

X

V
8. Fascismo corporativo
V
V
V
X
X
8*. Variante populista meno violenta/autoritaria/militare

V

V

V

X

V
9. Anarchici, movimentisti
X
X
V
V
X
10. Comunisti (in contesto capitalistico)

X

V

V

V

V



Molti equivoci apparentemente sorprendenti nascono da un errore fondamentale: accettare l’identità immediata di struttura e sovrastruttura, quindi pensare che essere contro uno dei lati A (struttura) o B (sovrastruttura) immediatamente significhi essere contro il sistema che produce la relazione determinata A/B. O credere che lottando contro uno dei due lati, immediatamente si lotterebbe anche contro l’altro. Invece la loro è una identità mediata.


Mediato significa che la sovrastruttura (B) si è certo prodotta e si è determinata grazie all’affermarsi del modo di produzione capitalistico, sono quindi A e B parte della processualità storica del modo di produzione capitalistico, ma tanto A quanto B possono configurarsi in diverse maniere tutte possibili in diverse fasi di sviluppo dei capitalismi storici. Pensare le mediazioni è la chiave. I cortocircuiti pratici e ideologici nascono dall’intendere l’identità capitalismo=diritti universali dell’uomo/istituzioni rappresentative in una piatta maniera intellettualistica. Se si confronta la tabella si vede come struttura (A) e sovrastruttura (B) abbiano invece diverse corrispondenze possibili che possono unire posizioni apparentemente tra sé opposte. Se invece si prende l’identità piattamente possono succedere cose curiose, ma in realtà perfettamente conseguenti:


1) Abbracciare la personalità universale (B1) ed essere in questo antifascisti. Ciò tuttavia non significa necessariamente essere contro la struttura A1 da cui il fascismo viene prodotto, ovvero il capitalismo crepuscolare [3]. Non significa necessariamente neanche essere socialdemocratici o “di sinistra”. Infatti B1 mette insieme comunisti, liberali puri, liberali morbidi, cattolici progressisti o moderati che siano, ecc. Ovviamente tutti costoro non saranno più d’accordo quando si tratterà di modificare la struttura, oppure di andare fino alla fine dei diritti personali estendendoli a categorie “controverse”; oppure quando si tratterà di parlare delle istituzioni che devono gestire il processo sociale. B1 puro è un fronte largo che si unisce solo a livello sovrastrutturale a seconda dei periodi e dei momenti. Può abbracciare da 1-5 a 9-10. Esso si sfalda non appena si passa a una fase propositiva. È il grande mondo dei girotondi, del popolo viola, delle sardine ecc. Considerazioni analoghe si possono applicare ad altri temi trasversali come quello ecologista. Idem per vegani, specisti e via dicendo. Si tratta di questioni che finché restano sul piano astratto dei diritti e non riguardano tematiche strutturali non destano problemi sostanziali e possono unire larghi fronti trasversali. Ovviamente, per diventare operativi, è necessario configurare pratiche politiche determinate e qui i grandi schieramenti si disgregano o addirittura si disintegrano.


2) Un ampio fronte trasversale può unire i posizionamenti 4-10. Sono i casi di rivolta per coercizione legata a progetti o eventi particolari che toccano trasversalmente la popolazione, o per crisi economica nella quale la condizione di indigenza relativa spinge a manifestare contro il “sistema” anche in maniera violenta a prescindere dalle alternative auspicate. Nella consapevolezza degli attori, quando c’è, sistema qui non significa necessariamente capitalismo, ma organizzazione del potere, quindi non necessariamente il movimento è anticapitalista. Gli obiettivi degli attori non sono dunque sempre chiari sia in quanto sono dettati dalle circostanze difficili ma anche per la natura composita del movimento che, al momento di sviluppare soluzioni, si dividerà a seconda del proprio posizionamento che si può differenziare anche di molto (vedi le posizioni 4-10). Anche qui il rischio disgregazione è reale, anche per la mancanza di strutture organizzative di mediazione in grado di comporre le diverse anime. La nuova unione sarà dettata da una nuova situazione di indigenza relativa o dal persistere dell’evento coercitivo. Qui possono rientrare i gilet gialli, i no tav, ecc. È questo un primo fronte di contatto dei rossobruni, l’avversità a 1-3. Il populismo è il tentativo di egemonizzare questo ampio fronte 4-10 (o 6-10 in forma ristretta) in chiave conservatrice.


3) Pensare di essere anticapitalisti negando l’universalità dei diritti umani (B1) e le relative istituzioni (B2), perché si crede (o meglio non si capisce e quindi ci si immagina) che negando la sovrastruttura si negherebbe immediatamente anche la struttura (A1); oppure modificando la struttura in forma corporativa. Solo se si vuole superare il determinato nesso struttura/sovrastruttura (A/B) si è anticapitalisti, altrimenti si tratta della rivolta romantica regressiva tipica del capitalismo crepuscolare. È questa un’altra palude di contatto dei rossobruni. È la situazione che va a toccare gli schieramenti 6-10. Del capitalismo, ma forse più facilmente percepito come generico “potere”, si vuole buttare via tutto, ma in realtà si finisce per buttare via solo la parte sovrastrutturale progressiva e tenersi la parte strutturale, in forma meramente dispotica. Storicamente, questa forma dispotica si è abbinata a vari tipi di organizzazione economica, dalla liberista (7), alla corporativa (8), alla neoliberale (6). Essa, nella sua fase corporativa (8), può sembrare “di sinistra” perché introduce riforme di struttura e stato sociale; non lo fa tuttavia in maniera universalistica, tanto meno intende eliminare la società di classe.


4) Posizioni e fronti intermedi. Il fronte liberale è rappresentato dalle posizioni 1-3. In Italia il PD è 2, Forza Italia oscilla tra 1, 3 e 6*. Le loro differenziazioni sono di dettaglio e quindi facilmente finiscono per essere d’accordo sulla sostanza delle cose. È per es. l’Italia della finta lotta tra berlusconismo e antiberlusconismo [4]. Le loro contrapposizioni riguardano conflitti tra gruppi di interesse delle stesse classi dominanti. Attraverso le loro rappresentazioni sovrastrutturali possono legare a sé maggiore o minore consenso nello stesso contesto 1-3, ma anche negli altri contesti che possono condividere punti sovrastrutturali, come per es. l’appoggio alla legge delle unioni civili da parte di comunisti, socialdemocratici, ecc. La Lega è 7*. Il M5S oscilla tra 2 e 7*. La Lega, proponendo limitazioni al puro capitalismo, può essere fraintesa come comunista o socialdemocratica in quanto condivide punti strutturali ma nega quelli sovrastrutturali. In realtà essa si orienta da 7* verso 7 (o altre varianti fascistoidi) e non è certo per il superamento del capitalismo. L’interesse “nazionale” è, in realtà, l’interesse di una parte della borghesia nazionale e solo di riflesso e in circostanze determinate dei lavoratori nazionali. Tuttavia, in determinate situazioni, le condizioni dei lavoratori nazionali possono beneficiare (o almeno così può sembrare) dalla difesa della nazione e questo produce effetti egemonici che non hanno niente di rivoluzionario in quanto l’orientamento è sempre alla valorizzazione del capitale sotto mutate forme a danno di lavoratori di altre parti del mondo.


5) Il secondo dopoguerra si è retto sulla convergenza di fatto tra le posizioni 4 e 5 con supporto sempre di fatto di 10. Tutti attori scomparsi nel contesto attuale. Questa convergenza era possibile perché, al di là dello scontro sovrastrutturale, c’era comunanza di intenti a livello strutturale. Entrambi condividevano l’idea di una versione democratica di un’economia mix tra stato e mercato. Ci si divideva sull’estensione dello stato sociale e poi ci si scontrava a livello sovrastrutturale, nel caso italiano anche in maniera radicale, in quanto la variante culturale cattolica imponeva restrizioni importanti ai diritti personalicon una tentazione da 4 a 8 sempre sottotraccia. Del resto, la struttura di 8 passa nella sostanza dal fascismo al postfascismo.


6) Negli Stati Uniti, i repubblicani sono un mix di 1 e 3. I democratici sono 2. Trump è 7*. La scontro attuale è tra 1-3, blocco giustamente etichettato come un establishment che mira meramente agli interessi della valorizzazione senza remore (il neoliberismo), e 7*, che promuove e difende altri capitalisti, promettendo un pezzetto più grande della torta ai lavoratori (che quindi riesce a farsi percepire come anti-establishment, rompendo con il neoliberismo puro e i Poteri Forti). Nessuno di loro è contro il capitalismo. La grande sfida populista è raccordare ed egemonizzare tutto il blocco 4-10 nella prospettiva 7* contro 1-3 [5].


Questa classificazione descrittiva è un mero strumento di lettura che non considera le dinamiche storiche per le quali per es. si passa da una massiccia partecipazione dello stato al neoliberalismo. Un’effettiva analisi deve mostrare come dalla struttura si pongano le basi e le possibilità della dinamica sovrastrutturale in cui poi si gioca effettivamente la partita delle decisioni politiche e delle scelte (una gamma finita di possibilità e, dunque, non una univoca determinazione). Questo è oggetto di studi ben più approfonditi cui qui non è possibile procedere. Tuttavia, altre considerazioni generali sugli effetti del malinteso nesso struttura/sovrastruttura sono possibili.


Note per pensare l’egemonia populista/fascista a sinistra


Nella prassi politica, si può consapevolmente barare e cercare di giocare sull’incomprensione dell’identità mediata di struttura e sovrastruttura con finalità strumentali. Per es. valorizzare l’universalismo occidentale (B1) e le istituzioni rappresentative (B2), che includono la parità di diritti uomo-donna, le elezioni e le libertà borghesi in genere, in maniera strumentale per imporre in realtà il capitalismo, o meglio ancora il controllo imperiale occidentale (basti ricordare il colonialismo o le recenti esportazioni di democrazia). Questo è un uso ideologico del progressismo illuminista che, ovviamente, non ha niente a che vedere con l’effettiva generalizzazione di quei diritti, ma viene semplicemente strumentalizzato per imporre in maniera violenta la dipendenza da quel sistema economico che in occidente quei diritti ha prodotto; oppure il razzismo a livello locale facendo leva sulla “inciviltà” dei migranti.


Qui però scatta il cortocircuito per cui alcuni non si oppongono all’uso strumentale di quei valori, ma ai valori stessi, commettendo l’errore, ormai spero chiarito, di identificare senza mediazioni struttura e sovrastruttura. Ci si trova quindi a difendere comportamenti sociali tradizionalisti, in certi casi barbarici, che mai sarebbero tollerati qui in Europa se praticati da europei, in quanto immediatamente identificati con le forze più reazionarie; essi vengono tuttavia accettati nei non europei perché considerati propri di altre culture. Qui purtroppo i begli ideali della “tolleranza”, una volta che si arriva a confrontarsi su scelte precise, non possono che lasciare il posto a decisioni autoescludentesi, come per es. essere favorevoli o meno ai pari diritti fra uomini e donne. Come si è lottato in passato per la fine del patriarcato maschilista di matrice cattolica e si è considerato un successo il suo (parziale ahimè) superamento, non si capisce perché si dovrebbe accettare ad es. quello di matrice islamica.


Insomma, questo tipo di multiculturalismo rischia di essere il cavallo di Troia di un regresso culturale che si accetta perché, di nuovo, lo si ritiene anticapitalista in quanto contrario allo “occidente imperialista”, in cui ovviamente va mescolata - e quindi fraintesa - nello stesso calderone la giusta lotta contro lo sfruttamento capitalistico e quella assurda contro la cultura progressista che lo stesso capitalismo, contraddittoriamente, ha prodotto. Esso finisce per fare il paio con l’identitarismo locale che, di fronte alle tradizioni altrui, difende spada alla mano le proprie. Questo comune atteggiamento anti-universalista porta acqua al fascismo.


Quello menzionato è uno dei tanti temi propri del multiculturalismo astratto, del relativismo assoluto di valori e via dicendo; questo atteggiamento, presentandosi apparentemente come progressista, o “di sinistra”, diventa in realtà un’ideologia reazionaria tutte le volte che esclude a priori la possibilità di cambiare tradizioni e orientamenti una volta che si portino buone e ragionevoli argomentazioni per farlo. Se, insomma, il multiculturalismo, che di per sé è ovviamente una cosa positiva, diventa la scusa per non cambiare in virtù della semplice appartenenza a una certa tradizione di un certo comportamento, perché “intrinsecamente” legato a un certo contesto culturale e storico, si cade nell’identitarismo a prescindere, che è di nuovo l’anticamera del fascismo.


Le varie “identità” infatti, se si ritengono legittimate a pretendere di non cambiare in virtù di se stesse, non possono dialogare per trovare alcuna sintesi e il prevalere dell’una o dell’altra viene delegato, in ultima istanza, alla forza. In antitesi a ciò, contro il “relativismo etico” si genera consenso alla promozione della “nostra” tradizione che non avrebbe altra legittimità se non quella essere storicamente vincente da questa parte del mondo. Il tentativo di far prevalere questa tradizione contro lo “attacco straniero” ovviamente è legittimato meramente in virtù della sua esistenza qui per molto tempo, non su argomentazioni razionali o convincimenti dimostrativi. È insomma l’imposizione di una di queste posizioni tradizionali in forza della sua, per adesso, posizione di dominio. Va da sé che il contenuto di questa tradizione “nostrana” rifiuta, guarda caso, l’universalismo borghese e si rivolge in realtà a una “nostra” tradizione che è quella pre-borghese, vale a dire indirizzata contro gli aspetti sovrastrutturali progressisti del modo di produzione capitalistico, ma non contro il capitalismo stesso. È, di nuovo, il retroterra del fascismo e, abbastanza chiaramente, la linea guida di Lega o Fratelli d’Italia.


L’altro elemento sgradevole con cui il populismo strizza l’occhio a “sinistra” è, come si è visto, la contrarietà ai “Poteri Forti”. I posizionamenti 1-3, che iconicamente li rappresentano, sono in effetti gli stessi “nemici mortali” della sinistra (non ci si sta riferendo al PD; il PD in questo schema fa parte dei Poteri Forti). La differenza sta nel pensare l’alternativa, ovvero nel progetto di una società diversa in cui si instauri un nuovo nesso struttura/sovrastruttura non basato sullo sfruttamento. Il populismo (e il fascismo) invece non sono contro il nesso capitalistico, ma rappresentano la variante governativa più idonea a gestirne una certa fase, quella che definisco crepuscolare.


Il fascismo storico tuttavia ha introdotto “riforme” di struttura, una rivoluzione/restaurazione la definiva Gramsci, in cui venivano inseriti “elementi” di comunismo collegati alla regolamentazione e gestione, in una certa misura, dell’economia nazionale (corporativismo). Nella misura in cui a ciò si affianca la concessione di uno stato sociale più o meno esteso (ciò a “difesa” dei “lavoratori” nazionali, un socialismo nazionale lo si chiamava), si intuisce come le capacità egemoniche diventino sempre più forti, soprattutto in mancanza di un’alternativa da sinistra e all’incapacità assoluta del neoliberalismo di gestire le enormi contraddizioni che genera.






Note:


[1] La distinzione tra “struttura” e “ “sovrastruttura” fu introdotta da Marx nella celebre Prefazione a Per la critica dell’economia politica nel 1859. Miriadi di interpreti hanno cercato di derivare tutto il marxismo possibile da questa icastica formulazione; ciò è ovviamente riduzionistico e, sostanzialmente, sbagliato. Se, tuttavia, si comprende che cosa si intenda grazie allo studio del Capitale e della sua complessa articolazione, nulla vieta di usare queste categorie come euristici strumenti di analisi e spiegazione. È il senso in cui si procede in questa sede, facendo salva la necessità da parte del lettore di una familiarità (o familiarizzazione) con i concetti teorici più complessi sopra indicati.


[2] Si può notare che non viene usata l’espressione “liberal-democratico”; essa è infatti priva di senso teorico e storico. Tutto ciò che vi è di democratico nel mondo occidentale è stato nella sostanza ottenuto dalle lotte del movimento dei lavoratori contro le élites liberali (o altri poteri ancora più conservatori). Si pensi a titolo di esempio alla travagliata storia dell’estensione del suffragio universale in Italia. Per non parlare ovviamente dei diritti sociali, frutto di lotte decennali e non a caso oggetto della controffensiva di classe capitalistica. Insomma, il liberalismo, nella sostanza, non è mai stato democratico. Si veda tra gli altri l’efficace D. Losurdo, Controstoria del liberalismo, Roma-Bari, Laterza, 2005.


[3] Su questo mi permetto di rimandare a R. Fineschi, Violenza e strutture sociali nel capitalismo crepuscolare, in Violenza e politica. Dopo il Novecento, a cura di F. Tomasello, Bologna, Il mulino (in uscita).


[4] Nel caso dell’anti-berlusconismo ha giocato un ruolo chiave la peculiarità del personaggio e i suoi guai giudiziari che gli hanno imposto un costante attacco alle istituzioni democratiche. Il PD, nelle sue varie forme, ha potuto giocare la difesa delle istituzioni come suo elemento di “sinistra”. A questo punto sarà chiaro come questo mossa sovrastrutturale, che in realtà è anche di sinistra ma pure liberale, ha mascherato l’adesione senza remore alle politiche neoliberali a livello di struttura. Anzi, spesso la cosiddetta sinistra ha realizzato quelle controriforme che Berlusconi aveva progettato ma non portato a termine. Agli storici valutare la responsabilità del PD nello smantellamento delle strutture di democrazia economica e sociale che si erano create in cinquant’anni di lotte.


[5] Sul populismo rimando al mio articolo già apparso su questo giornale.


11/01/2020 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

Sunday, 1 December 2019

Populismo, punti di partenza di Roberto Fineschi

Il populismo è una degli anelli della catena degenerativa che confondendo la rivolta romantica anticapitalistica con la critica del modo di produzione capitalistico produce il fascismo.


Populismo, punti di partenza
1. Populismo ha significato - e significa - varie cose, anche di segno se non opposto, almeno contrastante. Solo guardando al passato se ne riscontrano accezioni potenzialmente progressiste - come nel caso del Populismo russo -, conservatrici - per es. l’americano People’s Party -,ambigue, ambivalenti e problematiche come ad es. il peronismo che in Sudamerica si ritiene di poter coniugare sia da destra che da sinistra. Con il tempo, nel lessico novecentesco, ha sicuramente prevalso un’accezione negativa. Ciò è dovuto assai probabilmente anche al consolidarsi, dopo la seconda guerra mondiale, di organizzazioni politico-istituzionali che valutavano negativamente alcune delle sue caratteristiche salienti: le democrazie parlamentari per un verso, il socialismo reale per un altro consideravano la mancanza di mediazione tra istanze del “popolo” e l’esercizio della funzione politica come un aspetto da evitare, e il ruolo dei partiti come organizzatori, educatori, anello nella catena della pratica e partecipazione politica era qui centrale.
Nel caso del cosiddetto socialismo reale, anche il soggetto cui ci si riferiva presentava probabilmente aspetti problematici, in quanto meglio del popolo, la classe, o i blocchi storici di classi, esprimevano le soggettualità in gioco in maniera più adeguata. Anche i “fronti popolari” erano tali in quanto organizzati, fronti appunto. Aspetti populistici - non popolari - venivano d’altra parte chiaramente individuati nei vari fascismi che, pur non dichiarandosi populisti, sicuramente si sentivano e si autoproclamavano emanazione diretta di un fantomatico “popolo”. Tornano qui alla mente i vari miti millenari, improbabili revival imperiali, il concetto nazionalsocialista di “völkisch” e via dicendo.
Si potrebbe, del resto, parlare a lungo del significato stesso della categoria “popolo” e delle sue potenziali ambiguità, o quanto meno dell’uso strumentale che ne è stato fatto nei diversi fronti politici contrapposti nella storia novecentesca e non solo. Da una parte, infatti, il “popolo d’Italia” era un generico accumulo dei - non meglio definiti - italiani, a prescindere dalla classe sociale di provenienza. In questo senso, il popolo diviene una categoria fondamentalmente reazionaria perché privilegia la comune “etnia”, “tradizione”, “religione” (trasfigurato dunque attraverso mitologie le più curiose e variegate, tutt’ora riemergenti) sopra quella di classe (fino ai “pueblos” latino-americani, o al popolo della parrocchia, vale a dire una composizione sociale trasversale). Questo popolo include anche le classi dominanti che però guardano alla sua componente bassa come un animale più o meno docile da domare attraverso gruppi aristocratici o, in casi estremi, una figura leaderistica che ne sappia comprendere ed incarnare le pulsioni; la comune appartenenza non cancella insomma una legittima gerarchia sociale.
Il fronte popolare si richiama a un’eccezione più antica per la quale il popolo non è tutta la società, ma una parte, vale a dire quella componente che si distanzia, distingue e contrappone ai, detto genericamente, ceti dominanti, dove però questi ultimi si caratterizzano per una più spiccata connotazione di classe. Dissipare questa genericità è la chiave della risposta, perché proprio qui si annida il rischio di quel passaggio che ha permesso una confusa indistinzione tra le due accezioni. Il modo in cui viene rappresentato il populus, contro o di fronte al senatus se si vuole richiamare alla memoria il motto – S.P.Q.R., Senatus popolusQue Romanorum -  inciso sulle effigi romane, cambia la prospettiva tra populista e popolare. La parola è quindi la stessa, ma il contenuto è assai diverso, sia culturalmente che politicamente; si tratta in buona sostanza di includere o mascherare il conflitto di classe. Un punto chiave pare quindi comprendere quali elementi fanno di una comunità un popolo e quindi stabilire quali siano le modalità in cui il popolo si organizza.
L’essenza del popolo incentrata sulla sua etnia, religione, “tradizione” e via dicendo è un Leitmotiv del pensiero reazionario moderno, a partire dal romanticismo in poi, da Burke a Heidegger. Su questo si può leggere con profitto la ricostruzione che ne ha fatto Nicolao Merker [1]. I vari nemici sono la riforma protestante, l’illuminismo, la rivoluzione francese, il liberalismo democratico, il laicismo e via dicendo. Si tratta del classico armamentario reazionario emerso negli ultimi due secoli di cultura europea conservatrice. In questo contesto, saltare le mediazioni tra basso ed alto, cioè eliminare gli organi rappresentativi e i processi sociali e le strutture che mirano a formare i cittadini di modo che essi possano effettivamente farne parte, è uno degli elementi chiave; tale dinamica procede di pari passo con il fastidio, se non l’odio, verso le istituzioni nelle sue varie forme, tutte incapaci di rappresentare i bisogni della massa, o in grado di farlo in maniera inadeguata e strumentale. Questa disillusione e conflittualità verso le strutture ed organizzazioni rappresentative nasce sicuramente dalle dinamiche perverse che nascono in seno ad esse ed alla loro strumentalizzazione di classe. Il leaderismo che ne può conseguire è un’uscita reazionaria da questa difficoltà obiettiva e si caratterizza come un secondo elemento fondamentale del populismo.
2. Siccome tutti gli aspetti positivi della modernità si sono sviluppati insieme agli aspetti negativi, allo stesso tempo e contraddittoriamente in seno e grazie al modo di produzione capitalistico stesso, l’anticapitalismo può, essenzialmente, svilupparsi in due direzioni completamente differenti: la rivolta anti-moderna che vuole tornare indietro, quindi respingere in blocco tutto ciò che si è sviluppato grazie al capitalismo perdendo tutte le acquisizioni storiche ottenute grazie a esso, inclusi i diritti sociali e civili, con la nostalgia di un mondo passato o il sogno astratto di un mondo completamente altro; oppure andare in avanti, vale a dire criticare la forma sociale del capitalismo ormai autodistruttiva e salvarne le acquisizioni epocali che sarebbe solo regressivo e conservatore voler perdere.
Se non si comprende la natura contraddittoria del modo di produzione capitalistico che allo stesso tempo produce libertà e sfruttamento, ricchezza e povertà, l’uomo universale e la sua alienazione e via dicendo e si cerca di superarne in maniera progressiva la forma oramai inadeguata di riproduzione sociale, si ricade in un “prima” o “altro” che, per gli standard civili e sociali su cui si basa la nostra vita comune, significa semplicemente barbarie. Confondere la rivolta romantica anticapitalistica con la critica del modo di produzione capitalistico produce, alla fine della catena delle mediazioni, il fascismo. Il populismo è una degli anelli di questa catena degenerativa.
Il populismo corrente si può avvantaggiare di una nuova strumentazione tecnologica. Il canale diretto tra il leader e la massa è, come si fa notare da vari fronti, agevolato dall’emergere di nuovi mezzi di comunicazione che consentono di agire direttamente sul singolo a un livello di personalizzazione inimmaginabile fino a pochi giorni fa, captando, cavalcando ed incanalando le pulsioni più disparate. Ciò, tuttavia, non produce ideologia, vale a dire una visione del mondo in qualche modo coerente, ma meri ideologemi, singoli contenuti ai quali si dice sì o no, per poi lasciarsi convincere da chi un’ideologia vera e propria invece ce l’ha, o meglio da chi ha un preciso programma di classe ma del quale non fa cultura, bensì solo propaganda.
Questa dimensione puramente propagandistica è però probabile segnale di una fase di crisi dell’egemonia, dove pare si rinunci in linea di principio alla dimensione del consenso convinto, della cultura, ma si proceda piuttosto in una dimensione di adesione strumentale immediata di una massa informe, nel tentativo di produrla come neutra (stupida) ed infinitamente plasmabile, come molecole che si combinano a piacere tra le mani dell’ingegnere sociale. L’incapacità di produrre cultura può essere la spia di una crisi di egemonia reale e di un passaggio a una fase dispotica tout court, dove il dominio passa attraverso l’instupidimento di massa e la circonvenzione di incapaci.
A conclusione di una sua interessante voce sull’argomento di qualche tempo fa [2], Bongiovanni notava, seppur al condizionale, che il disfacimento della nozione tradizionale di popolo nel senso migliore del termine, fosse contadino o operaio, finiva per produrre una polverizzazione amorfa di individui, una “folla solitaria”, una moltitudine di uni, un “populismo senza popolo”. A ben vedere è proprio la “people” inglese, la somma generica di singoli legati di volta in volta da elementi sociologici estrinseci e non da un nesso funzionale di sistema, la “gente” insomma; il trionfo dell’ideologia borghese più trita, la società come sommatoria di individui indistinti.
Discorsi di questo tenore, in certi casi anche acuti e precisi, che si sentono ripetere da più parti possono descrivere più o meno genericamente una situazione, ma non permettono di comprenderla, quindi tanto meno di cambiarla. Il primo punto nodale in senso critico che è emerso e continua a emergere nei vari dibattiti che si susseguono sul tema del populismo è spesso la mancanza di un elemento chiave, vale a dire niente meno che spiegare - o almeno tentare di spiegare - come questi processi si tengano insieme con la dinamica odierna del capitalismo. Non semplicemente del modo di produzione capitalistico di cui parlava Marx a un livello di astrazione altissimo, ma del capitalismo nella sua fase tarda, nel contesto più concreto della sua dinamica sistemica che include stati, livelli diversi di sviluppo, temporalità determinate e diversità subsistemiche. Se questo è a dir poco incredibile in pensatori cosiddetti di sinistra, è francamente sorprendente in generale: come si possono affrontare questioni complesse senza considerare la dinamica storico-epocale del modo di produzione capitalistico?
Questo è un limite soprattutto di molti politologi e filosofi che, almeno così pare, danno per scontato il capitalismo, così scontato che neppure lo menzionano. Questo è ovviamente un risultato dei tempi e della crisi del marxismo pratico e teorico, ma è una tendenza che non nasce adesso; essa si è annidata in seno al marxismo stesso: la paura di essere tacciati di determinismo economicistico sempre più ha portato a orientarsi verso un approccio culturalista, “sovrastrutturale” e via dicendo, in cui intenzionalmente si lasciava in secondo piano la questione cruciale del nesso sociale complessivo di produzione di cose e di idee, fino al paradosso che il tema è scomparso. Considerazioni analoghe si potrebbero fare riguardo alla critica del Neoliberismo, talvolta condotta senza neanche nominare monsieur le capital.
Per andare oltre la descrizione o la pur comprensibile condanna morale, si tratta di comprendere come l’ideologia populista sia concettualmente e realmente possibile nella dinamica tarda del modo di produzione capitalistico; quali elementi strutturali la rendano socialmente praticabile. Anche qui la confusione è tanta e forse vale la pena ripartire dalle basi, ricordando che con ideologia non si intende semplicemente il prevalere di questo o quel discorso, ma l’affermarsi di una concezione del mondo già esistente in una prassi sociale effettiva, che riannoda a sua volta a posizioni di classe precise. Quindi, finisce per avere carattere estremamente limitato e scarsamente efficace la critica “morale” dell’inumanità o dell’ingiustizia del plebiscitarismo, del razzismo, della crisi delle istituzioni democratiche che in genere si associano al populismo; esistono processi sociali obiettivi che rendono queste deprecabili idee socialmente appetibili, perché rispondono o danno voce a prassi sociali già obiettivamente in atto.
La comprensione di come il capitalismo “crepuscolare” riconfiguri forme di soggettualità - e quindi di percezione sociale - la cui forma fondamentale è l’atomo individuale irriducibile che si somma come “popolo”, “moltitudine” e via dicendo, è la sfida teorica e pratica che ci sta di fronte. Perché è estremamente facile cadere vittima di questa parvenza e sostenere addirittura che questa moltitudine di atomi sia, come tale, un soggetto potenziale capace di combinarsi trans-individualmente in varie forme; fino a convincersi che tale massa informe sia “popolo”. Ciò significa prendere la parvenza fenomenica del modo di produzione capitalistico non come la necessaria manifestazione di esso, ma come la sostanza stessa del processo. Già capire questo passaggio è un importante passo in avanti, ciò tuttavia non basta, perché si tratta di mostrare le ragioni per cui questa parvenza viene presa per essenza, vale a dire è parvenza oggettiva. Si tratta parallelamente di individuare obiettivamente gli effettivi soggetti storici nella loro configurazione complessa e mediata rispetto al vecchio schematismo binario operai-capitale. Questo però è possibile farlo solo attraverso Marx e una corretta ricostruzione della sua teoria delle classi a un livello di astrazione più basso di quella della teoria astratta del modo di produzione capitalistico [3].
Insomma, se posizioni potenzialmente populiste sono esistite a partire dal romanticismo, la cosa da spiegare non è che il populismo esista, ma come esso possa diventare egemone. Questa è la sfida teorica e pratica [4].

Note:
[1]  Nicolao Merker, Filosofie del populismo, Roma-Bari, Laterza, 2009.
[2] Bruno Bongiovanni, voce “Populismo” sulla  Enciclopedia delle scienze sociali Treccani (1996).
[3] Tentativi in questo senso sono quelli di Alessandro Mazzone su “Proteo” di alcuni anni fa: 1. Le classi nel mondo moderno, 2) Le classi nel mondo moderno. La complessità del conflitto (Seconda parte), 3) Le classi nel mondo moderno (parte terza) Nuove frontiere della produzione e dello sfruttamento. Mi permetto di rimandare anche alla mia distinzione tra “forme” e “figure” sviluppata nella terza parte di Un nuovo Marx, Roma, Carocci, 2008 (una introduzione sintetica al tema la si può trovare in: Epoca, fasi storiche, Capitalismi).
[4] Ho cercato di iniziare a rispondere a questa domanda in Violenza e strutture sociali nel capitalismo crepuscolare, in Violenza e politica. Dopo il Novecento, a cura di F. Tomasello, Bologna, Il mulino (in uscita).
30/11/2019 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

Saturday, 26 October 2019

Roberto Fineschi. Un nuovo Marx, conferenza inaugurale del ciclo “Officina Marx 2018”, tenutosi presso Le stanze delle memoria il 22 ottobre 2018




Roberto Fineschi 
Un nuovo Marx



[Trascrizione, con revisione minima, della conferenza inaugurale del ciclo “Officina Marx 2018”, tenutosi presso Le stanze delle memoria il 22 ottobre 2018. Per una trattazione più dettagliata di molte delle questioni toccate, si veda: R. Fineschi, Un nuovo Marx. Interpretazione e prospettive dopo la nuova edizione storico-critica (MEGA2), Roma, Carocci, 2008]




OFFICINA MARX - primo incontro 

1. Il titolo del mio intervento è “Un nuovo Marx”. Da una parte è un titolo un po’ paradossale perché Marx è un autore ben noto, molto letto, molto interpretato. Su di lui si sono scritti fiumi di inchiostro e non solo: la sua faccia era impressa su bandiere politiche, il suo nome è stato utilizzato da molti e in molte direzioni come bagaglio politico ideologico per legittimare movimenti storici, addirittura Stati.

In questo senso, nella misura in cui lo si utilizzava politicamente, era in una certa misura inevitabile creare una ortodossia, perché i movimenti politici che diventano istituzioni hanno bisogno di una verità ufficiale, eterna che, chiaramente, per esigenze di identità e di autolegittimazione , tende irrimediabilmente ad irrigidirsi in formule che piano piano perdono appiglio alla realtà e si trasformano in un formulario da ripetere negli anniversari e nelle celebrazioni.

Sicuramente questo è in parte il destino che l’opera di Marx ha subito in Unione Sovietica o nell’est Europa dove era una dottrina ufficiale di una istituzione e non poteva che essere vera, immodificabile, sicura in secula seculorum. Il diamat ne è l'esempio per antonomasia. Tra gli elementi cardine di queste varie formulazioni avevamo ovviamente che il socialismo reale costituiva l’inveramento delle teorie di Marx: il socialismo reale realizzandosi verificava le previsioni di Marx, l’esistenza di una intrinseca necessità storica per cui alla fine lì si doveva arrivare. Il presunto esito della evoluzione storica era quello che si era verificato.

Questa ideologia ebbe grande forza e direi quasi anche legittimità a suo tempo, perché dava coraggio e speranza ai militanti. Come dire: se il risultato della nostra lotta è quello verso cui tende il corso storico e ciò inevitabilmente accadrà, noi siamo forti perché cavalchiamo l’onda della storia; tutto ciò ci legittima nella nostra azione politica. Questa ideologia che pareva positivamente legittimare il movimento storico-politico nel momento dell’espansione, nel momento del collasso, della fine del socialismo reale (già nel periodo della sua difficile vita almeno dal secondo dopoguerra) suonava come una controevidenza: se Marx prima aveva ragione perché avrebbe sostenuto che il cosiddetto socialismo reale era la verifica delle sue previsioni, il suo crollo schiacciava sotto le macerie del muro non solo quell’esperienza, ma Marx stesso, anche Marx finiva nella spazzatura della storia insieme al socialismo reale. Quindi, il convitato di pietra a queste discussioni su Marx è spesso proprio il socialismo reale.

Gran parte di questi nuovi studi che anche io sto portando avanti e anche altri, come punto di partenza mirano a mostrare che il socialismo reale nel bene e nel male, perché anche di cose positive ne sono successe, non è tutt’uno con Marx.

Ovviamente non è vero che il socialismo reale non c’entra niente con Marx, semplicemente non sono la stessa cosa. Se si parte da questa premessa, la sua teoria, probabilmente, ha ancora qualcosa da dire al presente. Questo è un po’ lo sforzo. Anche perché a ben vedere Marx parla pochissimo del socialismo reale o, meglio, della società futura. Se si vanno a leggere le molte opere di Marx, la società futura è accennata, indicata con poche frasi, non è teorizzata nella sua complessità. Ci sono alcuni spunti come la gestione razionale, però tra l’enunciare il bisogno di una gestione razionale dell’economia e poi mostrare come questa funzioni, sia strutturabile, ce ne corre, e Marx non lo fa. In realtà, Marx sostanzialmente studia il modo di produzione capitalistico, questo è l’oggetto della sua ricerca, studia come funziona il capitalismo. Questa distinzione è importante perché non si può imputare a lui tutto quello che è avvenuto dopo. E’ un discorso aperto che si presta a più interpretazioni. Questa in genere è l’inizio della risposta alla prima obiezione che viene fatta, cioè la presunta identità tra socialismo reale e Marx.

La seconda obiezione che viene sollevata è che Marx parlava sostanzialmente della classe operaia, vedeva nella classe operaia il soggetto storico antagonista al capitale, la classe operaia soprattutto individuata nell’operaio di fabbrica, nell’operaio massa, e che, venendo meno o ridimensionandosi questa figura, verrebbe a mancare la terra sotto ai piedi a uno degli assunti fondamentali e, quindi, di nuovo Marx si sarebbe sbagliato oppure avrebbe avuto ragione entro certi limiti. Alcuni oggi vanno quindi a teorizzare la società post-moderna, post-industriale, post-operaista; cercare i soggetti che non siano gli operai-massa sarebbe andare oltre Marx, cioè utilizzare Marx ma per superarlo, per far vedere come la sua teoria fosse limitata e come ci sia bisogno di andare oltre. Io credo che la questione vada invece affrontato avendo presente i diversi livelli di “astrazione” a cui la teoria è sviluppata.

Prima di entrare nel merito vorrei però fare una breve parentesi relativa alla pubblicazione della nuova edizione critica delle opere di Marx ed Engels, la Marx-Engels-Gesamtausgabe. Alcune delle loro opere tradizionali sono state profondamente interessate dalle novità editoriali.



2. Per quanto riguarda L’ideologia tedesca, è stata pubblicata la nuova edizione qualche mese fa e ci sono significative novità, soprattutto per quanto riguarda il famoso primo capitolo su Feuerbach in cui, secondo alcune interpretazioni tradizionali, ci sarebbe addirittura la fondazione della dialettica tra forze produttive e rapporti di produzione, i cardini del materialismo storico. Questo primo capitolo proprio non esiste come stesura indipendente, è un collage di vari materiali preparatori; addirittura alcuni titoli erano in un angolo e sono stati messi in testa. Più che di un libro, si trattava di bozze a stampa di articoli scritti per un trimestrale poi mai realizzato. Era rimasto tutto lì e negli anni ’20 Riazanov, allora editore della prima MEGA (il primo tentativo di realizzare un’edizione storico-critico poi naufragato), felice di aver trovato il famoso libro lasciato alla critica “rodente” dei topi in cui si fa menzione nella Prefazione a Per la critica dell’economia politica, lo strutturò non sempre in maniera filologicamente accettabile. L’intervento di Adoratsky, nuovo editore della MEGA dopo la purga di Rjazanov, peggiorò ulteriormente la situazione, ristrutturando il capitolo su Feuerbach in maniera assolutamente arbitraria. Sono stati testi forieri di molte interpretazioni; il libri del resto hanno il loro destino, quindi anche queste interpretazioni filologicamente non perfette hanno prodotto teorie, interpretazioni ecc., ecc., che di per sé hanno una loro dignità; il punto attuale è tuttavia che è possibile tornare a Marx, cioè si possono finalmente leggere i testi per come lui li ha scritti. Questo vale in particolar modo per Il capitale, l’opera matura di Marx, incompiuta, al quale ha praticamente dedicato tutta la sua vita, almeno a partire dal ’57 in poi, scrivendo tre giganteschi manoscritti in cui ha buttato giù tre volte tutta la teoria; a grandi linee ovviamente, poi pubblicando il primo libro in più edizioni con moltissime varianti e poi cercando di pubblicare il secondo e il terzo senza riuscirvi. E’ noto che, dopo la sua morte, Engels ha pubblicato il secondo e il terzo libro. Nelle introduzioni spiega che tipo di lavoro editoriale ha fatto, non raccontando tuttavia tutta la storia. Adesso finalmente sono stati pubblicati tutti i manoscritti originali su cui Engels ha lavorato e quello che emerge in maniera evidente è che i libri non erano finiti, erano ben lungi dall’avere una forma pubblicabile. In particolare nel terzo libro abbiamo il manoscritto principale su cui Engels lavorò è del 1864/65; Marx morì nel 1883 e il libro uscirà curato da Engels nel 1894. In realtà, questo terzo libro è quindi quello meno elaborato, perché il primo libro Marx l’ha pubblicato nel 1867 poi l’ha ripubblicato altre tre volte; il manoscritto per il terzo libro è quindi un manoscritto vecchio, largamente incompiuto, c’è tutta una sezione che si intitola “La confusione”. Lui stesso parlando del suo lavoro pensa che questa parta sia confusa; è una lista di citazioni sul credito, sul capitale fittizio, evidentemente mostra che ci stava ancora ragionando, non aveva le idee chiare. Per dare un esempio di come Engels abbia alterato questa parte, non perché avesse cattive intenzioni, ma semplicemente perché per essere pubblicato un libro deve essere finito ed il manoscritto non lo era, quindi bisognava lo finisse lui. Da tutta questa parte che si intitola “la confusione” Engels ha tirato fuori 11 capitoli che hanno un titolo, una struttura e che in genere sono costituiti da delle citazioni raccordate da un paragrafetto scritto da Engels, un cappello di Engels, la citazione, poi un raccordo di Engels. Con questo non si intende dire che Engels è un mistificatore, un traditore, ci mancherebbe altro, Engels ha cercato di fare nella maniera più onesta possibile il suo lavoro; il punto è che il libro non era finito e che l’ha finito lui. L’ha finito nel senso che l’ha pubblicato come opera compiuta, in realtà un materiale magmatico in cui c’erano tantissime porte aperte. Per citare alcuni dei problemi classici dell’interpretazione marxiana, la trasformazione del valore in prezzi era tutt’altro che finita, era un’esposizione composita. Anche la caduta tendenziale del saggio del profitto era tutt’altro che compiuta. Per non parlare del capitale fittizio dove c’è tutta questa parte che si chiama confusione. Se un libro del genere viene pubblicato come un libro finito, è un libro aporetico dove ci sono delle parti che fanno a cazzotti con altre parti. Per esempio tutto il dibattito sulla trasformazione del valore in prezzi, che è uno dei temi classici dell’esegesi marxiana, nasce dal presentare come finito uno sviluppo che aveva direzioni contrastanti e in sviluppo. Ritornare ai testi di Marx permette di utilizzare queste porte che erano aperte per andare avanti, per approfondire ulteriormente il discorso di Marx al di là dell’empasse storica in cui è finito perché senza queste novità , se stiamo ai testi tradizionali, si è veramente già detto tutto, probabilmente anche più di tutto. Il Marx tradizionale è stato letto, discusso e ridiscusso, è veramente difficile aggiungere qualcosa.

Il nuovo Marx non è nuovo solo nell’interpretazione ma lo è nella base testuale, cioè proprio un nuovo Marx da leggere, nuovi testi o testi rinnovati. Tra l’altro, nell’edizione critica hanno trovato anche nuovi manoscritti che non si conoscevano e sono in corso di pubblicazione trentadue volumi di annotazioni sia di Marx che di Engels. Questi quando studiavano un libro copiavano dei passaggi salienti e poi li commentavano o meno; di questo materiale ci sono trentadue volumi! Quindi veramente ora è possibile andare rigo per rigo a ricercare e ripensare anche criticamente vecchie nozioni alla luce di queste nuove evidenze testuali.



3. Alcuni esempi per dirvi perché è così importante tornare al testo. Chi si è mai occupato di Marx in vita sua sa che Marx è quello della teoria del Materialismo storico. Secondo voi Marx in tutta la sua opera quante volta usa l’espressione materialismo storico? Mai, neanche una volta. Oppure, Marx è il filosofo della Filosofia della prassi. Quante volte Marx in tutta la sua opera usa l’espressione filosofia della prassi? Mai. Per chi ha studiato economia Marx è il filosofo di valore-lavoro. Quante volte Marx ha utilizzato nella sua opera l’espressione valore-lavoro? Mai, neanche una volta. La cosa paradossale è che tutti i capitoli del manuale di filosofia o di economia usano espressioni per definire Marx che lui non ha mai utilizzato. Quindi è cruciale tornare al testo di Marx per vedere cosa Marx ha detto veramente.

Considerata a un alto livello di astrazione, la sua teoria dimostra di avere capacità di previsione di lungo periodo sorprendenti, in quanto teorizza tutta una serie di fenomeni che sono più attuali ora di quanto non fossero quando scrisse. Questa è la cosa veramente impressionante. Per esempio, prendiamo la globalizzazione; Marx non usa il termine globalizzazione, più hegelianamente dice “universalizzazione del lavoro individuale e viceversa”; la concatenazione della produzione e riproduzione del genere umano a livello mondiale, secondo Marx è una delle tendenze di lungo corso del modo di produzione capitalistico e lo dice anche nel Manifesto ma lo teorizza nel 1857/58 in un momento in cui di strada ce n’era ancora da fare prima che si raggiungesse l’ampiezza pervasiva odierna. La sua teoria ha previsto, cento anni prima, delle tendenze di lungo periodo che si sarebbero sviluppate e si sono sviluppate. Secondo lui, il modo di produzione capitalistico tende a fare altre cose, per esempio aumentare in maniera esponenziale la produttività del lavoro. Il lavoro diventerà sempre più produttivo. Anche qui difficile dire che non sia così, perché la produttività del lavoro è spaventosamente aumentata. Marx è un teorico non solo della dimensione cooperativa del lavorare ma del processo di determinazione della scienza e dell’automazione del lavoro ma come una tendenza di lungo corso del modo di produzione capitalistico, e di nuovo anche qui mi pare aver avuto ragione, proprio sviluppando la teoria del plusvalore relativo e dimostrando come il modo di produzione capitalistico, contraddittoriamente, da una parte si basi sullo sfruttamento del lavoro vivo ma dall’altra tenda ad espellere il lavoro vivo dal processo produttivo, per cui si tende sempre più a ridurre la parte del lavoro necessario. Questa contraddizione di fondo fa sì che l’apporto lavorativo del singolo lavoratore diventi sempre più specializzato, sempre più parziale, fino al punto in cui sia così formalistico da poter essere sostituito da una macchina. E’ il presupposto teorico per pensare l’automazione a livello di massa. Paradossalmente, le provocazioni della fine del lavoro non sono così incoerenti con quello che diceva Marx, non perché il lavoro finisca effettivamente ma perché la tendenza intrinseca del modo di produzione capitalistico di basarsi sul lavoro e espellere il lavoro è in atto, e determina nel lungo periodo questo processo di espulsione generalizzata e, quindi, come conseguenza la disoccupazione di massa. Una gigantesca disoccupazione di massa che da un certo punto in poi non è neppure elastica, ma rigida, non riassorbibile dall’ulteriore espansione della produzione. Insomma, anche qua secondo me le dinamiche correnti sono in linea con quanto Marx ipotizzava.



4. La crisi. Anche questo è un tema per cui in realtà Marx è stato sulla bocca di tutti dato che le teorie ortodosse non hanno una spiegazione della crisi. Se voi studiate nei manuali di macroeconomia leggete di crisi frizionali, crisi di riassestamento, rigidità che possono essere fluidificate con interventi esterni che però non implicano ciclicità strutturali per cui la crisi è un elemento costante, ricorrente della riproduzione sociale; quindi quando ci si trova di fronte a crisi come quella del 2007, 2008, in parte ancora in atto, i nostri economisti ufficiali non sanno che dire. Cito spesso che su Rai due Giuliano Amato spiegava la crisi con la teoria della sovrapproduzione di Marx, su Rai due alle 14,30! Non aveva un teorico ortodosso che gli dicesse perché potesse esserci una crisi così clamorosa e deflagrante che spezzava in maniera così dirompente le dinamiche della riproduzione. E Giuliano Amato spiega con eleganza, su Rai due, che c’è la crisi, perché Marx ha ragione, perché c’è la sovrapproduzione, perché il modo di produzione capitalistico tende a produrre a prescindere dal bisogno solvente, cioè a prescindere da chi può pagare, quindi alla fine ingolfa il mercato con una quantità di merci non vendibili, crolla il prezzo, la speculazione finanziaria non può rispondere a questa dinamica oggettiva.

Tant’è che si torna a parlare Karl Marx, Keynes, Schumpeter, tutti quegli autori che alla fine hanno messo in dubbio che un’armonia prestabilita riportasse tutte le cose al suo posto. Nella teoria di Marx la crisi è strutturale, il modo di produzione capitalistico necessariamente, ciclicamente produrrà crisi, niente di più normale: certo che c’è la crisi perché il modo di produzione capitalistico funziona così.

L’ultima parte de Il Capitale è dedicata al credito e al capitale fittizio, insomma alla finanza, e questo di nuovo in un periodo in cui sì certo c’era la finanza ma non era sviluppata al livello in cui è sviluppata adesso; Marx vede chiaramente quali sono le tendenze. Il modo di produzione capitalistico nel suo processo di accumulazione ad un certo punto tende a scindere e a presentare come due fenomeni apparentemente indipendenti l’accumulazione reale da una parte e l’accumulazione fittizia dall’altra. Tutta l’ultima parte della teoria del Capitale è incentrata sull’analisi del rapporto tra questi due tipi di accumulazione, come l’accumulazione fittizia ha effetti su quella reale e viceversa e quindi ha chiaramente in mente il problema che le due non coincidono immediatamente, cioè che ci sono dei livelli di distanziamento che implicano anche una moltiplicazione degli elementi fittizi circolanti, non c’è solo il denaro, ci sono le azioni, c’è il credito, le cedole di credito, le valute. Insomma la complessità di tutta questa materia Marx non l’analizza fino in fondo anche perché quando la teorizza lui ancora non si era sviluppata al livello in cui si è sviluppata adesso. Però non è vero, come tanti dicono, che Marx non pensi alla finanza, al contrario mette il tema della finanza proprio come punto finale della sua teoria del Capitale; è lì che tutta la complessità del sistema va a complicarsi ulteriormente. Questo è tutto un settore in cui si può lavorare. Però in Marx c’è una base da cui partire.



5. Verrei adesso, per tornare a quanto dicevo all’inizio, alla questione del lavoratore perché alcuni sostengono che sulla questione dell’operaio Marx si è sbagliato, perché l’operaio doveva essere il soggetto ecc., ecc., Con la rivoluzione si è sbagliato perché doveva essere in Inghilterra, nei paesi avanzati, ecc., ecc., quindi bisogna dar conto di questi aspetti,

Secondo me qui è possibile trovare una spiegazione e il punto di partenza sostanzialmente è : di cosa sta parlando Marx? Sta parlando del capitalismo della rivoluzione industriale? Sta parlando del capitalismo in generale? Cioè è una specie di teorizzazione di quello che stava accadendo nel 1800 in Inghilterra oppure è una teoria più generale del capitalismo che va ad individuare dei meccanismi di fondo che non necessariamente si riducono a quella fase storica? Secondo me la risposta è la seconda e anche qui la filologia aiuta. In primo luogo Marx quante volta usa la parola capitalismo in tutta la sua teoria? Una. Una volta sola. Quello di cui Marx parla sempre è il modo di produzione capitalistico e lo dice lui che userà l’Inghilterra come esempio in quanto paese più sviluppato e quindi paese in cui il modo di produzione capitalistico è più apparente, si manifesta nella sua pienezza. Ma in realtà quello di cui parla sono le leggi fondamentali di questo sistema e se noi, avendo questa cosa in mente, andiamo a vedere la sua teoria del soggetto, questo permette di pensarlo in maniera diversa.

L’operaio massa, questa interpretazione tradizionale che viene fuori dalla sezione che nel primo libro del Capitale si intitola Produzione del plusvalore relativo in cui Marx fa vedere quali trasformazioni materiali e organizzative il modo di lavorare subisce una volta che è sussunto sotto al capitale, cioè una volta che viene inquadrato nel processo di valorizzazione del capitale. Le figure che menziona sono tre e sono celeberrime: 1) la cooperazione, il carattere cooperativo del lavoro che aumenta la sua produttività, 2) la manifattura in cui il singolo lavoratore diventa un lavoratore parziale cioè non è più in grado di realizzare tutto il processo da solo ma riesce a farlo in quanto collabora con altri, e infine 3) la grande industria in cui addirittura il singolo lavoratore diventa un’appendice di un processo oggettivo del quale lui esegue mansioni accessorie; addirittura, tendenzialmente potrà scomparire con l’automazione. Su questa falsariga, si è tradizionalmente individuato nell’operaio di fabbrica il culmine di questo processo e quindi nell’operaio il principale soggetto antagonista al capitale, perché appunto il lavoro andava organizzandosi in tale modalità. Questa interpretazione chiaramente legittima, anche in certe fasi storicamente vera, in quanto quando Marx scriveva quello sembrava l’effettivo corso della storia. Successivamente l’espansione della grande industria anche dopo la seconda guerra mondiale, anche in Italia, questo processo di generalizzazione dell’operaio di fabbrica come principale forma del lavorare sembrava confermarlo; poi, come sapete, almeno nei paesi più avanzati si è riscontrato un momento di arresto, la diminuzione del settore industriale, la terziarizzazione, la delocalizzazione insomma, e attraverso la meccanizzazione un processo di apparente riduzione della presenza dell’operaio di fabbrica e quindi la verifica fattuale della non correttezza di questa teoria.

Qui in realtà si può vedere come Marx affronti la tematica su due registri, uno più teorico formale e uno più storico-descrittivo. Quello storico–descrittivo è quello più menzionato, una specie di fenomenologia delle trasformazioni del lavoro nella società industriale. Invece, se noi guardiamo gli aspetti formali, in realtà individuiamo delle trasformazioni del modo di lavorare che non necessariamente funzionano solo con la manifattura o con la grande industria. Cerco di spiegarmi meglio.

Con la manifattura abbiamo la parzializzazione del lavoro: il lavoratore non è più in grado di fare tutto il processo ma solo un pezzetto, con la grande industria abbiamo la appendicizzazione. Questi passaggi però sono interpretabili come “figure” in cui storicamente nuove modalità di lavorare sono emerse. Queste modalità del lavorare, che sono emerse grazie al modo di produzione capitalistico in forma di manifattura e grande industria e quindi la parzializzazione, la subordinazione fra l’altro ad una finalità posta dal capitalista ecc. ecc., sono venute meno con il venir meno della grande industria o della manifattura? Credo di no. Perché anche nella più informatizzata delle catene lavorative, anche il freelance che sta a casa sua e riempie l’articoletto nel software preformato che gli viene presentato magari dall’India, lavora nelle stesse modalità formali: questo è un processo di parzializzazione e subordinazione che risponde esattamente a queste modalità di lavoro. Il lavoratore è parziale, subordinato e trasformato in appendice. Quindi sono modalità che è possibile incasellare in quella teoria, non sono altro da quella teoria. Anche la forma non necessariamente salariata del contratto di lavoro, il freelance per esempio, non è un lavoratore subordinato in termini contrattuali ma, di fatto nella sua pratica operativa, lo è, anzi è peggio ancora perché ha su di sé il peso dei tempi morti. Facciamo un esempio di uno che effettivamente lavora al giorno in un ufficio per cinque ore su otto per cui è pagato; se il suo datore di lavoro non riesce a farlo lavorare otto ore, il suo tempo morto è un costo, perché lo paga otto ore ma lui ne lavora cinque. Se invece questo è un freelance, abbiamo una specie di cottimo, le cinque ore in cui lui non è produttivo sono a carico del lavoratore, quindi tutto ciò rientra perfettamente nel sistema di riduzione dei costi che è la dinamica di produzione del plusvalore relativo. Se consideriamo le trasformazioni formali del modo di lavorare, dunque, quelle categorie nate per parlare di manifattura e di grande industria funzionano ancora. Sono processi complessivi con finalità eterodiretta che subordinano e parcellizzano l’attività dei singoli che lavorano per la valorizzazione del capitale esattamente come facevano prima.

In questo contesto è interessante vedere come si è tradizionalmente tradotta il termine “operaio”. Nelle edizioni tradizionali non solo italiane ma nelle lingue neolatine, se voi leggete il testo trovate che a volte abbiamo operaio a volte abbiamo lavoratore. In realtà se voi guardate il testo tedesco c’è sempre la stessa parola: “Arbeiter”. Questa scelta di tradurre in un modo o in un altro è sempre stata una scelta del traduttore che per suoi buoni motivi ha pensato che in certe circostanze era meglio mettere “operaio” rispetto a “lavoratore”, ma il testo tedesco ha sempre “Arbeiter”. E “Arbeiter” deriva da “arbeiten” e significa “lavorare”; la “-er” finale è come il nostro “-tore” in italiano, è il suffisso che si utilizza per creare un sostantivo da un verbo,. Marx parla del lavoratore come l’altro del capitale è il Lohn-Arbeiter, è il lavoro salariato; il concetto di lavoro salariato è ampio, molto più ampio non solo dell’operaio ma anche più ampio del “lavoratore produttivo”, che è meramente impiegato nel processo di produzione. “Lohn-Arbeiter” è quel soggetto che partecipa in maniera subordinata, parcellizzata o addirittura in forma di semiautoma al processo di valorizzazione del capitale.

Il processo di valorizzazione del capitale non è, infatti, solo il processo di produzione del capitale, cioè il primo libro de Il capitale, ma è anche il processo di circolazione del capitale, sono le configurazioni complessive del sistema che sono i tre libri del Capitale. Il capitolo che Marx intitola “Classi” è l’ultimo del terzo libro, non è nel primo libro; quindi il problema per chi cercasse da questi presupposti di sviluppare una teoria dei soggetti politici, dell’azione politica è da una parte un problema di definizioni fondamentali, cioè qual è “l’altro del capitale”, qual è il soggetto antagonista del capitale? Marx parla di lavoro salariato. Il lavoro salariato, mettendo molta enfasi sul lavoratore di fabbrica perché funzionava bene in quelle precise circostanze storiche, però più generalmente il lavoro salariato. Questa configurazione del lavoro salariato come parcellizzato, subordinato, un anello della grande catena della riproduzione capitalistica di per sé non individua nessun soggetto particolare, è il presupposto di fondo per pensare configurazioni più concrete. Una cosa è parlare del capitalismo italiano all’interno della Comunità europea nel 2018, un’altra del modo di produzione capitalistico in generale: nel mezzo ci sono tanti livelli intermedi, c’è per esempio una teoria dello Stato, del commercio internazionale, del mercato mondiale, di come questo si configura e crea delle soggettività più articolate.

Anche la disoccupazione di massa è perfettamente funzionale al lavoro salariato, è semplicemente l’altra faccia della medaglia, è quella parte dei lavoratori che il modo di produzione capitalistico rende inutilizzabile. Non è che è inutilizzabile in astratto, ma è inutilizzabile perché non valorizza il capitale. Come dire: anche questa disoccupazione di massa sta dentro il gioco. Chiaramente, se io ho dei progetti politici non posso parlare a queste persone come se fossero lavoratori salariati, devo spiegare e articolare il mio discorso in modo che loro capiscano che il loro non essere lavoratori salariati fa parte del sistema salariale, che sono funzionalmente non salariati perché non valorizzano il capitale e quindi stanno dentro allo stesso sistema dei salariati. Questo non è possibile senza teorie cuscinetto, senza teorie non del solo modo di produzione capitalistico, ma anche dei capitalismi più determinati e poi delle analisi fattuali, appunto del capitalismo italiano del 2018 nel contesto dell’Unione Europea ecc., ecc.



6. Perché Marx sbaglia nelle previsioni politiche? Perché neanche lui ha elaborato questi livelli intermedi, tutta questa teorizzazione intermedia non riesce a compierla prima della morte, addirittura lui muore prima di finire la teoria del modo di produzione capitalistico in generale che resta incompiuta; però, d’altro lato, lui Il capitale lo ha scritto per dare alla classe lavoratrice il più grande proiettile da scagliare contro la borghesia, per citare un suo famoso passaggio. E allora cosa fa: lui per primo fa il primo marxista della storia, cerca di utilizzare la sua teoria astratta con finalità politiche concrete, avendo però il problema di questa grande distanza tra livelli generali e livelli particolari. E infatti le sbaglia tutte: la rivoluzione in Inghilterra non c’è, la classe operaia inglese come avanguardia neppure, addirittura la rivoluzione si verifica in un angolo del mondo dove il capitalismo era presente in maniera sporadica. Però secondo me questo tentativo di ricostruzione che sto proponendo permette di rendere conto anche di questi fallimenti di Marx stesso; quindi, quando Marx parla della inevitabile rivoluzione fa politica, cerca di dire agli operai cui si rivolge che sono legittimati nella loro lotta, anche se scientificamente non glielo potrebbe ancora dire, perché scientificamente non ha completato la sua opera.

Nel piano originario di Marx c’erano sei libri: Il capitale, il lavoro salariato, la rendita, lo stato, il commercio internazionale e il mercato mondiale, sei libri di cui lui ha scritto a stento il primo, infilandoci dentro un pezzetto del secondo e un pezzetto del terzo, quindi è un progetto largamente incompiuto. Pur nella sua incompletezza, la sua è comunque una delle poche teorie che ci spiega molto del presente e quindi ecco il perché di questo sforzo di risalire alle fonti, per riappropriarci, per quanto possibile, di una autentica formulazione su cui lavorare. Perché le basi sono buone, nelle linee di fondo è stata capace di spiegare le linee tendenza di lungo periodo. Quella che secondo me è la sfida per noi contemporanei che in qualche modo ci rifacciamo a questa teoria è andare avanti e cercare di continuare il lavoro che Marx ha iniziato anche, chiaramente, vedendone tutti i limiti, anche quelli che ho esposto.

In realtà i limiti ci sono, la mancata teorizzazione dei livelli intermedi e quindi la ricerca di scorciatoie per intervenire immediatamente, cioè di risposte alla problematica politica quotidiana in base alla teoria astratta non è possibile immediatamente. In quella formulazioni lì a questo non non ci può essere risposta.

Non sono entrato nei dettagli di questioni teoriche più da specialisti relativamente a punti aporetici della teoria, per esempio la teoria della trasformazione. Non so che tipo di familiarità abbiate con questo tema, ma si tratta di una delle grandissime questioni nel dibattito tradizionale tra economisti: Marx nel terzo libro de Il capitale non riuscirebbe a trasformare i valori in prezzi, cioè a dimostrare come dalla teoria del valore si sviluppi una teoria dei prezzi di produzione. Voi direte, perché è una questione così importante? E’ così importante perché non è un assunto meramente teorico, ma prettamente politico: anche a chi muoveva questa critica non importava particolarmente della trasformazione, perché se voi prendete le teorie ortodosse che si insegnano a macroeconomia, alcune hanno delle premesse che fanno veramente ridere, con assunti assolutamente arbitrari. Anche tantissimi teorici “ortodossi” riconoscono tali, ma si fa finta di niente per portare avanti la teoria, per svilupparla. Non sono così fiscali. Perché invece sono così fiscali con il povero Karl? Perché la contraddizione tra il primo e il terzo libro distruggerebbe la coerenza della teoria e se la teoria non sta in piedi cos’è che pure non sta in piedi? Non sta in piedi lo sfruttamento, non sta in piedi l’antagonismo di classe, cadono insieme tutte le conseguenze politiche della teoria. Per questo hanno dato addosso quanto hanno potuto a quest’aspetto. Esso è in effetti aporetico, è veramente un punto difficile del testo; alcune delle critiche tradizionali effettivamente sollevano questioni legittime. Secondo me, la ricostruzione filologica deve dare delle risposte a questi legittimi dubbi e allo stesso tempo essere capace di rispondere positivamente, salvando insieme alla trasformazione lo sfruttamento e tutto quanto.



Quindi, se queste cose possono sembrare bizantinismi filologici, in realtà il punto è risolvere i nodi teorici concreti la cui soluzione da anche legittimazione a possibili teorie e movimenti politici che su questa teoria di basano. E’ questo la prospettiva pratica di questo tipo di ricerca.

Il punto chiave è: Marx è un autore veramente” nuovo”, che ha una base testuale rinnovata che permette di cercare di uscire dalle secche del dibattito tradizionale. Non si tratta di proporre in astratto nuove interpretazioni più o meno fantasiose, più o meno legittime, più o meno discusse e ridiscusse perché su questo si è veramente già detto tutto; il punto è che Marx è diverso nei testi e dato che è una teoria che nel lungo periodo ha già dimostrato di avere grandi capacità di previsione, vale proprio la pena di vedere se riusciamo a cavarne qualcosa, perché è veramente l’unica teoria che spiega crisi, mondializzazione, conflitto, finanziarizzazione, ci sta tutto dentro, quindi... grazie Marx e lavoriamoci!

Grazie a tutti voi per l’attenzione.

Friday, 6 September 2019

Ascanio Bernardeschi. Recensione di Saggi sull’(in)attualità di Marx, Consecutio Rerum, n. 5 /2018, Marx Inattuale, a cura di Riccardo Bellofiore e Carla Maria Fabiani, Edizioni Efesto, Roma, pp.541, € 20,00. Visibile anche su (http://www.consecutio.org)

Ascanio Bernardeschi. Recensione di Saggi sull’(in)attualità di Marx, Consecutio Rerum, n. 5 /2018, Marx Inattuale, a cura di Riccardo Bellofiore e Carla Maria Fabiani, Edizioni Efesto, Roma, pp.541, € 20,00. Visibile anche su (http://www.consecutio.org)
La penosa sorte in Italia degli sparsi movimenti politici che ancora si dichiarano anticapitalisti fa il paio con la fiacca ricezione di Marx e degli studi su Marx nell’editoria, nell’accademia e perfino nella politica. Probabilmente le due cose – le disfatte pratiche e l’ignoranza teorica – si alimentano a vicenda in una spirale perversa, quando invece gli insuccessi politici dovrebbero consigliare di dedicarsi un po’ di più allo studio e alla meditazione.
Per esempio la pregevole edizione del primo libro del Capitale ad opera di Roberto Fineschi non ha suscitato particolare interesse e discussione, tanto da determinare l’interruzione del progetto che prevedeva la pubblicazione anche degli gli altri libri. La stessa cosa si può dire degli studi connessi alle importanti acquisizioni derivanti dalla ripresa su nuove basi dell’edizione completa delle opere di Marx (MEGA2).
Neppure l’ultima, gravissima crisi del capitalismo, che pure all’estero ha determinato un importante risveglio dell’interesse e riconoscimenti sull’importanza delle opere del Moro, ha prodotto analoghi risultati nel Belpaese. Eppure, a mio modo di vedere, questa crisi non è
possibile decifrarla senza utilizzare la “cassetta degli attrezzi” di Marx.
Il 2018, bicentenario della sua nascita, è stato l’occasione per far tornare ad essere un business – in senso lato, cioè anche dal punto di vista politico, di audience, carrieristico etc. – il grande teorico del comunismo. Personalmente non amo la moda di saltare addosso ai centenari, ai bicentenari e così via, per affrontare gli argomenti che la ricorrenza pone al centro dell’attenzione. Mi sembrerebbe più razionale che l’oggetto delle diverse analisi, approfondimenti etc. fosse scelto in base alle necessità e alle urgenze teoriche e pratiche del momento, non alle occasioni commemorative.
Tuttavia, nel penoso quadro italiano, ben venga che l’occasione del bicentenario abbia stimolato la fioritura di iniziative editoriali, convegnistiche etc. Sennonché nella maggior parte dei casi ha prevalso il business sull’approfondimento, il civettare con le mode culturali sulla
serietà della ricerca, gli aspetti secondari del lascito marxiano su quelli principali.
Fra le eccezioni è da segnalare il numero 5 dell’anno 2018 della rivista Consecutio Rerum che tende a misurarsi molto seriamente con la questione centrale, con il capolavoro di Marx: la critica dell’economia politica. Nella quarta di copertina viene precisato il senso del titolo del poderoso volume, Marx Inattuale, riportando un motto ietzscheiano: inattuale perché si pone “contro il tempo” per superarlo “a favore di un tempo a venire”. E contro il tempo attuale
è anche la coraggiosa scelta dei curatori, Riccardo Bellofiore e Carla Maria Fabiani, di mettere in sequenza 26 saggi, talvolta di non facile lettura e alcuni dei quali in lingua inglese, seguendo tuttavia un filo conduttore che, sull’onda della Neue Marx-Lektüre, ma progredendo oltre, va dal metodo (prima parte della rivista) alla rilettura del primo libro del Capitale (seconda parte) e ad alcune “letture” (terza parte) incentrate sulla teoria marxiana del valore e le riflessioni sull’argomento di Suzanne de Brunhoff, Lucio Colletti, Christopher Arthur, Moishe
Pistone, Michael Heinrich, Augusto Graziani, Claudio Napoleoni, Max Horkheimer, Theodor Adorno, Helmut Reichelt, Hans Georg Backaus e Bellofiore stesso.
È impossibile in una recensione, entrare nel merito, neppure per cenni, degli argomenti affrontati in numerosi articoli, tutti assai interessanti e che nel loro insieme, pur fra la pluralità di opinioni su alcuni nodi, ci mettono in condizione di rileggere Marx alla luce di una corretta comprensione del suo metodo. A questo proposito di grande valore è la puntuale ricostruzione filologica di Roberto Fineschi. Sullo stesso tema, nonché sulle recenti
interpretazioni del lascito marxiano, e talvolta sulle ricostruzioni intente a colmare le lacune di un capolavoro incompiuto, si sofferma Heinrich.
Altro lavoro che mi è parso particolarmente interessante è quello di Elena Louise Lange, che riguarda ancora il metodo di Marx da valutare, secondo l’autrice, alla luce dei suoi risultati (“the proof is in eating the pudding”. Sempre sul metodo è da segnalare un interessante contributo di Redolfi Riva. Altri argomenti trattati sono il lavoro astratto (Bonefeld, Bellofiore, Pozzoni, Arthur), il denaro e la moneta, spesso in connessione con l’astrazione del lavoro, cosa condivisibile visto che il denaro è la misura fenomenica del valore e che quest’ultimo viene effettivamente realizzato attraverso lo scambio della merce con il denaro (Engster, Carson, Balibar, Bellofiore), il
processo di valorizzazione basato sulla ricchezza esclusivamente quantitativa, astratta e non sui valori d’uso (Tomba), la giornata lavorativa (Meriggi), il plusvalore relativo e il sistema delle macchine (Turchetto e Micaloni), la legge dell’accumulazione capitalistica e le recenti
trasformazioni del mercato del lavoro (Forges Davanzati), l’accumulazione originaria (Taccola), la fenomenologia dello stato moderno capitalistico e la sussunzione dello stato al capitale (Fabiani), la teoria della colonizzazione (Masi), il contributo di Suzanne de Brunhoff (Carson e Balibar), la parabola di Lucio Colletti (Pozzoni), la lettura di Moishe Postone (O’Kane), la teoria macromonetaria della produzione capitalistica (Bellofiore).
Dopo questa sorta di sommario e l’espressione del massimo apprezzamento per questa iniziativa editoriale, mi rimane di soffermarmi sui soli, pochissimi, elementi che,
inevitabilmente in quanto siamo di fronte a una pluralità di opinioni, mi sono parsi meno convincenti.
Comincio con la pregevole introduzione di Bellofiore secondo il quale non ha senso cercare con sotterfugi di salvare Marx dai fallimenti dei marxismi reali, come – a suo modo di vedere – fa anche la Mega2, mentre invece ritengo che la restituzione dei testi veri di Marx non solo ci
consenta di replicare a una serie di critiche infondate, effettuate per secoli alla sua teoria, ma anche di avere maggiori strumenti per superare i limiti dei marxismi reali. Forse c’è un rapporto fra quel giudizio di Bellofiore e le sue affermazioni sulla crisi e sulla caduta del saggio del profitto in termini di “profit squeeze” e non come effetto della crescente composizione organica del capitale. Viene così buttato a mare un elemento non secondario dell’analisi marxiana che è confermato dall’evidenza empirica: è stata rilevata infatti una stretta correlazione fra l’innegabile andamento declinante del saggio del profitto nel lungo
periodo e la crescente composizione del capitale.
Su questa “legge” si sofferma anche il pur prezioso contributo di Heinrich. Egli parte da una osservazione a margine di Marx apposta nella sua personale copia del primo libro del Capitale e che Engels riporta in nota alla terza edizione. Scrive Marx che se l’ampliamento del capitale è qualitativo, “salirà allo stesso tempo il saggio del profitto per il capitale maggiore” (cioè, si intuisce, con una maggiore composizione organica del capitale). Heinrich vi vede una contraddizione fra questa osservazione e la legge della caduta tendenziale del saggio del profitto illustrata nel terzo libro. Se così fosse si tratterebbe di un ripensamento di Marx, visto che l’annotazione è successiva alla stesura dei manoscritti poi pubblicati da Engels come terzo libro. Mi sembra che Heinrich cada in un fraintendimento che ha dell’incredibile per uno studioso del suo valore. Il capitale avente una maggiore composizione organica per effetto dell’introduzione di una innovazione, in effetti ricava un maggiore saggio profitto individuale perché si appropria di un extraprofitto ai danni dei concorrenti, potendo vendere a un prezzo maggiore del valore individuale del suo prodotto. Ma la medesima innovazione diminuire il saggio medio allorquando l’innovazione si generalizza e con essa la maggiore composizione organica. Viene confuso cioè il confronto fra saggi individuali in un dato momento con il confronto fra i saggi medi del profitto in due successivi momenti, prima e dopo l’introduzione generalizzata delle innovazioni che risparmiano lavoro. Per Marx il fattore tempo e le ripercussioni nel tempo di un investimento iniziale giocano un ruolo fondamentale.
Nel corposo saggio finale, Bellofiore, dopo un’analisi critica utile e puntuale dei contributi di molti autori, ribadisce la sua già nota teoria macromonetaria della produzione capitalistica, compresa l’enfatizzazione del ruolo dell’ante-validazione monetaria da parte del credito per la generazione del valore. A mio modo di vedere invece l’ante-validazione non gioca un ruolo così rilevante nella teoria del valore.
L’ultima annotazione è sulla scelta dei saggi pubblicati che evidentemente è conseguente agli argomenti messi a tema. È quindi comprensibile che manchino nella rassegna altri contributi contemporanei quali quelli per esempio della scuola della Temporal Single System Interpretation (a proposito dell’importanza del tempo) che avrebbero determinato un interessante confronto con le tesi di Bellofiore, oppure quelli di Giovanni Mazzetti sull’orario
di lavoro o di Gianfranco Pala sul salario. Ma un solo numero di una rivista non poteva certo rimediare a tutte le vistose lacune dell’editoria nostrana e l’iniziativa di Consecutio Rerum è senz’altro da salutare con compiacimento e gratitudine.
Ascanio Bernardeschi

Messaggi in bottiglia. Versi, parole e pagine sparse di una vita tra Hegel e Marx (recensione del libro di N. De Domenico Visa Cogitata Scripta)

  Messaggi in bottiglia. Versi, parole e pagine sparse di una vita tra Hegel e Marx Pubblicato il 1 settembre 2026 da Comitato di Redazio...