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Sunday, 17 October 2010

Essais et conférences: Politique Di Éric Weil

Hegel et l'État: cinq conférences Di Éric Weil

Eric Weil, Pensare il mondo, Filosofia Dialettica Realtà, a cura di Marco Filoni con un saggio di Livio Sichirollo, Editrice C.R.T., Pistoia, 2000, pp.152, lire 20.000.

Di e Su Eric Weil
di Carla Fabiani
da
http://www.filosofia.it/pagine/libri/Weil.htm




Eric Weil, Pensare il mondo, Filosofia Dialettica Realtà, a cura di Marco Filoni con un saggio di Livio Sichirollo, Editrice C.R.T., Pistoia, 2000, pp.152, lire 20.000.
Marco Filoni, Filosofia e Politica, attualità di Eric Weil, Università degli studi di Urbino, 2000, pp. 144, lire 22.000.
Eric Weil (Parchim, Meclemburgo, 1904-Nizza, 1977) fu allievo di Ernst Cassirer ad Amburgo e nel 1932 si trasferì in Francia per motivi razziali. "Era passato in Francia - e furono in pochi - ben prima dell’avvento formale del nazismo e delle persecuzioni razziali (che distrussero la sua intera famiglia e quella della moglie)." (Pensare il mondo, p. 144) Qui collaborò con Koyré alle <> e, dopo la guerra (durante la quale combatté la Germania nazista come cittadino francese, subendo poi cinque anni di prigionia), fondò con Georges Bataille la rivista <>. Insegnò nelle università di Lille e Nizza.
Tra alcune delle sue opere tradotte in italiano, citiamo Filosofia politica (1973), Hegel e lo Stato (1988), Logica della filosofia (1997).
"Morì a Nizza il 1° febbraio 1977. […]. Fino alla fine la sua figura, la sua conversazione furono l’immagine stessa del suo stile di vita : le contentement, così traduceva eudaimonia […]. Una serenità non disarmata, comunque. Per sua dichiarazione le acque non sono mai tanto agitate da impedire l’esercizio del pensiero, della riflessione, della ragione - cioè del proprio essere morale." (ivi, p. 145)
Pensare il mondo raccoglie alcuni testi weiliani, altrimenti irreperibili: sono sei "saggi di natura diversa, ma nello stesso tempo legati dalla riflessione sui temi indicati dal sottotitolo: filosofia, dialettica, realtà." (ivi, p. 5)
Nell’Introduzione al testo M. Filoni ci ricorda come l’opera e il pensiero dell’A. siano rimasti finora sostanzialmente incompresi o addirittura siano passati sotto silenzio, forse perché semplicemente inattuali o controcorrente rispetto alla temperie filosofica in cui temporalmente si collocano. Risalgono, alcuni, ai primi anni Sessanta, come Filosofia e realtà (testo di una conferenza tenuta dall’A. alla Sorbona nel 1963), altri, invece, alla fine di quegli anni, come Dialettica oggettiva (testo di una relazione presentata da Weil al XIV Congresso delle Società di Filosofia di lingua francese nel 1969). Nella Nota ai testi (pp.11-12) possiamo trovare tutte le indicazioni necessarie per risalire alla storia bibliografica di ciascun saggio.
Filosofia e Politica ci offre gli strumenti bio-bibliografici necessari per approfondire l’aspetto filosofico-politico del pensiero weiliano. La profondità, insieme alla chiarezza dell’esposizione, rende l’analisi di M. Filoni utile non solo a chi di Weil ancora non conosce nulla, ma a chi da tempo è filosoficamente legato all’Autore.
Certamente la complessità del sistema filosofico weiliano meriterebbe più spazio e più attenzione, ma qui vogliamo soffermarci soltanto su alcuni nodi filosofici weiliani, ben rappresentati dal titolo Pensare il mondo e svolti a più riprese nel corso dei due testi: la dialettica e la politica. Ne daremo conto citando liberamente e alternativamente le parole di Weil e il commento di Filoni.
<>, l’espressione indica di per sé già un’opposizione - alla <>: fin da Aristotele si sa che le due concezioni non si escludono reciprocamente, la differenza sta piuttosto nell’intenzione: raggiungere risultati filosoficamente auspicati, oppure competere quasi ‘per sport’. In ogni caso giocare sul terreno del linguaggio.
La dialettica oggettiva indica certamente contraddizioni reali, nel senso preciso di contraddizioni anteriori al discorso o da esso indipendenti. D’altra parte, l’espressione contraddizione deriva e contiene il verbo <>, e non è un caso: due uomini possono contraddirsi, ma anche lo stesso uomo, tesi differenti possono contraddirsi, "Ma la realtà, che non parla, come può contraddirsi o come può metter capo a contraddizioni ?" (Pensare..., p.53) Si profila allora una difficoltà o un’aporia, qualora si voglia dire (o meglio, si voglia far parlare) ciò che presupponiamo non dica nulla: il soggetto, dal canto suo, pensa, parla dice e si contraddice, l’oggetto invece, muto, intoccabile, privo di pensiero, non può perciò nemmeno contraddirsi.
La questione non è però sempre stata posta così: secondo l’A. possiamo individuare una tradizione che dagli scolastici persiste anche in Descartes e oltre, tale per cui l’oggettivo è "in noi", ossia esso è la rappresentazione di ciò che chiamiamo oggetto. "Non è contraddittoria la realtà formale, sono contraddittorie le nostre idee della realtà." (ivi, p. 54) Allora, si profila così una dialettica che non proviene necessariamente dal discorso, una dialettica in cui il discorso non può intervenire risolvendola; un conflitto delle rappresentazioni che sono in noi e che in noi mutano, sono, per così dire, instabili ovvero dialettiche. Nello stesso tempo, però, assistiamo alla nascita di quell’opposizione tra soggettività e oggettività che vede il soggetto confrontato a un’oggettività ‘solida’ in sé stessa, anche se non compiutamente esprimibile. "Con una formula paradossale […] potremmo dire: la dialettica è oggettivamente caratteristica della soggettività" (ibidem)
La dialettica, secondo l’A., è un filo rosso che attraversa tutta la storia della filosofia occidentale, da Parmenide - con il suo rifiuto di contaminare l’Essere con i contenuti contraddittori della coscienza - al parricidio di Platone, fino alla "scoperta di Kant - la sola scoperta rivoluzionaria nella storia della filosofia - […] quella di comprendere" che " la realtà intorno a noi [è] fatta di pure ombre: ciò non toglie che solo queste ombre costituiscono la realtà con la quale abbiamo a che fare." (ivi, p. 57)
La <>, a questo punto, assume un significato più complesso e completo di quello che, dice l’A., le avevamo inizialmente attribuito: essa è dialettica ‘umana’, dialettica di finito/infinito, dialettica dell’assoluto o, in termini kantiani, dialettica dell’intelletto con la ragione. Essa non attiene più soltanto al soggetto o all’oggetto, e nemmeno solo al loro inevitabile ancorché contraddittorio rapporto: "Non c’è realtà al di fuori del discorso, non c’è discorso al di fuori della realtà." (ivi, p.61) E’ questa la definizione della dialettica che, a conclusione del saggio Dialettica oggettiva, viene data dall’A.; una definizione che, anche nella forma (si noti il chiasma certamente voluto), ‘dialettizza’ il pensiero della realtà o, il che è lo stesso, la realtà pensata.
Continuando a sfogliare il testo, l’occhio del lettore attento sarà catturato da una citazione, che introduce il saggio Pensiero dialettico e politica:
La conversazione cadde sulla dialettica. <>. <>. <>.
[J. P. Eckermann, Colloqui con Goethe, 18 ottobre 1827]
Non ci soffermiamo sul saggio in questione, lasciando al lettore tutto il piacere e l’interesse di scoprire in che modo Weil tenga insieme questo "spirito di contraddizione" - capace perciò di urtare l’altrui spirito oppure risolversi in ‘patologia’ non risolvendosi in ‘metodo’ - con lo spirito politico, anch’esso insito in ogni uomo e parimenti a rischio di degenerazione.
La filosofia politica weiliana è al centro della trattazione dedicata da Filoni all’A. nel suo Filosofia e Politica.
La Philosophie politique di Weil (una parte del suo sistema filosofico) viene pubblicata nel 1956 e già tratta esplicitamente il tema della mondializzazione, e più precisamente quello dello Stato mondiale.
"Abbiamo sì visto che un tema analogo […] era stato sviluppato anni prima da Kant e da Marx. Ma il merito del filosofo è quello di aver considerato il tema dello Stato mondiale come una nuova categoria politica reale […]. Semplicemente […] considera e affronta il problema delle relazioni internazionali e del conflitto tra gli stati, e anziché lasciarsi travolgere dall’impasse di facili soluzioni e tendenze ideologiche pensa a un progetto politico consapevole." (Filosofia e...pp.45-46)
La consapevolezza (del pensiero, della politica, etc.) certamente è uno dei tratti che contraddistinguono la filosofia weiliana. L’A. ci mette, per così dire, difronte a un bivio: "[…] necessità di uno Stato mondiale che, da un lato, organizza l’economia della Terra […], dall’altro garantisce la maggior libertà a ogni gruppo etnico […] e a tutte le […] nazioni - a meno che queste non si rivolgano verso la violenza […]: prendere o lasciare." (ivi, pp. 46-47)
La filosofia politica weiliana è una filosofia particolare, ha una sua trattazione separata dal resto del sistema, ha un suo proprio oggetto (l’Action della Logique de la philosophie), è però anche la pretesa di pensare un intiero: "[…] il tentativo weiliano della Philosophie politique [è quello] di essere una filosofia politica vera. […] Infatti scorrendo l’indice del volume - e al lettore attento non sfuggirà la stretta parentela con l’indice delle Grundlinien der Philosophie des Rechts di Hegel - si noterà che l’analisi del filosofo parte da La morale, per passare poi a La società e a Lo Stato, e arrivare infine al […] capitolo su Gli Stati, la società, l’individuo, nel quale è presente la figura dello Stato mondiale." (ivi, p. 51)
Il rapporto circolare e ‘ritornante’ fra morale/politica, politica/filosofia, dialettica/politica, è il tema fondamentale intorno a cui si svolge il pensiero dell’A., così come abbiamo solo accennato in questa presentazione, ma come il lettore potrà approfondire meglio nei testi sopracitati.
BREVE INTERVISTA a Marco Filoni (curatore/autore rispettiv. di Pensare il mondo/Filosofia e Politica) e al Prof. Livio Sichirollo (Università degli Studi di Urbino).
A M. Filoni vogliamo porre le seguenti due domande:
Domanda-1
Nella sua Introduzione a Pensare il mondo lei si sofferma sulla concezione weiliana della <>, una ragione, lei dice, che non si presenta in vesti curiali, tanto meno come "Ragione" anteriore al tempo e alla storia, e nemmeno come semplice ratio. Viceversa, la ragione di Weil, obiettivo costante della sua ricerca filosofica, è la ragionevolezza o la comprensibilità del reale, in ogni caso è una "bussola" che orienta il cammino sensato della storia, sensato appunto per chi ne fa un uso consapevole.
Volevamo sapere da lei quali riferimenti filosofici sottendono questa considerazione weiliana della <>, e soprattutto quali indicazioni teoriche, o anche pratiche, l’A. intendeva dare a chi, come lui, sceglie di pensare, ovvero di filosofare.
Risposta
La concezione dell’uomo e della ragione espressa da Weil è indubbiamente di origine kantiana — quel Kant nel quale Weil ritrova l’unità di Senso e Fatto, rivelata dalla Critica della facoltà di giudizio, e non presente in Hegel, nel quale invece sussiste una contraddizione tra "coerenza del discorso" e "coerenza delle cose". La ragione weiliana è dunque una ragione essenzialmente pratica, ragione dell’uomo agente — e non teoretico. Lo stesso Weil è molto chiaro quando parla del concetto moderno di ragione, scoperta da Rousseau e poi consacrata da Kant come la "sola novità della storia della filosofia", cioè quella ragione che è "unità di teoria e azione, di pensiero e morale, di coscienza individuale e legge universale".
Domanda-2
"Attualità di Eric Weil" è il sottotitolo al suo Filosofia e Politica. Non può sfuggire al lettore interessato la questione, più volte da lei sottolineata, della atipicità di questo autore contemporaneo, vissuto in tempi dominati da marxismo, esistenzialismo, fenomenologia, strutturalismo, psicanalisi, etc. Come lei dice, Weil diffida di tutte queste correnti, non si lascia ridurre a nessuna di loro, o addirittura le ignora.
Volevamo a questo proposito sapere da lei in che senso e in che misura il pensiero ‘atipico’ weiliano - filosofico e politico - può essere oggi eventualmente recuperato.
Risposta
Parlare di attualità in filosofia è sempre rischioso. Si ha l’impressione che questa "categoria" — mi si passi il termine — sia il più delle volte determinata da fattori che non hanno nulla a che vedere con la filosofia e con la realtà che essa intende pensare. Ma pensare, come diceva Weil, è una scelta. Per chi, dunque, non si è ancora votato al pensiero della fine — fine della storia, fine della filosofia, o fine di tutte le cose come scriveva il vecchio Kant — Weil ha ancora qualcosa da dire. La sua filosofia altro non è che il progetto di comprendere il nostro mondo storico e di fondare, su questa comprensione, un’etica e una politica. In questo senso è più legittimo parlare di un filosofare piuttosto che di una filosofia di Weil: filosofare significa interrogarsi sul senso del mondo e sul senso della nostra azione nel mondo — cioè orientarsi, in una riflessione che vuole comprendere e comprendersi.
Domanda al Prof. Livio Sichirollo
La concezione weiliana della dialettica ha come riferimenti filosofici diretti certamente Kant e Hegel. Per quanto riguarda quest’ultimo, potremmo forse parlare di una vera e propria lettura weiliana della filosofia hegeliana. A questo proposito le parole di Weil ci indicano un possibile percorso, una via ‘aperta’, attraverso la quale intraprendere lo studio di Hegel e soprattutto della sua Logica.
Dice Weil nel saggio Filosofia e realtà: "La filosofia (il filosofare) si fonda su una decisione libera." Ecco, questa decisione, questa scelta di iniziare a filosofare, ci ricorda molto il Cominciamento della Logica hegeliana, una scelta "che si può riguardare anche come arbitraria" dice Hegel, tuttavia una scelta incondizionata, perciò pienamente libera.
Volevamo sapere da lei, a questo proposito, in che misura possiamo considerare ‘coraggiosa’ questa scelta, e se cioè, secondo lei, può esistere un ‘coraggio’ in filosofia.
Risposta
Il coraggio della filosofia è lo stesso coraggio dell’uomo ragionevole. La sua scelta, cioè il suo agire, è una scelta per la ragione, cioè per una azione che vuol essere universale, o meglio, come dice Weil, <>. È una scelta contro la violenza. Ma questa scelta dell’uomo libero (pur nelle condizioni — che ci sono, ma non c’è determinismo) è fatta nella consapevolezza che l’uomo avrebbe potuto scegliere altrimenti (per la violenza) e che ad ogni momento può ancora farla.

Eric Weil (fra)

Eric Weil

Éléments de biographie
Philosophe hégélien, né en Allemagne, Eric Weil soutient sa thèse en 1928 avec Ernst Cassirer. Il émigre en France en 1933 pour fuir le régime nazi et est naturalisé français en 1938.
Weil est le fondateur, avec G. Bataille, de la revue Critique en 1946. Il enseigne la philosophie à l'Université de Lille de 1956 à 1968.

Thèmes majeurs L'État moderne
"L'État est l'organisation rationnelle et raisonnable (morale) de la communauté." (Philosophie politique, Vrin, 1996, p. 131)
Le principe de la société moderne est la compétition et l'exploitation. Le problème qui se pose à L'État est celui de mettre en place une organisation rationnelle et durable qui permette de dépasser la contradiction entre l'accumulation des richesses d'un côté, et la formation d'une masse d'individus déshumanisés et indigentes de l'autre. C'est à L'État raisonnable fondé sur la loi (État de droit) d'harmoniser les intérêts divergents. Hegel, le premier, a posé le problème de l'état en ces termes et Weil le tient en cela pour le premier penseur de l'état moderne.
La politique est non-violence : choix de la discussion publique contre l'affrontement pour résoudre les conflits. En tant que telle, la politique suppose des citoyens instruits.
La fin dernière de la politique est un État mondial, espace de discussion permanente englobant tous les États fédérés pour constituer une société mondiale, seul garant de la non-violence.
Raison et violence
L'antinomie entre raison et violence est irréductible. Entre le dialogue et la violence, le choix est toujours possible. La raison ne peut exclure la violence; elle ne peut que la penser. Même le choix irrationnel et déraisonnable de la violence relève de la liberté et ne peut pas être définitivement écarté.

Principales oeuvres
  • Hegel et l'Etat (1950)
  • Logique de la philosophie (1950)
  • Philosophie politique (1956)
  • Philosophie morale (1961)
  • Problèmes kantiens (1963)
  • Essais et conférences (1970-1971)

Eric Weil aus Wikipedia, der freien Enzyklopädie

Eric Weil

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Eric Weil (* 8. Juni 1904 in Parchim; † 1. Februar 1977 in Nizza) ist ein französischer Philosoph deutsch-jüdischer Herkunft, dessen systematisches Hauptwerk Logique de la philosophie (1950) die Dialektik von Freiheit und Wahrheit in einem offenen philosophischen System entfaltet. In philosophiegeschichtlicher Perspektive handelt es sich um eine Synthese von Kantianismus und Hegelianismus.

Inhaltsverzeichnis

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Leben [Bearbeiten]

Eric Weil wurde als "Erich Weil" 1904 in Parchim/Mecklenburg, Deutschland geboren. Seine philosophische Dissertation schrieb er bei Ernst Cassirer. Er emigrierte 1933 nach Frankreich, 1938 wurde er französischer Staatsbürger. Im Dienst des französischen Militärs geriet er im 2. Weltkrieg in deutsche Kriegsgefangenschaft. Nach dem Krieg war er Mitbegründer der Zeitschrift Critique. Ab 1956 war er Professor für Allgemeine Philosophie in Lille, ab 1969 Professor in Nizza.

Philosophie [Bearbeiten]

Allgemeine Charakterisierung [Bearbeiten]

Das Zentrum von Weils Philosophie bildet die Logique de la philosophie (1950). Es handelt sich dabei um eine originelle Variante einer von Hegel inspirierten Systemphilosophie: Der Philosoph tritt darin als eine Figur auf, die sich auf die Suche nach dem "absolut kohärenten Diskurs" (der die Wirklichkeit als Ganzes auf den Begriff bringt) begibt. Der Philosoph will den Sinn der Wirklichkeit begreifen; dazu gehört auch, dass er sich selbst und sein eigenes Tun (als Diskurstreibender) mitbegreift, d. h. den freien Akt des Denkens selbst in die Reflexion über die Wirklichkeit mit einbezieht. Die freie Entscheidung für die Vernunft (der Eric Weil schematisch die Entscheidung für die Willkür, für die Gewalt gegenüberstellt) ist für Weil gleichbedeutend mit dem Willen zur Einheit eines absolut kohärenten Diskurses. Von diesem Hegelschen Erbe her ist die Philosophie Weils deutlich von postmodernen bzw. dekonstruktivistischen Diskursen abzugrenzen, insofern diese den Systemanspruch zurückweisen.
Doch Weil verstand sich selbst vor allem als "posthegelianischen Kantianer" (eine Selbstbezeichnung, die sich nicht in den Schriften Weils findet, aber von Kollegen und Freunden überliefert ist, siehe z. B. Paul Ricoeur, Le conflit des interprétations, Paris 1969, p. 402f.): Das vernünftige, aber doch endliche Wesen, das der Mensch ist (diese Formel des "endlichen Vernunftwesens" entdeckt Weil bei Kant), findet für seinen Willen zum absolut kohärenten Diskurs keine inhaltliche Erfüllung; die "Weisheit", zu der die Logique de la philosophie am Ende gelangt, ist kein absolutes Wissen im Stile Hegels, sondern bleibt bewusst ein formales Wissen, das die Fülle der Wirklichkeit diskursiv nicht erreicht.
Die Logique de la philosophie führt einen philosophischen, formal-dialektisch angelegten Meta-Diskurs über philosophische und nichtphilosophische Diskurse, die sich für die philosophische Reflexion in Kategorien (frz. catégorie) zum Ausdruck bringen lassen. Die Entwicklung der insgesamt 18 Kategorien beginnt, strukturell betrachtet, mit einer Kategorie des reinen Inhalts ("Wahrheit") und endet in den formalen Kategorien des "Sinns" und der "Weisheit", die (ebenso wie die "Wahrheit" des Beginns) nicht mehr durch einen bestimmten theoretischen Diskurs zum Ausdruck gebracht werden können, sondern nur mehr durch eine praktische Einstellung (frz. attitude, der zweite Grundterminus neben catégorie) gegenüber Diskursen. Die theoretische Arbeit der Philosophie (die Welt des Diskursiven) befindet sich zwischen diesen Kategorien des Beginns und des Endes. Eric Weil war es daran gelegen, diesen eigentümlich formalen Abschluss seiner Systemkonzeption nicht wieder in einen spezifisch inhaltlichen, ontologischen Diskurs über die Wirklichkeit zu gießen.

Die Kategorien der Logique de la philosophie [Bearbeiten]

Wahrheit (vérité) [Bearbeiten]

Das Philosophieren beginnt mit einer willkürlich gesetzten, anfangs nicht rechtfertigbaren Eingangsdefinition von Philosophie: "Philosophie ist die Suche nach Wahrheit." Jedoch, was ist Wahrheit? Wahrheit ist das sprachlich nicht fixierbare Ganze, denn alles ist in der Wahrheit. Die vom philosophischen Diskurs gesuchte Wahrheit ist also selbst nichts diskursiv Aussagbares (wie etwa im traditionellen Wahrheitsbegriff als Entsprechung von Aussage und Wirklichkeit suggeriert wird), sondern bildet den unaussprechlichen Grund, das unbegrenzte Terrain jedes möglichen Diskurses. Der so verstandenen Kategorie (catégorie) der Wahrheit kann einzig eine schweigende Einstellung (attitude) entsprechen.

Unsinn (non-sens) [Bearbeiten]

Der schweigende Mensch der "Wahrheit" kann sich entschließen zu sprechen. Genau darin, in diesem Sprechen, besteht der (nicht deduzierbare) Übergang zur Kategorie-Einstellung des "Unsinns": Die schweigende Einstellung in der Wahrheit ist nicht identisch mit der sprechenden Einstellung in der Wahrheit, denn erst letzterer zeigt sich, dass alles Sprechen Unsinn ist, weil es die Wahrheit nicht auszudrücken vermag. Konsequenterweise führt diese Einstellung deshalb ins Schweigen zurück. Im übrigen deutet sich jetzt schon an, dass alles, was in der Kurzdarstellung der ersten Kategorie gesagt wurde, nicht von der Kategorie selbst gesagt werden kann (denn ihre Einstellung ist reines Schweigen). Dies bedeutet, dass wir von Anfang an unterscheiden müssen zwischen der "Lehre" einer Kategorie und deren "Erläuterung" durch den Logiker der Philosophie, der mit seiner Eingangsdefinition von Philosophie als Suche nach der Wahrheit die Diskursbewegung in Gang gesetzt hat. Es wird sich im Folgenden zeigen, dass es gerade diese Dialektik zwischen der Lehre einer Kategorie und deren (in ihrer Einstellung implizierten) Ungesagtem, das durch die Erläuterung expliziert wird, ist, die sozusagen den Motor der Entwicklung der logischen Kategorien bildet.

Das Wahre und das Falsche (Le vrai et le faux) [Bearbeiten]

Der Mensch des "Unsinns" kann einen Schritt weitergehen, indem er nicht einfach ins Schweigen zurückkehrt, sondern im Gegenteil die Tatsache anerkennt, dass er gesprochen hat und sprechen kann: der Unterschied der ersten beiden Kategorien zeigt sich eben nur in der Sprache. Diese Anerkennung der fundamentalen Tatsache der Sprache ist der Grund dafür, dass erst mit dieser Kategorie der philosophische Diskurs beginnt (historisch illustriert durch vorsokratische Philosophen wie Parmenides und Heraklit). Ihre "Lehre" drückt sich allerdings nicht in einer inhaltlich bestimmten Theorie aus, sondern im poetischen Ausdruck der Wahrheit: Wahr ist, dass die Wahrheit nichts sprachlich Bestimmbares ist; falsch ist, die Wahrheit mit einem bestimmten ausgesagten Inhalt zu identifizieren. Die Wahrheit, die die Kategorie im Sprechen anvisiert, zeigt sich nicht in einem sprachlichen Inhalt, sondern in der (poetischen) Form des Sprechens.

Gewissheit (certitude) [Bearbeiten]

Der Mensch muss sich aber nicht mit dieser "formalen" Wahrheit des poetischen Wortes begnügen, sondern kann sie als inhaltlich fixierten Diskurs auslegen, dessen Wahrheit unmittelbar gegenwärtig und daher gewiss ist. Wenn wir den Menschen der vorhergehenden Kategorie als Meister des poetischen Wortes charakterisieren können, dann ist der Mensch der Gewissheit der Schüler dieses poetischen Meisters, der sich nun daranmacht, die Wahrheit als inhaltlichen, unmittelbar gewissen Diskurs in der Lebenswelt zu begreifen und daher anderen Formen des bloßen, irrenden Sprechens entgegenzusetzen. Ein solcher inhaltlich bestimmter und daher weltbildender Diskurs ist gemeinschaftsstiftend. Wer nicht dieser bestimmten Gewissheits-Gemeinschaft angehört, ist kein Mensch, sondern ein "Barbar".

Die Diskussion (La discussion) [Bearbeiten]

Der Mensch der inhaltlichen Gewissheit kann seine Einstellung überschreiten, wenn er die Erfahrung macht, dass es verschiedene Gemeinschaften mit verschiedenen Gewissheiten gibt. Nimmt er diese Erfahrung ernst, dann verwandelt sich seine inhaltliche Gewissheit in die formale Idee einer möglichen Gewissheit, die dann erreicht wäre, wenn alle Menschen sich im Medium der vernünftigen Diskussion geeinigt hätten. Mit der erstmaligen Unterscheidung von Form und Inhalt bekommen wir es in dieser Kategorie mit einer Gestalt der Philosophie zu tun, die uns Heutigen (die wir uns schwer tun, die "Armut" der bisherigen "primitiven Kategorien" nachzuvollziehen) vertraut und verständlich ist: Eine Philosophie, die sich als formal kohärenter (widerspruchsfreier) Diskurs (Logik) versteht, und historisch durch die Einstellung des Sokrates illustriert werden kann.

Das Objekt (L’objet) [Bearbeiten]

Der Mensch überschreitet die Kategorie der Diskussion, wenn er (durch die Erfahrung der Unabschließbarkeit der Diskussion irre gemacht) nicht mehr bereit ist, sich mit der formalen Sprache der Diskussion zu begnügen: Der Diskurs muss nicht nur widerspruchsfrei sein, sondern mit der Wirklichkeit, mit dem Sein als dem absoluten Objekt des Diskurses, übereinstimmen. Damit ist die logische Geburt der Ontologie vollzogen, deren Einstellung durch Platon historisch illustriert werden kann.

Das Ich (Le moi) [Bearbeiten]

Das Sein bzw. die seiende Vernunft, die von der Ontologie entdeckt wird, lässt den Menschen in seiner Individualität unbefriedigt zurück. Der Mensch kann deshalb sein "Ich" entdecken, dergestalt, dass er zu fragen beginnt, worin für "mich selbst" das vernünftige Glück liegen könnte. Die Lösung dieses Problems findet das Ich in der Befreiung seines wesentlichen Selbst als Vernunft (historisch zu illustrieren sowohl durch stoische als auch durch epikuräische Philosophie).

Gott (Dieu) [Bearbeiten]

Der Mensch muss sich mit dieser Lösung, die einer Aufgabe des Ich gleichkommt, nicht zufriedengeben. In der neuen Einstellung erfährt sich der Mensch einem absoluten, personalen Ich (dem Schöpfer- und Erlösergott der abrahamitischen Religionen: Judentum, Christentum, Islam) gegenüber, das den einzelnen Menschen nicht nur als Vernunftteil bejaht, sondern als konkret existierendes, fühlendes Individuum in seiner leib-seelischen Ganzheit. Gott hält den existierenden Menschen (existentia) im Sein, er ist daher das Wesen (essentia) des Menschen. Mit der Kategorie "Gott" sind wir an einem entscheidenden Wendepunkt der Kategorienentwicklung angekommen: Hier ist die Geburt der modernen freien Reflexion angesiedelt; denn erstmals reflektiert der Mensch sich selbst in einem Anderen (hier: in Gott), während hingegen die vorhergegangenen "griechischen" Kategorien (die Diskussion; das Objekt; das Ich) letztlich keine andere Realität als die der Vernunft anerkennen konnten. Allerdings ist die Reflexion des Menschen in Gott allererst Reflexion "an sich", noch nicht Reflexion "für sich" (denn der Gläubige kann nicht verstehen, dass Gott das Wesen seiner selbst ist). Die Begriffsarbeit der nun folgenden Kategorien wird darin bestehen, die Reflexion ausdrücklich zu machen, bis hin zur Identität des Selbst und des Anderen in der absoluten Reflexion (siehe "das Absolute").

Bedingung (condition) [Bearbeiten]

Die Erfüllung, die der gläubige Mensch in Gott findet, ist nicht von dieser Welt. Der Mensch, der sich damit nicht zufriedengeben will, weil seine Freiheit nach einem weltlichen Inhalt verlangt, wird die reflexive Struktur in der Immanenz der Welt wiederentdecken: die Welt ist nichts anderes als ein unendlicher, funktionaler Bedingungszusammenhang, den sich der Mensch in Form des wissenschaftlich-technischen Diskurses für sein Leben dienstbar machen kann. Die diskursive Dominanz dieser Wissenschaft-Technik und die damit verbundene gesellschaftliche Rationalisierung charakterisiert Eric Weil als "unsere Situation" in der Gegenwart.

Bewusstsein (conscience) [Bearbeiten]

Doch der Mensch muss sich mit den funktionalen Zusammenhängen, die der wissenschaftlich-technische Diskurs entdeckt, nicht zufriedengeben. Der Mensch der neuen Einstellung kann den unendlich-reziproken Bedingtheiten des naturwissenschaftlichen Diskurses die einzige unbedingte, absolute Bedingung entgegensetzen, die jeden naturwissenschaftlichen Diskurs aus prinzipiellen Gründen übersteigt, die dieser aber als unbedingt geltend voraussetzen muss: das transzendentale Ich in seiner transzendentalen Freiheit, das als setzendes Bewusstsein jeden Diskurs allererst ermöglicht. Zur historischen Illustration ist hier zum Teil an die Transzendentalphilosophie Kants, vor allem jedoch an die Fichtesche Version der Transzendentalphilosophie zu denken.

Intelligenz (intelligence) [Bearbeiten]

Der Mensch der neuen Einstellung betrachtet den unabschließbaren Kampf des setzenden transzendentalen Ich gegen das gesetzte empirische Ich als gewonnen und beginnt stattdessen, die empirischen Welten als Setzungen von transzendentalen Subjekten mit je spezifischen Interessen zu interpretieren. Was dabei herauskommt, ist die Gründung der Geisteswissenschaft als Weltanschauungslehre aus der Perspektive eines uninteressierten Beobachters, einer ""freien Intelligenz".

Persönlichkeit (personnalité) [Bearbeiten]

Der Mensch wird sich mit diesem leeren, interesselosen Spiel der Intelligenz nicht begnügen, wenn er zu merken beginnt, dass er als uninteressierter Beobachter zwar alle anderen Menschen in ihren Interessen und Weltanschauungen versteht, jedoch gerade sich selbst in seinem Tun nicht. Die "Persönlichkeit" verwirft die Position des uninteressierten Beobachters und erhebt den Anspruch, ein freies, authentisches Selbst zu sein, das sich selbst in seinem Leben transparent wird. Die Persönlichkeit, die sich als absolute weltliche Freiheit erfährt, muss jedoch bemerken, dass es keinen ihr gemäßen authentischen Diskurs geben kann, der ihre absolute Konfliktidentität (in der Welt und Freiheit punktuell eins sind) ausdrücken kann. Diese Kategorie kann historisch durch Nietzsche illustriert werden.

Das Absolute (L’absolu) [Bearbeiten]

Der Mensch der neuen Einstellung begreift den Konflikt der Persönlichkeit als eine Gestalt des Konfliktes, den die Welt selbst ist. Dieser Konflikt der Welt kann vom "absolut kohärenten Diskurs" auf den Begriff gebracht werden. Der absolut kohärente Diskurs ist das Denken, das sich selber denkt, die absolute Reflexion des Absoluten, in der die Identität von Denken, Sein, Freiheit und Vernunft zum Vorschein kommt. Als historische Illustration kann Hegel dienen.

Das Werk (L’œuvre) [Bearbeiten]

Der absolute Diskurs hat alle Partikularitäten im konkreten Universalen "aufgehoben". Damit scheint die Philosophie als Suche nach der Wahrheit endlich seine absolute Verwirklichung gefunden zu haben. Jedoch, die Originalität der Philosophie Eric Weils äußert sich darin, dass gerade an dieser Stelle das philosophische Fragen weitergeht bzw. neu beginnt. Es zeigt sich nämlich, dass das Individuum gegen den absoluten Diskurs revoltieren kann, weil es die Opferung seiner selbst in Hinblick auf den absoluten Diskurs als für es sinnlos ablehnen kann. Die absolute Ablehnung des absoluten Diskurses äußert sich in einer stummen, antiphilosophischen Einstellung des bloßen Machens um des Machens willen: in der Gewalt, zu der sich das Individuum in seiner Freiheit entscheiden kann. Für den erläuternden Blick auf diese stumme Einstellung der Gewalt zeigt sich jetzt, dass sich die Kluft zwischen Freiheit und Diskurs, die "das Absolute" zu schließen glaubte, nicht schließen lässt. Mit diesem Faktum der Revolte ergibt sich eine neue Art des philosophischen Fragen: eine philosophisches Reflexion über die Philosophie selbst.

Das Endliche (Le fini) [Bearbeiten]

Der Mensch, der die absolute Revolte gegen den philosophischen Diskurs (in Form des "Absoluten") betrachtet, aber selbst als Philosoph weiter sprechen will, entdeckt die wesenhafte Endlichkeit des Menschen: Ein kohärenter Diskurs ist aufgrund der exzessiven Freiheit, die sich in der sinnlos-poietischen Gewalt des "Werkes" ausdrückt, unmöglich und zum prinzipiellen Scheitern verurteilt. Die Endlichkeit zeigt sich darin, dass alles menschliche, freie Entwerfen scheitern muss, d. h. der Mensch "ist" nicht, sondern "ist" (paradox ausgedrückt) nicht-objektivierbares, unabschließbares "Sein-Können". Der Philosophie bleibt die Aufgabe, diese Paradoxien des Endlichen in einem ausdrücklich "inkohärenten Diskurs" auszudrücken, um so für die "Fundamentalpoesie" (die ursprünglich-schöpferische Gewalt in der Sprache, die sich im Dichten kundtut) die Ohren zu öffnen. Zur historischen Illustration dieser Kategorie ist an Heidegger zu denken.

Die Handlung (L’action) [Bearbeiten]

Der Mensch der Handlung ergreift die Möglichkeit einer Versöhnung des absoluten Diskurses und der Kategorien der Revolte (das Werk; das Endliche), und zwar dann, wenn er die praktische, handelnde Dimension des Diskurses ernstnimmt: Er begreift, dass sich die Philosophie in einer Dialektik von Diskurs und Situation (bzw. von Kategorie und Einstellung; oder in den formalen Reflexionsbegriffen einer Logik der Philosophie: von Lehre und Erläuterung) entwickelt hat. Der letzte Schritt dieser Dialektik muss darin bestehen, die Philosophie als kohärente Lebenswelt zu verwirklichen, d. h. die Philosophie hat sich im politischen Handeln zu realisieren. Zur historischen Illustration der praktischen Dimensionen dieser Kategorie ist an Marx zu denken (vgl. dessen bekannte 11. Feuerbach-These: "Die Philosophen haben die Welt nur verschieden interpretiert, es kömmt drauf an, sie zu verändern."). "Die Handlung" ist die letzte konkrete Kategorie-Einstellung der Logik der Philosophie, d. h. sie ist nicht überwindbar zugunsten einer neuen konkreten Einstellung mit eigenen Diskurs. Die (nicht-marxistische) politische Ausarbeitung der Kategorie liefert Eric Weil in seiner Philosophie politique.

Sinn (sens) [Bearbeiten]

Trotz dieses Endes der Philosophie in der "Handlung" folgen noch zwei weitere Kategorien. Wie ist dies zu verstehen? Die letzten beiden Kategorien sind formale Kategorien ohne eigenen Diskurs, d. h. sie formulieren keine neue Position der Philosophie in Opposition zu früheren Kategorien, sondern haben den Zweck, das gerade vollendete Projekt einer Logik der Philosophie selbst zu fundieren. Zur Kategorie des "Sinns" kann der Mensch, der in der Einstellung der "Handlung" lebt, gelangen, wenn er sich fragt, was das Ziel seines Handelns ist. Die Antwort lautet: Das Ziel des Handelns ist der Sinn als das erfüllte, zufriedene Leben in einer Gegenwart, in der es keinen Bedarf an philosophischem Diskurs und damit an Handeln mehr gäbe. Dieser Sinn jenseits der Philosophie und der Handlung ist freilich notwendigerweise nicht diskursiv fassbar, sondern nur dessen formale Gestalt. Die Logik der Philosophie denkt den konkreten, partikularen Sinn aller genannten Kategorien-Einstellungen in formaler Einheit, eben als System einer Vielzahl von irreduziblen philosophischen Kategorien. Das Selbstverständnis der Logik der Philosophie klärt sich: Es ist eine formale Wissenschaft des konkreten Sinns.

Weisheit (sagesse) [Bearbeiten]

Der Mensch der "Handlung" ist auf dem Weg der Verwirklichung des Sinns, während der Philosoph diesen Sinn auf dem Wege seiner Verwirklichung denkt. Aber was ist ein weiser Mensch? Der Weise vollendet die Verwirklichung der Philosophie (die ja schon in ihrem Begriff das "Streben nach Weisheit" ist), indem er die Möglichkeitsbedingung für die konkrete Sinnsuche und der formalen Einheit in der Wissenschaft des Sinns begreift: die Wirklichkeit des Sinns, die strukturierte Ordnung der Welt (den Kosmos). Der Philosoph denkt den Sinn, der Weise hingegen sieht und lebt den tatsächlichen Sinn des Ganzen, er erfährt, in seiner jeweiligen Diskurs-Situation, die Einheit von Leben und Reflexion. Die "Weisheit" führt insofern zum Beginn der Logik der Philosophie in der "Wahrheit" zurück, als sie die Öffnung der endlichen menschlichen Freiheit auf das Ganze der Wahrheit bildet.
Weils Logik lässt sich als Explikation dessen verstehen, was es heißt, ein "endliches", aber doch "vernünftiges" (und damit in Kontakt mit dem Unendlichen befindliches) Wesen zu sein.

Literatur [Bearbeiten]

Werke [Bearbeiten]

Im Folgenden werden zuerst die vorhandenen deutschen Übersetzungen angeführt, sodann folgt eine kommentierte chronologische Auflistung der wichtigsten Werke Eric Weils.
  • Philosophie der Politik. Luchterhand, Berlin 1964
  • Probleme des kantischen Denkens. Duncker & Humblot, Berlin 2002 ISBN 3-428-10612-1
1950
  • Logique de la philosophie. Vrin, Paris (Systematisches Hauptwerk)
  • Hegel et l'Etat. Vrin, Paris (Studie zu Hegels politischer Philosophie, wichtiger Impuls für die französische Hegel-Rezeption)
1956
  • Philosophie politique. Vrin, Paris (Philosophische Entfaltung des politischen Handelns)
1961
  • Philosophie morale. Vrin, Paris (Philosophische Entfaltung des moralischen Lebens)
1963
  • Problèmes kantiens. Vrin, Paris (Aufsätze zum Unterschied von Denken und Erkennen, zur "zweiten kopernikanischen Revolution" in Kants "Kritik der Urteilskraft" und zur Rolle von Geschichte und Politik im Denken Kants)
1970
  • Problèmes kantiens. Vrin, Paris (2. Aufl., um einen Aufsatz mit dem Titel "Das radikale Böse, die Religion und die Moral" ergänzt)
  • Essais et conférences. Plon, Paris (Zweibändige Sammlung von Vorträgen und Aufsätzen zu Themen der allgemeinen Philosophie und der politischen Philosophie)
1982
  • Philosophie et réalité. Beauchesne, Paris (Postum veröffentlichte Sammlung von weiteren Aufsätzen und Vorträgen)
1985
  • La Philosophie de Pietro Pomponazzi. Pic de La Mirandole et la critique de l’astrologie. Vrin, Paris (Postume Veröffentlichung von akademischen Arbeiten zu zwei Philosophen der Renaissance, aus der Zeit vor dem 2. Weltkrieg)
2003
  • Philosophie et réalité II. Beauchesne, Paris (Texte aus dem Nachlass)

Sekundärliteratur [Bearbeiten]

Im Folgenden sind die deutschsprachigen Publikationen zu Eric Weil sowie eine kleine Auswahl der wichtigsten französischsprachigen Publikationen vermerkt.
  • Bizeul, Yves [Hrsg.]: Gewalt, Moral und Politik bei Éric Weil. Lit Verlag, Hamburg 2006 ISBN 3-8258-9218-2
  • Deligne, Alain: Éric Weil. Ein zeitgenössischer Philosoph. Einführung in das Werk. Anthologie von Erstübersetzungen aus dem Französischen nebst Erstveröffentlichung eines Typoskripts, Bibliographie. Romanistischer Verlag, Bonn 1998 ISBN 3-86143-082-7
  • Mohr, Georg; Siep, Ludwig [Hrsg.]: Eric Weil. Ethik und politische Philosophie. Duncker & Humblot, Berlin 1997 ISBN 3-428-08873-5
  • Schuchter, Patrick: Der Weg des Denkens in die Gegenwart. Nachvollzug und Interpretation der Logique de la philosophie von Éric Weil. Diplomarbeit, Innsbruck 2003
  • Canivez, Patrice: Éric Weil ou la question du sens. Ellipses, Paris 1998 ISBN 2-7298-4871-1
  • Ganty, Etienne: Penser la modernité. Essai sur Heidegger, Habermas et Éric Weil. Presses Universitaires de Namur, Namur 1997 ISBN 2-87037-214-0
  • Kirscher, Gilbert: La philosophie d’Eric Weil. Systematicité et ouverture. Presses Universitaires de France, Paris 1989 ISBN 2-13-042361-2
  • Perine, Marcelo: Philosophie et violence. Sens et intention de la philosophie d'Eric Weil. Beauchesne, Paris 1991 ISBN 2-7010-1240-6
  • Savadogo, Mahamadé: Éric Weil et l'achèvement de la philosophie dans l'Action. Presses universitaires de Namur, Namur 2003 ISBN 2-87037-429-1
  • Schuchter, Patrick: Der Weg des Denkens in die Gegenwart. Nachvollzug und Interpretation der Logique de la philosophie von Eric Weil. Diplomarbeit, 2003. Volltext

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