Saturday, 4 September 2010

Risposta a Basso su "Marx in questione"

di Riccardo Bellofiore
Su "Liberazione" del 28 gennaio Luca Basso ha recensito il volume Marx in questione (Città del Sole, 2009) che ho curato con Roberto Fineschi, e che raccoglie alcuni degli scritti degli autori dell'International Symposium in Marxian Theory (ISMT). Si tratta di contributi a volumi comparsi sinora presso prestigiosi editori anglosassoni, e di cui esiste anche una antologia pubblicata in Messico a cura di Mario Robles: vale la pena almeno di segnalare i tre testi per Palgrave Macmillan sui tre libri del Capitale, a cui si aggiungerà nel 2010 un volume a cura mia, di Guido Starosta e di Peter Thomas sui Grundrisse per i tipi di Bril). La recensione di Luca Basso è articolata e si segnala perché, meritoriamente, non si limita a dare conto del volume, ma manifesta (specie nella parte finale) alcuni dissensi in modo serio e argomentato. Basso solleva problemi reali, e che meritano di essere dibattuti. L'ISMT è peraltro un gruppo unito più dalle problematiche ritenute centrali per la critica dell'economia politica che da risposte unitarie, rigide o dogmatiche, come è spesso nell'ambito del marxismo. Lo stesso Basso segnala i punti di contatto, ma anche le divergenze significative, tra i membri dell'ISMT. Tutti gli autori del volume fanno riferimento alla teoria del valore marxiana, di cui sottolineano, ciascuno a suo modo, la dimensione monetaria e la fondazione dialettica (hegeliana). Di qui, però, si apre il dialogo, e anche la critica reciproca, tra gli autori dell'ISMT. Il mio intervento è dunque del tutto personale. Rappresenta un particolare punto di vista, nella speranza che possa essere utile al lettore del quotidiano (e, sperabilmente, del volume).
Prima di entrare nel merito, due osservazioni del tutto minori. La prima è che Basso annette il discorso dell'ISMT al "dibattito anglosassone". Ma in realtà, da sempre, il gruppo ha avuto una estensione geografica, ed ideale, ben più ampia. Anche solo a guardare al volume recensito, dei 9 autori, vi sono 1 olandese e 2 italiani, ben radicati nella rispettiva tradizione. La seconda osservazione è che quando Basso fa riferimento alla discussione tra Fred Moseley e me sul significato e la portata della strutturazione macro-monetaria della teoria del (plus)valore in Marx, la qualifica come "monetarista". E' questo un lapsus linguistico che mi ricorda quando un aggettivo simile veniva attribuito alla riflessione sul denaro del gruppo di "Primo Maggio", a cui la mia riflessione è indebitata (credo anzi, per mio conto, di essere rimasto l'unico che la prosegue propriamente, in continuità con i contributi di alcuni componenti della redazione torinese, di cui ho fatto parte per un breve periodo all'inizio degli anni Ottanta). Un lapsus simile, in effetti, si trova anche nel bel libro di Cristina Corradi sulla storia del marxismo italiano, ed è stato ripreso da Peter Thomas nella recensione che ne ha fatto sulla "New Left Review". Ma qui evidentemente il "monetarismo" in senso proprio, cioè la riflessione di Milton Friedman e poi di Robert Lucas e dei loro seguaci, per i quali la moneta è a ben vedere irrilevante, non c'entra nulla. Il riferimento è semmai, almeno per me, all'eresia monetaria del Novecento (che va da Wicksell a Schumpeter, da Keynes ai postkeynesiani, dalla teoria del circuito a Minsky). Cioè alla tesi che "la moneta conta", eccome. E non solo nella definizione dell'equilibrio, ma nella stessa costituzione delle grandezze economiche: in primis, appunto, del valore.
E qui ci avviciniamo ai problemi di sostanza, perché quello appena nominato è uno soltanto dei nodi controversi nel marxismo. Il confronto tra Moseley e me attiene a ciò: che il ragionamento marxiano va per lui dal valore, inteso come nient'altro che lavoro contenuto, alla sua espressione monetaria. Il tutto, come in molti economisti marxisti contemporanei, viene svolto ridefinendo le categorie in modo tale che l'eguaglianza tra somma dei valori e somma dei prezzi, e tra somma del plusvalore e somma dei profitti, divenga una tautologia. Questa è una teoria non monetaria del valore: come quella ricardiana, come quella neoclassica, come gran parte della teoria economica oggi (che se ha il valore, non ha la moneta; se ha la moneta, non ha il valore). Marx è tutto diverso. Pone una sfida. Il valore nella produzione, nella singola merce, è un "fantasma" che per costituirsi pienamente deve "prendere un corpo" e validarsi nella circolazione, nello scambio con il denaro come l'equivalente generale. Pure, questa unità di produzione e circolazione, questa impensabilità del valore senza denaro sia qualitativamente che quantitativamente (sono qui del tutto d'accordo con le tesi di Hans Georg Backhaus, di cui sta uscendo per gli Editori Riuniti, a cura mia e di Tommaso Redolfi Riva, Dialettica della forma di valore), è al tempo stesso un movimento dalla produzione alla circolazione finale. Non è il denaro a rendere commensurabili i lavori prestati privatamente nei processi di lavoro, ma è il denaro a "esprimere" la socialità dei lavori astratti, solo latente nella produzione, secondo un movimento dall'interno verso l'esterno. Come è possibile? C'è qui una sfida di Marx al resto della teoria economica e sociale, ma c'è anche una difficoltà. Che va però superata, se si vuole - come nel mio caso - mantenere la centralità del rapporto sociale di produzione.
Si badi, su questo la mia posizione è probabilmente diversa dagli altri autori dell'ISMT che o non vedono il problema, o seguono l'approccio contemporaneo della forma valore sino a vedere la "socialità" come qualcosa che si costituisce solo nel denaro o nella circolazione finale, e poi si imprime retroattivamente al lavoro (dalla circolazione alla produzione, dunque). E' qui che diviene rilevante il secondo nodo del dibattito dell'ISMT, cioè l'approccio che viene talora definito delle "nuova dialettica". Ed è qui che Basso avanza una critica "politica". Basso è cosciente che il riferimento a Hegel è abbastanza variato anche tra gli aderenti alla nuova dialettica. Per alcuni (Reuten) si tratta essenzialmente di una "concretizzazione" progressiva delle categorie: ricostruzione nel pensiero delle determinazioni essenziali del capitale, per cui si inizia dalle determinazioni più semplici e astratte per muovere progressivamente a determinazioni più complesse e concrete (posizione che ha il grande merito di imporre una ridefinizione categoriale a ogni livello, e impedisce perciò deduzioni troppo immediate e rigide nell'analisi fattuale). Per altri (Arthur) vi è invece una omologia tra l'Idea Assoluta di Hegel e il concetto di capitale in Marx (tesi che, mi pare, ha un qualche punto di contatto con le argomentazioni di Colletti, prima, e di Sbardella, poi). Altri ancora contestano questa conclusione. Se non intendo male, Fineschi sostiene che Hegel non farebbe riferimento alcuno a un Soggetto metafisico in grado di porre i propri presupposti idealisticamente. Anzi, Marx, lungi dal presentare una critica simultanea del capitale e dell'idealismo assoluto (come pensiamo Arthur e io, o ancora Sbardella), svolgerebbe nient'altro che una critica del capitale in tutto e per tutto hegeliana dal punto di vista del metodo. Altri infine (Smith) si spingerebbero sino a vedere in Hegel un precursore del realismo.
Insomma, dietro la tesi che nel Capitale vi sarebbe una ricostruzione dialettico-sistematica delle categorie del Capitale si celano posizioni ben diverse. Sarebbe interessante vedere come queste differenze si prolunghino nella concezione del lavoro. A me pare, per esempio, che Reuten e Smith, ma anche Murray, vedano il lavoro nella produzione come solo concreto, mentre Arthur ed io lo vediamo come insieme concreto ed astratto nell'atto stesso della sua erogazione capitalistica. Come che sia, di questa pluralità Basso se ne mostra ben cosciente. La dimentica però, mi pare, quando eleva la sua critica secondo cui vi sarebbe "un occultamento della dimensione politica" del Capitale. Scrive Basso: "le situazioni politiche, nella loro irriducibilità a moduli dialettici preesistenti, irrompono continuamente e violentemente nel discorso marxiano. Da questo punto di vista, la soggettività di classe non viene mai “catturata” fino in fondo da uno schema categoriale complessivo". Per un verso, verrebbe da dire, la sua obiezione, con gli autori dell'ISMT, sfonda una porta spalancata. Essa sembra semmai colpire impostazioni come il marxismo dell'astratto nella versione dell'ultimo Finelli, a cui proprio su "Liberazione", in due articoli del 19/11/2005 e del 18/1/2006, imputai di introdurre la lotta di classe come uno sparo nel buio ("bella teoria", titolò il giornale, "ma senza antagonismo"). Ma la stessa obiezione si potrebbe forse rivolgere a Basso, per la ragione simmetrica: vi è qui una solidarietà antitetico-polare tra le due posizioni. Perché qui il problema è esattamente di coniugare il "carattere di feticcio" del capitale, il suo essere Soggetto che pretende di porre perpetuamente i propri presupposti in una spirale senza fine, e il suo essere costitutivamente attraversato dall'antagonismo di classe.
Detta altrimenti, Basso non vede che ciò che lui chiede si trova esattamente nel contributo di Arthur all'ISMT per la parte filosofica, e al mio per la parte economica: e proprio perché prestiamo la dovuta attenzione alla dimensione oggettuale e dialettica della totalità capitalistica. Tutto ciò ricade sulla mia critica a Moseley per la parte economica, che si condensa in ciò: il movimento dal valore come cristallo di lavoro contenuto al denaro come equivalente generale presuppone l'ante-validazione monetaria del lavoro vivo del lavoratore salariato, ma dunque anche la relazione macrosociale tra capitale (monetario e industriale: il primo che finanzia il secondo, e il secondo attraversato dalla lotta di concorrenza) e lavoro. Il capitale pretende di porsi come Soggetto che ha la proprietà occulta di produrre più denaro dal denaro anticipato, del quale i singoli lavoratori concreti sono meri predicati. Forza-lavoro, comprata dalle imprese, il cui uso, il lavoro vivo, è dunque del capitale. Una totalità "chiusa" e che si autoriproduce, con crisi solo oggettive e in fondo "meccaniche" (come la caduta tendenziale del saggio del profitto o il sottoconsumo, nella loro accezione tradizionale). Ma questa pretesa è falsa, sul piano del metodo e sul piano della realtà sociale (cfr. anche Chris Arthur, "E se per sconfiggere il capitale avessimo bisogno di Hegel", su "Liberazione" 1/1/2006). Sia Arthur che io insistiamo, ciascuno a suo modo, che se è vero che il capitale si costituisce solo "annettendosi" la forza-lavoro di cui i lavoratori sono appendice, è anche vero che proprio in forza di ciò esso viene a dipendere dalla loro attività, cioè da un lavoro vivo che si deve estrarre dai corpi dei lavoratori viventi.
I lavoratori, a differenza degli altri venditori di merci, non possono essere indifferenti al destino del valore d'uso che alienano. La crisalide del valore si deve mutare nella farfalla del capitale, e ciò avviene solo quando il fantasma si impossessa della materialità del processo di lavoro. Quando dunque il capitale consuma innanzi tutto i lavoratori, diventando "vampiro", succhiando lavoro vivo, divenendo mostro meccanico che "lavora" come se avesse amore in corpo. Ma qui, nello sfruttare soggetti "liberi", incontra un problema storicamente specifico, e una potenziale contro-produttività dei soggetti portatori del lavoro vivo.
E' questo che dice Marx: il Marx della dialettica, il Marx del lavoro vivo. Il che, a ben vedere, consente una diversa fondazione della teoria del valore, come riconduzione del neovalore a nient'altro che il lavoro diretto come oggettivazione di lavoro vivo: riconduzione esclusiva di ogni riferimento ad altri "fattori", proprio perché fondata sulla lotta di classe nella produzione. Questo antagonismo costitutivo non può che essere segnato dalla "politicità" del momento monetario (dunque, della finanza), dalla "politicità" della lotta di concorrenza tra capitali, dalla "politicità" della gestione della domanda effettiva, ma dunque anche dalla mediazione statuale come momento dell'alienazione e dalla lotta contro di essa. Insomma, come ho scritto più volte, dove è massima la continuità tra Marx e Hegel - l'Hegel di Marx, l'unico che qui mi interessa: cioè l'Hegel che per Marx è illuminante per comprendere il capitale - lì è massima la discontinuità e la critica della dialettica.
Se le cose stanno così, non si può opporre "politicità" a "dialettica". Sono due facce della stessa medaglia. Altrimenti si rischia di resuscitare l'opposizione tra un "piano del capitale" e una "eccedenza" arbitraria del conflitto di tipo immediatistico. E sulle lotte e sul comunismo non sapremmo dire molto di più se non che è il movimento reale che cancella lo stato di cose presente, lasciando il tutto nell'indeterminato. Si producono fini analisi, filosofiche o economiche, ma sul piano pratico non si dice nulla di più di quel che dice il post-operaismo o il postmoderno. "Liberazione" ha titolato la recensione di Basso "Economia, il mito della scienza esatta che può fare a meno della politica". Ma la critica di Basso, et pour cause, è rivolta anche alla dialettica come dimensione strutturale senza politica. Se però le cose che ho sostenuto non sono del tutto infondate, il punto è che non si critica l'economia se non si comprende la natura dialettica del capitale (il libro e l'oggetto). E non si comprende Marx se non si coglie come la sua ripresa della dialettica hegeliana ne sia una critica radicale, dalle fondamenta. Alla logica totalizzante del capitale corrisponde la materialità di una contraddizione non risolta, e non superabile idealisticamente, tra capitale e lavoro: la dimensione in cui stanno l'opposizione dei lavoratori viventi e le strategie capitalistiche che manipolano la condizione lavorativa La totalità è "aperta", e la rompe il lavoro che lotta dentro e contro il capitale, pena la riduzione dell'economia a meccanismo e l'espulsione della democrazia dalla dimensione del politico.
Ha qualcosa a che vedere tutto ciò con il nostro presente? Credo proprio di sì, visto che la crisi sistemica in cui siamo immersi nasce proprio dall'intrecciarsi di finanziarizzazione e precarizzazione del lavoro: due modi complementari, e che si rinforzano l'un l'altro, per rispondere all'antagonismo degli anni Sessanta e Settanta, e per reprimere le lotte nei decenni seguenti. E questo ci impone di legare conoscenza dei movimenti oggettivi del capitale e lotta di classe, senza indebite separazioni.
Riccardo Bellofiore

Dialettica. A cura di Alberto Burgio. Recensione di Gonnelli sul Manifesto



il manifesto del 11/08/2007
«Dialettica», in un volume curato per Quodlibet da Alberto Burgio la storia controversa di una parola chiave della filosofia moderna. Dalla versione hegeliana come logica dei nessi oggettivi della ragione alla contemporanea riproposizione come indagine «processuale» della realtà
«Dialettica» è stato un concetto chiave nel coflitto ideologico del XX secolo. Abusato sino a non molti anni fa, soprattutto come aggettivo, il termine si incontra ormai di rado, persino in quegli studi che si occupano dei filosofi che hanno attribuito la qualifica di «dialettico» al proprio pensiero: Hegel e Marx, in primo luogo. Il volume Dialettica. Tradizioni, problemi, sviluppi (Quodlibet, pp. 331, euro 26), curato da Alberto Burgio, non sembra tuttavia addentrarsi, se non per accenni, in un bilancio ideologico-politico. In quattordici saggi affidati ad altrettanti studiosi fa, piuttosto, la storia di questo concetto, da Platone a oggi, illustrando i molti contesti che ha attraversato. Non in modo neutrale, però: l'obiettivo della ricostruzione è, come si legge nel lavoro introduttivo di Burgio, attestare la legittimità della dialettica, o almeno dei suoi usi concreti, nel sapere attuale.
Le radici di un concetto
Ad un primo gruppo di saggi più strettamente storiografici, che affrontano i diversi significati di «dialettica» da Platone, attraverso Medioevo e Rinascimento, sino a Spinoza e a Kant, seguono alcuni studi che, pur in un contesto di ricostruzione storica, indagano i ritorni e le possibilità più recenti della dialettica: nella filosofia ma anche nelle scienze. Burgio osserva, a ragione, che è su Hegel che si gioca la questione del significato attuale di cosa sia «dialettica», e su questo anche i più accesi critici della dialettica - e di Hegel stesso - sarebbero d'accordo, ma vari interventi disegnano anche una moltiplicazione semantica del concetto, in cui il segno hegeliano viene modificato e ricomposto.
Nel saggio di Ferdinando Vidoni, ad esempio (Sulla presenza della dialettica nell'epistemologia recente), si osserva come «dialettica» debba essere anche la procedura di assenso collettivo alla quale vengono sottoposte le leggi della scienza. Anche la dialettica come forma logica che rispecchierebbe la struttura profonda della natura, in particolare di quella vivente, nella illustrazione di Felice Cimatti (Biologia e dialettica nell'animale umano) va oltre le originarie tesi di Engels, esplicitamente richiamate, sfociando in filosofie della mente nelle quali dire «dialettica» significa indicare forme complesse di interazione, tendenzialmente consapevole, tra linguaggio e comportamento. Hegel quindi, ma anche oltre Hegel, soprattutto nel saggio finale di André Tosel (Teleologia, dialettica, biforcazione. Quale dialettica oggi), nel quale la dialettica «non è una logica generale della storia e della natura, ma una metodologia del trattamento delle questioni che implicano il riferimento al sapere scientifico e non, alla politica e alle categorie logiche». Vale a dire che la dialettica acquista un ruolo critico, non un ruolo di ricostruzione logica dei nessi oggettivi, come invece pensava Engels: Tosel parla, non a caso, di «metadialettica».
La rivoluzione kantiana
In tutto ciò, le ricostruzioni di carattere più propriamente storico non giocano un ruolo marginale. Non solo perché in alcuni casi sono anche illustrazioni esemplari, per quanto sintetiche, di temi spesso trattati in modo schematico (Giuseppe Cambiano, Le dialettiche di Platone), oppure difficili e poco noti (Filippo Mignini, Spinoza: retorica, matematica dialettica), ma anche perché, nel loro insieme, disegnano la vasta costellazione di significati e di valori teorici che la dialettica ha assunto nella storia dell'occidente, e che proprio la filosofia hegeliana ha tentato di rielaborare. Inclusa la posizione di Kant, che per primo colloca la dialettica non più propriamente nelle forme del discorso, o nel ruolo tecnico-argomentativo che aveva avuto nel pensiero medievale (Giancarlo Garfagnini, Dialettica etica e politica tra XII e XIV secolo) e nella prima modernità (Francesco Serrato, Le dialettiche nel dibattito filosofico olandese del primo Seicento), ma nella natura delle cose, e precisamente nella natura inevitabilmente «dialettica», produttrice di tesi contraddittorie, della ragione (Carla De Pascale, La rivoluzione kantiana della dialettica).
Sul terreno, più tradizionale, del marxismo italiano (Fabio Frosini, Dialettica e immanenza da Labriola a Gramsci) e di pensatori europei marxisti - ognuno a suo modo, peraltro (Guido Oldrini, Lukács e i dilemmi della dialettica marxista; Nicolas Tertulian, La ragione dialettica secondo Sartre) -, si dispongono invece concetti della dialettica che radicalizzano in direzioni diverse, e disomogenee, la filosofia hegeliana.
Per Hegel, in effetti, non si dà una definizione formalizzata di «dialettica», e così per rispondere seriamente alla vecchia domanda «che cosa è la dialettica hegeliana?» non si può fare altro, a rigore, che indicare il sistema: l'insieme delle categorie e i loro nessi. O si possono scegliere alcuni nodi, di maggiore rilievo, per illustrarli in relazione ai profili più generali del sistema: nel saggio di Silvia Rodeschini (Dialettica e sistema nel pensiero di Hegel) è la categoria di coscienza, così com'è presentata in primo luogo nella Fenomenologia dello spirito, a fungere da guida. Secondo interpretazioni sostenute soprattutto da studi tedeschi recenti, questo è uno Hegel in cui tutto torna: logica e ontologia si corrispondono (e quindi danno luogo a una forma di pensiero «dialettica») grazie a un soggetto capace di ricostituire dentro di sé la totalità dell'esperienza e dischiudere così l'orizzonte di ciò che Hegel chiama «assoluto».
A questo Hegel segue però un Marx che gli avrebbe attribuito, criticamente, la posizione secondo cui «il reale verrebbe effettivamente prodotto, non riprodotto nel pensiero» (Roberto Fineschi, Attualità e praticabilità di una teoria dialettica del «Capitale«). Dunque è proprio l'assoluto hegeliano a essere il problema, per Marx, mentre ciò che si sarebbe dovuto separare da esso e salvare come autentico e solo metodo scientifico era «l'automovimento dei concetti» che Hegel aveva scoperto.
La totalità svelata
«Dialettica», secondo le coordinate complessive del volume, non è perciò il nome di un metodo logico speciale, alternativo o parallelo alla logica formale. Si potrebbe piuttosto definire così una posizione di pensiero che tiene conto della totalità delle relazioni concrete e quindi concepisce la realtà in modo processuale. Ciò non dovrebbe implicare, peraltro, che la logica specifica dei processi sia necessariamente «dialettica». Altrimenti, si tornerebbe al sogno di una chiave universale che dia accesso, grazie alla sola sua forma, ai segreti del mondo.

Friday, 3 September 2010

Hans Georg Backhaus. Dialettica della forma di valore. Recensione su Liberazione



La spinta propulsiva della scuola di Francoforte

di Enzo Modugno

Raccolti per gli Editori Riuniti i saggi principali di Hans Georg Backhaus, allievo di Theodor W. Adorno
Questo libro, Dialettica della forma di valore di Hans-Georg Backhaus, restituisce quella straordinaria stagione francofortese che ebbe il suo culmine negli anni '60 e che non ha affatto esaurito la sua "spinta propulsiva". L'atmosfera è quella di una rovente assemblea teorico-politica. Sullo sfondo, come in una celebre foto, la testa rotonda di Adorno imbronciato per gli attacchi di Krahl che gli siede accanto, per le obiezioni di Backhaus, Reichelt, Schmidt. Argomenti fondamentali esposti con grande chiarezza, si è tentati di intervenire, gli stessi curatori lo fanno, chiunque legga questo libro vorrà farlo. Persino il recensore.
Lo scambio è la chiave della società, aveva detto Adorno. Tuttavia per i suoi allievi non si tratta semplicemente dello scambio generalizzato, ma piuttosto della forma specifica che esso assume nel modo di produzione capitalistico: è per questo che si impegnano nella "ricostruzione" della teoria marxiana del valore, ricerche note come Neue Marx-Lektüre, condotte soprattutto da Hans Georg Backhaus, Helmut Reichelt, Alfred Schmidt. Sono ora raccolti per gli Editori Riuniti i saggi principali di Backhaus, a cura di Riccardo Bellofiore e Tommaso Redolfi Riva, (pp. 549, euro 18,00). I curatori hanno voluto rendere omaggio a Emilio Agazzi che, a metà degli anni '80, aveva tradotto e commentato una parte di questi saggi.
Per valutare appieno questa "ricostruzione" è però necessaria una premessa. György Lukács è stato il primo degli interpreti di Marx ad accorgersi, nel 1923, dell'importanza dell'analisi del "feticismo" contenuta nel primo volume del Capitale. Quindi nell'ambito del «marxismo occidentale» e in particolare nella Scuola di Francoforte (ma anche in Francia e in Italia), si affermò l'esigenza di sottrarre l'opera di Marx al dogmatismo di stato sovietico e alle interpretazioni economicistiche anglosassoni: nel caso della teoria del valore vi era la consapevolezza che fosse più complessa di come era stata interpretata non solo dai suoi critici, ma anche dalla quasi totalità dei suoi seguaci. Fraintendimenti dovuti all'incomprensione del nesso che lega la teoria del valore alla teoria del denaro e all'analisi del feticismo, cioè del nesso inscindibile tra l'analisi "quantitativa" e l'analisi "qualitativa" del valore.
Per capire di cosa stiamo parlando basti pensare che anche oggi chi ritiene la teoria marxiana del valore inadatta ad interpretare le più recenti trasformazioni produttive, si riferisce - quando va bene - soltanto alla grandezza di valore, cioè ai rapporti "quantitativi" in base a cui le merci si scambiano tra loro (contro una teoria del valore-lavoro ridotta a questa dimensione non ha perso la sua forza la critica sraffiana di ridondanza). In realtà però non si tratta solo di questo, perché il lavoro che costituisce l'unità della merce non è solo quantum di lavoro contenuto, è anche lavoro "concreto", lavoro dell'individuo privato, in quanto tale incorporato in un prodotto determinato, in un valore d'uso particolare, ferro o grano (ed ora materiale o immateriale: che soddisfi «lo stomaco o la fantasia non cambia nulla»; con l'avvertenza che quell'"individuo privato" non è il singolo lavoratore, ma il lavoratore collettivo organizzato dal capitale in concorrenza con altri capitali). Ma questo lavoro privato "concreto" deve essere trasformabile da un valore d'uso in ogni altro, deve cioè presentarsi come il suo contrario, come lavoro sociale o "astratto", e può farlo solo con la sua alienazione, deve cioè essere esibito in denaro. E' questo il processo storico-sociale che sta dietro, e spiega, la formazione della grandezza di valore. E' questa opposizione dialettica tra lavoro "concreto" e lavoro "astratto" che definisce il modo di produzione capitalistico, ed è ciò che distingue Marx dagli economisti classici, nodo centrale della sua teoria del valore.
Gli economisti marxisti invece (con poche eccezioni come Sweezy, Grossmann, Claudio Napoleoni dei primi anni ‘70) hanno ignorato questa analisi "qualitativa" restando fermi alla grandezza di valore. Ma in questo modo, se Marx può essere ricondotto a Ricardo, la legge del valore ne risulta dimezzata, perde efficacia interpretativa, e per questo è stata spesso abbandonata. Se si perde quel presupposto del quantum di lavoro che è il lavoro "astratto", la legge del valore non riesce più a dar conto di tutte le contraddizioni del sistema: viene ridotta a un principio che tutt'al più ne spiega l'equilibrio.
Ancora oggi, per esempio, i «teorici della moltitudine» per lavoro "astratto" intendono lavoro immateriale, che invece può essere solo una determinazione del lavoro "concreto". Sono quindi senza analisi "qualitativa" e perciò non riescono a identificare le nuove figure della produzione né a stabilire come si formi oggi la grandezza di valore. Risolvono la questione facendo diventare produttivi di valore tutti i viventi e mezzo di produzione il cervello umano, considerato come lo strumento/utensile che ha sostituito la macchina capitalistica (A. Negri, Cinque lezioni su Impero e dintorni, 2003, p.29). Scompare la macchina, la teoria del valore, il concetto di "classe": l'umanità diventa una «moltitudine» di artigiani.
A questo punto, anche perché potrebbe trarre d'impaccio questi compagni, possiamo valutare l'importanza del libro di Hans Georg Backhaus. Una ricerca rigorosa e documentatissima ma, come ha notato anni fa appunto Emilio Agazzi su Unità Proletaria, con intenti filosofici e politici e non puramente filologici. Si rimanda ora anche ad una nota chiarificatrice di Massimiliano Tomba sul manifesto del 5 giugno.
E' al centro del discorso di Backhaus il nesso inscindibile tra teoria del valore e teoria del denaro nella critica dell'economia politica. La sua polemica è rivolta non solo contro il marginalismo e il filone neoricardiano, ma anche contro quei teorici marxisti secondo i quali i primi tre capitoli del Capitale, nei quali si tratta di merce e denaro e non ancora di capitale, rappresenterebbero una produzione mercantile semplice (interpretazione "storica" che fu proposta da Engels, e ripresa poi da Meek). E contro coloro che invece vi scorgono soltanto una prima approssimazione (Dobb, ma anche il primo Sweezy). Niente di tutto questo secondo Backhaus, si tratterebbe invece del movimento dialettico dell'esposizione delle categorie che si può cogliere solo con una rilettura e ricostruzione "logica" del Capitale. Di qui il rimando ad Hegel.
I curatori, si è detto, sono intervenuti anch'essi in questo dibattito tra i più approfonditi sull'opera di Marx. Tommaso Redolfi Riva ripercorre con grande chiarezza la complessa ricerca di Backhaus, evidenziandone lo stretto rapporto, e nello stesso tempo le differenze, col pensiero di Adorno.
Riccardo Bellofiore che, come Backhaus, ritiene inseparabili teoria del valore e teoria del denaro, si spinge ancora più in là con un giudizio parzialmente diverso sui primi tre capitoli del Capitale. La categoria di "scambio", che per Backhaus è metastorica, può determinarsi come "baratto" o come "circolazione" e nel secondo caso essa è intrinsecamente monetaria: parte da qui la "mossa" di Bellofiore. L'economia dello scambio universale monetario è, da subito, economia capitalistica. Lo scambio universale, chiuso tramite il denaro come equivalente generale, è fondato dal rapporto sociale capitalistico, "sfruttamento" del lavoro, in un movimento processuale che è aperto dal credito bancario come finanziamento della produzione. Di nuovo: valore-lavoro-denaro, ma come finanza, neovalore-lavoro vivo.
Bellofiore descrive così la fondazione autentica del valore-lavoro: il (neo) valore è oggettivazione del lavoro (vivo) a livello macro-sociale, perché quest'ultimo deve essere estratto dalla forza-lavoro di soggetti umani socialmente determinati, che possono resistere. Per questo il capitale è sempre e solo, secondo Marx, "consumo" del "corpo" dei lavoratori in carne ed ossa (e cervello): che il capitale deve sottomettere "realmente" nella produzione, ma anche, oggi, nella finanza (e contro un ragionamento del genere non ha presa la critica di ridondanza rivolta dai neoricardiani alla teoria marxiana del valore-lavoro).
Il progetto di Adorno così non viene cancellato, ma esteso e approfondito. La critica della società non può che tramutarsi in critica dell'economia politica - analisi della "costituzione" del rapporto di capitale, dove sfruttamento del lavoro vivo e determinazione monetaria del capitale sono le due facce di una stessa medaglia, che si tratta di ricostruire nell'intreccio di conflitto, crisi e ristrutturazione. Ma la critica dell'economia politica rimanda a sua volta alla critica della ragione estraniata.
Concludendo potremmo dunque osservare che se l'obiettivo polemico dei suoi allievi era importante (e le loro ricerche necessarie), Adorno ne aveva uno ancora più vasto, il pensiero reificato, che proprio nello "scambio" aveva fondato coazione e gerarchia e che, ormai cristallizzato in un apparato materiale, è diventato mezzo di produzione e prodotto del nuovo cybercapitale.
Il dibattito aperto dai «francofortesi» perciò non ha affatto esaurito la sua "spinta propulsiva" perché proprio oggi sia la critica adorniana che la "ricostruzione" della teoria marxiana del valore diventano fondamentali per l'analisi della forma assunta dal capitale negli ultimi decenni, per criticare, nella teoria e nella pratica, l'«economia della conoscenza».

Marx e Hegel. Recensione sugli Archives de Philosophie. Bulletin de Littérature hégélienne XVII (2007)

http://www.archivesdephilo.com/Bulletins/BLH/BLH17/BLH17-34.htm

MEGA2: Marx ritrovato. Recensione di Giovanni Sgro'

http://lgxserve.ciseca.uniba.it/lei/recensioni/crono/2005-03/mazzone.htm (1 of 12)


Mazzone, Alessandro (a cura di), MEGA2: Marx ritrovato grazie alla nuova edizione critica.Recensione di Giovanni Sgro’

Nella sua bella e sottile introduzione (pp. 9-24), il curatore del presente volume ne riassume, con molta modestia, ilsenso e l’orizzonte tematico con queste parole: “Questo volume vuole informare il lettore sullo stato dell’edizione storicocriticadelle opere di Marx e di Engels. Esso dà indicazioni sul recupero e la pubblicazione dei testi, e sui risultatiraggiunti. Non pretende di offrire un panorama, o una bibliografia ragionata della ricerca che ha preceduto e tuttoraaccompagna l’edizione, ma solo di indicare alcuni strumenti di lavoro, che il lettore troverà nei saggi qui raccolti e nellenotizie date in Appendice. Ancor meno, ovviamente, si è mirato a dare un quadro degli studi su Marx ed Engels in corso,o di quelli cui l’edizione critica sta aprendo la via” (p. 22).Certo a prima vista potrebbe sembrare comunque eccessivo dedicare uno studio specifico alla pubblicazione delle operecomplete di Marx ed Engels, ma se si tien conto che tra avvio, interruzione, fallimento e ripresa della prima e dellaseconda MEGA sono trascorsi più di tre quarti di secolo, che in essa quindi si “proiettano le tragedie storiche del secoloXX” (p. 29) e se si considera che vi hanno preso parte diverse centinaia di studiosi, tanto da rendere necessariol’allestimento di un vero e proprio “Who is Who in MEGA” (cfr. <http://www.marxforschung.de/rundbr.htm>), e che latanto attesa ripresa delle pubblicazioni della MEGA2 dopo il crollo del cosiddetto “socialismo reale” ha avuto granderisonanza nella stampa di tutto il mondo, tanto che in Germania, nel febbraio 1999, la MEGA2 è stata perfino al primoposto nella lista dei bestsellers non letterari (cfr. “Die Zeit”, 11.3.1999 e Winters 1998), allora non sarà difficilecondividere l’entusiasmo dei curatori della MEGA2 e degli altri autori di questo volume nel considerare la MEGA2“un’impresa secolare in tutto il senso del termine” (cfr. Lohmann 1999), degna della massima attenzione econsiderazione critica.Con l’avvio della pubblicazione della MEGA2 ci troviamo di fronte a “un’esigenza soddisfatta dopo tre quarti di secolo”(p. 9). Infatti già più di un secolo fa e dopo appena due anni dalla morte di Engels (1895), Antonio Labriola sostenevache “sarebbe dovere del partito tedesco di procurare un’edizione completa e critica di tutti gli scritti di Marx e di Engels”(Labriola 1897, p. 208) e negli anni ‘30 del secolo scorso, Antonio Gramsci, che era a giorno dell’avvio della primaMEGA, annotava nei suoi Quaderni del carcere i criteri da seguire per “studiare la nascita di una concezione del mondoche dal suo fondatore non è stata mai esposta sistematicamente”, soffermandosi anche sul “caso specifico”, cioè Marx,e sottolineando fermamente l’esigenza, condivisa e adottata dai curatori della MEGA2, di distinguere Engels da Marx, non perché sia “da porre in dubbio la sua lealtà personale” ma per il semplice fatto “che Engels non è Marx” (Gramsci1929-35, pp. 419-421, riprese e rielaborate poi in pp. 1840-4).Ma veniamo adesso ai singoli contributi qui raccolti.Il contributo dei curatori berlinesi della MEGA2, Gerald Hubmann, Herfried Münkler e Manfred Neuhaus (La MEGA2:riorganizzazione e continuazione) e quello di Roberto Fineschi (Per la storia della MEGA) ricostruiscono la travagliatagenesi ed evoluzione della “MEGA-impresa” (cfr. Neuhaus/Hubmann 2003).La Marx-Engels-Gesamtausgabe ha avuto infatti “due avvii” (p. 25). Nel 1927 apparve a Francoforte sul Meno il primovolume dei 42 previsti della prima MEGA a cura di David Rjazanov, proseguita poi, dopo l’“epurazione” di Rjazanov, finoal 1932 sotto la supervisione di Viktor Adoratskij. Per quanto per i suoi tempi rappresentasse il primo sforzofilologicamente e criticamente fondato di dare un’edizione completa delle opere dei due autori, questa edizione eracarente per vari aspetti, non solo perché adottava criteri filologici ormai superati ma anche per la sensibile “pressioneideologica dello stalinismo” e del “controllo diretto del comitato centrale del partito” bolscevico (p. 38).Dopo l’intermezzo della seconda guerra mondiale e il tentativo intrapreso nel 1957 nella Repubblica democraticatedesca di fondare “una nuova identità nazionale” (p. 39) con la pubblicazione dei Marx-Engels-Werke, i famosi “volumiblu”, l’idea di una “seconda” MEGA, che documentasse il lascito letterario di Marx e di Engels nella sua integrità, inrigorosa fedeltà agli originali, con ampio apparato critico e secondo criteri moderni di presentazione dei testi nella lorogenesi e sviluppi successivi, dovette superare, per affermarsi, le resistenze di istanze di partito non secondarie.Fra il 1965 e il 1968 ebbero luogo quattro convegni fra i comitati tedesco e russo degli Istituti per il Marxismo-Leninismoper discutere il carattere della nuova edizione da pubblicare, durante i quali fu stabilito, tra l’altro, che la prima MEGAnon poteva costituire un punto di partenza. Per il 1972 si programmò un volume di prova da sottoporre alla discussioneinternazionale (Karl Marx/Friedrich Engels, Gesamtausgabe. Probeband: Editionsgrundsätze und Probestücke, Berlin,Dietz Verlag, 1972) che riscosse molti apprezzamenti, non da ultimo, anche per la qualità tipografica e il progettoartistico del grafico Albert Kapr di Lipsia.In occasione della quinta (1973) e sesta (1974) seduta comune furono fissati i principi generali su cui si basa il “carattererigorosamente scientifico dell’edizione” (p. 40): a. riproduzione assolutamente completa di tutto il lascito letterario editoed inedito; b. riproduzione completa di tutti i livelli di lavoro (schizzi, abbozzi, manoscritti etc.); c. riproduzione nellalingua originale, con mantenimento di ortografia e punteggiatura originali; d. inserimento di chiarimenti testuali e storicofilosofico-politici.La MEGA2 poteva quindi prendere l’avvio nel 1975 sotto l’egida degli Istituti per il Marxismo-Leninismo (IML) di Berlino eMosca e dell’editore Dietz di Berlino.Dopo l’“Epochenjahr” 1989 fu necessario però “spoliticizzare” la MEGA2 e “istituzionalizzarla accademicamente” (p. 25;cfr. Rojahn 1997). Prima del 1989, infatti, l’edizione non si poteva dire “ideologicamente neutra”, in quanto le Introduzionipremesse a ogni volume di testo tendevano a fornire un “orientamento di lettura” e a suggerire “una griglia interpretativa rispetto a una presupposta sequenza di fasi nella genesi della teoria marxiana”; inoltre altri “elementi di tendenzarientravano anche nell’apparato critico” (p. 29).Tuttavia, le pecche del commento ai testi nei volumi della MEGA2 ante-1989, pur rappresentando secondo alcuni critici ilsuo “tallone d’Achille” (cfr. Vollgraf 1992), non compromettono né l’integrità del materiale presentato al lettore, nél’accuratezza del lavoro filologico e critico che permise di presentarlo. A parte quindi “la strumentalizzazione politica, ilprogetto era stato scientificamente serio” (p. 42).Da più parti si manifestò il desiderio e il bisogno di un’istituzione super partes che si facesse garante del permaneredella “scientificità” dell’edizione. Nacque così nell’ottobre 1990 ad Amsterdam, su iniziativa dell’ Istituto Internazionale diStoria Sociale e del Karl-Marx-Haus di Treviri, emanazione della fondazione Friedrich Ebert, d’intesa con le dueistituzioni di Mosca e Berlino che avevano avuto fino ad allora la responsabilità della MEGA2, la FondazioneInternazionale Marx-Engels (Internationale Marx-Engels-Stiftung).L’accordo raggiunto prevedeva una riorganizzazione di tutta l’impresa, cominciando da una nuova formulazione deicriteri di lavoro validi per tutti i collaboratori (le nuove Editionsrichtlinien sono accessibili on-line:<http://www.bbaw.de/vh/mega/edri/index.html>). Doveva poi nascere una nuova struttura organizzativa e si dovevaprocedere al ridimensionamento dell’ampio progetto iniziale che prevedeva ben 165 volumi (ciascuno col suo volume diapparato = 330 tomi!), divisi nelle quattro sezioni: I. Opere, articoli, abbozzi; II. Il capitale e lavori preparatori; III.Epistolario; IV. Estratti, Appunti, Marginalia.Fu necessario operare alcuni tagli che fecero passare il numero iniziale dei volumi complessivi da pubblicare prima a133 volumi in 142 tomi, per arrivare poi al piano definitivo di 114 volumi in 122 tomi, ognuno con il suo tomo di apparatocritico (= 224 tomi).Le prime due sezioni, Opere e Il capitale e lavori preparatori, hanno subito mutamenti minimi, la sezione III, l’epistolario,rinunciando a materiali ed appendici documentarie, è prevista ora in 35 volumi anziché in 45 e comprenderà, oltre lecirca 5000 lettere di Marx ed Engels, anche le circa 10000 lettere di terzi indirizzate a Marx e a Engels; nella sezione IV.Estratti, Annotazioni, Marginalia, compaiono estratti e appunti di Marx e di Engels, non più però le note a margine e lesottolineature nella letteratura da loro studiata, insieme ai passi a cui quelle si riferivano.Il passaggio infine della pubblicazione della MEGA2 dall’editore Dietz, il cui societario principale è la PDS (Partito delsocialismo democratico), allo Akademie Verlag, ha segnato l’estrazione dell’“ultimo dente avvelenato dell’appartenenzadi partito” (cfr. Rauff 1998), adesso infatti “non venivano più pubblicati i classici del Marxismo-Leninismo, ma le opere didue grandi pensatori del XIX secolo” (p. 42).Sulla seconda sezione della MEGA2 intitolata Il capitale e i lavori preparatori è incentrato in particolare il saggiodell’economista Rolf Hecker (La seconda sezione della MEGA2. Verso il completamento). In questa sezione vengonopubblicate, tra l’altro, per la prima volta le migliaia di pagine manoscritte, accompagnate da un complicato apparato di varianti, che servirono prima a Marx e poi ad Engels e a Kautsky per ricavarne i “quattro libri” del Capitale che noi oggiconosciamo.Da una anche solo superficiale lettura di questi materiali risulta essere abbastanza chiaro che tutte e tre i libri delCapitale erano già stati messi per iscritto da Marx prima della pubblicazione del primo libro (1867). Avere a disposizionei manoscritti marxiani per il secondo e terzo libro de Il capitale permette anche di tornare a mettere in questione il lavororedazionale operato da Engels nella loro pubblicazione (cfr. Hecker 1998).Engels si sforzò infatti “di mettere insieme un’opera ‘finita’ dai testi marxiani” (p. 62), intervenendo a diversi livelli suimanoscritti che si rivelano essere indispensabili “per lo studio della genesi della teoria economica di Marx” (p. 51; cfr.l’introduzione dei curatori dei manoscritti marxiani utilizzati da Engels per la pubblicazione del terzo libro del Capitale:<http://www.iisg.nl/~imes/documents/mega_ii_14.pdf>).Hecker si sofferma inoltre anche sugli ultimi due volumi pubblicati nell’ambito della IV sezione MEGA2: si tratta delvolume IV/31, contenente gli estratti di fisiologia, mineralogia, geologia, chimica e fisica stesi da Marx ed Engels tra il1877 e il 1883 e il volume IV/32, contenente l’elenco dei volumi delle biblioteche personali di Marx ed Engels. Questivolumi “documentano il ‘furore’ di Marx nello studio ed il forte impegno di Engels con la letteratura di diversi ambitiscientifici” (p. 52). In particolare il volume IV/31 è una testimonianza dell’ampiezza degli interessi di Marx per le scienzenaturali e di come “dovette prendere confidenza col nuovo stato del sapere” (p. 53; l’indice e l’introduzione dei curatori èaccessibile on-line: <http://www.iisg.nl/~imes/documents/mega_iv_31.pdf>).Espressamente dedicato al Volume IV/32 è l’intervento dello storico americano Malcolm Sylvers (La biblioteca di Marxed Engels e lo studio della storia statunitense e italiana). Il volume, presentato quale Vorauspublikation (pubblicazioneanticipata) è costituito dall’indice annotato dei 1450 titoli in circa 2100 volumi, provenienti dalla biblioteca di Marx e diEngels che è stato possibile rintracciare in un lavoro di ricerca e di raccolta durato settantacinque anni ed è corredatoinoltre di un elenco di tutti gli autori dei testi contenuti e di un indice per categorie dei titoli. Il volume fornisce una chiaveimportante per vedere come Marx e Engels hanno lavorato e costituisce una possibilità in più per venire a conoscenza diquello che lessero e di se e come tali letture furono poi effettivamente utilizzate (una descrizione più dettagliata la si puòleggere nella Introduzione dei curatori: <http://www.iisg.nl/~imes/documents/mega_iv_32.pdf>).Nel suo secondo ampio contributo (MEGA2: dalla filologia all’interpretazione critica. Un resoconto sul dibattito tedescosulla teoria del valore negli anni ‘70-’80), Roberto Fineschi riprende, amplia e integra altri suoi studi precedenti dedicatialla ricostruzione dell’intenso dibattito accessosi negli anni ‘70-’80 soprattutto in Germania (ma anche in Italia) sullateoria marxiana della forma-valore, la Wertformanalyse, e sul rapporto Hegel/Marx (cfr. Fineschi 1999; 2001a; 2001b,pp. 236-259 e pp. 416-422).Per quanto riguarda la Germania occidentale Fineschi si sofferma in particolare sulla “lettura hegelianizzante” (p. 105)dei due maggiori esponenti della cosiddetta “scuola logicista”, Hans-Georg Backhaus e Helmut Reichelt, concordi nel“leggere la teoria marxiana del modo di produzione capitalistico come modello logico di una base della riproduzione materiale dell’umanità della natura” (p. 81) e nel concepire “il Capitale come modello concettuale costruito a priori,partendo dallo sviluppo di una forma elementare dialetticamente contraddittoria, che poi, nel proprio processo, giunge aporre la totalità del sistema” (p. 105).Il dibattito nella Germania orientale verteva invece in quegli anni primariamente sul rapporto fra Hegel e Marx inrelazione alla questione del metodo dialettico e quindi, più specificamente, sul rapporto astratto/concreto,ricerca/esposizione (Forschungsweise/Darstellungsweise), logico/storico. Al riguardo Fineschi prende in esame ediscute analiticamente e criticamente le posizioni di Witalij Vygodskij, Wolfgang Jahn, Dietrich Noske, Eckart Schwarz,Roland Nietzold, Günter Fabiunke, Rolf Hecker, Winfried Schwarz et alii.Entrambe le “scuole” in questione, pur partendo da diversi presupposti e perseguendo differenti finalità critiche, erano esono però concordi nel criticare duramente l’interpretazione fornita da Engels nella sue Considerazioni supplementaripremesse al terzo libro de Il capitale, della “circolazione semplice” [einfache Zirkulation] presente nel primo libro come diuna “produzione mercantile semplice” [einfache Warenproduktion] caratterizzante la produzione precapitalistica.Engels avrebbe così dato del modo di procedere dialettico di Marx “una interpretazione ‘storicistica’ che vedeva nellaconferma storica l’effettiva verifica della teoria dialettica” (cfr. ad esempio la recensione engelsiana a Per la criticadell’economia politica di Marx: <http://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1859/criticaep/recensione.htm>), favorendocon il suo errore anche lo svilupparsi della “nefasta tesi della contraddizione fra il primo ed il terzo libro del Capitale” (p.83).Le decisive conclusioni a cui sono approdati questi lunghi dibattiti, suffragati e resi possibili dai manoscritti ineditipubblicati per la prima volta nella seconda sezione della MEGA2, sono invece che la “Produzione Mercantile Semplicenon esiste, né come fase storica della produzione umana associata precedente il capitalismo, né come antecedentelogico del modo di produzione capitalistico” (p. 103) e che il “vero rapporto fra ‘storico’ e ‘logico’” non può che essere ilseguente: “è la modellizzazione logica che rende possibile l’accesso alla storia”, è “la ricostruzione logica del modello aconsentire un accesso all’empiria; solo attraverso il modello si può comprendere che cosa significa storico” (p. 104).Il filo rosso che lega questi diversi contributi e che si trova anche alla base dello sforzo editoriale della MEGA2 è laconstatazione e convinzione che “Marx è un classico, patrimonio della filosofia e della scienza, e va reso disponibile allostudio e alla riflessione, dunque alla conoscenza critica del mondo presente. Per riconoscere questo, non c’è alcunbisogno di dichiararsi ‘marxisti’” (p. 11).

Thursday, 2 September 2010

Redolfi Riva. Recensione di Ripartire da Marx

La bibliografia su Marx è sterminata, nel secolo e mezzo che ci separa dalla sua opera principale è stato scritto di tutto, e veramente è difficile trovarsi di fronte ad un testo che non abbia delle forti componenti ideologiche che lo proiettino verso una dimensione di immediatismo politico. Il libro di Fineschi riesce ad allontanarsi dalle ideologie alla moda, e a focalizzare l'attenzione sui problemi teorici che la lettura del Capitale in ogni modo impone.
Fineschi fin dall'Introduzione sottolinea la possibilità di una nuova lettura di Marx. Le condizioni per questa nuova lettura possono essere sintetizzate in due punti:
a) la fine del cosiddetto socialismo reale, il quale ha imposto il luogo comune della conformità della politica dell'Europa dell'Est ai dettami di Marx;
b) la pubblicazione, ancora in corso, della nuova edizione storico-critica delle opere complete di Marx e di Engels (MEGA² Marx Engels Gesamtausgabe).
Questi dunque i presupposti storico-contestuali che danno l'avvio all'opera di Fineschi. Già dall'indice è possibile scorgere la metodologia usata dallo studioso per lo studio del Capitale, in cui vengono individuati quattro livelli di astrazione:
1) il mondo della circolazione semplice;
2) la generalità universalità del capitale,
3) la particolarità del capitale, ossia i molti capitali in azione;
4) la singolarità del capitale, ossia credito e capitale fittizio.
Il mondo della circolazione semplice rappresenta l'inizio concettuale, l'immediatezza del modo di produzione capitalistico, il primo livello di totalità. In questa sezione l'autore presenta lo sviluppo dialettico della merce, lo sviluppo logico, dunque, della stessa, che non deve essere confuso con lo sviluppo storico-empirico della merce. La merce è dunque il presupposto concettuale che sta alla base, e che ne permette lo svolgimento, dell'intero sistema dell'economia borghese. Estremamente importante è chiarire il carattere di presupposto concettuale e non storico della merce, altrimenti rischiamo di imbatterci nello stesso errore di molta critica marxista che considera il metodo espositivo marxiano come una storia del divenire del modo di produzione capitalistico spogliato dei suoi elementi accidentali. Questo modo di considerare la teoria renderebbe Il Capitale una semplice opera sociologica di analisi del capitalismo ottocentesco, renderebbe limitate a quel periodo dello sviluppo della società borghese le categorie fondamentali dell'analisi. La merce di cui si parla all'inizio dell'esposizione della teoria non deve concepirsi come prius storico da cui si sviluppa il modo di produzione capitalistico, bensì un prius logico-concettuale, le cui determinazioni, per mezzo del divenire della forma, caratterizzano la totalità del sistema dell'economia capitalistica. Sarebbe un errore credere che, siccome la teoria inizia con l'esposizione della merce, allora la merce sia il primo concreto storico-empirico. Come ci ricorda Marx in un passo dei Lineamenti, "noi sappiamo che esse [le merci] esprimono le determinazioni della produzione sociale, ma che questa stessa ne è la premessa" (KARL MARX, Lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica, a cura di E.Grillo, Firenze, La Nuova Italia, 1968, vol. I, p. 189). La categoria della merce è dunque solamente presupposto concettuale e non storico, altrimenti dovremmo prendere in considerazione soltanto lo scambio degli eccedenti, prima forma storico-fenomenica della merce, "il quale non abbraccia né determina la totalità della produzione. È l'eccedente tangibile di una produzione globale che sta al di fuori del mondo dei valori di scambio" (ivi, p.189). In questo modo esporremmo una storia che tiene conto esclusivamente del manifestarsi fenomenico degli eventi, senza assolutamente prendere in considerazione le strutture essenziali che a livello empirico non hanno necessaria contemporaneità con il fenomeno, che stanno alla base del divenire.
La merce, attraverso il suo duplice carattere di valore d'uso e valore, presuppone la pluralità delle merci e lo sviluppo del denaro, gli scambi, dunque quella che Marx chiama la circolazione semplice. Ma la circolazione semplice non è che fenomeno di un qualcosa che sta alle spalle della circolazione stessa, e che può essere delineato attraverso il termine produzione. Veniamo proiettati nel secondo livello di astrazione che da Fineschi viene chiamato l'"universalità del capitale". L'aggettivo "universale" è la traduzione del tedesco allgemein che dai traduttori italiani di Marx viene solitamente reso con "generale". In realtà l'uso di allgemein è in stretta relazione con besonder e einzeln, rispettivamente particolare e singolare. Si deve aver chiaro che Marx prende questi termini dalla dottrina del concetto della logica hegeliana.
Il concetto di capitale in generale ci introduce direttamente nella sezione de Il Capitale dedicata alla trasformazione del denaro in capitale espressa formalmente da Marx nel passaggio da M-D-M a D-M-D. Attraverso la sussunzione formale e poi quella reale del lavoro al capitale - attraverso cioè cooperazione, manifattura e macchinismo - ci troviamo alla posizione della merce che da presupposto si fa presupposto-posto; chiarendo la terminologia hegeliana vediamo che la merce da presupposto concettuale, attraverso il suo divenire logico, struttura la totalità della produzione la quale, alla fine del primo ciclo produttivo riproduce tutti gli elementi che hanno permesso il ciclo, dando la possibilità al ciclo produttivo di ripetersi. La merce quale presupposto alla fine del processo produttivo è presupposto che ha posto se stesso.
La clausola di astrazione del capitale in generale presuppone che le merci siano vendute ai loro valori; nel momento in cui la clausola decade si passa alla particolarità del capitale, ovvero alla concorrenza. Scrive Marx: "Quando domanda e offerta si equilibrano, esse non possono più spiegare nessun fenomeno, non esercitano nessun influsso sul valore di mercato e ci lasciano completamente all'oscuro sul motivo per cui il valore di mercato si esprime proprio in questa somma di denaro piuttosto che in un'altra. Le vere leggi intrinseche della produzione capitalistica non possono evidentemente essere spiegate in base all'azione reciproca della domanda e dell'offerta (astraendo dal fatto che ambedue queste forze sociali dovrebbero essere oggetto di un'analisi più approfondita, ma non opportuna qui), poiché queste leggi si manifestano nella forma pura solo quando domanda e offerta cessano di agire, ossia si equilibrano. In realtà, domanda e offerta non si equilibrano mai, o se si equilibrano questo avviene solamente per caso, cosicché il fenomeno non ha nessun valore scientifico e deve essere considerato come inesistente. E tuttavia l'economia politica presuppone questo equilibrio. Perché? Innanzitutto per studiare i fenomeni nella loro forma regolare, corrispondente al concetto che se ne ha, ossia per studiarli indipendentemente dalle manifestazioni esteriori che risultano dal movimento della domanda e dell'offerta; in secondo luogo, per delineare la vera tendenza del loro movimento e, in qualche modo, fissarla" (K.MARX, Il Capitale, libro III, a cura di Maria Luisa Buggeri, Roma, Editori Riuniti, 1965, p.233). Per quanto riguarda l'interpretazione di questa parte Fineschi riesce a superare le aporie di matrice ricardiana attraverso l'interpretazione del rapporto valori prezzi presente nei manoscritti marxiani degli anni 1861/63: la contraddizione tra il valore determinato come quantità di lavoro socialmente necessario presente nella merce, concezione che riguarda il capitale in generale, quindi condizionato dalla clausola suddetta, e il valore determinato come costo di produzione della merce, viene superata attraverso la comprensione dei differenti livelli di astrazione di cui la teoria marxiana si compone: un livello storico empirico, che attraverso le forme della sensibilità immediatamente si manifesta, ed una struttura essenziale che di esso fenomeno è la ragion d'essere, e che con esso non coincide immediatamente. Non appaiono dunque contraddittori i libri primo e terzo, come larga parte della critica, a partire da Böhm-Bawerk, ha sostenuto fin dalla pubblicazione engelsiana del terzo libro del Capitale. È Engels stesso che nell'introduzione al terzo libro sostiene una interpretazione della questione che, invece di risolverla, la rende soggetta a critiche, identificando l'immediatezza fenomenica, quella che si manifesta mediante la nostra percezione sensoriale, con l'esposizione concettuale propria di Marx.
Dalla particolarità del capitale, caratterizzata dalla caduta della clausola di astrazione che fa coincidere produzione e consumo, ovvero dalla concorrenza, si passa al capitale nella singolarità, ovvero credito e capitale fittizio. Attraverso quest'ultima analisi del terzo libro del Capitale ci troviamo di fronte alla totalità del movimento del capitale come tale. L'ultimo capitolo è dedicato a focalizzare l'attenzione su alcuni aspetti che si rendono manifesti solo dopo il lavoro di analisi, magistralmente compiuto da Fineschi.
In primo luogo l'attenzione cade sull'esposizione dialettica di Marx che vede nella logica hegeliana il principale riferimento. L'esposizione dialettica è quella della merce quale "cellula economica", la quale si sviluppa attraverso le contraddizioni che le sono immanenti, valore d'uso e valore di scambio, fino a giungere alla totalità del modo di produzione capitalistico. "La contraddizione di valore e valore d'uso ha attraversato tutti i livelli dell'esposizione, determinando lo sviluppo della forma di valore, l'accumulazione, la riproduzione sociale complessiva, la determinazione del valore di mercato e quindi del prezzo di produzione, la crisi, la generalizzazione del feticcio del capitale, fino a porre la loro opposizione al livello di astrazione più basso della teoria del capitale come tale: la società per azioni di fronte alla generalizzata integrazione della produzione materiale" (Fineschi, p.430).
Infine si determina un concetto di storia che si distacca dalla concezione del semplice accadere empirico; il divenire della teoria traccia le coordinate per la comprensione del movimento logico del capitale, un movimento che riguarda le strutture essenziali delle categorie e non il loro semplice aspetto fenomenico.
Il lavoro di Fineschi è estremamente curato anche da un punto di vista strettamente critico-filologico; per quanto l'utilizzo della terminologia faccia spesso riferimento a quella koinè linguistica che si è sviluppata in Italia nel dibattito hegelo-marxista degli anni sessanta e settanta (Della Volpe, Luporini, Cantimori, Badaloni, ecc.), è costante l'utilizzo critico di questa terminologia attraverso la comparazione con i termini originali tedeschi, comparazione volta all'esplicitazione dei termini marxiani nella loro specifica genesi, e nei loro riferimenti particolari.

Marx e Hegel. Recensione di Luigi Cavallaro

Hegel velato dall'occhio di Marx
di Luigi Cavallaro
su il manifesto del 07/01/2007
Nel suo ultimo saggio, edito da Carocci, Roberto Fineschi dimostra attraverso un'analisi rigorosa dei testi come il limite del dibattito sui rapporti fra metodo marxiano e dialettica hegeliana consista nel non essere mai usciti dall'ottica interpretativa dell'autore del «Capitale»
Il rapporto Marx-Hegel è uno dei luoghi classici del marxismo. Da Althusser a Colletti, da Croce (e Gentile) a della Volpe, da Lukács a Popper, la bibliografia sul tema è sterminata e ha dato luogo a interpretazioni antitetiche, in cui il metodo marxiano è stato di volta in volta definito «dialettico-hegeliano», «dialettico-antihegeliano», «antidialettico-antihegeliano-empirista», e così via. Ed è proprio nell'approccio a un tema così complesso che possiamo nuovamente apprezzare la competenza con cui nel suo importante volume Marx e Hegel. Contributi a una rilettura (Carocci, pp. 206, euro 18), Roberto Fineschi sta procedendo nel suo scavo di lungo periodo all'interno della problematica marxiana.
Fineschi è un maratoneta della filologia. La sua esposizione (sempre chiara nonostante l'obiettiva complessità dei temi affrontati) rifugge da ogni sensazionalismo: niente frasi a effetto, niente slogan, solo una paziente e rigorosa analisi dei testi condotta sulle versioni originali, dei cui termini-chiave non di rado egli offre nuove traduzioni, in modo da svelarne l'essenza categoriale. Non che trascuri la letteratura secondaria, beninteso: lo confermano diciassette pagine fitte di bibliografia in coda al volume. Solo che ogni affermazione, interpretazione o traduzione proveniente da quanti hanno scritto su Marx e Hegel è da lui sottoposta a una rigorosa verifica diretta sui testi di Marx e Hegel, in modo da evitare quanto più possibile quel ricorrente equivoco che si genera quando l'intentio lectoris (specie se lettore «autorevole») si sovrappone, soffocandola, all'intentio operis.
È figlio di questo metodo il principale risultato che lo studio di Fineschi offre al dibattito: a suo avviso, infatti, le ambiguità che concernono il rapporto fra Marx e Hegel scaturiscono non soltanto dal modo in cui si legge Marx, ma soprattutto dal modo in cui «lo stesso Marx si rapporta al problema del metodo (e a Hegel come autore di riferimento)». Il limite di fondo che, secondo Fineschi, ha afflitto il dibattito sul metodo marxiano e sui suoi rapporti con la dialettica hegeliana consiste infatti «nel non essere usciti dall'ottica interpretativa di Marx»: è la sua interpretazione di Hegel che non è mai stata posta in discussione, dai marxisti come dai non marxisti, ed è di qui, a suo avviso, che originano gli equivoci e i paradossi che hanno intessuto la querelle, a cominciare da quello famoso di Lucio Colletti, che rinnegò il marxismo quando si rese conto che dentro c'era ... la dialettica!
Per dimostrare il proprio assunto, Fineschi procede in primo luogo a una ricognizione approfondita dei testi marxiani, in modo da mettere in luce ciò che cambia nell'analisi del pensatore di Treviri man mano che abbandona la temperie filosofica giovanile. I luoghi principali sono quelli classici (la Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico e i Manoscritti del 1844, poi la celebre Introduzione del 1857 ai Grundrisse e l'altrettanto celebre Poscritto alla seconda edizione tedesca del primo libro del Capitale) e la sua analisi testuale mostra che la vera «presa di distanza» che Marx compie nelle opere della sua maturità concerne non Hegel, ma - potremmo dire - il modo in cui la sua «anteriore coscienza filosofica» aveva interpretato Hegel.
Emblematica, in questo senso, è l'Introduzione del '57, non a caso scritta dopo che, «by mere accident», Marx aveva riletto la Scienza della logica: qui, a più riprese, egli sente il bisogno di avvertire che il duplice processo di risalita dal concreto all'astratto (al fine di porre le «determinazioni più semplici») e di ridiscesa dall'astratto al concreto (al fine di riprodurre quest'ultimo come «unità del molteplice») sarebbe cosa differente dal metodo hegeliano di «concepire il reale come il risultato del pensiero» e più volte rimarca che l'«errore di Hegel» consisterebbe nel credere che il pensiero produca effettivamente il reale, invece di limitarsi a riprodurlo «come un che di spiritualmente concreto».
Il problema - obietta a ragione Fineschi - è che questa è precisamente l'interpretazione che la «Sinistra hegeliana» (Bauer e Feuerbach su tutti) aveva dato di Hegel, trasformandolo in una specie di «Spinoza+Fichte»: una interpretazione che considerava la Fenomenologia dello Spirito (e in particolare il capitolo dedicato al Sapere assoluto) come lo snodo concettuale decisivo per intendere l'intera filosofia di Hegel. Testi alla mano, Fineschi mostra però che quell'interpretazione non regge: che il processo di comprensione coincida con la creazione oggettuale delle cose Hegel non lo pensa né lo dice, al punto che, nell'Introduzione del '57, Marx - evidentemente condizionato dalla propria «anteriore coscienza filosofica» - finisce con l'attribuire a Hegel una visione del rapporto fra pensiero e realtà che però, anche terminologicamente, è fichtiana e che proprio nella Fenomenologia Hegel aveva criticato.
L'errore in cui è rimasto imprigionato il dibattito Marx-Hegel è, in altri termini, quello di confondere Hegel con l'idealismo soggettivo: tutta l'infinita polemica su materialismo e idealismo si fonda su questo falso presupposto, nonostante gli studiosi di Hegel abbiano chiarito «ad nauseam» il carattere oggettivo dell'idealismo hegeliano. Quando si sia sgombrato il campo da questa erronea credenza - e va ascritto a merito di Fineschi l'averla rivelata come tale, con un procedimento non dissimile da quello che, in un suo studio precedente (Ripartire da Marx. Processo storico ed economia politica nella teoria del «capitale», La Città del sole, 2001), lo aveva portato a denunciare il carattere spurio della famigerata «teoria del valore-lavoro» - la questione diventa un'altra, cioè stabilire in cosa diverga la teoria marxiana del divenire storico rispetto a quella hegeliana, individuando i soggetti e le forme di codesto divenire. È qui che, in effetti, potrebbe emergere un limite della Darstellung hegeliana, che la renderebbe irriducibile a quella marxiana dell'Introduzione del '57. Per quanto la discussione ferva tutt'ora tra gli studiosi hegeliani, non sono in pochi, infatti, a sostenere che Hegel non sviluppa la logica del reale in base alla sua struttura interna, ma impiega all'uopo una logica generale in sé svolta. «L'empirico è quindi surrettiziamente inserito in una deduzione logica a priori e coartato dentro regole di una logica ad esso estranea», scrive Fineschi. Invece, la dialettica tra forze produttive e rapporti di produzione, che Fineschi giustamente colloca al centro della teoria marxiana della storia, impone di costruire una «logica peculiare dell'oggetto peculiare», ossia una logica per ciascuna di quelle loro possibili «unità» che sono i «modi di produzione» storicamente determinati.
C'è d'altra parte una tensione irrisolta nel pensiero marxiano, e bene fa Fineschi a metterla in rilievo. Per quanto cioè Marx si sforzi di fuoriuscire dalla teoria (pseudo-)hegeliana della storia come alienazione dell'essere generico per dedicarsi alla costruzione di una propria teoria, basata appunto sulla dialettica tra forze produttive e rapporti di produzione, nemmeno lui riesce a venire completamente a capo delle idee vecchie che si ramificano in tutti gli angoli della mente e in più di un luogo - specie quando evoca la frusta problematica dell'«alienazione» - sembra ricondurci verso il mondo aporetico di Bauer e Feuerbach.
Si tratta probabilmente di un altro aspetto di quella «tensione latente tra la teoria marxista e il comunismo di Marx» che - secondo Etienne Balibar - è stata spinta all'estremo dalla riflessione di Louis Althusser. E poiché, proprio in questi giorni, salutiamo anche l'arrivo in libreria della prima traduzione integrale di Leggere Il Capitale (pubblicato da Mimesis nella collana «Althusseriana», pp. 428, euro 30), possiamo sperare che, avendo Fineschi rimesso finalmente la questione coi piedi per terra, si ricominci a discuterne in modo più produttivo. Magari all'insegna del compiacimento con cui Lenin annotava, a conclusione del suo riassunto della Scienza della logica, che «in quest'opera di Hegel, che è la più idealistica, vi è il meno di idealismo e il più di materialismo».

Messaggi in bottiglia. Versi, parole e pagine sparse di una vita tra Hegel e Marx (recensione del libro di N. De Domenico Visa Cogitata Scripta)

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