Saturday, 9 March 2019

Che cosa significa veramente "critica"? Tommaso Redolfi Riva su Marx

Da Consecutio Rerum, n. 5, 2018


A partire dal sottotitolo del Capitale: Critica e metodo della critica dell’economia politica

Tommaso Redolfi Riva*

redolfiriva77@yahoo.it



Abstract: The aim of the paper is to explain the concept of «critique of political economy» (CPE) in Marx’s mature work. Starting from the different meanings CPE assumes, I will try to explain the peculiarities of such a critical project. In particular, I will focus the attention on CPE as a critique of capital as objective-subjective totality: on the one side, as a system of social production whose aim is the valorisation of capital, based on the appropriation of unpaid labour and generating a system of socialisation of production increasingly becoming autonomous from the social agents which establish it; on the other side, as the place of constitution of the categories of political economy, whose defect cannot only be brought back to the methodological lack of the economists because such categories, as a part of the capitalistic reality itself, are products of capitalistic social relationships. What emerges from this perspective is that CPE, as the presentation of the system of capitalistic relationships, is the critique of a specific science put forth by means of the critique of its own specific object.

Keywords: Marx; critique of political economy; method of the critique; theory of value; fetishism


«Il metodo della dialettica,
che cerca di andare al di là della prospettiva specialistica
e circoscritta della logica e dell’epistemologia,
consisterebbe nel non accontentarsi della semplice individuazione
del punto che richiede di essere criticato e poi affermare:
‘Guarda, qui c’è un errore nel ragionamento, sei caduto in contraddizione –
quindi tutta la cosa non vale nulla’, bensì […]
nell’indicare perché, nella costellazione di questo pensiero,
certi errori e certe contraddizioni sono inevitabili,
che cosa li ha generati nel movimento di tale pensiero e
in che senso quindi essi si mostrano significativi,
nella loro falsità e contraddittorietà, nella totalità del pensiero».
(Adorno 2010, 222-3)


1. Introduzione

Le categorie dell’economia politica rappresentano per Marx il luogo di accesso privilegiato alla realtà del modo di produzione capitalistico, non soltanto in quanto momenti di una teoria che rappresenta «il tentativo di penetrare nell’intima fisiologia della società borghese», ma anche in quanto esse sono una prima «nomenclatura» dei fenomeni «economici» che sono così riprodotti nel «processo di pensiero» (Marx 1993b, 168-169). Se è vero che l’oggetto della teoria di Marx è il modo di produzione capitalistico, l’accesso a tale oggetto passa necessariamente attraverso la mediazione concettuale (cfr. Schmidt 2017 e Fineschi 2006, in particolare 131-136). L’economia politica rappresenta proprio questa mediazione concettuale ed è per questo che il confronto con gli economisti assume una tale centralità nell’opera marxiana. Tuttavia, il rapporto che Marx sviluppa con le categorie dell’economia politica è eminentemente critico. In primo luogo, la critica delle categorie economiche si presenta come il ricondurre le elaborazioni teoriche degli economisti alle condizioni storiche dell’accumulazione capitalistica, mostrando lo sviluppo delle idee nella sua stretta connessione con lo sviluppo reale del modo di produzione: in questo modo Marx riconduce le riflessioni teoriche al «nocciolo terreno» da cui si dipartono. Ma questo ricondurre il condizionato alla condizione, seppur imprescindibile, è ancora soltanto generico: poiché «l’unico metodo materialistico» consiste nello «sviluppare dai rapporti di vita di volta in volta effettivi le loro forme trasposte in cielo» (Marx 2011, 407), la critica dell’economia politica quale «critica delle categorie economiche» (Marx e Engels 1973, 577-578) deve essere in grado di pensare le categorie come «modi d’essere, determinazioni d’esistenza» della «moderna società borghese» (Marx 1997a, 34), deve essere, quindi, critica del sapere dell’economia che si costituisce a partire dall’esposizione dell’oggetto di questo sapere, e, da esso, desumere le categorie come momenti della totalità capitalistica stessa. In questo modo l’insufficienza teorica della riflessione dell’economia politica non è più generica, è bensì un portato specifico dell’oggetto stesso a cui l’economia politica si applica.


2. Le condizioni di possibilità dell’economia politica come sapere autonomo

Per comprendere analiticamente il modo di procedere della critica è necessario, in un primo momento, riferirsi all’oggetto della critica e chiedersi perché per Marx sia necessario, per comprendere la forma di moto della società moderna, rivolgersi all’economia politica. Si tratta cioè di dare profondità concettuale all’asserzione marxiana, presente nella Prefazione a Per la critica dell’economia politica, secondo cui «l’anatomia della società civile è da cercare nell’economia politica» (Marx 1979, 4).
Una prima approssimazione al concetto di «critica dell’economia politica» può essere raggiunta a partire dalla comprensione delle condizioni di possibilità dell’economia politica quale sapere autonomo. In questo senso, per Marx, riflettere sulla costituzione dell’economia politica come sfera separata del sapere della società non è semplicemente il pensare la storia e lo sviluppo della scienza sociale, dal quale facilmente si conviene che sin dall’antichità esiste un sapere che si occupa della sfera della produzione e riproduzione degli uomini in società, che poi giunge alla propria classicità con l’economia politica. Per Marx, il costituirsi dell’economia politica quale sapere autonomo significa – materialisticamente – riflettere su come si sia determinato, nella realtà effettuale, un segmento isolabile al quale ci riferiamo come sfera dei rapporti economici. La storicità del sapere dell’economia, il suo sorgere come sapere autonomo, come il sapere della società moderna, deve essere quindi ricondotto al presentarsi dei rapporti materiali di esistenza come sfera autonoma della società. La scienza che deve indagare le origini e le cause della ricchezza può nascere soltanto nel momento in cui la produzione della ricchezza, la sfera dei «rapporti materiali di esistenza», si sgancia dai vincoli politici e etici che caratterizzano le forme economiche precapitalistiche. L’economia politica come scienza può, quindi, nascere solo laddove il suo oggetto ha assunto una sua discretezza e una sua specifica autonomia[1].
Da questa prospettiva, il significato dell’espressione «l’anatomia della società civile è da cercare nell’economia politica» assume un significato più preciso, che non rinvia ad una generica e transtoricamente applicabile «concezione materialistica della storia (Die materialistische Anschauung der Geschichte)» (Engels 1974, 256) – che proprio in quella Anschauung lascia presagire un procedere tutto spostato sul lato del soggetto che discerne, distingue e sceglie nella enorme congerie dei fenomeni sociali –, tanto meno rimanda alla costruzione di un canone storiografico – come nella nota interpretazione critica di Croce (1921, 79). L’espressione allude, invece, al costituirsi autonomo di una sezione della realtà: quella dei «rapporti materiali dell’esistenza», di cui l’economia politica si presenta quale sapere.
Tuttavia, per Marx, questa autonomizzazione non implica che i rapporti materiali di esistenza siano compresi al di fuori di una dimensione statuale oppure al di fuori di una dimensione politica o giuridica, quanto che, nel modo di produzione che caratterizza la società moderna, la determinazione dei rapporti di proprietà e di distribuzione, nonché l’allocazione del lavoro sociale, ha luogo al di fuori della sfera della deliberazione politica e all’interno di un sistema di processi di produzione privati, autonomi e indipendenti l’uno dall’altro, che non riceve coordinazione alcuna che non sia quella che scaturisce da un sistema di scambi di merci prodotte privatamente[2].
In questo orizzonte, le pagine del Manoscritto 1857-1858 sulle «forme che precedono la produzione capitalistica» si mostrano un luogo privilegiato di accesso al problema. Per Marx, è necessario delineare i presupposti sui quali si fonda il rapporto sociale capitalistico e comprendere la sua differentia specifica rispetto alle forme economiche che lo precedono[3].
La produzione, nelle epoche che precedono il modo di produzione capitalistico, non è mai un segmento discreto rispetto agli altri momenti che caratterizzano i rapporti tra gli uomini. La produzione ha come finalità la riproduzione della comunità, che precede e veicola la produzione stessa. È la comunità che, fuori e prima della produzione, determina i rapporti di proprietà, la distribuzione delle risorse, l’allocazione del lavoro.
Prescindendo da come viene caratterizzata caso per caso la relazione tra produzione, rapporti materiali di esistenza, e totalità sociale, per Marx, nelle forme di produzione precapitalistiche lo scopo della produzione risiede fuori dalla, e prima della, produzione stessa. Meglio: la produzione è sempre produzione per uno scopo sociale che la precede. Alla produzione è presupposta una condizione sociale e politica che essa deve riprodurre: la produzione è mezzo di un fine che le sta alle spalle. Nelle forme che precedono il modo di produzione capitalistico, infatti, «lo scopo economico è la produzione di valori d’uso, la riproduzione dell’individuo nei rapporti determinati con la sua comunità, nei quali esso rappresenta la base della comunità stessa» (Marx 1997b, 108).
Posto che la produzione è mezzo per un fine che la precede e la veicola, un’analisi della sfera economica come sfera separata dalle altre sfere sociali non trova realtà storica documentata. L’economia politica come sapere della società non esiste né può esistere come sapere separato:
Presso gli antichi non troviamo mai un’indagine su quale forma di proprietà fondiaria, ecc., crei la ricchezza più produttiva, la massima ricchezza. La ricchezza non si presenta come scopo della produzione. […] L’indagine è sempre volta a stabilire quale forma di proprietà crei migliori cittadini. La ricchezza come fine a se stessa si ritrova solo tra i pochi popoli commerciali […] che vivono nei pori della società medievale. (Marx 1997b, 112)
Solo laddove la valorizzazione del capitale diviene l’impulso fondamentale del processo di produzione e riproduzione, l’economia politica si costituisce come sapere indipendente:
L’economia politica, che prende piede come scienza autonoma solo nel periodo manifatturiero, considera la divisione sociale del lavoro, in genere solo dal punto di vista della divisione del lavoro di tipo manifatturiero come mezzo per produrre più merce con lo stesso quantum di lavoro e quindi per ridurre le merci più a buon mercato e accelerare l’accumulazione del capitale. In opposizione stringente a questa accentuazione della quantità e del valore di scambio, gli scrittori dell’antichità classica si tengono esclusivamente alla qualità e al valore d’uso. (Marx 2011, 402)
Nella produzione capitalistica lo scopo non risiede al di fuori della produzione materiale, nella riproduzione della società o di una configurazione sociale che precede l’atto produttivo. Scopo della produzione è la ricchezza nella sua forma astratta, denaro, produzione di più denaro rispetto a quello anticipato: D-M-D’. Per dirla con le parole di Marx: «impulso movente e scopo determinante del processo di produzione capitalistico è in primo luogo la maggiore autovalorizzazione possibile del capitale, cioè la maggiore produzione possibile di plusvalore» (Marx 2011, 363).
L’economia politica può determinarsi come sapere autonomo solo nel momento in cui i rapporti materiali di esistenza si rendono autonomi, quando lo scopo della produzione è la produzione stessa, quando cioè il processo di produzione è processo di valorizzazione. Solo perché la produzione capitalistica è produzione di plusvalore, e in quanto tale non ha altro «impulso movente e scopo determinante» al di fuori della valorizzazione stessa, essa è ab-soluta e quindi autonoma.


3. Critica del modo di produzione capitalistico juxta propria principia

A partire dalla produzione capitalistica come produzione di plusvalore è possibile comprendere una seconda determinazione che assume il concetto di «critica dell’economia politica». Ciò che per Marx caratterizza la produzione capitalistica è la forma specifica che il lavoro assume in quanto lavoro salariato:
Il fatto che il lavoratore trovi già le condizioni oggettive del lavoro come separate da lui, come capitale, e il capitalista trovi già l’operaio privo di proprietà, come lavoratore astratto […] presuppone un processo storico […] che costituisce la storia genetica del capitale e del lavoro salariato. (Marx 1997b, 113)
Tale genesi storica dei rapporti sociali è nello stesso tempo «genesi storica dell’economia borghese, delle forme di produzione che sono espresse teoreticamente o idealmente dalle categorie dell’economia politica» (Marx 1997b, 114).
La genesi storica dell’economia politica quale sapere separato, che può studiare i rapporti materiali di esistenza nella loro purezza, nel loro costituirsi quale sfera autonoma, ha come presupposto la genesi storica del modo di produzione capitalistico, che Marx individua nella polarizzazione tra le condizioni soggettive e le condizioni oggettive della produzione: «ciò che [dunque] caratterizza l’epoca capitalistica è che la forza-lavoro riceve per lo stesso lavoratore la forma di una merce che gli appartiene, quindi il suo lavoro riceve la forma di lavoro salariato. D’altro lato, la forma di merce del prodotto del lavoro si universalizza solo da questo momento» (Marx 2011, 187 n.).
È proprio a partire dalla produzione capitalistica quale fase determinata della produzione dell’umanità nella natura e dal lavoro salariato come forma storica specifica di esistenza delle condizioni soggettive della produzione, che Marx riesce a comprendere ed esporre il processo di produzione quale processo di valorizzazione e a risolvere il problema fondamentale a cui l’economia politica non era stata in grado di dare risposta: come fosse possibile, a partire dallo scambio di equivalenti sul mercato, la formazione di un profitto. Messa in discussione la teoria preclassica del profit upon alienation, cioè del profitto che proviene da uno scambio tra merci nel quale si scambia più valore contro meno valore, con Ricardo l’economia politica classica era giunta a legare il profitto alla grandezza del capitale anticipato, ma non era riuscita a legare tale proporzionalità alla legge del valore – anzi, tale mancanza di relazione era diventato il limite che metteva in discussione il sistema di Ricardo e la sua legge del valore.
Posto che le condizioni oggettive (mezzi di produzione) e le condizioni soggettive (lavoratore) della produzione sono strutturalmente separate, il processo produttivo, che presuppone l’unione di tali condizioni, può attuarsi solo attraverso uno scambio tra il possessore di capitale e il lavoratore. Il rapporto di scambio non è tra capitale e lavoro, come invece è concepito dall’economia politica, poiché il lavoro esiste solo in potenza nel lavoratore (non potendo egli esercitare la sua capacità lavorativa su alcun mezzo di produzione). Il rapporto di scambio si determina tra capitale e forza-lavoro, ovvero tra capitale e capacità lavorativa. Un tale scambio è riconducibile allo scambio di equivalenti, dato che il salario che il lavoratore riceve è proporzionale alla quantità di lavoro necessaria alla riproduzione del lavoratore stesso. Tuttavia, è solo attraverso l’uso da parte del capitale della merce forza-lavoro acquistata che si determina la formazione del plusvalore: il capitale acquista la merce forza-lavoro al suo valore, ma la fa lavorare un numero di ore maggiore rispetto alle ore necessarie alla riproduzione del salario.
Solo l’ingresso nel «laboratorio segreto della produzione» permette a Marx di comprendere la formazione del plusvalore e, nello stesso tempo, di sviluppare una critica immanente delle leggi che sorreggono la circolazione delle merci. In questo senso, la critica dell’economia politica è critica del sistema capitalistico e della sua autorappresentazione come «Eden dei diritti innati», luogo di vigenza di «libertà, uguaglianza, proprietà» (Marx 2011, 193). L’equivalenza che caratterizza lo scambio tra le merci sul mercato capitalistico è sorretta dalla produzione di plusvalore, dall’appropriazione da parte del capitale del pluslavoro erogato dalla forza-lavoro oltre il lavoro necessario alla riproduzione del lavoratore stesso: «dalla parte del capitalista, la proprietà si manifesta come il diritto di appropriarsi di lavoro altrui non retribuito, ossia del prodotto di esso, e, dalla parte del lavoratore, come impossibilità di appropriarsi del proprio prodotto. La separazione fra proprietà e lavoro diventa conseguenza di una legge che parventemente partiva dalla loro identità» (Marx 2011, 647-648).
È, quindi, in base ai principi stessi su cui si fonda lo scambio che il modo di produzione capitalistico diviene oggetto di critica: la circolazione mostra il proprietario dei mezzi di produzione e il proprietario della forza-lavoro come persone libere ed eguali. Il loro scambio ha la forma di uno scambio di equivalenti, ma, dal punto di vista della produzione, esso non è che appropriazione di pluslavoro erogato dalla forza-lavoro oltre il lavoro necessario alla riproduzione della forza-lavoro stessa[4]. L’equivalenza è, perciò, soltanto parvente e la critica dell’economia politica diviene autocritica, cioè critica del modo di produzione capitalistico juxta propria principia[5].


4. Critica dell’assolutizzazione dei rapporti sociali capitalistici

Come abbiamo visto, la modernità capitalistica è il terreno nel quale sorge e solo può sorgere l’economia politica quale sapere autonomo. Essa si determina, per Marx, come scienza della società civile nel duplice senso del genitivo soggettivo e oggettivo: da un lato, quale scienza che studia il modo di produzione capitalistico, dall’altro, quale scienza che è prodotto del modo di produzione capitalistico ed è, quindi, incapace di sollevarsi al di sopra del suo punto di vista[6]. In quest’ottica possiamo intendere la critica dell’economia politica come critica dell’assolutizzazione e della naturalizzazione dei rapporti sociali capitalistici.
L’analisi di Marx non sta a parte subiecti: come la comprensione del costituirsi dell’economia politica quale scienza autonoma non trova risposta nell’analisi storiografica della scienza sociale e del suo sviluppo diacronico, così, la mancanza di storicità dell’economia non è un errore del sapere dell’economia politica. Per Marx, l’insufficiente elaborazione concettuale dell’economia politica è, piuttosto, il portato dell’oggetto a cui essa si rivolge e può essere spiegato soltanto attraverso l’esposizione di tale oggetto.
L’autonomizzazione dei rapporti materiali di esistenza, della sfera economica, si rende esplicita nel momento in cui riflettiamo sul fatto che gli oggetti che ci circondano appaiono predicabili di una proprietà sovrasensibile – il valore – e che in base a questa proprietà essi sono scambiati, comperati e venduti. Il valore è la dimensione costitutiva della scienza economica[7]. Così come la fisica fronteggia corpi che hanno massa, l’economia politica fronteggia merci, oggetti che hanno valore: essa concepisce il valore come una dimensione naturale, costitutiva del rapporto che si istituisce tra gli uomini e gli oggetti. Questo vale sia per l’economia politica classica che per l’economia marginalistica.
L’economia classica concentra l’attenzione sul momento produttivo: il valore di un oggetto è determinato dalla quantità di lavoro erogato nella sua produzione. Nelle «robinsonate» di Smith e di Ricardo troviamo infatti il cacciatore e il pescatore primigeni che si scambiano i loro prodotti quali valori e lo scambio avviene in proporzione al tempo di lavoro oggettivato in questi oggetti. Per l’economia classica gli oggetti sono valori proprio in quanto sono concrezioni di lavoro, a prescindere dalla forma sociale del lavoro, a prescindere dalla forma sociale specifica nella quale sono prodotti.
L’economia marginalista concentra, invece, l’attenzione sul momento del consumo e il valore dell’oggetto è determinato dall’utilità marginale. Il valore è costitutivo del rapporto tra uomo e cosa al punto che essa si autorappresenta – con Robbins, nel famoso saggio sulla natura e il significato della scienza economica (Robbins 1953) – come la scienza che studia la condotta umana come una relazione tra scopi e mezzi scarsi applicabili ad usi alternativi. Tuttavia, ciò che trascende completamente la riflessione teorica dell’economia politica come scienza è la forma di valore stessa: il valore come dimensione e non come grandezza.
Quando l’economia si trova di fronte alla spiegazione dello scambio di due oggetti, essa cerca di ricondurre la proporzione in cui essi si scambiano ad una variabile esterna rispetto allo scambio stesso, quella che potremmo definire variabile indipendente e che dovrebbe essere in grado di dare ragione della proporzione[8] – nel caso dell’economia classica il lavoro oggettivato nel prodotto e nel caso dell’economia marginalista l’utilità al margine nel consumo. Essa, tuttavia, non si accorge del fatto che in primo luogo gli oggetti devono essere valori, devono cioè essere predicabili di una proprietà che non li caratterizza nella loro oggettualità materiale e che, invece, è una proprietà sovrasensibile. Ciò che rimane al di fuori del discorso teorico dell’economia è proprio la forma di valore.
Pensare la forma di valore significa pensare le condizioni di possibilità in base alle quali un oggetto sia predicabile di una qualità sovrasensibile: il valore. Ciò comporta concepire la forma merce, la forma che la ricchezza assume nelle società in cui domina il modo di produzione capitalistico, come il portato di una forma specifica di organizzazione della produzione nella società.
Per Marx, la forma di merce può universalizzarsi solo laddove anche la forza-lavoro riceve tale forma e il lavoro diviene lavoro salariato, la produzione capitalistica è quindi produzione di merci in quanto presuppone una specifica forma di organizzazione dell’erogazione e della socializzazione del lavoro. Quando Marx parla di merce, egli non parla immediatamente di un oggetto, di un prodotto del lavoro; parla di un prodotto che è esito di una forma particolare di organizzazione del lavoro della società:
Oggetti d’uso divengono, in genere, merci, perché sono prodotti di lavori privati condotti indipendentemente gli uni dagli altri. Il complesso di questi lavori costituisce il lavoro sociale complessivo. Poiché i produttori entrano in contatto sociale solo attraverso lo scambio dei prodotti del loro lavoro, anche i caratteri specificamente sociali dei loro lavori si manifestano fenomenicamente solo entro questo scambio. Ovvero: i lavori privati si attuano, di fatto, come anelli del lavoro sociale complessivo solo attraverso le relazioni in cui lo scambio traspone i prodotti del lavoro e, mediante essi, i produttori. (Marx 2011, 84)
Per poter pensare la merce è necessario pensare ad unità produttive separate, autonome l’una dall’altra, che producono in vista dello scambio. Il rapporto tra le varie unità produttive, tra le differenti erogazioni private di lavoro, tra i singoli processi di valorizzazione, è determinato dallo scambio delle merci tra loro. Non esiste un’organizzazione anteriore della produzione sociale. Il lavoro erogato nella produzione delle merci è un lavoro immediatamente privato che diviene lavoro sociale, quindi parte del lavoro sociale complessivo, solo attraverso lo scambio che si determina tra gli oggetti prodotti sul mercato. Una tale organizzazione della produzione e della socializzazione del lavoro è storicamente determinata: essa appartiene al modo di produzione capitalistico ma sono possibili altre forme di socializzazione[9].
Marx tratteggia diverse forme di socializzazione del lavoro in cui il prodotto del lavoro non assume la forma di merce[10]. La differenza fondamentale che caratterizza queste forme di socializzazione da quella capitalistica risiede proprio nel fatto che i prodotti hanno già un carattere sociale ex ante, nella produzione, mentre i lavori erogati, sebbene siano momenti della divisione sociale del lavoro, hanno una coordinazione anteriore alla circolazione che li rende immediatamente sociali.
Nel modo di produzione capitalistico, invece, la produzione è produzione di merci. Il rapporto sociale, che lega le unità produttive l’una all’altra e che determina la socializzazione del lavoro erogato nella produzione, si attua attraverso lo scambio delle merci prodotte. Meglio: attraverso un sistema di scambi tra merce e denaro, separati gli uni dagli altri. Non esiste, perciò, un’organizzazione dell’allocazione dei lavori precedente alla produzione: il lavoro si determina come lavoro sociale – cioè lavoro che la società valuta necessario alla propria riproduzione – solo quando la merce prodotta si scambia con denaro, quando il lavoro concreto erogato nella produzione di quella merce assume la forma di valore divenendo lavoro astratto. A differenza di quanto affermato dall’economia politica classica, la sostanza di valore non è il lavoro concreto erogato nella produzione, bensì il lavoro astratto, cioè il lavoro che attraverso lo scambio con denaro si conferma come parte del lavoro sociale complessivo.
La forma di valore che i prodotti del lavoro assumono è, quindi, il portato di quella forma particolare di organizzazione della produzione nella quale esiste un’universale dipendenza delle unità produttive, ma nella quale ogni unità produttiva eroga lavoro in modo indipendente dall’altra. Esiste, cioè, una divisione sociale del lavoro che è priva di coordinazione antecedente alla produzione stessa. L’assunzione della forma di valore da parte dell’oggetto prodotto, il fatto cioè che quell’oggetto prodotto sia venduto, è il modo nel quale il lavoro erogato nella produzione si dimostra socialmente necessario: è il modo nel quale il lavoro erogato da quella unità produttiva si pone in rapporto con le altre unità produttive.
L’economia, che concepisce il valore quale elemento costitutivo del rapporto (produttivo o di consumo) tra uomo e cosa, si rivela incapace di concepire la genesi del valore, cioè l’origine di quella specifica organizzazione della produzione il cui fine è la valorizzazione.


5. Le categorie dell’economia politica come momenti della realtà sociale

La riflessione di Marx non si limita alla constatazione dell’assolutizzazione del rapporto di capitale, egli procede ulteriormente e si chiede che cosa conduca l’economia politica a naturalizzare le forme specifiche in cui si attua la produzione capitalistica; perché l’economia politica sia vittima del carattere di feticcio della merce e dunque preda del feticismo; da dove sorga l’assolutizzazione delle forme specifiche del modo di produzione capitalistico. Per Marx, la naturalizzazione, l’assolutizzazione e il feticismo dell’economia politica dipendono direttamente dalla forma di cosa che il rapporto sociale assume: il feticismo dell’economia politica non è quindi solo errore metodologico della scienza. Lo scambio di cose che si determina sul mercato fa apparire i caratteri specifici della produzione capitalistica, la sua specifica forma di socializzazione del lavoro, come caratteri oggettuali dei prodotti del lavoro, una «proprietà sociale di natura di queste cose»:
[La forma di merce] riflette agli uomini, come in uno specchio, i caratteri sociali del lavoro come caratteri oggettuali dei prodotti stessi del lavoro, come proprietà sociali di natura di queste cose; dunque riflette anche il rapporto sociale dei produttori con il lavoro complessivo come un rapporto sociale di oggetti che esiste al di fuori di loro. (Marx 2011, 83)
Il rapporto sociale che lega le unità produttive l’una all’altra si attua per mezzo di uno scambio di cose. Esso, cioè, assume una forma oggettuale che sta di fronte agli agenti sociali, ed è proprio in questa forma oggettuale che risiede l’eternizzazione compiuta dall’economia politica del modo di produzione capitalistico.
Il dislocamento del rapporto sociale tra le unità di produzione in un rapporto sociale tra oggetti è appunto «un rovesciamento e fa apparire [erscheinen lässt] i rapporti fra persone come proprietà di cose e come rapporti fra le persone e le proprietà sociali di queste cose» (Marx 1993c, 543). È, quindi, il carattere di feticcio della socializzazione capitalistica del lavoro che porta la riflessione economica al feticismo, alla naturalizzazione dei rapporti sociali capitalistici, al concepire come naturale la forma di valore che i prodotti del lavoro assumono[11].
In questo senso, la critica dell’economia politica è, da un lato, critica del feticismo, e dall’altro, deduzione di tale feticismo a partire dall’esposizione dell’oggetto a cui il sapere dell’economia si rivolge: il carattere di feticcio che assume la socializzazione del lavoro nel modo di produzione capitalistico, il suo carattere oggettuale, è l’origine del feticismo dell’economia politica.


6. Critica dell’economia politica e critica del valore

Se riflettiamo ancora sulla teoria del valore e lasciamo da parte le feticizzazioni dell’economia politica, è possibile scorgere un ulteriore senso della critica marxiana. Una volta che il valore è, con Marx, compreso quale rapporto sociale è possibile sviluppare una critica dell’economia politica come critica del valore, cioè critica di un rapporto sociale di produzione che è istituito attraverso le azioni degli agenti sociali ma che si impone loro come una legge di natura a cui sono soggetti[12].
La legge del valore, quale rapporto fondamentale che regola la forma di moto della società capitalistica, non è fatta valere consapevolmente dagli scambianti[13] – come invece suggerisce l’idea smithiana del lavoro come pena e come sacrificio a cui spesso le esposizioni della teoria del valore, in ultima istanza, rimandano – è, bensì, un processo sovraindividuale che si attua obiettivamente rispetto alla coscienza degli scambianti e a cui ogni singolo agente sociale è soggetto. Ogni singolo capitalista, che ha come obiettivo la massima valorizzazione del proprio capitale, organizza il processo di produzione in base alla tecnica di cui dispone e alle informazioni relative alla domanda di quel prodotto. Determina, in questo modo, quanto lavoro concreto devono contenere le proprie merci. Tuttavia, quanto di quel lavoro erogato si confermi nella circolazione come lavoro astratto, lavoro socialmente necessario, quindi valore, egli non può saperlo prima della vendita della propria merce: se il lavoro concreto è presente alla considerazione cosciente del produttore, il lavoro astratto rinvia a un processo sovraindividuale che si attua nella circolazione e che si impone obiettivamente agli agenti economici come media che agisce dopo e indipendentemente dalla erogazione individuale.
La teoria marxiana, quindi, consiste nello «svolgere come la legge del valore si impone» (Marx e Engels 1975, 598), comprendere cioè quel processo obiettivo che si attua al di fuori della possibilità di controllo degli agenti sociali: in questo senso, la critica dell’economia politica rappresenta l’«anamnesi della genesi» dell’autonomizzazione dei rapporti sociali e rimanda alla necessità di una riappropriazione della forma di moto della società[14].


7. Conclusione

Il concetto di «critica dell’economia politica» che abbiamo cercato di enucleare permette di sviluppare alcune considerazioni relative al metodo della critica. Ciò che vale la pena sottolineare è la natura ancipite del metodo della critica marxiano. Se, da un lato, è critica delle categorie, quindi critica del sapere dell’economia politica, dell’elaborazione concettuale del modo di produzione capitalistico prodotta dalla scienza, essa è sempre critica di un sapere determinato che è tale perché è sapere di un oggetto determinato. La critica del sapere diviene perciò critica dell’oggetto del sapere e comprensione delle condizioni sociali oggettive che hanno originato quella forma specifica di sapere. Potremmo dire che la critica dell’economia politica è critica del capitale quale totalità oggettiva e soggettiva: da un lato, quale sistema della produzione come «scopo a se stessa» che si basa sull’appropriazione di lavoro non pagato e che dà vita a un sistema di socializzazione della produzione che si rende autonomo dagli agenti sociali che lo istituiscono; dall’altro, quale luogo di costituzione delle categorie dell’economia politica la cui inadeguatezza non è solo riconducibile alla mancanza di senso teorico degli economisti proprio perché le categorie sono riflesso, espressione e prodotto dei rapporti sociali capitalistici: esse sono un momento della realtà sociale stessa. Ed è proprio in quanto esse sono «forme di pensiero socialmente valide, dunque oggettive, per i rapporti di produzione di questo modo di produzione sociale storicamente determinato» (Marx 2011, 87) che Marx può descrivere il proprio lavoro sia come «critica delle categorie economiche» che come «sistema dell’economia borghese esposto criticamente», cioè, «esposizione del sistema e critica dello stesso per mezzo dell’esposizione» (Marx e Engels 1973, 577-578).



Note

* Una prima versione di questo contributo è stata presentata nel giugno del 2017 al Corso di perfezionamento in Teoria critica della società dell’Università degli Studi di Milano Bicocca. Ringrazio vivamente Vittorio Morfino e gli organizzatori per l’invito.
[1] Sul tema della «deduzione materialistica» dell’economia politica risulta imprescindibile la riflessione di Lorenzo Calabi (in particolare 1976b), a cui è propedeutica la recensione critica al volume Valore di Claudio Napoleoni svolta in Calabi (1976a).
[2] Come afferma Ellen Meiksins Wood: «il punto è spiegare come e in che senso il capitalismo abbia determinato una cesura tra l’economico e il politico – come e in che senso questioni essenzialmente politiche come il potere di controllare la produzione e l’appropriazione o l’allocazione del lavoro sociale e delle risorse, siano state rimosse dalla arena politica e dislocate in una sfera separata» (Meiksins Wood 2016, 20).
[3] È in questo senso, e non come primo tentativo di analisi storiografica dell’antichità, che le pagine delle Formen continuano ad essere significative. Su questo, con accenti e prospettive differenti, cfr. Cazzaniga (1981), Meiksins Wood (2008), Basso (2008).
[4] Su questo punto è molto interessante la riflessione sviluppata da Ellen Meiksins Wood. La studiosa mostra che nei modi di produzione precapitalistici l’appropriazione del prodotto del lavoro altrui si fonda sull’esercizio di un potere extraeconomico (militare, politico ecc.), mentre nel modo di produzione ciò che garantisce tale appropriazione è il rapporto stesso tra capitale e lavoro salariato, il quale, solo dal lato della forma, si presenta come un contratto tra persone libere ed eguali. Tale contratto, nel riprodurre da un lato il lavoratore libero (in quanto persona e in quanto privo dei mezzi su cui poter esercitare la propria forza-lavoro) e dall’altro il detentore dei mezzi di produzione, riproduce il rapporto stesso di capitale. Nel modo di produzione capitalistico non è dunque possibile pensare il processo di produzione come mero momento tecnico: esso, fin dall’inizio, si costituisce quale rapporto sociale, nella cui attuazione concorrono elementi politici e giuridici. L’aspetto politico del rapporto di produzione non può essere, quindi, considerato momento accessorio o sovrastrutturale posto che «la ‘sfera’ della produzione è dominante non nel senso che è separata o che precede queste forme giuridico-politiche, ma piuttosto nel senso che queste forme sono proprio forme della produzione, gli attributi di un particolate sistema di produzione» (Meiksins Wood 2016, 27).
[5] È proprio a questa critica immanente che si riferisce Adorno quando afferma che lo scopo della teoria critica è quello di «misurare ‘ciò che è’ [der Fall ist] nella società, come l’avrebbe messa Wittgenstein, con ciò che la società afferma di essere [was es zu sein beansprucht], in modo da scoprire in questa contraddizione il potenziale, le possibilità per cambiare l’intera costituzione della società» (Adorno 2003, 31), «chiedere se la società è conforme alle proprie regole, se la società funziona in base alle leggi che essa afferma essere le proprie» (Adorno 1997, 506). Per Adorno il modello di una tale critica della società rimane la critica dell’economia politica di Marx, la quale appunto «procede a dedurre, dallo scambio e dalla forma di merce e dalla loro contraddizione immanente, ‘logica’, quel tutto di cui deve essere criticato il diritto all’esistenza. L’affermazione dell’equivalenza di ciò che viene scambiato, base di ogni scambio, è sconfessata dalle sue conseguenze. In quanto il principio di scambio si estende, in forza della sua dinamica immanente, al lavoro vivente degli uomini, esso si inverte necessariamente, nell’ineguaglianza oggettiva, quella delle classi. Esprimendo in modo pregnante la contraddizione: nello scambio tutto è in ordine, eppure gatta ci cova» (Adorno 1972, 36).
[6] Questa duplicità dell’economia politica si riscontra già in Hegel nella nota al paragrafo 189 dei Lineamenti di filosofia del diritto: «è questa una delle scienze che sono sorte nell’età moderna come il loro terreno. Il suo sviluppo mostra lo spettacolo interessante di come il pensiero (v. Smith, Say, Ricardo) movendo dall’infinita moltitudine di fatti singoli, che si trovano dapprima davanti ad esso, rintraccia i princìpi semplici della cosa, l’intelletto che è attivo in essa e che le governa» (Hegel 1999, 160). Ciò che per Hegel l’economia è in grado di cogliere, riportando la molteplicità dei fatti singoli all’unità della legge, è «l’intelletto della cosa», ovvero le determinazioni fisse di ciò che è presupposto all’analisi, di ciò che è oggetto, di ciò che è dato. E proprio l’assolutizzazione del dato e dell’oggetto, l’impossibilità di ricostruirne la genesi a partire dalla specificità dei rapporti sociali, costringe l’economia politica al ruolo di intelletto del sistema dei bisogni.
[7] Su questo è di fondamentale importanza la riflessione di Hans-Georg Backhaus, in particolare il saggio Il ‘rivoluzionamento’ e la ‘critica’ dell’economia compiuti da Marx: la determinazione del loro oggetto come totalità di forme impazzite presente in Backhaus (2016).
[8] Cfr. Dobb (1972), in particolare il capitolo «I requisiti di una teoria del valore».
[9] Sulla specificità della socializzazione del lavoro nel modo di produzione capitalistico Cfr. Fineschi (2001, 48-66), Heinrich (1999, 196-251 e 2017). Merita attenzione lo sforzo compiuto da Riccardo Bellofiore (2017) di far interagire la socializzazione ex-post, che egli chiama «validazione monetaria finale», con il «lavoro immediatamente socializzato» di cui parla Marx nel capitolo sul Macchinario e grande industria, mostrando le diverse torsioni che la categoria di «lavoro sociale» assume nella sistematica marxiana.
[10] Per esempio nel paragrafo sul carattere di feticcio della merce.
[11] La distinzione tra feticismo e carattere di feticcio è stata sottolineata con forza in vari lavori da Riccardo Bellofiore, cfr., su tutti, Bellofiore (2013 e 2014). Nella stessa direzione sembra muoversi Ingo Elbe quando afferma che «vanno distinte 1. la reale reificazione e autonomizzazione dei rapporti sociali nel capitalismo e 2. la reificazione ideologica (feticizzazione, mistificazione) di questi rapporti in proprietà naturali delle cose o in modelli di socializzazione storico-universali», Elbe (2017, 96).
[12] L’espressione «critica del valore» è qui utilizzata nel senso di critica del modo di produzione capitalistico e della sua specifica forma di socializzazione, e non come rimando al corpus teorico sviluppatosi attorno alla rivista Krisis e a Robert Kurz.
[13] «Gli uomini non riferiscono, dunque, l’un l’altro i prodotti del loro lavoro come valori perché queste cose [Sache] valgono per loro come involucri meramente cosali [sachlich] di lavoro umano di genere uguale; vice- versa: in quanto nello scambio essi pongono l’un l’altro uguali, come valori, i loro prodotti di genere diverso, essi pongono l’un l’altro uguali, come lavoro umano, i loro lavori diversi. Non lo sanno ma lo fanno» (Marx 2012, 85).
[14] «Anamnesi della genesi» è l’espressione con la quale Adorno (1989, 223) definisce il materialismo storico in un dialogo con Sohn-Rethel, cfr. Reichelt (2008), Redolfi Riva (2013), Bellofiore e Redolfi Riva (2015), Taccola (2018).



Bibliografia

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Taccola, S. (2018), «The Anamnesis of the Genesis and the Critique of Politics», paper presentato alla 10th International Critical Theory Conference, John Felice Center of Loyola University, 10-12 maggio, Roma.

Wednesday, 6 March 2019

Lavorando sulla (cosiddetta) Ideologia tedesca

Scrivendo questo saggio sulla (cosiddetta) Ideologia tedesca dopo la MEGA, ho riletto tutta la pare su Feuerbach. Secondo ma da rivedere forse la traduzione di qualche passo. Per esempio il seguente (si vedano le parole tra **):

Traduzione Codino: "Il comunismo per noi è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la *realtà* dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento *reale* che *abolisce* lo stato di cose presente. Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esistente".

Il comunismo non è per noi uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la *realtà effettuale* dovrà conformarsi. Noi chiamiamo comunismo il movimento *effettuale* che *supera* lo stato di cose attuale. Le condizioni di questo movimento si generano dal presupposto attualmente esistente.

Der Kommunismus ist für uns nicht ein Zustand, der hergestellt werden soll, ein Ideal, wonach die *Wirklichkeit* sich zu richten haben [wird]. Wir nennen Kommunismus die *wirkliche* Bewegung, welche den jetzigen Zustand *aufhebt*. Die Bedingungen dieser Bewegung ergeben sich aus der jetzt bestehenden Voraussetzung." - Karl Marx, Friedrich Engels, Die deutsche Ideologie. MEW 3, S. 35, 1846/1932

Saturday, 12 January 2019

Una storia complessa. La teoria dell’accumulazione in Marx di Roberto Fineschi

Dall'ultimo numero di Consecutio Rerum, il mio saggio sulla teoria dell'Accumulazione.




Una storia complessa. La teoria dell’accumulazione in Marx


Roberto Fineschi

Siena School for Liberal Arts
r.fineschi@sienaschool.com



Abstract: «Accumulation» is a crucial concept in Marx’ theory of capital. Next only to the value form, this is the part that underwent the most significant changes in the different drafts of his work, since it plays a crucial role in its general structure. Its function, more than the transformation of values into prices of production, is the key point to think the continuity/discontinuity between the different abstraction levels of the theory. In this essay, we shall try to show this development and explain its more general meaning.

Keywords: accumulation; Capital; Marx-Engels-Gesamtausgabe; capital in general; abstraction levels



1. Introduzione

L’accumulazione nella struttura teorica del capitale costituisce uno snodo fondamentale, senza il quale l’intero sistema non starebbe in piedi. Non a caso è una delle parti che è stata soggetta ai rimaneggiamenti più consistenti man mano che l’intelaiatura andava definendosi, seconda in questo forse solo alla forma di valore. Rispetto a questa, tuttavia, sempre collocata all’inizio dell’opera, l’accumulazione ha via via cambiato posizione, si è articolata in più passaggi e sezioni nei tre libri, fino a diventare la vera cifra dello sviluppo della teoria di Marx e dei suoi cambiamenti tra le varie redazioni.
La ragione per cui questa parte della teoria è così importante è legata alla metodologia marxiana, in questo eminentemente dialettica. In tale prospettiva, nella propria articolazione interna essa deve produrre come propri risultati quelli che inizialmente erano dei presupposti da essa stessa non posti. Realizzare ciò significa produrre dei “presupposti-posti”: solo grazie a questo il capitale può effettivamente essere un processo, ovvero muovere da se stesso per porre se stesso. Questo modo di procedere per cui la teoria, come dire, ritorna su se stessa autofondandosi è, nell’ottica di Marx, connesso a un’altra tematica che potrebbe sembrare muovere in direzione opposta; vale a dire esso solleva il tema dei “limiti della dialettica” e, più in generale, della concezione materialistica della storia. Infatti, Marx intende mostrare come il modo di produzione capitalistico abbia un punto di partenza non posto da esso stesso, per sostenere come non sia possibile un corso storico universale a priori; le leggi della dialettica teorizzano i rapporti di produzione via via correnti in virtù della loro logica intrinseca che è storicamente determinata e non è generalizzabile in astratto: non la si può estendere come tale ad altri modi di produzione, i quali vanno invece ricostruiti sulla base della logica loro propria. Se questo pone in termini radicali la discontinuità, d’altra parte presenta il rischio teorico di avere una teoria sempre deficitaria in quanto dipendente da elementi esogeni per cui in ogni istante la sua coerenza potrebbe venir meno venendo a mancare tale elemento esogeno. Il presupposto-posto di cui sopra ovvia a questo problema: grazie a esso la teoria può muoversi sulle proprie gambe. La posta in gioco, dunque, oltre che strutturale nel contesto della teoria del modo di produzione capitalistico, investe un valore metodologico non indifferente. Non a caso è quella che ha subito più rimaneggiamenti e sviluppi in questa doppia ottica.
Tornando alla questione strutturale, la prima cosa a cambiare è stata la sua posizione e la sua articolazione su diversi livelli di astrazione. La risposta a questa domanda è anche la chiave per comprendere come dai Grundrisse si passi a Il capitalevexata quaestio del dibattito marxiano[1].
Muovo dal presupposto, che in questa sede non è possibile discutere[2], che solo a partire daiGrundrisse Marx inizi effettivamente a sviluppare una teoria complessiva del capitale. Nei piani che redige in quel periodo, i tre livelli di astrazione di cui parla sono Universalità, Particolarità e Singolarità (U-P-S) che, evidentemente, rimandano alla teoria hegeliana del giudizio e del sillogismo. Questo modo di procedere un po’ schematico, per il quale si cerca di organizzare il discorso “economico” sulla base di un’articolazione esterna, mostra sia dei limiti che dei pregi. I limiti sono legati proprio a questa esteriorità un po’ meccanica che alcuni vorrebbero dialettica solo in virtù del fatto che Marx menzioni categorie hegeliane. In realtà, l’applicazione esterna è quanto di meno dialettico si possa concepire, non essendo il metodo dialettico altro che lo svolgimento della cosa stessa. Il pregio è che Marx usa queste categorie perché in quel momento solo intuisce la struttura dialettica del capitale e cerca di ordinarla in qualche modo per adesso inadeguato. Non è un’intuizione campata in aria, ma proprio per adeguare la struttura al contenuto da esporre procederà ai cambiamenti che poi si verificheranno e che renderanno la teoria dialetticamente più coerente[3].
Che cosa si intende con U-P-S? Il «capitale in generale» – l’Universalità –, uno e tutto al tempo stesso, si sviluppa fino a porre il profitto, per il quale si sdoppia in più sé stessi – genera il proprio figlio –, si moltiplica in molti particolari (concorrenza). La Particolarità studia la dinamica di questi molti capitali che, ciascuno individualizzato, nella propria azione particolare dà esistenza alle leggi universali prima sviluppate. La Singolarità è il particolare che funge da universale, vale e dire un capitale particolare, la banca, si colloca come rappresentante della forma più astratta e universale del capitale, il denaro che genera denaro di per sé, di fronte ai capitali particolari operanti, valorizzatori del capitale in un settore determinato. Questa dinamica si articola nella sezione su Credito e Capitale fittizio.
In questo contesto brevemente schizzato, dove sta l’accumulazione? Marx la pone inizialmente nella Particolarità, vale a dire dopo che il capitale ha posto il profitto, dopo che ha “fatto il giro” ed è tornato al proprio fondamento, vale a dire addirittura dopo la circolazione. A lui pare qui possibile pensare “il giro” senza porre le condizioni di riproduzione del capitale, senza mostrare come esso crei materialmente e formalmente i propri presupposti non una volta (il che potrebbe essere casuale dato che muove da presupposti non posti), ma sistematicamente. Vale a dire: crede di poter far questo senza includere l’accumulazione.
La trattazione nei Grundrisse non va oltre l’Universalità o Capitale in generale. Altri temi sono ovviamente presenti, ma non fanno parte dell’esposizione organica e stanno magmaticamente, per così dire, accanto alla linea argomentativa generale che non travalica i limiti suddetti. Posto quanto detto, la domanda che sorge spontanea è se il capitale possa porre i propri presupposti senza la teoria dell’accumulazione. La risposta credo non possa essere che no, in quanto se non si pensano le condizioni non solo della produzione, ma anche della riproduzione del capitale, non è possibile determinarlo come processo, come qualcosa che non abbia regolarmente bisogno di elementi esterni per fondarsi. Marx in realtà aveva parlato di accumulazione nei Grundrisse, ma di quella «originaria», cioè quella che poneva i presupposti non posti dal capitale; evidentemente, essa non poteva bastare alla teoresi del processo. Proprio per questa ragione, progressivamente, Marx inizia a distinguere l’accumulazione originaria da quella capitalistica vera e propria e ad inserire, prima in modo occasionale e poi sempre più consapevole, elementi di essa al punto giusto, ovvero prima del rapporto capitale-profitto, risultato del Capitale in generale. Come accennato, il tema è collegato a un dibattito classico del passaggio dai Grundrisse al Capitale e dal Capitale in generale alla Concorrenza e che si è poi sviluppato con Rosdolsky ed altri al quale non è possibile qui far cenno. Mi permetto di rimandare ad altre mie trattazioni al proposito[4].
Vediamo alcuni dei piani di Marx cui si faceva riferimento in precedenza. È bene tenerli sott’occhio.
 
A. Introduzione ai Grundrisse (Marx 1976-81, 43; trad. it. 36-37)
1) Le determinazioni generali astratte che come tali sono comuni più o meno a tutte le forme di società…
2) Le categorie che costituiscono la struttura interna della società borghese e su cui poggiano le classi fondamentali. Capitale, lavoro salariato, proprietà fondiaria. Loro relazione reciproca. Città e campagna. Le tre grandi classi sociali. Scambio tra di esse. Circolazione. Credito (privato).
3) Sintesi della società borghese nella forma dello Stato. Considerata in relazione a se stessa. Le classi “improduttive”. Imposte. Debito di Stato. Credito pubblico. La popolazione. Le colonie. Emigrazione.
4) Rapporti internazionali della produzione. Divisione internazionale del lavoro. Scambio internazionale. Esportazioni e importazioni. Corso del cambio.
5) Il mercato mondiale e la crisi.


B. Grundrisse (Marx 1976-81, 187; trad. it. 240-241)
I.1) Concetto generale di «capitale»;
2) Particolarità del capitale: capitale circolante, capitale fisso (capitale come mezzo di sussistenza, come materia prima, come strumento di lavoro).
3) Capitale come denaro.
II.1) Quantità del capitale. Accumulazione.
2) Il capitale misurato su se stesso. Profitto. Interesse. Valore del capitale: ossia il capitale distinto da sé come capitale e profitto.
3) La circolazione dei capitali.
α) Scambio del capitale col capitale, Scambio del capitale col reddito. Capitale e prezzi.
β) Concorrenza dei capitali.
γ) Concentrazione dei capitali.
III. Il capitale come credito.
IV. Il capitale come capitale azionario.
V. Il capitale come mercato monetario.
VI. Il capitale come fonte della ricchezza. Il capitalista.
 

C. Grundrisse (Marx 1976-81, 199; trad. it. 256-257)
Capitale:
I. Generalità
1) a) Origine del capitale dal denaro
b) Capitale e lavoro (che si media attraverso il lavoro altrui)
c) Gli elementi del capitale, analizzato secondo il rapporto col lavoro (prodotto, materia prima. Strumento di lavoro).
2) Particolarizzazione del capitale:
a) capitale circolante, capitale fisso. Circolazione del capitale
3) Singolarità del capitale: capitale e profitto. Capitale e interesse. Il capitale come valore, distinto da se stesso in quanto interesse e profitto.
II. Particolarità
1) Accumulazione dei capitali.
2) Concorrenza dei capitali.
3) Concentrazione dei capitali (differenza quantitativa del capitale che è nello stesso tempo differenza qualitativa, in quanto misura della sua grandezza e del suo effetto).
III. Singolarità
1) Il capitale come credito.
2) Il capitale come capitale azionario.
3) Il capitale come mercato monetario.
Il capitale come mercato monetario è posto nella sua totalità; ivi esso è determinatore dei prezzi, datore di lavoro, regolatore della produzione, in una parola: fonte di produzione

D. Lettera a Lassalle del 22 febbraio 1858 (Marx, Engels 1973, 550-551)
1) Il capitale (contiene alcuni capitali introduttivi)[5]
2) Rendita fondiaria
3) Lavoro salariato
4) Lo Stato
5) Mercato internazionale
6) Mercato mondiale


E. Lettera a Lassalle dell’11 marzo 1858 (Marx, Engels 1973, 553-554)
1) Il valore
2) Denaro
3) Il capitale in generale (processo di produzione di capitale, processo di circolazione di capitale, unità si entrambi o capitale e profitto, interesse).


F. Lettera ad Engels del 2 aprile del 1858 (Marx, Engels 1973, 312 ss.)
Suddivisione del libro I sul capitale:
a) Capitale in generale
b) La concorrenza, ossia l’azione reciproca dei molti capitali.
c) Credito, dove, di fronte ai singoli capitali, il capitale figura come elemento universale.
d) Il capitale azionario, come la forma più perfetta (che trapassa nel comunismo), insieme a tutte le sue contraddizioni.


G. Indice dell’Urtext (Marx 1980, 3 ss.)
I) Valore
II) Denaro
III) Il capitale in generale
Passaggio dal denaro al capitale:
1) Processo di produzione del capitale:
a) Scambio del capitale con la capacità di lavorare
b) Il plusvalore assoluto
c) Il plusvalore relativo
d) L’accumulazione originaria (presupposto del rapporto di capitale e lavoro salariato)
e) Rovesciamento della legge di appropriazione
2) Il processo di circolazione del capitale
[indice interrotto]


H. Indice del 1859 (o 1861) (Marx 1980, 256 ss.)
Il processo di produzione del capitale:
1) Trasformazione del denaro in capitale:
a) Passaggio
b) Scambio tra capitale e forza-lavoro
c) Il processo di lavoro
d) Il processo di valorizzazione
2) Il plusvalore assoluto:
a) Tempo di lavoro assoluto e tempo di lavoro necessario
b) Pluslavoro. Sovrappopolazione. Tempo di lavoro supplementare
c) Plusvalore e lavoro necessario
3) Il plusvalore relativo
a) Cooperazione di masse
b) Divisione del lavoro
c) Macchine
4) Accumulazione originaria
a) Plusprodotto. Pluscapitale
b) Il capitale produce il lavoro salariato
c) L’accumulazione originaria
d) Concentrazione di forza-lavoro
e) Plusvalore nelle diverse forme e mediante mezzi diversi
f) Nesso tra plusvalore relativo e assoluto
g) Moltiplicazione delle branche della produzione
h) Popolazione
5) Lavoro salariato e capitale
a) Capitale forza collettiva, civilizzazione
b) Riproduzione del lavoratore mediante il salario
c) Superamento spontaneo dei lmiti della produzione capitalistica. Tempo disponibile. Il lavoro stesso trasformato in lavoro sociale
d) Economia effettiva. Risparmio del tempo di lavoro ma non in forma opposizionale.
e) Manifestarsi fenomenico [Erscheinung] della legge dell’appropriazione nella circolazione semplice di merci.
f) Rovesciamento di questa legge.


I. Lettera a Kugelmann del 13 ottobre del 1866 (Marx, Engels 1974, 534)
Libro I: Il processo di produzione del capitale
Libro II: Il processo di circolazione del capitale
Libro III: Configurazione del processo complessivo
Libro IV: Per la storia della teoria


2. La ‘accumulazione’ dai “Grundrisse” al “Capitale”

Nel piano più elaborato dei Grundrisse (schema C), l’esposizione della concorrenza (“particolarità del capitale”) fa parte dello stesso ambito dell’accumulazione. Nel Capitale, concorrenza e accumulazione non fanno parte della stessa trattazione.
Nel piano dei Grundrisse, l’accumulazione si trova, dunque, dopo la circolazione e dopo la trasformazione del capitale in capitale e profitto. Nel Capitale essa si colloca prima sia della circolazione che della trasformazione del capitale in capitale e profitto. Per comprendere lo sviluppo della teoria è necessario dar ragione di questi cambiamenti.
Una fondamentale clausola di astrazione che caratterizza il Capitale in generale, senza capire la quale non si riesce ad intendere affatto l’articolazione della teoria generale del capitale e delle sue problematiche, riguarda il rapporto fra domanda e offerta. Si presuppone qui infatti che tutti gli scambi possibili si verifichino, vale a dire che il problema della realizzazione sia semplicemente messo tra parentesi. Questo è il significato della frase «le merci si scambiano ai loro valori». Lo scopo di questo assunto è studiare la pura dinamica formale della struttura del capitale, anche se in realtà si sa benissimo che prima o poi esso dovrà cadere.
Cominciamo a ripercorrere gli spostamenti e le trasformazioni del concetto di «accumulazione». Già nel piano del ’59 (o del ’61 a seconda delle interpretazioni) troviamo all’interno del “capitale in generale” un IV capitolo dal titolo L’accumulazione originaria con una serie di sottocapitoli dedicati aSurplusprodotto. SurpluscapitaleIl capitale produce il lavoro salariatoL’accumulazione originaria,Concentrazione di capacità lavorativaPlusvalore nelle diverse forme e con diversi mezzi,Popolazione (cfr. schema H). È qui evidente come Marx cominciasse a pensare a una collocazione del concetto di «accumulazione» prima di giungere al rapporto capitale-profitto. Già nei Grundrisse si riscontrava tuttavia una prima esposizione dell’accumulazione subito dopo quella del concetto di «plusvalore relativo», in quanto Marx, seppur indirettamente, studiava qui gli effetti del reimpiego del plusvalore prodotto dal precedente processo di produzione (cfr. Marx (1976-1981, 294 ss.; trad. it. 397 ss.). Una seconda ampia ripresa si ha all’interno del capitolo sulla circolazione del capitale: qui si distingue fra accumulazione capitalistica vera e propria ed accumulazione originaria (Marx 1976-1981, 367 ss.; trad. it. 79 ss.) e fra Pluscapitale I e Pluscapitale II (Marx 1976-1981, 365 ss.; trad. it. 76 ss.). Tutto ciò era stato preceduto da una prima formulazione della legge della popolazione (Marx 1976-1981, 306 ss.; trad. it. 414 ss.). Si tratta chiaramente del contesto teorico della futura settima sezione del I libro sulla «accumulazione». Se, in base al piano di allora, tutto ciò avrebbe dovuto essere trattato più in avanti, nella particolarità (cfr. schema C) l’esposizione concettuale, ovvero lo sviluppo coerente della teoria in base alla sua logica intrinseca, mostrava a Marx il carattere preliminare dell’accumulazione per teorizzare il passaggio a “capitale e profitto”: Marx capisce qui che senza l’accumulazione non si può avere il presupposto/posto.
Quanto anticipato in questo manoscritto, viene ripreso nell’ultima parte del Manoscritto 1861/63(Marx 1976-80, 2243 ss.). Qui si ha per la prima volta la trattazione combinata dell’accumulazione del singolo capitale con la riproduzione sociale complessiva; essa la segue direttamente senza la circolazione in mezzo. Questo passaggio è decisivo, perché impone una nuova articolazione del rapporto «uno-molti»; la riproduzione sociale complessiva implica una pluralità di capitali prima che si possa porre il rapporto capitale/profitto, prima che i presupposti siano posti. Ciò impone di ripensare la struttura del Capitale in generale come mero uno/tutto, prima della sua articolazione in molti particolari. I molti paiono stare già dentro l’uno/tutto (“capitale in generale”). Procediamo con ordine.
La struttura che riscontriamo nel Capitale (l’opera) rappresenta la soluzione finale di questa serie di ripensamenti. Qui Marx giunge alla conclusione che non basta pensare la semplice produzione del capitale e riproduzione del singolo capitale (il genus uno e tutto al tempo stesso), come pareva inizialmente, ma anche le condizioni della riproduzione dei molti. Si tratta di esporre le forme della continuità di questo processo di produzione del valore d’uso tramite il valore e del valore tramite il valore d’uso (la contraddizione immanente alla merce). La produzione non può essere altro che un processo che si ripete di continuo, quindi riproduzione (Marx 1991, 506; trad. it. 621; Marx 1976-80, 2243)[6].
Marx inizia studiando le determinazioni formali che si sviluppano nella semplice ripetizione del processo sulla stessa scala (il plusvalore realizzato dal capitale viene consumato integralmente come reddito dal capitalista, non viene reinvestito). Da questa semplice analisi emergono due punti fondamentali per la logica del processo: 1) nel giro di un certo periodo il capitale è interamente costituito da plusvalore accumulato (cfr. Marx 1991, 509-510; trad. it. 624-625)[7]; b) la separazione della forza-lavoro e delle condizioni oggettive del processo lavorativo, condizione di partenza non posta dal modo di produzione capitalistico stesso nel suo inizio ideale, è adesso prodotta dal sistema stesso. Non solo si realizza “prodotto”, non solo si realizza “merce”, ma si produce “capitale”, ovvero il rapporto di produzione capitalistico stesso: capitale vs. lavoro salariato (cfr. Marx 1991, 510 ss.; trad. it. 625 ss.)[8]. Il lavoratore appartiene al capitale ancora prima che egli abbia venduto la forza-lavoro.
La “scala allargata” prevede che parte del plusvalore prodotto venga trasformata in nuovo capitale; ciò viene chiamato «accumulazione». Il plusvalore esiste da principio come valore di una parte determinata di prodotto lordo, appena trasformato in denaro è indistinguibile da altro valore in forma di denaro. Perché però possa essere trasformato in capitale è richiesto che sul mercato siano disponibili gli elementi materiali necessari (Marx 1991, 520; trad. it. 637)[9]. Oltre agli elementi materiali è tuttavia necessaria la disponibilità di nuova forza-lavoro; vedremo come anche questa condizione venga posta dal capitale stesso. Il processo di produzione pone tutte queste condizioni con modalità che non è qui possibile ripercorrere in dettaglio. Con ciò il capitale sembrerebbe presupposto/posto: tutto ciò che gli era presupposto adesso è suo risultato. In realtà, per adesso, si è fatta astrazione non solo dai problemi di realizzazione, ma anche dalla relazione con gli “altri” attori della riproduzione sociale. Questa appare qui però una questione diversa e anteriore a quella della realizzazione: il capitale in realtà non è ancora posto, perché neppure le condizioni astratte della sua sussistenza lo sono. Gli “altri” con cui il singolo capitale entra in relazione non sono infatti stati ancora inclusi nella trattazione ed essi sono essenziali alla riproduzione del singolo che finora si è considerato.


3. Il rapporto capitale/capitali ed i suoi livelli di astrazione

Chi sono gli «altri» e perché non possono non esserci? Ci sono due argomenti fondamentali:
 
    a) siamo nel mondo della produzione di “merci”, la cellula economica del capitale (la forma che il prodotto assume in questo specifico modo di produzione). Ciò implica produttori autonomi e indipendenti (la molteplicità la abbiamo quindi fin dall’inizio, è la condizione della società mercantile). Anche se essi non fossero capitalisti, tenderanno a diventarlo per la dinamica dell’accumulazione: 1. il modo di produzione capitalistico si allarga a più sfere; 2. crea nuove sfere di produzione; 3. man mano che esso si allarga si passa dalla sussunzione formale a quella reale; 4. in ogni sfera della produzione la creazione di capitale procede da diversi punti della superficie della società. Sono i possessori di merce e di denaro, diversi e indipendenti l’uno dall’altro, che trasformano questo denaro in capitale attraverso lo scambio con la capacità di lavorare, e così ritrasformano il plusvalore in capitale, cioè accumulano capitale. Ha luogo così la creazione di diversi capitali: il numero dei capitalisti e dei capitali autonomi aumenta;

    b) in secondo luogo si ricordi che se la produzione avviene tutta in forma capitalistica ciò non significa che avvenga tutta ad opera di un solo capitale, anzi proprio ciò è impossibile, sempre per il carattere fondamentale della categoria «merce», che implica produttori autonomi e indipendenti. Questo rapporto capitale/capitali è esplicitamente riportato da Marx alla dinamica uno/molti ed alle categorie di «attrazione» e «repulsione» evidentemente reminiscenti della logica hegeliana dell’essere (cfr. Marx 1976-1981, 353 ss.; trad. it. 59-60)[10].

I molti sono quindi necessari alla teorizzazione della riproduzione del singolo. La loro interazione può essere formalizzata prima di entrare nel mondo della concorrenza, ovvero studiando le pure proporzionalità formali e materiali per cui la loro produzione e riproduzione può avvenire. In sostanza, prima di capitale e profitto. Senza questa parte della teoria, il capitale non può ancora porre i propri presupposti in maniera adeguata e completa. Di conseguenza, l’accumulazione non solo è collocata adesso prima del profitto, ma si scinde in due parti: (I) quella del singolo capitale nel primo libro, (II) quella della società nel suo complesso alla fine del secondo.
Si è detto più volte che Marx aveva inizialmente previsto l’esposizione del capitolo sull’accumulazione solo dopo la trattazione della circolazione e della trasformazione del plusvalore in profitto; in quel piano essa si trovava al di fuori della dimensione “generale/universale” del capitale; essa già riguardava la “particolarità”. L’esposizione della particolarità prevedeva che l’accumulazione fosse seguita proprio dalla concorrenza e dalla centralizzazione (ancora chiamata “concentrazione di capitali”)[11]. I nessi logici tuttavia cambiano evidentemente se l’accumulazione precede il profitto e se si scinde l’esposizione di essa in due parti, una che precede la circolazione (Accumulazione I) ed una che la segue (Accumulazione II) (cfr. Marx 1976-81, 326; trad. it. 17 ss.).
Alla luce di questi due aspetti risulta che il processo complessivo di produzione e circolazione del capitale è conditio sine qua non perché l’accumulazione come tale possa avvenire in forma propriamente capitalistica. Questo non è in contraddizione con la nozione di «generalità»: con l’Accumulazione I si ha il processo di capitale che si muove partendo da se stesso ed al contempo il suo porsi come particolare; in realtà, perché ciò possa avvenire, fin dall’inizio il capitale deve mediarsi con altri soggetti della produzione a cui si trova accanto (si producono merci!) e che tendenzialmente diventano anch’essi capitale: tutti sono momento costitutivo di una totalità (tutti sono fine a sé nella misura in cui costituiscono il mezzi di valorizzazione per un altro) (cfr. Marx 1963, 353; trad. it. 370). La totalità del concetto di «generalità del capitale» presuppone quindi questo movimento complessivo, inclusa l’esposizione pura delle interdipendenze quantitative materiali dei capitali (cfr. Marx 1963, 393; trad. it. 413). La concorrenza realizza la tendenza immanente al capitale, non la crea; il contenuto del suo movimento consiste a questo punto nelle forme pure della riproduzione sociale complessiva. I molti capitali perciò, nel loro puro nesso formale/materiale, si collocano all’interno del capitale in generale, perché senza di essi non è possibile pensare l’accumulazione e quindi il divenire se stesso del capitale come totalità (considerando cioè tutta la riproduzione sociale in forma capitalistica).
Del carattere preliminare della Accumulazione II Marx diviene perfettamente consapevole nelManoscritto 1861/63, dove afferma:
 
Qui inoltre va notato che noi dobbiamo esporre il processo di circolazione o il processo di riproduzione prima di aver esposto il capitale finito – capitale e profitto –, perché abbiamo da esporre non solo come il capitale produce, ma come il capitale viene prodotto. Il movimento reale, però, parte dal capitale esistente – il movimento reale vale a dire, quello in base alla produzione capitalistica sviluppata, che comincia da se stessa, che presuppone se stessa. (Marx 1976-80, 1134; trad. it. 561)
Pur tralasciando la questione della ridefinizione del piano complessivo della teoria del capitale, si è tuttavia visto come ciò in realtà lo renda più coerente, più strutturato, proprio in virtù di una migliore articolazione del concetto di «accumulazione». L’esposizione continuerebbe nell’ulteriore livello di astrazione della teoria, la Singolarità, o Credito e capitale fittizio, dove all’accumulazione reale, già inquadrata in una dinamica, abbozzata, della teoria del ciclo, si ha in parallelo la dinamica dell’accumulazione fittizia. Di questo non ci si potrà qui occupare per ovvi motivi di spazio.


4. L’accumulazione nel primo libro del “Capitale”

Per attenerci alla parte dell’accumulazione che, nella struttura finale, resta di pertinenza del primo libro del Capitale, si hanno delle nuove modifiche di rilievo, in particolare tra la seconda edizione tedesca e quella francese. Nella prima edizione tedesca del 1867, numerosi erano i limiti espositivi o, almeno, le parti che Marx non avrebbe successivamente considerato adeguatamente sviluppate: a partire dal primo capitolo per giungere appunto alla teoria dell’accumulazione.
In un manoscritto preparatorio alla seconda edizione tedesca, egli sviluppò soprattutto le modifiche relative ai primi tre capitoli ed al primo in modo particolare[12]. La parte successiva non subisce però modifiche sostanziali. Ciò avverrà con l’edizione francese, che proprio per questa ragione sarà indicata da Marx come un’edizione dal valore indipendente. Essa vede delle modifiche anche nella divisione generale dell’opera ed esse riguardano in particolar modo la sezione dell’accumulazione. Tutta una serie di categorie fondamentali di questa parte compaiono per la prima volta solo qui.
Che Marx non abbia fatto in tempo a dare alle stampe una terza edizione tedesca rivista ha fatto sì che si creassero tutta una serie di malintesi che ancora gravano sulla ricezione. Infatti, il valore attribuito all’edizione francese da Marx stesso ha spinto alcuni a ritenere questo testo l’ultimo di Marx. Ciò non è però sostenibile, soprattutto a causa della assai deficitaria traduzione, che, nel senso corrente del termine, è difficile definire scientifica. Tuttavia, per varie parti, il contenuto è teoreticamente superiore. Se, quindi, da un lato non ha senso prendere la francese come ultima edizione marxiana, non ha neppure senso, anzi ne ha meno, considerare tale la seconda edizione tedesca, dove tutta una serie di categorie mancano proprio. Engels, nell’approntare prima la terza e poi la quarta edizione tedesca, ha tenuto conto solo in parte di varie indicazioni marxiane lasciate nelle sue copie personali ed in altri manoscritti contenenti una lista di passi da modificare con le relative pagine dell’edizione francese. Insomma, la soluzione è confrontare le varie edizioni tenendo presente questo retroterra[13]. È quanto si cercherà di fare qui in particolare per quanto riguarda l’accumulazione.
Le modifiche più importanti che concernono l’accumulazione sono le seguenti:

  • L’inserimento del concetto di «composizione organica del capitale»

  • La distinzione tra concentrazione e centralizzazione del capitale.

  • La suddivisione del capitolo.

Iniziamo dal primo. Esso è notoriamente articolato in due parti: da un lato la composizione di valore del capitale, vale a dire il rapporto in cui il capitale viene investito in capitale costante e capitale variabile, il valore dei mezzi di produzione ed il valore della forza-lavoro. Dall’altro la composizione tecnica, vale a dire dal lato della materialità del processo di produzione, la suddivisione in mezzi di produzione e forza-lavoro nel processo lavorativo, fra la massa dei mezzi di produzione e la massa della forza-lavoro. La complessa dinamica della due composizioni è cruciale sia nel calcolo del saggio del plusvalore (e quindi del profitto poi), sia nella comprensione di come il ricambio materiale organico possa avvenire (o bloccarsi) nella forma specificamente capitalistica della valorizzazione. Esso non compariva nella seconda edizione tedesca ed è una novità della francese (Marx 1989a, 534; trad. it. 1281), aggiunto da Engels nella terza edizione tedesca, mantenuta nella quarta (Marx 1989b, 574; trad. it. 679).
In questo contesto, Marx ribadisce che però si considera solo la media ideale, quindi due cose rimangono fuori, 1) i molti, 2) la loro «libera» interazione. I molti senza libera interazione saranno analizzati in quella che nell’edizione engelsiana sarà la terza sezione del secondo libro, i molti in libera interazione saranno analizzati a partire dal capitolo decimo del terzo libro (sempre nell’edizione engelsiana)[14]. Questo sarà cruciale per varie questioni, come ad esempio quella della “trasformazione” o della caduta tendenziale del saggio di profitto di cui qui non ci si potrà occupare.
L’altro cambiamento di rilievo, documentabile sistematicamente dalla seconda edizione tedesca a quella francese, è la distinzione fra concentrazione e centralizzazione. Il secondo termine è introdotto a partire dall’edizione francese ed indica l’assorbimento competitivo e/o l’unione volontaria di più capitali. Questo modifica chiaramente la dinamica di accumulazione potenziando il singolo capitale in maniera istantanea rispetto al necessariamente più lento processo di concentrazione, ovvero di mera accumulazione. Anche questo in qualche modo anticipa la futura analisi della «concorrenza», dove questi processi avranno effettivamente luogo. Qui se ne pongono le condizioni di pensabilità, si definisce la categoria senza che però se ne sviluppi la dinamica specifica («libera concorrenza») (Marx 1989a, 546; trad. it. 1286 e 1989b, 588; trad. it. 692).
La terza questione è relativa al cambiamento della struttura. Ora l’accumulazione originaria è distinta da quella capitalistica vera e propria e posta in una sezione a parte, l’ottava. Poiché Engels non seguì questo cambiamento, pur indicato nei manoscritti lasciati di Marx, ai lettori tedeschi e a tutti coloro che hanno letto traduzioni dal tedesco era necessariamente sfuggito questo decisivo passaggio. Qui, esplicitamente Marx distingue separa la “storia” fattuale della formazione dei presupposti esogeni del modo di produzione capitalistico in una parte del mondo storicamente e geograficamente determinata, dalla storicità specifica del modo di produzione capitalistico, della sua logica intrinseca immanente che alla fattualità storica non può né deve corrispondere (Marx 1989a, 631 ss.; trad. it. 1303 e 1989b, 667; trad. it. 787). Egli dimostra come la ricostruzione teorica abbia solo una relazione mediata, non immediatamente corrispondente, alla fattualità storica e alla contingenza. La distinzione fra logico e storico ha qui chiaramente un riconoscimento ufficiale, purtroppo depotenziato nella ricezione per il fatto che Engels non tenne conto di questo importante cambiamento[15].


5. … e la storia continuerebbe

Per i limiti posti a questo saggio (I libro del Capitale), non si entrerà né nella più complessa articolazione degli schemi generali della riproduzione sociale complessiva, né nell’indagine più sviluppata del concetto di «accumulazione» che si ha una volta che si abbandoni la rarefatta sfera dell’Universalità. Questo livello di maggiore complessità ridefinisce la struttura generale finora indicata inserendo una serie di variabili molto complesse. La teoria del ciclo per es. include i problemi di realizzazione (o mancata realizzazione) di quanto prodotto, quindi lascia cadere la clausola di astrazione per cui domanda ed offerta automaticamente combaciano. La teoria dell’accumulazione in questo contesto non può eludere la questione cruciale della crisi. Il discorso si fa poi ancora più complicato quando, con il “credito e capitale azionario”, l’accumulazione si sdoppia in reale e fittizia. L’apparente indipendenza, e la dipendenza di fatto, di questi due cicli è ciò di cui Marx iniziò a occuparsi nella parte finale del Manoscritto 1864/65[16] esponendo il livello di astrazione più basso della teoria generale del capitale[17].
Nel modo di produzione capitalistico l’accumulazione si configura come valorizzazione del capitale. Ricostruire il nesso contenuto materiale/forma sociale a tutti i livelli di astrazione attraverso cui quel nesso si sviluppa è un’operazione che Marx ha fondato ma non portato a termine. A noi procedere su questa strada.



Note

[1] Per un’analisi più rigorosa di questi temi, mi permetto di rimandare a Fineschi (2001 e 2006). In queste sedi ci si riferisce ampiamente alle fonti marxiane ed alla letteratura secondaria, cosa che qui, per motivi di spazio, non sarà possibile fare.
[2] Per questo rimando al dibattito sviluppatori intorno alla nuova edizione storica-critica delle opere di Marx ed Engels, la seconda Marx-Engels-Gesamausgabe. Su di essa e sulle ricerche afferenti, mi permetto di rimandare a Fineschi (2008). Occuparsi oggi di Marx senza tener conto della MEGAavrebbe poco senso.
[3] Il rimando è qui al dibattito sulla “riduzione della dialettica” e al dibattito fra Reichelt (1973), Backhaus (1997), Göhler (1980) e altri. Anche su questo rimando alla ricognizione che se ne è fatta in Fineschi (2008). La tesi di fondo che sostengo è che in realtà la struttura della teoria marxiana del modo di produzione capitalistico diviene dialetticamente più solida nelle opere più mature, per quanto venga ridotta la terminologia hegeliana.
[4] Il tema del “capitale in generale”, del suo mantenimento o abbandono, è stato al centro di un ampio dibattito che qui non è possibile ripercorrere. Se ne veda una rassegna parziale in Fineschi (2001, appendice cap. 4). Per posizioni successive, anche divergenti rispetto a quella qui ricostruita, si veda fra gli altri, in questo volume, il saggio di M. Heinrich.
[5] «Capitoli introduttivi» traduce «Vorchapters», termine inventato da Marx unendo la preposizione tedesca «vor», che significa «prima» o «davanti», e l’inglese «chapter», «capitolo».
[6] Il concetto di «riproduzione» di per sé non è proprio di un solo modello della produzione sociale: esso è comune a tutte le forme della produzione umana, in quanto sempre si dovrà produrre ciò che è necessario alla sopravvivenza della società stessa ed eventualmente al suo ulteriore sviluppo cfr. Marx (1991, 506; trad. it. 621). Questo elemento “extrastorico”, tuttavia, non ci dice nulla sul funzionamento specifico di ciascun modello della riproduzione sociale; quindi, la modalità determinata in cui la riproduzione avviene all’interno del modo di produzione capitalistico può essere individuata e studiata solo alla luce delle categorie storicamente specifiche (cfr. Marx 1991, 506; trad. it. 621).
[7] Concetto già espresso nel contesto dell’accumulazione nel Manoscritto 1861/63, II/3.6, 2219 ss.
[8] Cfr. anche Marx (1991, 518; trad. it. 634). I nessi concettuali di questa esposizione si trovano già chiaramente espressi in questo contesto nel Manoscritto 1861/63 (Marx (1976-1980, 2223 e, soprattutto, 2236).
[9] Concetto ripreso nuovamente dal Manoscritto 1861/63 (Marx 1976-80, 2237).
[10] La produzione complessiva deve avvenire in rapporti fissi determinati; data però l’autonomia delle branche ciò avviene mediatamente nello scambio e quindi rende possibile che ci si sposti dal rapporto effettivo; ciò viene rimesso a posto violentemente dalla crisi.
[11] Cfr. Hecker, Jungnickel, Vollgraf (1989) per l’analisi delle fasi che portano alla precisa definizione dei concetti di «concentrazione» e «centralizzazione».
[12] Si tratta del Manoscritto 1871-1872, recentemente tradotto in italiano nella nuova edizione del I libro del Capitale a mia cura (Marx 2011).
[13] Tutte queste varianti e la complessa stratificazione del testo può essere seguita nella menzionata nuova edizione del I libro. Vedi nota precedente.
[14] Per ovvi motivi di spazio, non è qui possibile entrare nella complessa analisi del rapporto fra i manoscritti di Marx e le relative versioni engelsiane del secondo e terzo libro del Capitale. Per una panoramica si veda Bellofiore, Fineschi (2009). In italiano Fineschi (2001; 2008 e 2013).
[15] Anche su questa complessa serie di problematiche non è qui possibile dire di più. Di nuovo rimando al dibattito riassunto in Fineschi (2008). Si veda poi in particolare il classico Mazzone (1987) per una dimostrazione più rigorosa del concetto di «storicità».
[16] Cfr. Marx (1992). Si tratta del manoscritto principale, lavorando sul quale Engels dette alle stampe il terzo libro del Capitale.
[17] Per un primo tentativo di procedere in questa direzione, mi permetto ancora di rimandare a Fineschi (2008, capp. 6-8).



Bibliografia

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Che cosa significa veramente "critica"? Tommaso Redolfi Riva su Marx

Da Consecutio Rerum, n. 5, 2018 Fonte:  http://www.consecutio.org/2018/11/a-partire-dal-sottotitolo-del-capitale-critica-e-metodo-della-c...