Sunday, 5 August 2018

Friday, 29 June 2018

Note provvisorie per una Teoria della Rivoluzione di Roberto Fineschi

Note provvisorie per una Teoria della Rivoluzione

di Roberto Fineschi*

Pubblicato su “Materialismo Storico. Rivista di filosofia, storia e scienze umane", n° 2/2017,  licenza Creative Commons BY-NC-ND 4.0

In questa relazione vorrei iniziare a indagare, in maniera problematica e necessariamente provvisoria, un tema radicale, che sta forse alle spalle della riflessione sugli eventi dell’Ottobre 1917, vale a dire il significato stesso del concetto di “rivoluzione”. È possibile ricostruirne una teoria tanto in termini generali quanto in termini più specifici relativamente al passaggio dal modo di produzione capitalistico a una società futura?
Quanto segue costituisce solo una riflessione di carattere preliminare; le domande sono più delle risposte. Per trovare le risposte, bisogna però partire dalla domande giuste; spero che questo contributo possa essere di qualche aiuto in questo senso.

1. Che cosa significa “rivoluzione”?
In termini marxiani, si tratta di una trasformazione che implica una ridefinizione dei rapporti di produzione e distribuzione sulla base di un nuovo modo di produzione e delle relative forme di rappresentazione e consapevolezza di tale processo da parte degli attori coscienti. Questo cambiamento può essere il risultato di un processo politico consapevolmente gestito dagli attori sociali, che oltre ad essere agiti dalle tendenze obiettive, le “agiscono”, se mi si consente la sgrammaticatura. Alcune possibili domande, quindi, sono:
  • Quando ci sono state effettivamente rivoluzioni strutturali?
  • Quando le rivoluzione strutturali sono state risultato di soggetti consapevoli che si erano posti quello scopo?
  • Quale evento storico “rivoluzionario”, a detta dei suoi promotori, ha effettivamente portato a una rivoluzione strutturale?
  • Viceversa, quale rivoluzione strutturale è avvenuta a prescindere dalla consapevolezza dai suoi realizzatori materiali?
Un secondo blocco di domande inevitabilmente collegate a queste sono le seguenti:
  • in quale altra epoca storica la lotta di classe ha prodotto delle dinamiche progressive o ha garantito alle classi antagoniste una via di uscita “progressiva”?
  • Ovvero quali e quante rivoluzioni soggettive, anche di grande portata, sono finite nel nulla?
  • In questo contesto, l’incremento delle forze produttive è una costante storica nel passaggio da un modo di produzione all’altro?
  • Il corrente modo di produzione è sempre stato fecondo del successivo in termini di progresso della produttività del lavoro e della capacità degli uomini di gestire il ricambio organico con la natura?
Alla maggioranza di queste domande, soprattutto a quelle del secondo blocco, si dovrebbe rispondere positivamente sulla base dello schematico modello esposto nella celeberrima Prefazione marxiana a Per la critica dell’economia politica. Parrebbe trattarsi però di una formalistica generalizzazione transtorica di leggi e tendenze che si instaurano nel modo di produzione capitalistico. In effetti, non pare che nel corso storico le cose siano andate esattamente così, dove mondi produttivi sono scomparsi, implosi, senza generare niente di “superiore”; dove le classi in teoria progressive hanno tentato rivoluzioni tragicamente fallite proprio per la mancanza di condizioni oggettive; oppure condizioni obiettive hanno prevalso prendendo determinate direzioni a prescindere dall’azione programmatica delle classi in gioco.
Per farla breve, Marx ha effettivamente elaborato una teoria degli “altri” modi di produzione? In assenza di essa non si può che prendere atto che tutte le domande di cui sopra sono destinate a non avere risposta. Questo è un problema anche per la teoria del presente e del suo eventuale carattere anticipatorio del futuro. Riprendiamo il discorso dalle fondamenta.

2. «Die materialistiche Geschichtsauffassung» ovvero, la concezione materialistica della storia
La teoria del processo storico elaborata da Marx è rimasta un torso. Ciò non significa che quello che ci ha lasciato non costituisca, ancora oggi, uno dei più validi strumenti teorici e politici che siano a nostra disposizione; tuttavia non bisogna neppure farsi illusioni sui suoi limiti o, forse meglio, sulla sua incompiutezza. Il mio contributo cercherà di mettere in luce, in questo contesto, quelli che a mio modo di vedere sono alcuni orizzonti di ricerca aperti, soprattutto per quanto riguarda il concetto di rivoluzione e cambiamento storico.
La teoria della storia di Marx si articola attraverso una complessa struttura che si sviluppa su diversi livelli di astrazione:
a) continuità/discontinuità fra uomo e natura. La specie umana, una delle tante del regno animale, si caratterizza per la sua capacità di lavorare. Il processo lavorativo mette in gioco tutta una serie di elementi “naturali” che però, grazie alle modalità in cui il processo si realizza, diventato “umani”. Qui il riferimento è ai noti passi del primo libro del Capitale sul Processo lavorativo.
La “Gegenständlichkeit” del risultato del processo, il prodotto, rende possibile l’essere per altro oggettuale dell’attività umana e quindi la possibile socializzazione dei suoi prodotti. La costruzione di un mondo oggettivo, naturale/umano che ha una sua esistenza altra, potenzialmente per altri.
Le caratteristiche di questo processo in astratto non descrivono una modalità primordiale di lavorare, una essenza/esistente o esistita in un qualche momento primigenio. L’individuazione in astratto degli elementi del processo lavorativo non è che il caput mortuum di un processo di astrazione che come tale non è mai esistito né deve esistere. Il processo si realizzerà sempre in forme storiche determinate che ne saranno una manifestazione, ma, proprio per questo, mai saranno identiche all’universale astratto.
b) Questo discrimine permette di articolare il secondo processo di continuità/discontinuità, quello delle diverse fasi storiche “umane”. Le diverse modalità, in cui gli astratti elementi del processo lavorativo verranno ad unirsi permettendo l’estrisecarsi del processo stesso, e le dinamiche sociali specifiche, che così vengono a svilupparsi, fanno sì che ci siano fasi diverse della storia della produzione che saranno per certi aspetti la stessa cosa – forme del produrre umano – ma allo stesso tempo specificamente diverse – ciascuna con una sua dinamica peculiare. Determinati rapporti di produzione in cui le forze produttive esistono. Il modo di produzione è il cuore concettuale e pratico da cui tutto ciò si sviluppa.
Le conformazioni materiali – che, vale la pena sottolinearlo, sono tanto manuali che intellettuali – della produzione determinano le modalità attraverso le quali i singoli individui hanno una funzione determinata. La loro funzione individuale raccorda i vari singoli individui in una funzionalità di sistema, una classe. La loro socialità è implicita in ciò. Le modalità di realizzazione del processo mostrano pure – espongono – come gli attori del processo si “rappresentino” il processo stesso nella loro coscienza non scientifica, come si producano forme di consapevolezza fenomenica del processo obiettivo e come esse non siano semplicemente un inganno, ma la necessaria forma di manifestazione dell’essenza. Divengono parvenza solo se si pretende di considerare il fenomeno non per quello che è, ovvero essenziale, ma l’essenza stessa.

3. Stufentheorie, ovvero della Teoria degli stadi
Se questo è, in maniera estremamente schematica, il nocciolo della materialistische Geschichtsauffassung, ci si può chiedere come Marx pensi, in primo luogo, la presenza di leggi complessive del corso storico in generale; secondariamente, in che misura egli riesca ad articolarne ogni singolo periodo. Si tratta di una questione che inevitabilmente ripropone la vexata quaestio della Stufentheorie, su cui molto si è già detto e scritto.
Alla prima domanda si può rispondere: per generalizzazione. Marx elabora la teoria del modo di produzione capitalistico – senza portarla a termine fra l’altro – e sulla base della sua logica specifica, per differenza, cerca di individuare sia le caratteristiche del processo lavorativo in astratto – “a-/transstorico” cui si accennava in precedenza – sia le determinazioni formali astrattamente comuni a qualsiasi modo di produzione. Mentre per le caratteristiche astratte questa modalità per “sottrazione” può anche funzionare, per gli altri modi di produzione funziona solo fino ad un certo punto, in quanto, mancando le modalità specifiche, manca in realtà la teoria vera e propria.
Se così stanno le cose, è difficile prendere troppo sul serio la generica periodizzazione offerta da Marx nella Prefazione a Per la critica dell’economia politica. D’altronde, pure l’interesse di Marx per le forme pre-capitalstiche sembra principalmente orientato a individuare il processo di formazione delle premesse del modo di produzione capitalistico – ovvero la separazione di forza-lavoro e mezzi di produzione e la cosiddetta accumulazione originaria –, più che a formulare una teoria di un diverso e specifico modo di produzione. Almeno questo è quanto accade per esempio nel XXIV capitolo del primo libro del Capitale.
Sicuramente, almeno in parte, diversa la questione per le Formen e per i successivi interessi etno-antropologici, in cui Marx si sforza di individuare in maniera un po’ più precisa alcune delle caratteristiche peculiari di altri modi di produzione, senza tuttavia riuscire in un’impresa che, essa stessa estremamente complessa, sicuramente avrebbe richiesto un immenso lavoro preliminare che al tempo era ben lungi dall’essere non solo svolto, ma addirittura immaginato.
Note, tuttavia, le “ossificazioni” interpretative connesse a questo tema, secondo le quali tutte le nazioni e tutti i popoli avrebbero dovuto passare più o meno schematicamente attraverso le fasi indicate nella Prefazione a Per la critica; si finiva così per riproporre una “filosofia della storia” in senso deteriore, vale a dire una concezione meccanicistico-finalistica dell’evoluzione umana, basata tra l’altro su un modello sostanzialmente eurocentrico. Se i limiti dell’esposizione di Marx liberano il discorso definitivamente e fortunatamente da siffatti schematismi, dall’altra, sfortunatamente, non ci forniscono una soddisfacente teoria della processualità storica.

4. I limiti della dialettica
Marx insiste molto, in varie sedi, sui “limiti della dialettica”, per vari motivi. In primo luogo, ciò che vuole evitare è l’accusa di “hegelismo”, etichetta con la quale intende sostanzialmente una concezione della storia finalistica, per cui una intrinseca tendenza di fondo guiderebbe lo svolgimento del corso storico verso uno scopo finale. Marx vuole invece mostrare come non sia possibile teorizzare questa tendenza in astratto, ma solo la dinamica temporale specifica di singoli modi di produzione, quello capitalistico nello specifico. Esso ha dei punti di partenza non definiti da esso stesso, eredità di un modo di produzione precedente. Solo una volta che tutti i presupposti si danno, è possibile che il modello capitalistico inizi la sua dinamica; questa prima “posizione” non è “posta” dal modo di produzione capitalistico stesso. Per come funziona, esso tenderà a porre come risultati della sua stessa processualità quelli che erano dei presupposti, e quindi a diventare un processo vero e proprio. Gran parte della teoria dell’accumulazione è dedicata a questo scopo. Fa tuttavia parte della teoria la necessità di un prima “altro”, corrispondente a dinamiche diverse, che non si può spiegare sulla base della teoria del modo di produzione capitalistico. Se ciò fosse possibile, si stabilirebbe una catena teleologica universale e quindi una nuove versione della storia a piano.
Che cosa si può dire della società futura? E di quelle passate? Sulla base della stessa logica, per coerenza, si potrebbe affermare che il modo di produzione capitalistico pone certi presupposti, ma dal suo interno non si può elaborare una teoria del modo di produzione futuro. Marx invece più volte si sbilancia in questo senso, parlando della società futura sulla base delle tendenze intrinseche al modo di produzione capitalistica e guadagnandosi così note accuse di finalismo. Teorizza non solo come gli attori ed i soggetti che svolgono determinate funzioni, a un certo punto, per la dinamica stessa del modo di produzione, entrino in conflitto mutuo, ma anche come ciò determini lo svilupparsi di soggettualità storiche capaci di una progettualità politica legittimata dalla tendenza di fondo della dinamica storica. Ciò però è possibile senza una scienza del futuro nel presente?
Marx è qui ancora più radicale, arrivando a sostenere che la società futura sarà qualcosa di essenzialmente diverso dal passato, non sarà semplicemente un nuovo modo di produzione, ma una nuova storia libera dal conflitto di classe, quello che, fino ad allora, era stato identificato come il motore stesso della dinamica storica. Per Marx questa “scienza del futuro” è almeno in parte possibile sulla base della premessa che il futuro comincia ad emergere nel presente, è già nel presente per il suo contenuto, ma non per la forma. Prima di considerare questo aspetto, ovvero se ciò basti a salvare la teoria dall’accusa di teleologismo, vorrei fare qualche comparazione.

5. Ancora sulla Stufentheorie
I limiti ormai accettati da insigni marxisti come ad es. Hobsbawn o Cazzaniga della Stufentheorie marxiana, almeno per quanto concerne il passato, hanno fatto il paio con l’assenza di elaborazioni di teorie di modi di produzione non capitalistici. La proposta di Kula per il modo di produzione feudale probabilmente non avrebbe soddisfatto le esigenze marxiane e, a mio modo di vedere, resta legata alla generalizzazione e connessione di dati storici dell’esperienza polacca che troppo sono debitori di un approccio descrittivo e che, per Marx, probabilmente farebbe parte più del modo di ricerca che non di quello di esposizione, quello “propriamente scientifico”.
Questo approccio per contrasto e comparazione è comunque stato anche ridimensionato da altri anche da un punto di vista metodologico. Si è parlato di Methode auf Widerruf, “metodo revocabile”, tanto buono ed efficace quando specifico del modo di produzione di cui è forma, vale a dire del modo di produzione capitalistico. Quindi anche metodologicamente si finisce per negare una possibile continuità fra modi di produzione e in qualche modo si delegittima la possibilità di conoscere gli altri per contrasto con quello attuale. O almeno solo a livello descrittivo, non di enucleazione delle leggi di funzionamento.
Per venire ai concetti di Lotta di classe è, nello specifico, di Rivoluzione, altri hanno sempre di fatto ridimensionato la possibilità di concepire una nozione forte di questi termini, nel senso della dialettica di funzione e conflitto, riservandone l’effettiva efficacia specificamente, di nuovo, solo al modo di produzione capitalistico.
Alla luce degli studi e delle ricostruzione filologica dello stato della teoria di Marx, in sostanza, non semplicemente l’idea della schematica successione lineare è venuta meno. A venir meno è stata una interpretazione larga, estensiva della concezione materialistica della storia. La cogenza scientifica della teoria di Marx, per lo stato deficitario del suo sviluppo, la sua sostanziale incompiutezza, non può che limitarsi al modo di produzione capitalistico e restare solo un’ipotesi di ricerca per gli altri. Infatti, senza una teoria degli altri modi di produzione, è difficile definire il ruolo funzionale delle classi, la loro natura rivoluzionaria, il passaggio da una fase all’altra, il carattere progressivo di questo passaggio. Queste sono tutte domande che al momento non possono trovare risposta. I contadini, gli schiavi, ammesso e non concesso che queste si possano definire classi subalterne o antagoniste dei non meglio definiti feudalesimo e schiavismo, in che senso sono stati rivoluzionari e in che modo, grazie alla loro azione, si è passati ad una forma diversa e superiore? In realtà, le loro rivolte sono fallite. Il modo di produzione antico è finito portando ad una decadenza da tutti i punti di vista, della popolazione, della cultura, delle tecniche e della capacità produttiva.
Per farla breve, la teoria di Marx, per come ce la abbiamo, permette di parlare della storia e della struttura economico-sociale del modo di produzione capitalistico. Questo in linea di principio non significa che non sia possibile cercare, praticamente e metodologicamente, di utilizzarla per fare la teoria di altri modi di produzione, ma al momento la concezione materialistica della storia “in weiterem Sinn” è ancora in alto mare.

6. Scienza del presente e/o del futuro?
Che la Stufentheorie marxiana – e quindi la Teoria della lotta di classe e della Rivoluzione – sia incompleta e in questo senso deficitaria, non significa che il suo valore scientifico come modello di conoscenza del presente, vale a dire del modo di produzione capitalistico, non sia solido e scientificamente sviluppato. Come può però essa, sulla base degli stessi caveat metodologici ed epistemologici visti sopra, essere teoria del futuro? Anche se ci limitiamo al modo di produzione capitalistico, la questione è come si possa fare una teoria del presente che apra le porte del futuro senza prestare il fianco alle accuse di determinismo meccanicistico e di teleologia deteriore.
Hegel alla fine si sottraeva a questa critica con la metafora della Nottola di Minerva che spicca il volo sul far della sera. Quindi, la ricostruzione della razionalità dello svolgimento storico è realizzata a posteriori, una volta che si era data. Chi agiva nel presente per cambiarlo non sfuggiva alla dimensione del dover essere senza che ciò che alla fine si andava a realizzare fosse necessariamente ciò che ci si era preposti consapevolmente; l’eterogenesi dei fini. La scienza filosofica conosceva in quanto riconosceva ex-post; essa non permetteva di cambiare o ringiovanire il corso storico, ma di coglierne la razionalità intrinseca. La dialettica del cambiamento storico era invece tematizzata nella Weltgeschichte, attraverso i popoli ed i principi da loro incarnati; e i popoli si avvicendavano attraverso la guerra. In che misura e come la teoria di Marx riesce a sottrarsi a questa limitatezza? Credo che almeno questo salvataggio sia possibile senza necessariamente cadere nelle teleologia. Questo grazie al metodo marxiano ed al modo in cui viene sviluppata la sua teoria del modo di produzione capitalistico.
La combinazione di metodo di ricerca e metodo di esposizione permette a Marx di sviluppare una teoria che individua l’ossatura del modo di produzione capitalistico. Ciò non è potuto avvenire nel vuoto pneumatico dell’astrazione, ma solo perché il capitalismo si era già sviluppato fino ad un certo punto; ciò rendeva possibile fissarne la cellula economica, lo snodo concettuale da cui si dipana poi la teoria nel suo complesso, in virtù della sua intrinseca logica. Lo sviluppo di questa teoria individua un’architettonica che implica funzioni e conflitti da una parte e linee di tendenza dall’altra. Non mi dilungo qui sulla teoria dei soggetti storici, sulla distinzione tra Forme e Figure che ho sviluppato altrove, e sulle tendenze di lungo periodo del modo di produzione che Marx è stato in grado di indicare con larghissimo anticipo, dimostrando la sostanziale correttezza della sua teoria. Ciò che adesso mi preme sottolineare è che ciò è stato possibile perché la nottola di Minerva ha spiccato il volo prima del far della sera e ha visto abbastanza da cogliere delle tendenzialità sulla base delle quali si riesce non solo a pensare il presente come concluso, ma come conflittuale unità con delle linee di tendenza definite e dei soggetti che incarnano funzioni creando questa processualità sistemica. Sulla base di ciò si riescono a determinare delle linee di sviluppo, a un altissimo livello di astrazione, del modello. Si determinano delle classi, il loro ruolo e la loro legittima rivendicazione politica. L’opposizione di classe e la legittima conflittualità politica è così, non moralmente o empiricamente, ma scientificamente fondata.
Ciò consente di ipotizzare che il Dover essere dei soggetti storici possa essere razionalmente contestualizzato, che si possa legittimamente cercare non di cavalcare in astratto l’onda della storia, ma la dinamica del modo di produzione capitalistico con cognizione di causa… finale, pur nei limiti di questo modo di produzione.

7. Die Zukunfsmusik – La musica del futuro
Marx però non si limita a legittimare la lotta di classe nel presente, a individuare le linee di tendenza, ma va ad indicare il contenuto materiale della società futura già presente nella forma sociale inadeguata e contraddittoria del modo di produzione capitalistico. Queste potenzialità sono il Lavoratore complessivo – il produttore universale integrato –, la capacità infinita della produttività, l’umanità non più come astrazione generica ma realtà di fatto, l’individuale fatto universale e viceversa.
In quali soggetti effettivi, in quali classi (forme e figure) e in quali forme del produrre ciò si sustanzia? Marx indica le cooperative e la società per azioni come soggettualità di passaggio. In che senso esse possono costituire il fondamento di un nuovo modo di produzione? Si tratta di una elaborazione palesemente inadeguata, alla quale manca la teorizzazione di livelli di astrazione più bassi in cui si prenda in considerazione tanto per fare un esempio lo Stato, e via dicendo.
Qual è il nuovo modo di produzione che emerge dalla ceneri di quello capitalistico? Forse Marx poté ritenere che i tempi fossero maturi per formulare una teoria del nuovo modo di produzione. Forse, però, proprio qui è il problema, i tempi non lo erano e non è detto che lo siano adesso, per vedere abbastanza del nuovo contenuto da farne una teoria.
Si sono ovviamente fatte delle ipotesi. Qual è la teoria di un nuovo modo di produzione? Quello statuale? Quale la nuova forma del prodotto? Le nuove modalità in cui gli elementi del processo lavorativo vanno ad unirsi e a dare vita al processo lavorativo?
Qui emerge immediato un problema già emerso relativamente al confronto con i passati modi di produzione: queste nuove modalità sono già in essere o sono modalità che noi vorremmo ci fossero perché le definiamo per differenza dal modo di produzione capitalistico? Eliminare merce e denaro o altre categorie teoriche e pratiche tipiche del modo di produzione capitalistico, non produce di per sé la teoria e la pratica di un nuovo modo di produzione. Lo dimostra anche la prassi rivoluzionaria di Lenin nei suoi passaggi dall’economia di guerra alla NEP dove certe soluzioni “ideologiche” vengono abbandonate perché praticamente non furono solo inefficaci ma fallimentari. Il dibattito sul passaggio dal “piano” a elementi di economia di mercato nei paesi socialisti negli anni sessanta e settanta risponde alla stessa logica.
I tentativi in corso, in Cina, in Venezuela, a Cuba, in Corea del nord, in modo assai diverso, in certi casi con una certa dose di eclettismo politicamente comprensibile viste le circostanze, ed in certi casi con dei notevoli successi in politica sociale, come si inquadrano in questo contesto? Se esiste una progettualità di lungo corso, come essa si configura? Non mi pare ci siano idee troppo chiare in proposito.
In un certo momento è parso che il modo di produzione capitalistico stesso tendesse ad “autoorganizzarsi” attraverso trust e monopoli. Il sollevamento e la presa in carico da parte dello Stato di questo processo è allora una nuova forma del produrre? Come pare pensasse Lenin ma come poi non è stato con l’Unione Sovietica?
Ed il sistema del welfare? La trasformazione di determinate merci fondamentali in diritto, la loro sottrazione al mercato è abbastanza? È un altro modo di produzione? Un sistema che può essere universalizzato al punto da cancellare merci, denaro, salari, ecc.?
La partecipazione statale a vari livelli nell’economia e il ridimensionamento del libero mercato sono un’anticipazione del futuro, dei cambiamenti epocali, oppure una coerente ristrutturazione del processo capitalistico di accumulazione e valorizzazione ed una ridefinizione dei rapporti egemonici di classe in un contesto prettamente capitalistico?
Perché una Rivoluzione avvenga, deve cambiare il modo di produzione, il sistema di produzione e di distribuzione dei prodotti. Se questo nuovo contenuto si forma nel presente, la sfida è saperlo cogliere e farne la teoria, ammesso che sia già abbastanza sviluppato per poterlo fare. Marx ha scritto Il capitale a un certo punto dello sviluppo del capitalismo storico. Riusciremo noi, senza perderci in utopie fantastiche o contrastive, a scrivere Il comunismo?

Sunday, 6 May 2018

Dalla Svizzera, con furore! "Se Marx vivesse"

Se Marx vivesse

di Michela Daghini


LASER
Martedì 1. maggio 2018 alle 09:00
Replica alle 22:35

 
Non si contano le iniziative, le pubblicazioni e le occasioni per celebrare il bicentenario della nascita di Karl Marx - nato il 5 maggio 1818 - compreso “Il giovane Karl Marx” (Le jeune Karl Marx) il recente film diretto da Raoul Peck.
Ma qual è l’attualità del suo pensiero, la sua importanza oggi, tra globalizzazione, automazione e questione del lavoro?
E qual è il segreto del capitale? Come riesce ogni volta a trasformarsi sopravvivendo alle crisi che il capitalismo stesso provoca?
Nel nostro contemporaneo globalizzato che affossa le classi subalterne viene da chiedersi se le categorie marxiane siano ancora adatte a descrivere i bisogni che hanno comunque risvegliato una speranza di liberazione nella Storia contemporanea.
A cinquant’anni dal '68, Romano Màdera – filosofo e psicoanalista che fu una delle anime della sinistra extraparlamentare – riprende e aggiorna le considerazioni formulate in uno dei suoi più noti scritti post-sessantottini, Identità e feticismo, 1977, per osservare a distanza cosa è rimasto di quella visione. Ne parliamo con l’autore.
Ma che speranze ci offre il pensiero di Marx? E quali novità emergono dalle analisi filologiche degli ultimi anni? C’è chi sostiene che la sua teoria sia una delle poche che consenta di spiegare in modo sensato la “mondializzazione”. Di questi aspetti parliamo con Roberto Fineschi, che ha studiato il pensiero del teorico tedesco soprattutto alla luce della nuova edizione storico-critica delle opere complete di Marx ed Engels. Il suo sguardo è particolarmente attento al nesso tra filologia e filosofia e al nuovo oggetto di ricerca che emerge anche dalla pubblicazione di una parte fondamentale del lascito fino a poco tempo fa inaccessibile. Tra i suoi libri, "Un nuovo Marx”, per Carocci, uno dei primi studi italiani che alla luce degli inediti si cimenta con la ricostruzione del pensiero dell'autore del Capitale.
Romano Màdera è professore ordinario di Filosofia Morale e di Pratiche Filosofiche presso l'Università degli Studi di Milano Bicocca, e fondatore di Philo, la Scuola Superiore di Pratiche Filosofiche a Milano. Ha chiamato la sua proposta nel campo della ricerca e della cura del senso “analisi biografica a orientamento filosofico” formando la società degli analisti filosofi (SABOF).
Roberto Fineschi è un fine studioso di Marx, ha studiato a Siena, Palermo e Berlino pubblicando saggi in inglese, francese, tedesco, italiano e giapponese, ed è autore di vari libri fra cui “Karl Marx”. Rivisitazioni e prospettive, per Mimesis. È membro dell’International Symposium on Marxian Theory e del comitato scientifico dell’edizione italiana delle Opere di Marx ed Engels.

Saturday, 21 April 2018

Marx e la Dialettica. Fineschi a Bologna ne discute con Carlo Galli

Laboratorio di analisi politica: Immagini di Marx 

Roberto Fineschi: Marx e la dialettica 

Nel duecentesimo della nascita di Karl Marx il Laboratorio di analisi politica ritorna alla riflessione sul significato passato e presente del pensiero marxiano. Al di là delle esaltazioni acritiche e delle liquidazioni sprezzanti, una nuova valutazione di Marx è l’occasione per ripercorre una straordinaria impresa filosofico-politica e per ripensare, alla luce della sua lezione portata in un contesto mutato, le contraddizioni del presente e le vie della critica e dell’emancipazione umana. 



Consiglierebbe il Capitale Opinioni intorno al capolavoro di Marx

Consiglierebbe il Capitale

Opinioni intorno al capolavoro di Marx


È tempo di riportare Marx e le sue opere al piano nobile, dopo anni di oblio e di condanne preventive? Alcuni indizi circolanti nella mediasfera segnalano un recupero delle opere del fondatore del socialismo scientifico. Anzi, viepiù si assiste ad una “Marx-Renaissance”, ad una rinascita del suo pensiero, per vent’anni rimasto sepolto sotto le macerie del muro di Berlino. Da ultimo l’ha citato il presidente uscente dell’Eurogruppo, il lussemburghese Jean-Claude Juncker: “bisogna ritrovare la dimensione sociale dell’Unione economica e monetaria – ha detto nel discorso di congedo – con misure come il salario minimo in tutti i Paesi della zona euro, altrimenti perderemmo credibilità e approvazione della classe operaia, per dirla con Marx”. 
Naturalmente il Marx del 2013 non è più il Marx che si leggeva negli anni ’60 e ‘70, allorché imperava una lettura fideistica, poi distillata in slogan che assumevano la veste del dogma. Oggi – anche grazie a nuove operazioni editoriali, su cui spicca la MEGA 2 ( Marx-Engels Gesamtausgabe 2) - è possibile riprendere in mano le opere di Marx ed Engels in modo laico, ossia libero, fuori da ogni condizionamento di natura partitica o ideologica. A questa lettura laica offre un contributo fondamentale la pubblicazione dell’edizione critica del Capitale, realizzata da Roberto Fineschi per la Città del Sole: due tomi che fanno capire quanto fosse arduo e tormentato il lavoro di Marx. Un cantiere aperto, un’impresa mai terminata, continuamente rimaneggiata fino alla morte. Ne discuteremo con il curatore e poi con due attenti lettori dell’opera di Marx: la filosofa Francesca Rigotti e lo storico Paolo Favilli

Wednesday, 18 April 2018

MARX2DAY Bicentennial Conference: Karl Marx fra storia, interpretazione, attualità (1818-2018)

Chi ha paura di Karl Marx? Alla Cattolica nessuno.
In sala Pio XI, autore della Divini Redemptoris... Partita in trasferta, ma onore agli oganizzatori.
Carletto, 200 e non sentirli!

Monday, 9 April 2018

Karl Marx, Risultati del processo di produzione immediato

Karl Marx, Risultati del processo di produzione immediato. Il “capitolo sesto inedito” del primo libro de “Il capitale”, introduzione, traduzione e cura di Giovanni Sgro’, Napoli, Edizioni La Citta del Sole, 2018, 237 pp. (ISBN 978-88-8292-334-1).
Pdf di presentazione: https://tinyurl.com/y96bmgob

L'immagine può contenere: una o più persone e sMS

Friday, 23 March 2018

Monday, 19 March 2018

Importante numero di Materialismo storico con parte degli atti del convegno sulla Rivoluzione tenutosi a novembre a Urbino

Importante numero di Materialismo storico con parte degli atti del convegno sulla Rivoluzione tenutosi a novembre a Urbino.

http://ojs.uniurb.it/index.php/materialismostorico/issue/view/177/showToc


N. 2 (2017)

Dal convegno di Urbino, 7-8 novembre 2017.

Fascicolo completo

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Sommario

Editoriale

Stefano G. Azzarà, Stefano Visentin
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5-8

Saggi

João Quartim de Moraes
PDF
10-42
Robertp Fineschi
PDF
43-53
Vladimiro Giacché
PDF
54-81
Gianni Fresu
PDF
82-107
Giorgio Grimaldi
PDF
108-122
Giovambattista Vaccaro
PDF
123-139
Stefano G. Azzarà
PDF
140-169
Fabio Vander
PDF
170-179
Claudio Bazzocchi
PDF
180-190
Matteo Gargani
PDF
191-216
Valeria Finocchiaro
PDF
217-248
Matteo Giangrande
PDF
249-279

Studi diversi

Venanzio Raspa
PDF
282-304

Note

André Tosel
PDF
306-318
Alla ricerca di una «governamentalità di sinistra»: gli ultimi dieci anni di Michel Foucault
Daniel Zamora
PDF
319-347
Non siamo comunisti, siamo comunisti ermeneutici
Gianni Vattimo, Santiago Zabala
PDF
348-353
A partire da "L’imperialismo globale e la grande crisi": un’intervista con Ernesto Screpanti
Ernesto Screpanti
PDF
354-366

Riletture

Praxis e storia in Jean-Paul Sartre. Una rilettura della Critica della ragione dialettica
Maria Antonia Rancadore
PDF
368-377

Recensioni

Riccardo Donati: Critica della trasparenza, Rosenberg & Sellier, Torino 2016, pp. 183, ISBN 978-88-7885-412-3
Alessia Balducci
PDF
380-382
Michael R. Krätke: Kritik der politischen Ökonomie heute. Zeitgenosse Marx, VSA Verlag, Hamburg, 2017, ISBN 978-3-89965-732-6, pp. 248.
Alessandro Cardinale
PDF
383-394
Lenin: Economia della rivoluzione, a cura di Vladimiro Giacché, Il Saggiatore, Milano, 2017, pp.521, ISBN 9788842823605.
Marco Paciotti
PDF
395-398
Gianni Ferrara: I comunisti italiani e la democrazia. Gramsci, Togliatti e Berlinguer, Roma, Editori Riuniti, 2017, pp. 210, ISBN 978-88-6473-270-1.
Juan José Allevi
PDF
399-402
Luiz Bernardo Pericás: Caio Prado Júnior, uma biografia política, Boitempo, São Paulo, 2016, pp. 504, ISBN 978-85-7559-448-3.
Silvia De Bernardinis
PDF
403-405

Persone

Notizie biobibliografiche sugli autori delle riletture e delle recensioni
MS MS
PDF
407

Sunday, 11 March 2018

Wednesday, 7 March 2018

Monday, 12 February 2018

Epoca, fasi storiche, Capitalismi* di Roberto Fineschi

Epoca, fasi storiche, Capitalismi*

di Roberto Fineschi

Relazione al Forum Nazionale della Rete dei Comunisti, Roma 17/18 dicembre 2016
Milite quadro 340x200Con questo intervento cercherò, sulla base dei miei studi1, di precisare che cosa significa per Marx "storia" e "fase storica" Quando in altre occasioni ho presentato questo stesso tema, ho spesso preso come punto di riferimento i miei studenti, ai quali chiedo che cosa intendano per storia; loro guardano l'orologio e dicono che, partendo da ieri e andando all'indietro, più o meno tutto è storia, non facendo molte distinzioni in questo lungo lasso di tempo, cioè non riuscendo sostanzialmente ad andare oltre una definizione generica e non strutturata di che cosa storia significhi.

Dialettica di continuità e discontinuità storica
Marx, l'autore del quale mi sono interessato e in base al quale cercherò di argomentare questa tesi, si è impegnato per tutta la vita nel tentativo di elaborare un'idea di storia molto più strutturata e complessa, che tenesse insieme non un generico "prima", rispetto ad un altrettanto generico "presente", ma che dimostrasse come questo "prima” e questo "presente" avessero delle leggi di funzionamento, potessero essere strutturati in periodi. Si trattava di tenere insieme due aspetti, che poi nel dibattito successivo avrebbero prodotto tendenze conflittuali: la continuità e la discontinuità storica. Elaborare una teoria della storia che parlasse della storia degli uomini, per cui si potesse dire che tutto quello che è successo possa essere riferito in qualche modo agli esseri umani che lavorano insieme, ma al tempo stesso come questa non fosse una storia indefinita di uomini, ma si articolasse in periodi con dei punti di rottura, di discontinuità, per cui esse fossero diverse fasi di una stessa cosa.
Le due derive che si determinano se non teniamo insieme le due cose sono, da una parte, teorie della storia essenzialiste, cioè teorie della storia in cui sostanzialmente c'è un'essenza umana o in origine, in un tempo non meglio definito, o delle caratteristiche intrinseche dell'uomo, che non cambiano mai e che poi vengono più o meno traviate negli eventi successivi. In questa prospettiva in realtà abbiamo una lunga storia di una non meglio definita alienazione, dalla quale alla fine si può venir fuori ristabilendo quella condizione originaria. È una teoria per cui l'uomo in fondo è sempre se stesso e nel tempo cambia fino ad un certo punto. Cambia nella misura in cui le sue qualità essenziali sono negate, quindi l'obiettivo politico sarà quello di riconciliare essenza ed esistenza.
L'altra deriva è lo "storicismo invertebrato", come lo definiva Luporini negli anni 70, cioè una teoria della storia per cui i vari periodi non "dialogano" tra di sé: ogni epoca ha una sua essenza irriducibile che non comunica con le altre. Il compito della ricerca storica è quindi quello di "rivivere" lo spirito del tempo. Non è però possibile dire che una fase è superiore o inferiore ad un'altra fase, perché l'idea di fondo è che queste fasi tra di sé non comunichino; sono modelli, ciascuno dei quali ha una sua irriducibile, intrinseca natura, che lo rende incomparabile agli altri. La deriva di questo approccio è che non esistono argomenti contro lo schiavismo, contro il nazismo, contro il fascismo, contro niente, perché non c'è un modo razionale argomentativo per dire che i principi fondanti di una certa concezione del mondo sono sbagliati, perché si risponderebbe "e beh quelli sono i miei principi fondanti". Qui, tra l’altro, si vede la deriva potenziale del "ritorno alle radici" di tutte quei movimenti che ancora oggi si appellano all'idea di queste radici fondamentali da sostenere e riproporre come valore regolativo del vivere sociale. Marx, secondo me, cerca di evitare queste due cose e cerca di mettere insieme continuità e discontinuità, cioè una teoria della storia in cui tutte le fasi siano umane e quindi comparabili tra di sé in quanto fasi della stessa cosa, cioè della riproduzione umana, ma allo stesso tempo abbiano delle rotture, ogni periodo abbia una sua specificità che permetta di identificarlo come tale.
Secondo Marx lo snodo è il processo lavorativo. Il processo lavorativo è quell'elemento che permette di tenere insieme, in primo luogo, la continuità e la discontinuità con la natura. Questo è ancora un altro punto: gli esseri umani non agiscono nel vuoto ed essi stessi sono un prodotto dell'evoluzione naturale; ad un dato momento si differenziano dalle altre specie animali in quanto riescono a lavorare, ad instaurare questo processo che si articola attraverso la loro attività, attraverso la loro azione finalizzata a scopo su un oggetto di lavoro, attraverso dei mezzi di lavoro, con un risultato, il prodotto, che può essere altro da loro stessi. Riescono a dare una oggettualità esterna allo stesso individuo che agisce. Alcuni animali riescono a farlo, ma comunque è l'uomo che ne fa la sua attività principale. Questo primo elemento determina una continuità e una discontinuità con il processo naturale in generale, perché l'uomo, elemento naturale, agisce su altri elementi naturali, per creare un mondo tipicamente umano, quindi naturale-umano.
Su questa prima continuità/ discontinuità fra uomo [a sua volta natura) e natura insiste l’altra, cui accennavo prima, fra storia umana in generale e fasi specifiche di essa in particolare: gli uomini, che sono tali in quanto producono, non produrranno sempre nello stesso modo; ciò che li accomuna è che sempre produrranno, sempre produrranno in forme associate, però non lo faranno sempre nella stessa maniera. Le diverse modalità, attraverso le quali gli elementi del processo lavorativo, che prima ricordavo, vanno ad unirsi [questa unione permette l'effettiva realizzazione del processo lavorativo) caratterizzano le diverse fasi storiche della produzione. Per esempio, nel mondo schiavistico la forza-lavoro e i mezzi di produzione sono tutte cose, anche la forza-lavoro è una cosa, che appartiene al proprietario come gli appartengono gli altri strumenti che vengono utilizzati.
Nella corvée il pluslavoro si estrinseca come prestazione gratuita nel campo del signore o chi per lui. Il processo lavorativo in forma capitalistica invece si caratterizza perché questa unione dei mezzi di produzione e della forza-lavoro avviene attraverso la libera compravendita, cioè attraverso la volontaria vendita da parte della forza-lavoro della propria capacità di lavorare, che poi si estrinseca come momento del capitale.
Il punto chiave è questo: sono tutte diverse epoche del produrre; esse inizialmente si differenziano per le modalità attraverso cui questi elementi, che compongono il processo lavorativo, si uniscono e permettono l'effettiva estrinsecazione dell'attività. Quello che è tipico del modo di produzione capitalistico è che sia il capitalista che il lavoratore sono individui liberi, nel senso che il codice riconosce a ciascuno il diritto di vendere o non vendere, comprare o non comprare. Questa poi si rivelerà essere una parvenza, ma formalmente il codice riconosce questo come atto volontario e sono liberi di farlo e stanno gli uni di fronte a l'altro come uguali, tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge. I principi fondamentali dei codici borghesi sono

Soggetti storici. Lavoratore e operaio
Questo è, tuttavia, allo stesso tempo solo un punto di partenza perché poi i diversi modi di produzione si differenziano ulteriormente per le specifiche dinamiche che si innescano nella loro processualità. Da questo punto di vista, nel modo di produzione capitalistico quali sono le classi? Quali sono i soggetti che entrano in relazione? Prima di affrontare più esplicitamente questo tema, vorrei ricordare un modo di interpretare il primo libro del Capitale, che è possibile, ma che secondo me è molto limitante, perché non permette di capire a fondo la potenza delle categorie che Marx sviluppa in questa parte. Qual è il punto fondamentale di questo approccio che secondo me è sbagliato? Quello di "storicizzare’' questo libro, nel senso di considerarlo una trattazione della storia del capitalismo del 1800, della rivoluzione industriale dell'Inghilterra del tempo. Verso questa lettura ha spinto per primo lo stesso Engels per esempio. Egli introdusse l'idea che i primi tre capitoli del primo libro del Capitale dedicati a merce e denaro ed alla circolazione semplice trattassero non del capitalismo, ma di una "produzione mercantile semplice", cioè di un'epoca della produzione precapitalistica. Lui lo faceva perché aveva in mente il problema della trasformazione dei valori in prezzi; propose come via d'uscita da quella che sembrava un'impasse irrisolvibile l'idea di considerare la legge del valore funzionante in questa società precapitalista; essa sarebbe poi stata sostituita dalla teoria dei prezzi di produzione del terzo libro in una società pienamente capitalistica. Introducendo questa idea, dava l'impressione che si trattasse di un'evoluzione storica, di una sorta di fenomenologia dello sviluppo storico del capitalismo. Anche il modo in cui per esempio lo sviluppo della forma di valore viene trattata: sembra che prima si consideri uno scambio occasionale, poi uno scambio più diffuso, poi uno scambio generalizzato. A quel punto la trasformazione del denaro in capitale poteva essere interpretata come la descrizione dell'avvento storico del capitalismo e poi, soprattutto, tutta la sezione del plusvalore relativo poteva essere letta proprio come una narrazione un po' teorizzata dello sviluppo storico del capitalismo in Inghilterra. Per dare una visione più concreta di questo, soprattutto nel capitolo sulla produzione sul plusvalore relativo, Marx tratta argomenti come cooperazione, manifattura, grande industria, tutti chiaramente esempi che avevano un riferimento empirico molto facile e diretto nell'esperienza storica di quel periodo in Inghilterra. Se andiamo avanti secondo questa ricostruzione, facilmente si individuano i soggetti antagonisti in quelli descritti in queste sezioni e quindi sostanzialmente si tende a limitarli all'operaio della fabbrica. Secondo me questa lettura è possibile, perché il testo la consente, però è estremamente limitante, poiché perde di vista tutta una serie di punti teorici e formali che permettono di utilizzare questa teoria in maniera più ampia, al di là dell'effettiva presenza di questi elementi storici che menzionavo.
Il primo punto è: chi è l'altro del capitale? Qual è l'antagonista del capitale? Qui è anche una questione di come si traduce il testo tedesco. Nelle edizioni italiane tradizionali e non solo, anche nelle edizioni in altre lingue, si riscontrano due parole in questo contesto: una è "lavoratore", una è "operaio". In realtà nel testo tedesco c'è sempre la stessa parola che è “Arbeiter". Qui il punto non è meramente linguistico, è una questione chiave. Quando nelle traduzioni trovate talvolta "lavoratore" e talvolta "operaio" è stato il traduttore a fare questa scelta più o meno legittimamente.2 “Arbeiter"deriva da "arbeiten" che significa "lavorare" e la "-er" finale è come "-tore" in italiano. Questo non significa che l'operaio non sia un lavoratore, ma, a mio parere, Marx sta pensando in maniera più ampia. Il rapporto che si instaura è tra il salariato, portatore materiale del lavoro in potenza, e il capitale sono la forma storica di esistenza della forza-lavoro e dei mezzi di produzione nella fase capitalistica e quindi la forma salariata di questo rapporto è più larga dell'operaio. Ripeto, non esclude assolutamente l'operaio, né significa che l'operaio non sia stato in certi momenti, e possa essere nuovamente, un punto su cui fare leva, però la soggettualità storica non è limitata a questo. Perché ciò è importante? Perché, secondo me, incide anche sul modo di interpretare tutta la sezione del primo libro del Capitale dedicata al plusvalore relativo. Il punto chiave è infatti: a quale livello di astrazione si sviluppa l'analisi di Marx? Marx di che cosa sta parlando? Del capitalismo dell'Inghilterra dell'ottocento o sta facendo una teoria del funzionamento del modo di produzione capitalistico, vale a dire una cosa molto più astratta. Io penso che sia il secondo caso. Egli elabora una teoria generale che dà le definizioni di che cosa è capitale", "lavoro salariato", "plusvalore" etc., che definisce cioè la grammatica del modo di produzione capitalistico, che di per sé non è nessun capitalismo. Nessun capitalismo è descritto nel Capitale e un po' tutti. Questo è il punto: è una teoria astratta di come questo modello funziona, ma come tale questo modello non è mai esistito nella sua purezza e mai esisterà. Marx usa infatti la parola "capitalismo" in tutti i libri e manoscritti del Capitale una sola volta, nel secondo. È qualcosa di simile alla trattazione delle leggi astratte della fisica rispetto ai fenomeni concreti in cui esse si realizzano. Marx parla dunque anche del capitalismo dell'Inghilterra, ma non teorizza quel capitalismo specifico, teorizza il modo di produzione capitalistico come tale. 11 modo di produzione non è il capitalismo e non è nessuno dei capitalismi che conosciamo, perché per parlare della crisi attuale, del capitalismo italiano nel contesto della crisi europea abbiamo bisogno di una serie infinita di integrazioni, di scendere dal livello di astrazione altissimo della teoria del modo di produzione e aggiungere la teoria dello Stato, etc., diciamo tutti i libri che Marx avrebbe voluto scrivere e che non ha mai scritto. È una teoria molto potente, ma che, per essere utilizzata, va ampliata, approfondita, come lo stesso Marx del resto suggeriva.

Sussunzione del lavoro sotto il capitale. Forme e figure
Torno alla sezione che menzionavo prima, quella dedicata alla produzione del plusvalore relativo; in essa si descrive come il capitale cerchi, nella maniera a lui più consona, di aumentare l’espropriazione di plusvalore. Normalmente la giornata lavorativa si divide in una parte di lavoro necessario - quella necessaria alla riproduzione della forza-lavoro - e in una parte in cui il capitalista si appropria; egli infatti paga "giustamente” la forza-lavoro al suo valore, ma poi, facendo lavorare il lavoratore per più ore di quelle necessarie alla riproduzione della forza-lavoro, estorce un plusvalore. Se il limite della giornata lavorativa è fissato, come fa ad aumentare il plusvalore?
Riducendo il lavoro-necessario attraverso l’incremento della produttività del lavoro. Per far questo, il modo di produzione capitalistico modifica il modo di produrre, inizia a introdurre delle modifiche strutturali al modo in cui si produce che determineranno la specificità del modo di produzione capitalistico. Lo stesso Marx distingue tra "sussunzione formalistica”3 e "sussunzione reale” del processo lavorativo sotto il capitale; la prima non modifica il modo di produrre dato, la seconda sì. . La cosa straordinaria è che non è che si può lavorare o non lavorare, non è una scelta “libera” come sembrerebbe secondo la parvenza della circolazione semplice, la "libera" compravendita di forza-lavoro; infatti non si può non lavorare se l’umanità vuole riprodursi. Quindi, in realtà, quello che succede è che la riproduzione umana avviene sotto forma di capitale. Questo significa che è un rapporto di produzione. La riproduzione del corpo umano associato avviene come momento del capitale. Quali sono le caratteristiche peculiari di questo processo riproduttivo in forma capitalistica? In questa parte Marx introduce i capitoli su cooperazione, manifattura e grande industria, che, come dicevo, sono stati letti più storicamente o sociologicamente che logicamente. La mia proposta è di leggere queste parti anche storicamente, ma con un occhio alle determinazioni di forma, cioè alla comprensione di come il processo lavorativo si modifichi in forma capitalistica; ciò permette di individuale modalità più generali che si possono applicare a diverse configurazioni storiche del capitale.
Iniziamo con la cooperazione. Il punto chiave è che con il modo di produzione capitalistico il carattere cooperativo del lavorare diviene una forma strutturale del lavorare, cioè tendenzialmente si lavorerà cooperando. La singola persona che lavora da sé sarà sempre più marginale. Questo non necessariamente ha una forma giuridica predefinita, per esempio il giornalista free-lance che è indipendente, in realtà non è indipendente per niente, perché senza un giornale che gli pubblica un articolo, o il direttore di testata che dà la linea lui non lavorerebbe. Il punto è: come opera? Può operare da solo? Con il sistema di produzione capitalistico l'individuo che opera da solo tende a non esistere più. Cioè il carattere del lavoro cooperativo del lavorare diventa strutturale. Introducendo la manifattura Marx fa un altro passaggio, vale a dire mostra come il singolo lavoratore non solo cooperi genericamente, ma perda la capacità di realizzare tutto il prodotto da solo e, quindi, riesca a farne solo una parte. La parte la farà meglio ma non è più in grado di fare tutto. Attraverso questo passaggio vediamo che il carattere cooperativo diventa intrinseco, perché non si può più tornare indietro, la capacità di tornare indietro è persa. Si potrà solo cooperare perché io so fare solo un pezzetto del prodotto finale. Qui, in maniera ancora più evidente, c'è una scissione tra la finalità complessiva del processo e la mia finalità individuale di lavoratore, lo non ho più il controllo del processo complessivo, che è sopra di me, eterodiretto in quanto gestito dal capitalista ed è la mia finalità individuale che deve integrarsi in modo che poi funzioni con il tutto. La decisione di come il mio pezzettino si integri con il tutto non è mia. Qual è il limite storico, ma anche concettuale di questo? L'abilità personale del lavoratore nel realizzare il bene ancora ha un valore. Ciò viene superato con la grande industria: abbiamo la completa subordinazione dell'attività individuale in un processo sempre più meccanizzato in cui il lavoratore diventa appendice; da qui inizia un processo che con la robotizzazione e l'intelligenza artificiale tendenzialmente può portare all'esclusione della forza-lavoro stessa dal processo lavorativo.
In sostanza, quello che propongo in questa analisi è di distinguere tra "forme” e "figure". Abbiamo delle figure storiche: la cooperazione, la manifattura, la grande industria, che sono esempi di come il modo di produrre si sia modificato. Quali sono le modifiche del modo di produrre? La natura cooperativa, parziale, di appendice dell'attività lavorativa; come tali esse non si limitano affatto alle figure attraverso le quali sono apparse storicamente. Se invece di limitarsi a considerare 1'esistenza di queste figure storiche, ci si concentra sulle forme, si vede come, in realtà, le modificazioni al modo di produrre instaurate dal modo di produzione capitalistico sono tutt'ora presenti, perché la stragrande maggioranza dei processi lavorativi avviene in forma cooperativa, parcellizzata e subordinata e porta tendenzialmente all'estromissione della forza-lavoro dal processo stesso. In questo modo la teoria è molto più potente, abbiamo infatti una teoria del modo di lavorare tipica del modo di produzione capitalistico, che esisterà in figure storiche determinate; in questo modo non importa se l'operaio non c'è più, ammesso e non concesso che questo sia vero ovviamente; anche se così fosse, questo non inficia in niente la validità della teoria di Marx, perché questa teoria mostra le forme attraverso le figure.
Questo tipo di approccio funziona così bene, che permette di spiegare limiti e valore di celebri interpretazic r.. del passato; per esempio, quando in passato si è fatto leva sulla classe operaia come antagonista del capitai-, era giusto, perché in quel momento lì la figura storica che corrispondeva nella maniera più efficace alle forme era propria la classe operaia. Se però si riduce la forma sulla figura che succede? Insieme alla figura, la classe operaia come soggetto antagonista principale scompare anche la forma. Questo è un errore capitale. Se invece distinguiamo fra forme a figure, la scomparsa della figura non implica la scomparsa della forma. Oggi, infatti, le figure sono potenzialmente altre, ma le forme non sono andate via: il rapporto salariato, che sia formalmente o non formalmente riconosciuto, il carattere cooperativo, parziale, subordinato dell'attività lavorativa; il carattere eterodiretto del processo in cui la finalità complessiva viene dal capitalista, tutto questo non è scomparso per niente. Ciò permette di applicare questa teoria ad una casistica molto più ampia e permette anche di cercare i soggetti potenzialmente antagonisti in una più ampia stratificazione sociale4.

La missione storica del capitale
Altra cosa cui vorrei solo brevemente accennare e che non svilupperò è che il modo di produzione capitalistico instaura delle tendenze di lungo periodo che pure ne determinano la specificità storica; Marx le formulò su basi puramente teoriche quando scrisse il Capitale; esse si sono dimostrate tutt'altro che fallaci. Se, infatti, osserviamo almeno due delle tendenze più importanti che Marx ritiene intrinseche al modo di produzione capitalistico vediamo che oggi, ben più che ai suoi tempi, esse si sono verificate. Una è la cosiddetta "globalizzazione". Secondo Marx, un esito di lungo periodo dello sviluppo del modo di produzione capitalistico sarà l'integrazione della produzione a livello mondiale. L'altra tendenza fondamentale è l'aumento della produttività del lavoro: secondo la teoria di Marx, il modo di produzione capitalistico tenderà ad incrementare questa attività in un modo così poderoso che alla fine entrerà in contraddizione con le stesse capacità del sistema di dar esito a questa incredibile forza produttiva.
Ha visto lontano, dunque, anche sulla dialettica di funzione e conflitto; la funzione che le forze produttive hanno nell'integrazione dell'umanità e nell'aumento della loro potenza ad un certo punto entra in conflitto con le forme nelle quali esse stesse si sono esplicate e che quindi ora bloccano il loro ulteriore sviluppo5. Questo è il limite storico del modo di produzione capitalistico6. Qui il limite è la limitazione intrinseca del modello, non è tanto un limite esterno, non è una cosa che sta di fronte, è proprio una limitatezza interna per cui da un certo punto di vista esso crea delle condizioni che lui stesso non riesce a sviluppare. Pensiamo all'umanità: per secoli l'ideale umano è un'idea astratta, la comune umanità. Il modo di produzione capitalistico crea anche l'idea dell'essere umano in astratto ma non solo, esso crea l'umanità concretamente. Come sappiamo bene l'interconnessione della produzione mondiale fa sì che un problema mio in Italia sia il mediato effetto di una crisi negli Stati Uniti, in Cina, etc.. Significa che esistono problemi che solo a livello mondiale si possono porre e superare. Quindi la contraddizione non è tra un'origine che sta chissà dove e il presente; la contraddizione è dentro al presente. È lo stesso modo di produzione capitalistico che crea gli ideali universali e li nega. È lo stesso modo di produzione capitalistico che crea la produttività più potente mai esistita e la nega. Quindi "storicità" significa che questi sono limiti intrinseci di questo modello. Da ciò non si deve dedurre che dopodomani il capitalismo per questo crolli. Il passaggio da questo livello teorico delle contraddizioni fondamentali all'applicabilità di questa teoria con finalità politiche richiede tutta una serie di passaggi che in parte sono già stati fatti, ma che ancora necessitano di ulteriori momenti di analisi. Questo è il lavoro che ci sta di fronte.

* Ringrazio la compagna Rosalba Scinardo Ratto per aver sbobinato la registrazione, sulla cui base questo testo è stato redatto.

Note
1 Mi riferisco in particolare a Ripartire da Marx, Napoli, La città del sole, 2001 e Per una teoria politica ispirata al Capitale, in Un nuovo Marx, Roma, Carocci, 2008, pp. 130-156. Versioni più divulgative sono disponibili su “Proteo”; vedi: La “storia” nel Capitale http://www.proteo.rdbcub.it/article. php3(id_article-266 e Modelli teorici o descrizioni storico-sociologiche? Per una rilettura della sussunzione del lavoro sotto il capitale,http://www.proteo.rdbcub.it/article.php3?id_article=236.
2 Nell’edizione francese curata da Marx si distingue tra “lavoratore” e “operaio”, ma completamente a caso, a volte usa operaio per indicare il contadino feudale. La nuova edizione italiana del I libro del Capitale a mia cura uscita presso La città del sole ha ovviato a queste incongruenze.
3 Traduzione da preferire alla tradizionale “sussunzione formale”.
4 Per una lucida ricostruzione del concetto di classe, si vedano gli articoli di A. Mazzone su "Proteo": Le classi nel mondo moderno, http://www.proteo.rdbcub.it/article.php3?id_article=333 Le classi nel mondo moderno. La complessità del conflitto, http://www.proteo.rdbcub.it/article.php3?id_article=345 e Le classi nel mondo moderno (parte terza) Nuove frontiere della produzione e dello sfruttamento, http://www.proteo.rdbcub.it/article.php3?id_article=386
5 Su questo tema sempre attuale il classico testo di G. M. Cazzaniga, Funzione e conflitto. Forme e classi nella teoria marxiana dello sviluppo, Napoli, l.iguori, 1981.
6 Sempre fondamentale lo studio di A. Mazzone, La temporalità specifica del modo di produzione capitalistico, (ovvero: La “missione storica del capitale”), In: Marx e suoi critici, Urbino 1987, pp. 225-260

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