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Sunday, 4 September 2011

Intervista con Roberto Fineschi (di alcuni anni fa, ma sempre attuale)

Intervista con Roberto Fineschi (di alcuni anni fa, ma sempre attuale)

"IL VALORE DI UNA TEORIA PRESCINDE DAGLI INTERESSI POLITICI"

Ultima modifica: domenica 26 marzo 2006

Parla Roberto Fineschi: "Mi sembra ovvio che la politica sovietica e il Capitale non siano la stessa cosa. E che quello che diceva Marx era spesso qualcosa di diverso da quanto sostenuto dai vari marxismi"

Roberto Ciccarelli

“Marx non è un pensatore di moda. Questo non è necessariamente un male perché le mode sono passeggere e su di esse non si misurano i valori teorici”. Per Roberto Fineschi, uno di quei trentenni che si sono avvicinati a Marx dopo il 1989, lo hanno studiato e adesso lavorano alla riedizione della sua opera completa in Italia, il filosofo tedesco ha oggi una vitalità insospettabile. Per età, passione, e anche per scelta politica, Fineschi non si sente prigioniero di quella cultura politica che durante il Novecento ha ridotto Marx al socialismo reale. “Salta agli occhi che un autore la cui immagine era portata fino a ieri sulle bandiere in testa ai cortei trovi oggi poco spazio nel dibattito teorico” – afferma.

A bocce ferme, ma non troppo, perché su Marx si continua a lavorare, e Fineschi è uno dei protagonisti della rinascita di questi studi (sta lavorando alla nuova edizione del primo libro del Capitale che sarà pubblicata tra un anno dall’editore napoletano La città del Sole all’interno di équipe di ricerca nata da un consorzio di università, quella di Siena, Bergamo, Milano e Venezia e ha scritto un importante volume Ripartire da Marx. Processo storico ed economia politica nella teoria del “capitale” – Napoli, La città del sole, 2001- e ne ha curato uno nuovo di zecca Karl Marx. Rivisitazioni e prospettive, Milano, Mimesis, 2005), oggi si può iniziare a fare qualche distinguo che in passato era arduo, se non proprio impossibile, fare.

Cosa è successo a Marx dopo il 1989?

Si è detto che, finito il socialismo reale, anche la classe operaia non avrebbe più cercato di lottare contro lo sfruttamento. In realtà ad essere in crisi è solo quella versione ortodossa del marxismo che vedeva nell’avanzata del proletariato l’inveramento della teoria di Marx. Mi sembra ovvio che la politica sovietica e il Capitale non siano la stessa cosa. E che quello che diceva Marx era spesso qualcosa di diverso da quanto sostenuto dai vari marxismi. Il valore di una teoria prescinde fortunatamente dagli interessi politici dei gruppi che si dichiarano suoi portavoce.

Separando la teoria dal suo significato politico non si corre il rischio di tradire la politicità di Marx?

Quello che voglio dire è che una teoria, anche quella marxiana, non può prevedere i suoi esiti politici. Bisogna anche considerare che in fin dei conti Marx si interessa della dimensione epocale, e non alla sociologia empirica, del modo di produzione capitalistico. Da questo punto di vista la teoria di Marx è una delle poche cose che consente di spiegare in modo sensato la “mondializzazione”.

Occorre quindi ridiscutere l’intero patrimonio del lascito marxiano alla luce delle nuove scoperte filologiche della riedizione delle opere di Marx ed Engels?

Senz’altro. In Germania c’è la Internazionale Marx-Engels-Stiftung che pubblica la Marx-Engels-Gesamtausgabe, la nuova editore critica delle loro opere, una fondazione attorno alla quale sono fioriti numerosi gruppi di studio in Europa, in Giappone che hanno avviato una mole imponente di ricerche. Alla fine di questo percorso avremo tutte le carte non solo per studiare in maniera esaustiva Marx, ma anche per riconsiderare la storia del comunismo novecentesco.

Nel nostro Paese quali sono i termini del dibattito?

In Italia non mi sembra che in generale ci sia una grande attenzione alla filologia del testo marxiano

Perché?

C’è un limite oggettivo: non tutti quelli che si occupano di Marx conoscono il tedesco. Da un altro punto di vista, ma questa è una mia posizione personale, chi è sopravvissuto alla fine del socialismo reale e alla crisi più generale del movimento operaio, è rimasto arroccato su posizioni rigide. Ne derivano alcune facili semplificazioni: nelle facoltà di economia, ad esempio, se prendiamo un manuale di storia del pensiero economico, alla voce Marx c’è sempre una sezione dedicata alla sua teoria del “valore lavoro”. Ora, questa categoria Marx non l’ha utilizzata mai in tutta la sua vita. Il “valore lavoro” l’ha inventato Böhm-Bawerk, ovvero il nemico giurato di Marx. Dopo di lui tutti i marxisti l’hanno accettato proprio come se fosse farina del sacco di Marx, senza vedere purtroppo i problemi che si nascondono dietro questa commistione. Non voglio dire che sia sbagliato in assoluto, ma una corretta analisi del problema ne mostra l’impostazione deficitaria.

Che cosa sostiene la teoria del “valore lavoro”?

E’ una categoria complessa che però, ridotta all’osso, sostiene che il valore è il lavoro contenuto in una merce e che è possibile la misurabilità empirica di esso in ore di lavoro. Marx dimostra, invece, sin dai tempi della “Miseria della filosofia” esattamente il contrario: visto che è impossibile misurare empiricamente in ore la quantità di lavoro erogata per produrre una merce, è necessaria una teoria che spiega la trasformazione della merce in merce e denaro. Su questo non c’è alcun dubbio: per Marx il punto di partenza dell’analisi del capitale non è il lavoro, non è il valore e neppure la forma di valore, ma la merce. Basta vedere tutte le versioni della teoria del capitale e non solo, da quella del 1857 in poi. Questo ha implicazioni di rilievo su tutta la cosiddetta trasformazione dei valori in prezzi di produzione.

Come ha influito questa categoria sul marxismo italiano?

Sempre semplificando, si può dire che gli economisti marxisti in genere, non solo quelli italiani, hanno discusso prevalentemente di questo, del problema della trasformazione, leggendo il primo capitolo del primo libro per poi volare al nono del terzo libro. I filosofi italiani per molto tempo, come dice una celebre battuta, sono stati dei “filosofi senza Capitale”. E’ un paradosso: chi si è concentrato sullo studio della dialettica in Marx ha trascurato il Capitale, chi ha invece studiato il Capitale ha dimenticato la dialettica. Gli economisti non lo hanno capito perché non si occupano della dialettica, mentre i filosofi, che in genere poco sanno di economia e poco gli interessava del Capitale, hanno lavorato sul materialismo e sulla prassi. Io credo che la dialettica sia proprio quella del Capitale e senza dialettica non si può capire molto del funzionamento del Capitale.

Ma perché i filosofi e gli economisti di scuola marxista hanno sofferto di questi limiti?

Forse perché, come si sa, Gramsci in carcere non ha avuto l’opportunità di leggere il Capitale. Della critica dell’economia politica conosceva alcuni passaggi precisi, ma il Capitale nei Quaderni lo commenta sostanzialmente attraverso le pagine di Croce. Una parte del marxismo italiano ha continuato a ragionare prevalentemente su Gramsci e quindi ha rinunciato, in una certa misura, ad usare la teoria del capitale a livello programmatico e politico. Per quanto riguarda gli economisti invece il problema consiste proprio nello spessore filosofico della metodologia marxiana che evidentemente non traspare nella sua importanza ad una lettura non avvertita del problema. La versione italiana di Cantimori, la più diffusa, è in genere buona, ma forse proprio nella pregnanza della traduzione di alcune categorie chiave presenta le lacune maggiori (le traduzioni inglesi e francesi non sono migliori da questo punto di vista).

Con quali conseguenze?

Il tatticismo. Marx si è fermato a mille metri di altezza. Per scendere a terra è necessario, da una parte, continuare a studiare la teoria del capitale e, dall’altro, elaborare se è possibile una serie di teorie cuscinetto, soprattutto se si vuole raggiungere il livello della politica. La teoria del capitale non permette questa applicazione immediata perché è una teoria epocale. Qualcuno ha provato a farlo prendendo alla lettera la teoria. Commettendo un errore: ha considerato quella di Marx una teoria sociologica pronta per l’uso in politica. Questo ha portato al tatticismo di partito, da una parte, e dall’altro alle derive operaiste più immediatiste: poiché Il capitale dava solo indicazioni generiche o di principio, le decisioni “politiche” potevano prescindere da una teoria precisa. Prendiamo il tredicesimo capitolo del primo libro del capitale, quello dedicato al macchinismo e alla grande industria. Se lo si legge svincolato dalla dialettica del capitale, si arriva ad una lettura di Marx molto parziale. Chi è stato troppo legato alla classe operaia dentro il partito comunista e chi è stato operaista fuori da quel partito ha perso la dialettica tra le forme e le figure, cioè la differenza fra le categoria del lavoratore complessivo (cooperazione, essere parte o appendice del processo lavorativo complessivo) ed un suo esempio storico determinato. Con la fine della grande industria ha pensato che anche le forme in cui si dà la cooperazione operaia dentro l’organizzazione del capitale fossero state liquidate. Così non è stato, visto che oggi queste forme continuano ad esistere e sono del tutto funzionali alla valorizzazione capitalistica.

Il suo quindi è un invito a tornare a studiare Marx per verificare se le vecchie, e le nuove interpretazioni reggono alla luce delle recenti scoperte testuali?

Esatto. Ricominciamo a studiare i testi – diversi dei quali, è importante sottolinearlo, vengono pubblicati oggi per la prima volta nella MEGA, la nuova edizione critica – prima di arrivare ad una definizione politica che possa aiutarci a chiudere il cerchio che Marx non aveva potuto chiudere. Questo ci può aiutare a non rimanere sulle posizioni acquisite. A verificare se le nostro ipotesi di partenza reggono ad un’analisi spassionata dei testi, ma anche della realtà. E’ un discorso che prenderà molti anni, ma ci può aiutare a dare una consistenza ad un movimento politico. Marx è stupefacente perché ha veramente dimostrato il necessario svilupparsi di molti fenomeni che cento anni fa erano agli albori e che oggi sono pane quotidiano: la mondializzazione, l’aumento spaventoso dello sfruttamento del lavoro, quello vertiginoso della produttività, la finanziarizzazione del capitale, le crisi. Ma la capacità di analisi dimostrata dalla sua teoria non ci dà immediatamente oggi, come ieri, una politica.