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Wednesday, 4 January 2012

Cristina Corradi, Storia dei marxismi in Italia. Recensione di Oscar Oddi

fonte: http://www.consecutiotemporum.org/2011/11/cristina-corradi-storia-dei-marxismi-in-italia-di-cristina-corradi/



Cristina Corradi, Storia dei marxismi in Italia.

di Oscar Oddi.


Quanto mai opportuna appare la scelta di riproporre al pubblico, sei anni dopo la prima uscita, questa nuova edizione del libro di Cristina Corradi Storia dei Marxismi in Italia (Manifestolibri, 2011, pp. 376, € 35,00). Un libro importante, che ha suscitato una vasta eco, riuscendo nell’impresa di rianimare un dibattito che ormai languiva sia negli asfittici particolarismi accademici che negli ambienti politici-culturali che ancora in qualche modo ritengono di ispirarsi alla lezione (e tradizione) del marxismo in Italia. Si può infatti dire di trovarsi di fronte ad un lavoro “militante” (nel senso più nobile della parola), nato dall’esigenza di fornire uno strumento storico-teorico capace, nella ricostruzione della nascita e degli sviluppi della riflessione su Marx nel nostro paese, di indicare percorsi e proposte di ricerca attuali che si pongono ancora tenacemente l’obiettivo di una radicale trasformazione dello stato di cose presenti, senza che questo incida sul rigore dell’analisi e dell’esposizione. Va anzi sottolineato come la Corradi non si sia limitata a una mera riproposizione della vecchia edizione, ma abbia continuato a lavorare sul testo, integrandolo e rendendolo più compatto e meno ridondante. Il volume è diviso in tre parti: nella prima – Da Labriola a Gramsci (1895-1937) – in modo succinto ma esaustivo si descrive e si analizza l’origine della riflessione marxiana italiana a partire dalla sistematizzazione di  Labriola per il quale “il materialismo storico non è sinonimo di visione empirica della storia, che smarrisce ogni sintesi nella considerazione di una molteplicità di fattori, e (…) l’affermazione del primato delle pratiche sociali del lavoro è alternativa sia ad una concezione positivistica sia ad una concezione speculativo-spiritualistica (…). Il nesso struttura-sovrastruttura non va (…) inteso come se il diritto, le istituzioni politiche e le produzioni culturali fossero un semplice riflesso della riproduzione materiale, occorre piuttosto ricostruire una catena di mediazioni per risalire, secondo un metodo morfologico-genetico, dal condizionato alla condizione”. Per Labriola il “midollo del materialismo” è rappresentato dalla filosofia della praxis, che vuol dire che la storia ha come suo fondamento un agire per necessità, cioè il lavoro come mezzo sociale per la soddisfazione dei bisogni, per la trasformazione dell’ambiente e la creazione di ulteriori bisogni. Dopo aver descritto le modalità con cui Croce e Gentile si approcciarono al pensiero di Marx, dando vita, pur nelle loro differenze, a quell’egemonia neoidealista che influenzò in modo determinante l’avvicinarsi al marxismo di molte generazioni (con tutte le conseguenze teoriche che ciò comportò), la Corradi si sofferma approfonditamente su Gramsci, centrando l’attenzione sulle riflessioni presenti nei Quaderni del carcere. Qui sottolinea come per il pensatore sardo il marxismo non è riducibile ad un insieme di aforismi e di metodi pratici per l’azione, ma è una “teoria in cui la filosofia, la politica e l’economia costituiscono linguaggi reciprocamente convertibili, formanti un “circolo omogeneo”. La novità della riflessione gramsciana è messa in evidenza attraverso il confronto critico con, da una parte, l’elaborazione crociana, di cui respinge le quattro tesi revisionistiche (la riduzione della filosofia della praxis a semplice metodo di interpretazione, la visione della teoria del valore-lavoro come risultato ellittico tra due tipi di società, la critica della legge sulla caduta del saggio di profitto, la necessità di completare la sociologia economica marxista con una teoria pura dell’economia), dall’altra con le posizioni di Bucharin che propugnava una concezione del marxismo come teoria sociologica della storia e della politica, costruita in base ai metodi delle scienze naturali, integrata, sul piano filosofico,  con il materialismo tradizionale, al limite riveduto e corretto con un pò di logica dialettica. Nella seconda parte -  Storicismo, Dellavolpismo, Operaismo (1943-1980) –  si trovano due delle più importanti integrazioni rispetto alla prima edizione. La prima riguarda Bordiga, per decenni innominabile, colpito dalla “damnatio memoriae” scagliatagli contro dal “comunismo ufficiale”. La Corradi fa emergere come le posizioni del teorico napoletano sono state la prima alternativa sorta alla declinazione gramsciano-togliattiana del marxismo (precedendo, dunque, da questo punto di vista, le posizioni di Della Volpe e dell’Operaismo, nelle sue varie diramazioni, nella critica dello storicismo togliattiano, ideologia di riferimento del PCI. Tali teorie sono analizzate e confrontate in modo approfondito, nella loro ampiezza e nelle loro conseguenze storiche-filosofiche-economiche, in questa sezione del libro, attraverso la descrizione dei fondamenti del pensiero dellavolpiano, il dibattito e il confronto che provocò con i seguaci dello storicismo, tra cui emerge Luporini, senza tralasciare l’originale posizione di Banfi, la genesi del pensiero operaista nell’opera di Panzieri, che lucidamente la Corradi mostra nella sua originalità e diversità dagli sviluppi successivi in pensatori come Tronti e Negri). Concentrandosi sulle riflessioni che Bordiga svolge dopo il 1945, la Corradi ne mette in risalto la lettura non stagnazionista (tipica della Terza Internazionale) del capitalismo, di cui prevede un lungo ciclo di espansione per favorire provvisori compromessi socialdemocratici, destinato però ad entrare in crisi negli anni ’70; Bordiga non crede che il capitalismo di Stato sia l’anticamera del socialismo, al contrario ritiene lo Stato un dispositivo di garanzia della produzione di plusvalore presente fin dall’inizio dell’accumulazione originaria accompagnandone lo sviluppo. Critica alla radice la strategia togliattiana della democrazia progressiva poggiante sull’incapacità del capitalismo di garantire sviluppo economico e democrazia politica. Per questo respinge il frontismo e la democrazia elettorale. Infine la Corradi sottolinea come Bordiga consideri la preminenza dell’attività teorica, dal momento che il terreno della rivoluzione in occidente si è chiuso in modo disastroso e irreparabile per decenni, e ne rimarca i suoi studi del III libro del Capitale sulla rendita assoluta e differenziale. La seconda integrazione riguarda Fortini, di cui è messa in evidenza la formazione atipica (Lukàcs, Sartre, Adorno, Benjamin, il Gramsci dei Quaderni del carcere, negli anni del dominio del crocio-gramscismo), che gli consente una lettura più pregnante della realtà. Si evidenzia come per lui il marxismo “non è un metodo, bensì una dottrina capace di declinare secondo una connessione sistematica i temi della libertà, della produzione e della politica. Il marxismo è una pedagogia politica che insegna a collegare i problemi quotidiani con i nessi dell’economia mondiale e della grande politica; che chiama ciascuno a interrogarsi sulla propria posizione nel contesto della società, a stabilire le radici di classe dei propri comportamenti, a liberarsi delle false immagini indotte dalla produzione capitalistica”. La Corradi descrive poi come dalla seconda metà degli anni ’70 Fortini polemizzi col pensiero negativo alimentatore di una cultura dello sradicamento e della negazione della memoria (in particolar modo critica l’indirizzo neonietzscheano foriero di elitismo tecnocratico e di subalternità ad una cultura della differenza che legittima di nuovo privilegi razziali, sociali ed economici). Non a caso negli ultimi anni della sua vita “combatte per difendere l’onore di un’antica causa e per rivendicare il valore di una cultura anacronistica – arretrata o anticipatrice – che corrisponde a strati sociali scomparsi o non ancora manifesti. La sua concezione del marxismo come tradizione da proteggere sa parlare a generazioni che non hanno avuto esperienza del comunismo novecentesco ma hanno sperimentato la precarizzazione e la crisi neoliberista”. La terza parte del volume – Bilanci critici e progetti ricostruttivi–  è, a giudizio di chi scrive, la più importante, quella che caratterizza la prospettiva dell’autrice. Qui, infatti, si da conto delle riflessioni e delle teorizzazioni sviluppatesi dopo la cosiddetta crisi del marxismo degli anni ’70 e della sconfitta politica-sociale delle forze e dei movimenti che si ispiravano in qualche modo al pensiero di Marx. E’ un grande merito che va ascritto alla Corradi quello di portare a conoscenza di un pubblico più vasto questi pensatori, che hanno continuato, e che continuano, a confrontarsi con il “cantiere aperto” rappresentato dall’opera di Marx, fuori dalle luci della ribalta, molto spesso ignorati anche da quel che rimane del circuito politico-culturale-editoriale “comunista” (e questa “cecità” avrà pure la sua responsabilità nel disastro politico-strategico delle forze residue che ancora pensano di richiamarsi al “comunismo”). Emblematico a questo riguardo il caso del filosofo torinese Costanzo Preve, a cui la Corradi dedica ampio spazio nell’analisi delle varie fasi della sua riflessione, “silenziato” dallo “stalinismo degli antistalinisti (presunti)”, diffamato dal “gossip antagonista in rete”, e ciononostante autore prolifico di una produzione culturale (pubblicata anche in alcuni paesi europei) che da decenni si confronta con il pensiero di Marx (e di Hegel, oltre che del pensiero greco antico), cercando di fare i conti con il fallimento del comunismo storico novecentesco e tentando una ricollocazione, una rilettura e una rivalutazione dell’opera di Marx fuori da schemi ormai logori e da ortodossie ed eresie fuori tempo massimo (riconoscimento di cui anche Peter Thomas da atto nella Prefazione del libro, anche se ci permettiamo di sottolineare come il tentativo ricostituivo di Preve è molto più che una sintesi di Lukàcs e Althusser con enfasi sull’antropologia filosofica, come afferma Thomas, elementi certo presenti nella sua riflessione ma che non la esauriscono; inoltre, sempre a partire da una sollecitazione del prefatore, sarebbe ora che si rifletta sulle motivazioni del successo internazionale delle “elucubrazioni fantascientifiche” di Negri, che la Corradi espone analiticamente dalla loro genesi agli sviluppi più recenti, rispetto ad altre riflessioni infinitamente più congrue e adeguate ai fini della comprensione dell’attuale fase di sviluppo del modo di produzione capitalistico, che sono invece, forse proprio per questo, oscurate dallo “Star System” culturale). Sempre per rimanere sul terreno filosofico, la Corradi procede poi ad analizzare le posizioni di Domenico Losurdo, che rivendica l’attualità della dialettica di Hegel, del socialismo scientifico di Marx, della critica del colonialismo di Lenin e del comunismo critico di Gramsci, e infine le riflessioni di Roberto Finelli, critico con l’antropologia giovanile di Marx, fortemente influenzata da Feuerbach, che legge il Marx maturo del Capitale (l’unico in grado di illuminare le contraddizioni della post- modernità) attraverso il metodo di ispirazione hegeliana del presupposto-posto, valorizzando così il Marx dell’astrazione contro il Marx della contraddizione. Notevole anche la parte che la Corradi dedica alla ricostruzione del programma scientifico di Marx,  a cominciare dalla proposta di Gianfranco La Grassa maturata tra gli inizi degli anni ’80 e la fine degli anni ’90 insieme a Maria Turchetto (tralasciando l’ultima produzione di La Grassa basata sulla rilettura geopolitica dei rapporti sociali che pone al centro del modo di produzione capitalistico il concetto di conflitto strategico), dove “l’individuazione del centro di gravità del movimento della frammentazione produttiva e la ricostruzione dei contorni di un rapporto di potere specificamente capitalistico sono affidate ad una lettura della critica dell’economia politica incentrata sull’astrazione lavoro anziché sull’astrazione merce”, proseguendo con il programma di ricerca di Riccardo Bellofiore, con al suo centro la forma di lavoro capitalistica, che cerca di risolvere “le difficoltà analitiche in cui si è imbattuta la lettura della teoria marxiana del valore in termini di lavoro sociale-astratto e replicando all’accusa di ridondanza del riferimento al valore-lavoro nella determinazione dei prezzi di produzione a seguito dell’esito sraffiano del problema della trasformazione”, passando per Gianfranco Pala (altra importante integrazione rispetto alla prima edizione) che rivendica l’inscindibile nesso tra dialettica e critica dell’economia politica, riafferma la validità della teoria marxiana del valore e plusvalore e dell’analisi dell’imperialismo di Lenin, per concludere con le nuove soluzioni della trasformazione dei valori in prezzi, dove la Corradi descrive sia l’ipotesi detta New Solution (Giorgio Gattei) sia quella conosciuta come Temporal Single System (Guglielmo Carchedi), che seppur in modi diversi hanno superato le accuse di incoerenza rivolta alla teoria marxiana, fondandosi non sulla contrapposizione tra due sistemi alternativi di valutazione delle merci, quello dei valori-lavoro e quello dei prezzi di produzione, ma operando sulla base di un sistema di prezzi monetari (questo dibattito ha avuto grande sviluppo e risonanza fuori dai nostri confini nazionali, mentre all’interno di essi è pressoché sconosciuto, ulteriore dimostrazione, se mai ve ne fosse bisogno, dell’attuale stato del dibattito pubblico marxiano nel nostro paese). Si diceva, all’inizio di queste note, della salutare discussione che l’apparire di questo libro ha provocato (e che ci si augura possa proseguire). L’opera è ambiziosa e certo imperfetta, (anche se, come già detto, in questa nuova edizione il lavoro appare più snello e compatto oltreché arricchito), ma un’impresa del genere, proprio perché seria, rigorosa e con pretese di influenza nella  “battaglia delle idee”, non può che esserlo, per cui ognuno può lamentare un’omissione, proporre un appunto, fare una  puntualizzazione, segnalare uno sbilanciamento. Ma è il senso complessivo che può e deve suscitare discussione. La tesi forte che attraversa le pagine della Corradi è che il grande assente nei vari marxismi italiani sia stato il Capitale, l’opera massima di Marx, e che questa assenza abbia influito negativamente sugli sviluppi teorico-pratici della lunga vicenda italiana, e che a quell’omissione bisogna urgentemente porre rimedio se si vuole continuare a pensare ad una alternativa radicale alla totalizzazione capitalistica. Questa visione è stata al centro di vivaci spunti critici. E’ stato rilevato come si rischiasse così un percorso che prevede all’inizio un Marx puro e incontaminato (presente appunto nel Capitale), vittima di “degenerazione” e incomprensione come tappa successiva, e il ritorno alla sua “sorgente” come tappa suprema del cammino. L’impostazione dell’indice della prima edizione (con la conclusione nell’ampia analisi del Marx dell’astratto “rinvenuto” nello studio del Capitale) veniva considerata come una conferma ulteriore di questa prospettiva (nella nuova edizione, a seguito del lavoro sul testo svolto dalla Corradi, anche l’indice è in parte mutato, per cui questa conclusione passibile di teleologia è stata eliminata). E’ certo che ci troviamo così veramente al centro di una delle questioni più importanti, cioè quella dell’auotosufficienza teorica o meno di Marx. Riccardo Bellofiore, il principale esponente di questo tipo di critica al libro (si veda il volume da lui curato “Da Marx a Marx? Un bilancio dei marxismi italiani del Novecento”, Manifestolibri, 2007, pp. 272, e il suo saggio all’interno del libro a cura di Mario Cingoli e Vittorio Morfino “Aspetti del pensiero di Marx e delle interpretazioni successive”, Unicopli, 2011, pp. 540) è molto sensibile al tema, paventando il rischio che l’opera di Marx rimanga schiacciata tra filologia (la nuove edizione critica delle Opere Complete di Marx e Engels nota come Mega2 che tante prospettive di rilettura sta aprendo agli studiosi) e filosofia, pur importanti, impedendo così un’accurata rivisitazione del discorso marxiano sfruttando anche teorie sorte fuori dal contesto puramente marxista. Certamente la Corradi è pensatrice marxista a “tutto tondo”, convinta che nel “cantiere aperto” sopra richiamato dell’opera di Marx sia possibile rintracciare i fili di un discorso teorico-rivoluzionario ancora in qualche modo inespresso, capace di fornire gli strumenti per combattere l’attuale stadio di sviluppo del capitalismo. Chi scrive non crede che la Corradi sia fautrice esplicitamente di qualsivoglia percorso teleologico, ma che, appunto, sia convinta che studiando criticamente Marx, anche attraverso i nuovi manoscritti messi a disposizione dall’edizione Mega2, analizzandoli fuori da ogni preoccupazione per vecchie o nuove ortodossie, sia possibile ricavarne il necessario per una teoria rivoluzionaria all’altezza dei nostri tempi. Ecco spiegato, a nostro parere, l’inserimento di Bordiga (peraltro sacrosanto, almeno sul piano storico), che nel suo rigoroso approcciarsi al testo marxiano aveva (come rilevato in precedenza) tracciato una linea alternativa allo storicismo togliattiano egemone, che alla Corradi conferma come nel “laboratorio” di Marx si trovino ancora innumerevoli strumenti in grado di fornire materiale per la costruzione di un pensiero rivoluzionario che vada oltre le forme di marxismo che storicamente si sono sedimentate, e per lei è questa la questione cruciale, tanto da sorvolare sui limiti presenti nella riflessione bordighiana. E’ questo un dibattito che certo proseguirà, si spera senza che nessuno si cristallizzi troppo sulle proprie convinzioni; le preoccupazioni di Bellofiore sono legittime, anche se, a nostro parere, sottendono una scarsa considerazione dell’utilità delle riflessioni filosofiche (ma qui si aprirebbe tutt’altro discorso da farsi in altra sede) nell’opera ricostruttiva del discorso marxiano, nonostante sia tra i pochi economisti ad essersi cimentato con essa, ma altri la pensano diversamente (si veda per esempio il pensiero di Gianfranco Pala, non a caso inserito in questa nuova edizione). Non crediamo però si possa negare, come fenomeno storico, l’assenza di una riflessione proficua sul Capitale nella gran parte dei marxismi italiani come dalla Corradi espresso, né vedere in essa una sorta di “necessità” che rivela punti di forza sul terreno della teoria della politica e dell’organizzazione come afferma Peter Thomas nella Prefazione. Tale visione evidenzia innanzitutto una sorta di mitizzazione del “caso italiano” da parte di osservatori stranieri, soprattutto di area anglosassone, che hanno (ri)scoperto il ciclo lungo di lotte svoltosi in Italia attraverso una ricostruzione, sia sul piano storico che delle idee, fortemente influenzata dalla lettura che ne ha dato il pensiero post-operaista (tanto che “caso italiano” e pensiero (post)operaista sono in questi ambienti considerati quasi sinonimi), ricavandone così inevitabilmente una visione storico-teorica parziale, sovente distorta. E’ ben giunta l’ora di una analisi seria e rigorosa di quegli anni, priva di leggende e di posizioni di comodo. Questa è una delle ragioni che poi portano il prefatore a lamentare l’assenza della politica, della prassi, all’interno del volume, nella convinzione che in Italia (ma probabilmente si tratta di una posizione che, seppur riferita specificatamente alla storia italiana, ha poi una valenza che abbraccia il pensiero marxiano nella sua globalità) la caratteristica del marxismo sia stata quella di essere una totalità di teorie che si ponevano l’immediato radicale cambiamento della realtà grazie all’immersione in essa, la quale a sua volta, nel processo trasformativo così avviato, forniva ulteriori elementi di cui quella costruzione teorica si “nutriva” per essere sempre più  in sintonia con il processo rivoluzionario in itinere. Che Marx pensasse la trasformazione radicale della realtà attraverso l’irruzione dell’azione della classe degli sfruttati è cosa nota, ma una separazione “concettuale” di teoria e prassi è necessaria proprio per adempiere a quel compito rivoluzionario, perché il loro interagire è composto di mediazioni di livelli diversi. Non si spiegherebbe altrimenti lo sviluppo delle posizioni teoriche descritte nella terza parte del libro, di cui di nuovo si sottolinea l’importanza, sorte in un contesto storico privo di movimenti rivoluzionari. La teoria del modo di produzione capitalistico ha una sua autonomia rispetto alla politica. La riduzione del pensiero marxiano all’azione in quanto tale che emerge nelle pagine della Prefazione rientra all’interno di quel filone di studi (ripetiamo, specialmente di impronta post-operaista) che vede l’opera di Marx esplicarsi quasi esclusivamente nell’azione politica (si veda al riguardo il libro di Fabio Frosini “Da Gramsci a Marx. Ideologia, Verità e Politica”, DeriveApprodi, 2009, pp. 128, non a caso di impronta antihegeliana). Si è, a nostro avviso correttamente,  sostenuto che “la teoria del modo di produzione capitalistico elaborata da Marx non è infatti – né può essere – immediatamente una teoria politica; si tratta piuttosto della ricostruzione, a un altissimo livello di astrazione, del funzionamento “epocale” della società borghese, che implica delle linee di tendenza, delle forme di movimento, ma immediatamente non una politica. Ciò non per negare le esplicite prese di posizione di Marx, né che si possa utilizzare questa teoria con finalità politiche, ma per stabilire I. che la politica, collocandosi a un livello di astrazione molto più basso, per essere raggiungibile ha innanzitutto bisogno di una serie di teorie cuscinetto che Marx non ha sviluppato, 2. che quindi la politica non ha a che fare solo con le forme – che rappresentano l’oggetto essenziale della teoresi di Marx – ma anche con le “figure”, che sono via via quei soggetti che in sottoperiodizzazioni della fase epocale si trovano a incarnare la forma di moto. Così, per fare un esempio, l’”operaio massa” è stato legittimamente ritenuto una figura di movimento della società capitalistica, ma la forma di tale movimento funziona in altre fasi anche con altre figure, proprio perché non c’è identità fra forma e figura. Così, se facendo politica Marx si rivolgeva giustamente all’operaio nella fabbrica, ciò non esaurisce lo spettro d’applicabilità della sua teoria. Se da una parte si guadagna in ampiezza, dall’altra si perde in precisione (…). Più in generale, si può sostenere che a livello politico si agisce inevitabilmente con le figure, ma una cosa è la tattica e altra la teoria del modo di produzione come fase epocale. Così, Marx e il marxismo non possono essere la stessa cosa ed è inevitabile che di debba parlare di “marxismi”, al plurale (…). Questi hanno la loro dignità storica e, nel bene e nel male, rappresentano un momento importante – se non imprescindibile in certi casi – della storia recente, ma si stia attenti a non operare fuorvianti appiattimenti. Gli oggetti d’indagine sono, infatti, due. Non si deve d’altronde commettere l’errore opposto, ossia credere che non sia lecito stabilire quanto i vari “marxismi” siano stati fedeli alle indicazioni date da Marx: che non ci sia identità fra forma e figura non significa neppure che ogni tentativo di applicazione politica vada bene. Come sempre occorre mostrare le mediazioni (o eventualmente l’assenza di esse)” (Roberto Fineschi, “Marx e Hegel. Contributi a una rilettura”, Carocci, 2006, pp. 9-10). L’importanza del libro della Corradi, nei suoi risvolti storici, nelle sue ampie stratificazioni teoriche, nelle sue asperità concettuali, crediamo abbia giustificato in pieno lo sforzo editoriale di questa seconda edizione. La speranza è che possa continuare a suscitare discussione (come già auspicato in precedenza), possibilmente non fine a se stessa, coinvolgendo le nuove generazioni, perché mai come oggi si sente la necessità di un pensiero forte, l’unico in grado di poter affrontare il “totalitarismo” capitalista.

Mario Cingoli-Vittorio Morfino, Aspetti del pensiero di Marx e delle interpretazioni successive. Recensione di Oscar Oddi

fonte: http://www.consecutiotemporum.org/2011/05/mario-cingoli-vittorio-morfino-aspetti-del-pensiero-di-marx-e-delle-interpretazioni-successive/


Mario Cingoli-Vittorio Morfino, Aspetti del pensiero di Marx e delle interpretazioni successive

Oscar Oddi

La crisi economica esplosa nel 2008, considerata da molti osservatori come la più grande e devastante dai tempi della Grande Depressione del 1929 (che, non lo si dimentichi, fu veramente superata solo “grazie” alla Seconda Guerra Mondiale), ha di certo contribuito al rinnovato interesse verso il pensiero di Marx, che però già da qualche anno aveva di nuovo fatto la sua comparsa (accademica, editoriale e non solo), sintomo del fatto che la riflessione marxiana rimane imprescindibile per comprendere anche la nostra società attuale (moderna, tardo-moderna o post-moderna che dir si voglia). Questo volume (Aspetti del pensiero di Marx e delle interpretazioni successive, a cura di Mario Cingoli e Vittorio Morfino, Unicopli, 2011, pp. 540) si situa all’interno di quel percorso volto alla riattualizzazione delle tematiche marxiane, raccogliendo gli atti di un Convegno internazionale svoltosi presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca nel novembre 2006. Certo, Marx è ormai considerato un classico, ma lo è in modo particolare rispetto agli altri. Come scrive Mario Cingoli nella Premessa “Marx è un oggetto particolarmente difficile da staccare dalla contemporaneità; si è portati a considerare se e in che misura il suo pensiero sia “attuale”, possa aiutare per la comprensione-cambiamento del presente, quanto in esso sia “vivo” e quanto sia “morto”; in altre parole, Marx è un oggetto altamente “impuro”. E proprio questo, per altro verso, costituisce la sua specificità e il suo interesse”. Dunque, ogni sua rilettura non è mai “neutra”, e i numerosi saggi presenti in questa raccolta lo dimostrano una volta di più. Le stesse opere sono interpretate da angolature diverse, a volte opposte. Si veda ad esempio l’Ideologia Tedesca, lo scritto che la tradizione ha consacrato come quello in cui per la prima volta è esposta la concezione materialistica della storia. Luca Basso sottolinea come l’obiettivo polemico enunciato in essa da Marx (e Engels) sia costituito da una interpretazione della società civile-borghese “svincolata dai contesti e dai presupposti all’interno dei quali gli “individui reali” agiscono, e quindi incapace di cogliere (per riprendere la celebre espressione machiavelliana) “la verità effettuale della cosa” nella sua determinazione specifica, nella sua singolarità irriducibile ad un modello astratto, nel problema circostanziato che essa pone”. Ciò non vuol dire, ci avverte Basso, che nelle prime opere di Marx la storia fosse un aspetto trascurabile, il problema è che non riusciva ad essere il centro del discorso. In questo modo il rapporto individuo-società non veniva impostato a partire dai concreti rapporti esistenti, ma sulla base di un quadro categoriale astratto costruito sul concetto di Gattungswesen (ente generico), di derivazione feuerbachiana. Mancava quindi una distinzione sostanziale tra individuo e collettivo, costretto ad oscillare tra posizione individualista (con tratti di prometeismo) e posizione organicista. Al contrario, nell’Ideologia Tedesca, la prospettiva non è incentrata su un astratto Gattungswesen “ma su “individui reali”, inseriti in uno specifico momento storico e in una specifica struttura politica e sociale, e costantemente condizionati da tali contesti, ma, nello stesso tempo, senza essere mai pienamente “piegati” su di essi”. L’introduzione della categoria di divisione del lavoro, autentico filo rosso dell’opera, seppure da un lato è racchiusa nella prospettiva di una filosofia della storia, dall’altra schiude (anche se all’interno di una ambivalenza costitutiva) la possibilità dello sviluppo individuale. Basso non manca di evidenziare le contraddizioni e le difficoltà interne dell’Ideologia Tedesca (che, d’altra parte, è  opera “work in progress”, non riducibile ad una sistematizzazione complessiva, come l’edizione critica delle opere di Marx e Engels conosciuta come Mega2 ha ormai dimostrato) che rendono affatto lineare il percorso delineato, ma nonostante ciò vi ravvisa una costante che attraversa tutta la riflessione marxiana: la realizzazione individuale, la valorizzazione delle capacità e facoltà dei singoli (temi che Basso ha proposto in modo organico nel libro Socialità e isolamento: la singolarità in Marx, Carocci, 2008, pp. 240). Nessun assorbimento individuale nella società, dunque, che però non vuol dire  per Basso aprire a letture “liberali” di Marx, anzi critica in modo convincente il “marxismo analitico” (specie Jon Elster), che depotenziando la critica radicale di Marx alla società borghese ha completamente spoliticizzato tutto il discorso. Diversa è la lettura che propone Roberto Finelli. Dentro il suo impianto categoriale l’Ideologia Tedesca risulta viziata dalla presupposizione di un soggetto umano inteso come produttore che, tramite l’imposizione della divisione del lavoro, vede il continuo aumentare nella storia della sua potenza creatrice e produttiva, in una forma però sempre più alienata, dal momento che è consegnata a rapporti sociali fondati sulla scissione e la separazione. L’Ideologia Tedesca, quindi, pur avendo in modo esplicito come suo fulcro la storia del lavoro, e che per questo si vorrebbe materialistica, ha invece implicitamente come fondamento un soggetto che, potenzialmente universale, è costretto in attività sempre più parziali che lo espropriano e lo svuotano, alienandolo sempre di più dalla sua essenza originaria. Questa interpretazione dell’Ideologia Tedesca si situa all’interno di una visione generale dell’opera di Marx da parte di Finelli, che ravvisa in essa la presenza di due diverse teorie del conflitto. La prima la chiama teoria idraulica del conflitto o dello svuotamento-riempimento, centrata sui concetti di soggetto, libertà ed alienazione. Attraverso il rovesciamento di soggetto e predicato, concepito da Feuerbach per comprendere e criticare la religione, questo primo Marx critica il sistema hegeliano, spiegando in questo modo lo Stato politico, dove il primato della società civile, con le sue attività, soccombe all’universalismo burocratico dei pubblici poteri, ed anche, con i Manoscritti economico-filosofici del ’44, l’ambito economico e l’alienazione del lavoro, in cui il primato della capacità produttiva dell’essere umano si rovescia nel primato del denaro. Ciò vuol dire che, come in Feuerbach, il soggetto è già ricco in origine, per sua natura già libero e universale, perché solo questa condizione permette logicamente  di alienarsi nei suoi prodotti. Per Finelli la fretta con cui Marx esce dall’hegelismo (dal soggetto spiritualistico di Hegel), lo consegna alla visione fusionale e collettivistica di Feuerbach, “impedendogli di rilevare e di riflettere su quell’istanza, pure così fortemente presente nella filosofia hegeliana dell’alterità come alterazione di sé”. La stessa Ideologia Tedesca, come appunto rilevato sopra, lungi dal rappresentare qualsivoglia rottura con la riflessione marxiana precedente, è per Finelli completamente inserita all’interno di questa prima teoria di Marx, in cui dentro il soggetto collettivo è assente l’articolata differenziazione dei vari individui, tanto che la singolarità differenziata è vista esclusivamente come espressione di egoismo. Proprio questa mancanza di differenzazione individuale dentro il collettivo rappresenta il disinteresse di questo Marx per le condizioni del formarsi e consolidarsi della coscienza politica del proletariato. La seconda teoria del conflitto che Finelli ravvisa in Marx la definisce dello svuotamento del concreto da parte dell’astratto. Essa si basa su un’originale lettura dei Grundrisse e del Capitale, opere che, parimenti, e forse ancor di più dell’Ideologia Tedesca, hanno dato vita a molteplici piani di interpretazione, come alcuni interventi presenti nel volume che prenderemo in considerazione dimostreranno ancora una volta, a conferma ulteriore  dell’assenza di unicità negli studi del pensiero di Marx, iniziale chiave di lettura utile per districarsi nei numerosi sentieri tracciati dai contributi che compongono la raccolta. Per Finelli ora Marx si confronta con il Capitale come nuovo soggetto storico costruttore integrale della società moderna. Il lavoro non è più una categoria legata all’essenzialismo del genere umano ma diviene categoria generica della storia, lasciando spazio, appunto, a quel soggetto storico per eccellenza della modernità “che mette in moto, organizza e intenziona il lavoro concreto di mediazione tra esseri umani e natura e di riproduzione dell’intera società, e che è il Capitale”. Un soggetto quindi non antropomorfo ma impersonale e astratto, come è una ricchezza di natura solo quantitativa, che ha come unico scopo di vita e di riproduzione l’aumento, tendenzialmente illimitato, della propria quantità. In questo schema, in cui per Finelli Marx recupera elementi dell’analisi hegeliana coniugati originalmente a modo suo, è il confronto tra astratto e concreto a formare il nucleo della dialettica marxiana, che spiega sia il fatto che nella sua storia di costanti innovazioni tecnologiche il capitalismo produce e riproduce il mondo concreto attraverso la codificazione ed astrazione dei processi lavorativi, sia il fatto che la realtà del conflitto di classe dentro l’ambito produttivo mediante l’uso imposto ed amministrato della forza-lavoro si dissimuli nella sfera dell’apparire, cioè in quella della circolazione e del mercato, come un libero scambio di cose e volontà tra individui presupposti come soggetti liberi. Ma, si diceva, molteplici sono le “ricostruzioni” dell’opera principale di Marx, e in questa raccolta è presente quella di Jacques Bidet. Per il filosofo francese solo in apparenza la questione dello Stato è assente nel Capitale, in realtà è presente sin dall’inizio, occupando quasi totalmente il capitolo 3 del Libro I (quello intitolato Il denaro ossia la circolazione delle merci). Rilevando come i commentatori non abbiano prestato attenzione a questo punto, Bidet afferma come invece in questo capitolo si scoprano molti concetti politici della modernità. Vi sarebbero esposte le condizioni statali di un ordine mercantile. Dunque si tratterebbe di una teoria dello Stato, non di quello capitalista ma di quello mercantile. Questo Stato non esiste, è un’astrazione iniziale. L’argomentazione teorica inizia dal momento più astratto, cioè dal concetto della forma mercantile di produzione. Il capitolo 3 della Libro I espone quindi la forma di Stato che suppone. Non viene proposta la “teoriastrutturale dello Stato, quella che è supposta dalla struttura di classe capitalista. Ma solamente una teoria metastrutturale dello Stato, quella che è supposta dalla metastruttura, dal “presupposto posto” della forma capitalista di società, ossia, secondo Marx, la forma mercantile di produzione”. Bidet polemizza fortemente con quegli interpreti che fanno della circolazione semplice l’oggetto del capitolo I ( La merce), poiché questo impedirebbe di pensare la relazione fra mercato e capitale. In questo capitolo sarebbe esposta la forma pura di una produzione mercantile secondo il suo concetto, il concetto cioè di una produzione sociale fondata sulla relazione di mercato tra produttori che si considerano liberi e uguali. In questo modo essi sono tra loro in una relazione di concorrenza dentro ogni settore produttivo e tra i vari settori.  E’ questo per Bidet l’oggetto della teoria marxiana del valore, che formula la logica sociale della produzione dei valori d’uso nella forma del mercato. Marx però non riuscirebbe a formulare in modo corretto il problema della metastruttura, di cui pure è il geniale inventore. Bidet ravvisa il suo errore nella forma teleologica del “grande racconto”, che procede dal capitalismo al socialismo andando dal mercato all’organizzazione concreta. Marx è stato geniale nell’aver posto al centro dell’analisi queste due categorie fondamentali del mercato e dell’organizzazione, ma sarebbe caduto in errore nel mettere il mercato all’inizio e l’organizzazione alla fine, quando questi invece, dice Bidet, sono i due poli del presupposto razionale e ragionevole costitutivo della metastruttura della modernità. Ecco quindi scaturire la necessità per Bidet diricostruire il “Capitale” (in un modo controverso, sviluppato analiticamente nel libro recentemente uscito in edizione italiana Il Capitale. Spiegazione e Ricostruzione, Manifestolibri, 2011, pp. 288), in cui il segno della modernità non starebbe nel mercato ma nella metastruttura più complessa che articola le due mediazioni (il mercato e l’organizzazione), dove occorre sviluppare una teoria della moneta che al tempo stesso la intenda come merce e come non merce (poiché ad una merce per svolgere questo ruolo non basta essere uniforme e divisibile, ma deve essere capace di portare un’effige che assicuri in essa la presenza reale della forma organizzata dello Stato), e dove infine occorre una teoria del feticismo applicabile sia all’organizzazione che al mercato. Anche il contributo di Etienne Balibar nasce da una riflessione sul Capitale, in modo particolare sulla moneta e sul feticismo delle merci. Quest’ultimo, nota Balibar, non sta a margine del testo ma il più vicino possibile al suo centro dialettico, là dove si trova la mediazione nel modello hegeliano, che qui Marx seguirebbe per l’essenziale. Così, considerare la teoria del feticismo della merce come un momento necessario della dialettica della forma-merce, del passaggio cioè della merce alla moneta,  appare seducente da un punto di vista della formale organizzazione della Sezione I del Capitale, eppure, nota l’ex allievo di Althusser, lascia sussistere molte difficoltà nell’organizzazione del testo. In primo luogo nell’articolarsi di questa dialettica rispetto alla totalità dell’opera, problema che ha scatenato discussioni che durano da più di un secolo, visto anche i vari progetti complessivi del Capitale lasciatici da Marx;  in secondo luogo una difficoltà presente nel rapporto stesso della teoria del feticismo con la questione della moneta. Attraverso  lo studio della doppia terminologia usata da Marx per indicare la merce, da un lato quella del segreto, o dell’enigma da svelare o di cui si tratta di scoprire il significato razionale, dall’altro quella del velo mistico, di cui bisogna capire gli effetti di suggestione sugli animi umani, Balibar arriva a dubitare del fatto che Marx sia riuscito a operare un passaggio dialettico dalla merce al denaro (per dirla nei termini degli economisti, dalla teoria del valore a quella della moneta). La domanda di fondo che Balibar pone come base di studio e riflessione è così formulata: “che differenza teorica risulta dall’aggiunta, nella “genesi della moneta”, di una critica dell’illusione feticista, essenzialmente incarnata dal simbolo monetario e dai suoi poteri immaginari, e in che misura si deve concludere che, senza questa “illusione”, che Marx paragonava a un “delirio religioso”, la forma economica stessa non potrebbe funzionare?”. Ma le riflessioni che l’opera di Marx stimola sono le più diverse. Fabio Frosini si concentra sul rapporto che il pensatore di Treviri ha avuto con la politica. Riprendendo e interpretando a suo modo la lezione gramsciana,  Frosini non ritiene possibile  disgiungere in Marx filosofia  e politica. Tutto l’itinerario marxiano è letto all’interno del concetto di praxis, consistente nell’individuare un terreno nuovo, l’unità di teoria e pratica, filosofia e politica, interpretazione e trasformazione, impossibile da teorizzare, e che al contrario va “praticato dislocando il luogo del pensiero, rivoluzionando lo statuto della filosofia”. L’unità di teoria e prassi è possibile davvero solo se si acquista la piena consapevolezza del fatto che “il “pensiero” del filosofo guadagna la “realtà” solo quando diventa movimento politico reale, e viceversa che i soli “problemi” reali, che vanno pensati fino in fondo, sono quelli nascenti nella politica di massa”. Frosini afferma che Marx non sempre è all’altezza di questa sua posizione, e inscrive, suscitando invero più di un dubbio, il Capitale tra le opere in cui si palesa tale “caduta”,  in quanto in essa “la verità è garantita dallo schema dialettico, cioè dalla totalità come compresenza degli opposti nella teoria come “scienza” “, esplicidando così una lettura di Marx anti hegeliana (si veda il suo lavoro Da Gramsci a Marx. Ideologia, verità e politica, DeriveApprodi, 2009, pp. 126 in cui sviluppa questa impostazione). Si concentra invece sull’accumulazione originaria il contributo di Massimiliano Tomba (che sull’argomento ha curato, insieme a Devi Sacchetto, il volume La lunga accumulazione originaria. Politica e lavoro nel mercato mondiale, Ombre corte, 2008, pp. 208; ma cfr. anche Strati di tempo. Karl Marx materialista storico, Jaca Book, 2011) che polemizza con quanti, sulla base del celebre Frammento sulle macchine deiGrundrisse, hanno enfatizzato lo sviluppo dei mezzi di produzione, visti come portatori intrinseci della possibilità di liberazione. Per Tomba “i mezzi di produzione hanno un valore d’uso intrinsecamente capitalistico in quanto sono finalizzati all’aumento della forza produttiva del lavoro e alla sua intensificazione. La tecnologia che essi incorporano è segnata da quello stesso valore d’uso. Macchine e scienza non sono neutrali, ma non sono nemmeno attraversate da un’intrinseca ambivalenza che ne racchiude splendide possibilità di liberazione. Esse, in sé, non racchiudono un solo atomo di liberazione. Ambivalente può essere il loro uso, quando è diretto contro il capitale. Contro la sua valorizzazione”. In realtà i Grundrisse sono visti da Tomba come una fase di riflessione di Marx non ancora pienamente matura, se li si considera alla luce di quella successiva incentrata sul Capitale, per cui emergerebbe tutto lo scarto tra le due fasi di elaborazione. Dopo aver analizzato sul piano storico le fasi dell’accumulazione originaria, sempre seguendo l’itinerario marxiano, Tomba conclude, anche grazie alla lezione di Daniel Bensaïd (purtroppo recentemente scomparso), che il modo di produzione capitalistico può sì essere descritto come tendenza, ma questa va sempre colta nella contingenza, nel complesso delle controtendenze, essendo quest’ultime le “sole a fare veramente la tendenza”. Le influenze culturali assorbite da Marx sono state oggetto di grandi dibattiti, e Vittorio Morfino si sofferma su quella di Spinoza. Preliminarmente critica chi vede una continuità tra Spinoza e Marx (attraverso un giudizio molto severo del libro di Margherita Pascucci La potenza della povertà. Marx legge Spinoza, Ombre corte, 2006, pp. 137, accusata finanche di scorrettezze filologiche), per poi proporre tre diversi livelli della questione del rapporto Marx-Spinoza: quello storiografico, quello della storia del marxismo, quello strettamente teorico. Rispetto al primo livello l’analisi  conduce Morfino a sostenere l’indimostrabilità di qualsivoglia influenza diretta di Spinoza su Marx, eccetto  in prossimità del Quaderno Spinoza, per il resto compare come un riferimento tra gli altri, in modo spesso generico e mediato dalla lettura di Hegel, mai nella sua complessità reale e profondità teorica. Riguardo al secondo livello Morfino descrive l’uso di Spinoza nel marxismo, soffermandosi molto su quello fattone da Althusser, a cui fornisce “strumenti concettuali per pensare il marxismo al di fuori della tradizione hegeliana”, e da Toni Negri, che pure usa Spinoza per fondare un marxismo non hegeliano, non dialettico, ma che, differentemente da Althusser,  si concentra sullo Spinoza politico, rilevando nei concetti di potenza e di moltitudine strumenti per pensare una nuova soggettività rivoluzionaria. In questo modo Negri può individuare nella linea Machiavelli-Spinoza-Marx una metafisica della potenza in opposizione alla metafisica del potere come ideologia. Infine, rispetto al livello teorico, Morfino, riprendendo la lezione althusseriana, propone “di mettere in funzione questa fabrica Spinoza-Marx nella costruzione di un’ontologia della relazione”, invertendo però  il rapporto sostanza-relazione, pensando questa relazione “sotto il primato di un materialismo dell’aleatorio per evitare di cadere in una concezione della relazione di carattere leibniziano o hegeliano”, ma questo materialismo dell’aleatorio deve sottostare a sua volta sotto il primato della temporalità plurale, evitando così di cadere in una “filosofia dell’evento, del caso o della libertà, filosofie della discontinuità radicale”. Un ultimo contributo si vuole segnalare tra i molti che compongono il volume (tutti di notevole interesse alla cui lettura si rimanda gli interessati), quello di Riccardo Bellofiore. Egli traccia prima un sintetico bilancio storico del dibattito sulla teoria economica di Marx, da quello della Seconda e Terza Internazionale, in cui la teoria del valore era letta come una teoria della determinazione dei rapporti di scambio di “equilibrio”, mentre la dinamica capitalistica era discussa in base alla ineluttabilità o meno della tendenza al crollo finale, fino al più recente in cui si sono formate nuove interpretazioni del problema del valore e della trasformazione grazie a economisti che hanno dato importanza al ruolo del denaro in Marx (da quelle di Duncan Foley e Gérard Duménil, che Bellofiore ritiene stimolanti, a quelle che hanno dato vita alla teoria del Temporal Single System Interpretation, ritenute al contrario rigide nel cercare di ristabilire una posizione ortodossa); poi, riprendendo alcuni spunti dalle riflessioni di Augusto Graziani e Claudio Napoleoni, illustra (con una analisi ricca e non riassumibile in poche battute) la sua teoria monetaria del (plus)valore, una rilettura della teoria del valore marxiana, basata su uno studio critico di Marx che Bellofiore pensa non possa limitarsi  alla semplice  riscoperta filologica volta al recupero di un ipotetico pensiero marxiano  puro e incorrotto, che “ha come suoi snodi portanti il lavoro vivo come sorgente del neovalore, e lo scandalo dell’”ipostasi reale” che si radicalizza nella sussunzione reale del lavoro al capitale. Non varrebbe però nulla se non si prolungasse in una teoria della crisi fuori da un’ottica crollista, in grado di aprire ad una disanima del capitalismo contemporaneo nelle sue continuità e discontinuità con le fasi precedenti”. Questa ottica porta Bellofiore ad avere un’idea precisa della crisi che attanaglia oggi il capitalismo, che produrrebbe una “centralizzazione” senza “concentrazione”, per cui l’unità tecnica di produzione spesso si riduce mentre il mondo del lavoro si frantuma e si disperde. Però, pur in assenza di concentrazione, il comando tecnico, finanziario e produttivo non smette di centralizzarsi. Per uscirne Bellofiore respinge sia l’incompatibilismo salariale che il disavanzo di bilancio, proponendo “una analisi di classe che si prolunghi in un intervento di politica economica che ponga immediatamente in primo piano la questione del “cosa” e del “come” produrre. Una ridefinizione strutturale dell’offerta e della domanda, che assuma il punto di vista del lavoro come centrale”.