Thursday, 17 September 2020

Vota NO. Oltre il voto no. 2


Ribadendo il fermo e convito NO al referendum, contro la demagogia pentastellata vale forse la pena ricordare un altro paio di cose:
1) il fatto che onorevoli e senatori ricevano uno stipendio e che esso non sia misero è un qualcosa di... democratico. Ebbene sì, incredibile, perché altrimenti alla camera e al senato andrebbero solo i ricchi che non hanno bisogno di uno stipendio per vivere. Tra gli sbiaditi ricordi di scuola forse a qualcuno verrà in mente il vecchio Pericle che introdusse, secondo la tradizione, uno stipendio (il misthos) per chi assumesse alcune cariche pubbliche; il libro di storia in genere celebra questo passaggio come un momento chiave verso la partecipazione popolare alla vita politica. Il problema non è che i politici vengano pagati, perché per le responsabilità che hanno ed il ruolo che svolgono guadagnano il giusto. Il problema è quando,  invece di fare il loro lavoro, semplicemente si approfittano del proprio ruolo per interessi personali o di terzi in maniera volgarmente strumentale. Sono due ordini di problemi completamente diversi (quindi anche chi in alternativa dice tagliare gli stipendi non i seggi sbaglia clamorosamente bersaglio);
2) l'altra illusione pentastellata è fantasticare che le figure diciamo controverse che hanno seduto o siedono in parlamento siano state elette perché gli elettori non sapevano veramente chi fossero: i vari Berlusconi, Salvini, Andreotti, Craxi e compagnia cantante erano eletti proprio perché tutti sapevano chi fossero, anche prima di mani pulite e delle condanne varie. Il perbenismo egalitarista, ovvero la fantasia che se tutti sapessero veramente le cose non li voterebbero, esiste solo nella mente di pochi fissati. In realtà la stragrande maggioranza degli elettori non è particolarmente diversa da chi elegge e sa benissimo per chi vota e pensa di ricavarne qualcosa di individualmente positivo. 
Bisogna andare oltre il NO.

Wednesday, 16 September 2020

Vota NO! Oltre il no!

 


Si avvicina inesorabile la data del voto al referendum. Va da sé che bisogna votare no!


Questo è importante, ma di per sé non è la soluzione del problema democratico in Italia e la mobilitazione intorno a questa sacrosanta campagna di difesa della costituzione non si può/deve esaurire qui. 

La posta in gioco è la riduzione del concetto di democrazia alla mera possibilità di votare, la qual cosa è ovviamente molto importante, ma di per sé non protegge dal rischio di una non-rappresentatività di fatto. Basti guardare all’esempio statunitense dove la partecipazione al voto si riduce in genere a circa il 40% degli aventi diritto, in quanto il resto non ha praticamente rappresentanza. È un processo che ha prodotto nuove forme dispotiche, in quanto si sono ottenuti gli stessi risultati tipici di una oligarchia tradizionale ma con il geniale vantaggio di aver garantito il “democratico” diritto di voto. È una struttura censitaria più sofisticata di quella tradizionale che permetteva di votare solo a chi avesse un determinato reddito; adesso questo limite non c’è più, ma siccome per fare una campagna elettorale con una qualche possibilità di successo sono necessarie montagne di soldi, solo pochi gruppi oligarchici se lo possono permettere. È un gioco elettorale della upper middle class e della upper class relativamente al quale dalla lower middle class in giù si percepisce chiaramente che è quasi inutile partecipare. Il diritto teorico è cancellato dall’impossibilità di fatto. L’uno vale uno, l’atomizzazione dell’elettorato in individui, ben lungi dal garantire una partecipazione democratica, produce l’effetto di una massa-sommatoria-di-singoli incapaci individualmente di elaborazione politica (perché è fattualmente impossibile pensare la complessità del presente da soli), che si trova in balia di chi invece si è organizzato e detta le proposte alle quali si può dire sì o no (con una dinamica simile a quella dei like su facebook o altri social) ma sulla cui elaborazione non si ha alcuna capacità di incidere.

Pare a me evidente che la mancanza di organi di socializzazione intermedi sia il problema. Storicamente, per una certa fase, i partiti hanno svolto più o meno bene questa funzione. Essi erano organizzati in sezioni che votavano, che promuovevano soggetti ed idee, che poi in congressi venivano discusse e formalizzate. La vita democratica del partito era una forma di politica partecipativa. Notoriamente, questo modello è entrato in crisi; da una parte per cause interne, in quando la vita democratica si è talvolta ossificata in dinamiche verticistiche per cui la partecipazione della base era divenuta pleonastica. In parte per l’affermarsi di modelli culturali individualistici, per cui anche sottostare alle regole di una vita di partito appariva limitativo della “libertà” personale. In parte per la deriva partitocratica per cui i partiti tornavano a essere veri e propri comitati d’affari e di gestione del potere in una classica e poco nobile maniera. 

La crisi, il collasso, la scomparsa dei partiti tradizionali non pare però abbia prodotto un sistema più democratico; i nuovi soggetti politici hanno scientemente smantellato una rete territoriale forte e radicata, optando ancor più per una politica verticistica e plebiscitaria basata, sostanzialmente, sul marketing (qui Berlusconi a livello europeo è stato veramente antesignano), nella quale l’effettiva discussione dei temi politici è stata completamente sottratta all’opinione pubblica che - dis-alfabetizzata o neo-analfabeta - ormai non sa neanche più di che cosa si parli. Che scomparendo i partiti politici di massa sarebbero scomparsi il clientelismo, l’occupazione dei luoghi di potere e via dicendo è stata una mera, ingenua illusione; distruggendo la parte organizzativa e di base dei partiti in realtà si è semplicemente re-instaurata la precedente situazione dei puri comitati di affari (e della inanità delle forze antagoniste). Non mi pare nemmeno che lo spontaneismo, a partire dal brigantaggio postunitario per passare attraverso il cazerolazo argentino per arrivare al movimento dei movimenti abbia ottenuto grandi risultati o successi storici vagamente paragonabili a quelli conseguiti con le lotte organizzate.

Con questo non voglio certo fare il nostalgico dei vecchi partiti o sostenere che essi rappresentassero il paradiso in terra, anche perché se la loro natura democratica e partecipativa è entrata in crisi fino alla loro dissoluzione qualche motivo evidentemente c’è stato; dalle perverse dinamiche interne alle pressioni esterne, ma anche per trasformazioni reali e ideologiche di fondo del capitalismo crepuscolare. Detto questo dolorosamente e chiaramente, pare a me che non si possa non prendere atto che il movimentismo e l’ “uno vale uno” sono stati ancora peggio e hanno ulteriormente ridotto la partecipazione democratica e la possibilità di incidere nelle decisioni politiche.

La questione delle forme di partecipazione è, credo, uno dei primi punti all’ordine del giorno. Altrimenti la mobilitazione per questo referendum, come già successo nel caso di quella contro la controriforma renziana, sarà magari pure “vittoriosa” (speriamo!), ma rischia di far ricadere poi nella frustrazione del giorno dopo per cui con questo successo poco cambia. Insomma, per passare dalla difensiva alla controffensiva, la questione delle forme di organizzazione/partecipazione è decisiva, del coinvolgimento/mediazione dei meri individui in soggetti collettivi capaci di effettiva azione storica. Mancando questo tipo di soggetto, possiamo singolarmente aver ragione e fare le considerazioni più vere e profonde del mondo, ma senza la benché minima possibilità reale di incidere. Qual è il senso dei vari microatomici, pulviscolari partiti comunisti o sinistri attualmente esistenti? Proprio impossibile mettersi insieme con regole di gestione e programmi minimi condivisi e rispettati al di là del singolo evento elettorale?

Adesso però cominciamo facendo la prima cosa possibile in ordine di tempo, votiamo no al referendum!


Thursday, 10 September 2020

Persona, Razzismo, Neo-schiavismo: tendenze del capitalismo crepuscolare di Roberto Fineschi

 Da La città futura

Persona, Razzismo, Neo-schiavismo: tendenze del capitalismo crepuscolare

Numerosi stratagemmi sono volti a disgregare e contrapporre gli sfruttati fra di loro, favorendo la guerra fra poveri che distrae dall’unica guerra realmente liberatoria per tutti: la guerra agli sfruttatori.


Persona, Razzismo, Neo-schiavismo: tendenze del capitalismo crepuscolare 
Credits: huffingtonpost.it

Come ho argomentato altrove, lo sviluppo strutturale del modo di produzione capitalistico nella sua fase “crepuscolare” porta alla crisi della vigenza del concetto di “persona”, vale a dire dell’universale uguaglianza e libertà degli esseri umani. A onor del vero, il processo di universalizzazione nello stesso contesto borghese della persona non è mai stato poi così lineare. Lasciando stare le colonie, dove la barbarie schiavistica non è mai cessata, sacche di schiavitù formalmente legittime sono esistite a lungo in seno ai più liberali dei paesi anche fino a tempi relativamente recenti.

L’esempio più facile sono i super liberi Stati Uniti: essi nascono con la schiavitù degli afroamericani addirittura nella Costituzione. Non viene menzionata esplicitamente, ma compare indirettamente attraverso la clausola dei 3/5. La questione era come contare gli schiavi che nel sud erano una parte cospicua della popolazione: come “esseri umani” per avere più rappresentanti o come cosa per pagare meno tasse (che erano basate sul numero di persone). La “soluzione” fu contarli per 3/5: uno schiavo, senza che la parola fosse menzionata, valeva 3/5 di un bianco (articolo 1, sez. 2, comma 3). La parola Schiavitù compare esplicitamente solo nel XIII emendamento approvato tra il 1864 e 1865 dove si dice che, finalmente, è bandita. È del resto noto come la tratta degli schiavi fosse gestita largamente dalla liberalissima Inghilterra. Non bisogna tuttavia stupirsi; sempre altrove ho ricordato come tutto ciò non sia in contraddizione con la filosofia del padre fondatore del liberalismo, John Locke, che addirittura la contempla nella Stato di natura accanto a libertà, uguaglianza e proprietà.

Detto questo, bisogna aver chiaro che l’universalizzazione del concetto di persona, vale a dire l’apogeo della cultura borghese progressista, non cancella affatto la nuova forma di schiavitù tipica del modo di produzione capitalistico: quella salariata. Anzi, ne legittima, apparentemente, la giustezza e le fornisce il criterio di legalità. Tuttavia, nei vari capitalismi storici ed in particolar modo in quello crepuscolare, è strutturalmente possibile e politicamente utile avere i due aspetti della schiavitù allo stesso tempo.

Il primo aspetto, la schiavitù salariata, rispetta la formale uguaglianza e libertà degli individui per cui la gerarchizzazione sociale avviene apparentemente per merito o demerito dell’attore sociale, più o meno bravo e impegnato all'autorealizzazione. Il secondo tipo di schiavitù, quella classica, implica invece una gerarchia sociale non basata sulla performance, ma su presunti elementi naturali, culturali, sociali che collocano l’attore sociale in una posizione superiore od inferiore; una gerarchia sociale di natura (qui si può includere, in una forma più “morbida”, la forte discriminazione per es. dei meridionali al nord, degli italiani in Germania, degli irlandesi una volta, dei latini adesso negli Stati Uniti, ecc.). Perché fa comodo avere tutte e due le tipologie contemporaneamente? Cerchiamo di rispondere a questa domanda.

Il primo elemento utile in chiave conservatrice riguarda le prospettive di emancipazione dello schiavo (o del discriminato in genere). Qui la carta vincente è creare la convinzione che la subordinazione sociale sia dovuta meramente alla discriminazione e non ai meccanismi sociali di riproduzione. Se si riesce a inculcare questa idea, i discriminati lotteranno per diventare anche loro persone, per ottenere pari diritti, la qual cosa è certamente progressiva; tuttavia, una volta diventati persone non sono certo sottratti al meccanismo di sfruttamento del lavoro salariato che continua a sussistere e che sarà la loro nuova forma di schiavitù. Questo può provocare una reazione che chiamerei “frustrazione da successo”: il successo dell’emancipazione politica (riconosciuta personalità) non implica necessariamente un miglioramento delle condizioni di vita, della status sociale e via dicendo. Ciò può determinare una profonda frustrazione perché vanifica negli effetti pratici il successo storico epocale dell’emancipazione e può spingere a convincersi dell’assoluta inutilità della lotta sociale, nonché dell’impossibilità di un cambiamento che non sia formalistico.

È quindi una strategia di potere molto efficace combinare discriminazione e sfruttamento propriamente capitalistico. Dopo il drammatico esempio classico della rivoluzione industriale inglese, i capitalisti e le classi dirigenti di altre nazioni si sono fatti accorti ed hanno pensato a come evitare uno scontro fratricida puramente di classe: se sono inglesi contro inglesi è di per sé evidente che il conflitto sociale riguarda la configurazione socio-economica. Se invece si riesce a combinare la funzionalità di classe a una dinamica etnico-razziale, si maschera meglio il rapporto di classe. Avere non autoctoni, che magari immediatamente neppure godono della piena personalità giuridica sul territorio nazionale, permette di stigmatizzare la questione sociale non come dinamica funzionale della contrapposizione di classe del modo di produzione capitalistico, ma come problema dell’immigrazione, razziale, e via dicendo. Avere quindi gli schiavi salariati che sono pure nella stragrande maggioranza meridionali, latini, algerini, ecc. facilita la creazione di un blocco sociale conservatore dove gli autoctoni - pure sfruttati in quanto salariati - preferiscono stare dalla parte del capitale in cambio di un trattamento migliore e per maggiore affinità culturale, ecc. ecc. È, per farla breve, uno dei tanti modi di organizzare dall’alto la guerra tra poveri.

Si pensi così alla migrazione di decine di migliaia di polacchi verso la Ruhr nella seconda metà dell’ottocento a lavorare nelle miniere. Muovendosi come comunità essi conservano la propria lingua, tradizioni, costumi; isolati all’estero tendono anzi a rafforzarli in modo da essere ancor meglio stigmatizzati come “altri” dai locali di più lunga data. Ancora più facile se hanno la pelle di colore diverso: nelle rivolte del 1863 nella città di New York, capeggiate dagli irlandesi fino ad allora rappresentanti dell’ultimo gradino della gerarchia sociale, i manifestanti scelsero come obiettivo privilegiato gli afroamericani, accusati di accettare condizioni di lavoro ancora peggiori delle loro, massacrandone numerosi. Allo stesso modo in Germania i polacchi stagionali venivano utilizzati in caso di scioperi o per livellare il salario al ribasso, per rompere il fronte dei lavoratori. Invece di additare l’aguzzino capitalista e fare fronte comune, accade spesso di puntare il dito verso il più disgraziato di te, “colpevole” del dumping salariale. Gli italiani emigrati in Francia, Germania, Belgio, ecc. sanno bene di che cosa si tratta, come lo sanno i meridionali emigrati nella grandi fabbriche del nord durante e dopo il boom economico.

Sintetizzando, si ha quindi il miraggio dell'eguaglianza individuale come prospettiva rivoluzionaria migliorativa, che è effettivamente migliorativa, ma che fa ricadere nella schiavitù salariale del modo di produzione capitalistico. L’abbinamento della gerarchia naturale al funzionamento strutturale del modo di produzione capitalistico serve a scatenare una guerra tra poveri e pure a disunirli nella prospettiva del cambiamento sociale: alcuni si illuderanno che, diventando borghesi, la loro condizione cambierà e accetteranno così soluzioni di compromesso che non modificano la struttura sociale. Basti andare a vedere negli Stati Uniti, in Sudafrica ed altri paesi analoghi quanto questo tipo di emancipazione abbia cambiato alla radice le cose.

Per chiudere vorrei aggiungere al quadro un elemento caratteristico del capitalismo crepuscolare: una disoccupazione di massa non elastica che fa sì che l’offerta di lavoratori per una tipologia infinita di lavori sia eccedente. Abbinato a un aumento esponenziale della popolazione, ciò implica livelli salariali costantemente in ribasso e una pletora senza fine di lavoratori. La lotta non è più per un lavoro, ma per accaparrarsi le briciole che cadono dal tavolo e sopravvivere. Incanalare queste dinamiche sociali verso una spiegazione razzista, oltre a consentire di non cambiare la struttura economica, pone le premesse di una soluzione violenta estrema contro chi si trova nella posizione più svantaggiata. È una scelta profondamente stupida perché rimanda solo al futuro la propria caduta nella categoria da attaccare ed estirpare (basti pensare al caso italiano dove Salvini è diventato il nuovo eroe anche dei meridionali - che fino a ieri voleva bruciati dall’Etna e dal Vesuvio - nel fronte comune contro gli immigrati: ma fino a quando?). È una scelta suicida, perché tanto, prima o poi, gli altri siamo noi. Solo una diversa dinamica di riproduzione sociale può risolvere il problema - in teoria assurdo - dell’abbondanza (ce n’è per tutti) coesistente con la miseria di moltissimi.

07/09/2020 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.
Credits: huffingtonpost.it

Friday, 4 September 2020

Violenza e politica Dopo il Novecento





Descrizione
Indice

FEDERICO TOMASELLO (A CURA DI)
Violenza e politica
Dopo il Novecento
Introduzione: nomi e forme della violenza politica dopo la fine del secolo breve, di Federico Tomasello

PARTE PRIMA: VIOLENZA E POLITICA: DEFINIZIONI E RELAZIONI
Lo Stato tra violenza e diritto: una parabola moderna, di Pietro Costa
Potere e violenza. Una coppia enigmatica, di Pier Paolo Portinaro
Potere, coercizione e violenza punitiva, di Adriano Zamperini

PARTE SECONDA: SU ALCUNE FORME DELLA VIOLENZA POLITICA
Violenza genocidaria. Una prospettiva storica sul Novecento, di Simone Neri Serneri
La notte della talpa. La violenza rivoluzionaria come politica della volontà e dell’emancipazione, di Gianluca Bonaiuti
Pensare il potere senza la legge e senza il re. La teoria bourdieusiana della violenza simbolica, di Gabriella Paolucci
Violenza e strutture sociali nel capitalismo crepuscolare, di Roberto Fineschi

PARTE TERZA: IL TERRORISMO NELLA GUERRA, LA GUERRA DEL TERRORISMO
Terrorismo, radicalismo politico e guerra asimmetrica, di Alessandro Colombo
Overkill: l’arma nucleare e la violenza incommensurabile, di Matteo Gerlini
Logiche del terrore: la «radicalizzazione» come processo ideologico e come fenomeno sociale, di Federico Tomasello

PARTE QUARTA: VIOLENZA, SPAZI E GOVERNO DELLE POPOLAZIONI
Migrazioni, controllo dei confini e violenza politica, di Enrico Diciotti
Genere e violenza, di Franca BalsamoMafie, violenza e forme di capitale, di Rocco Sciarrone
Fendere, difendere e offendere. Sui confini inquieti della violazione politica nell’India antica, di Federico Squarcini

Riferimenti bibliografici

Friday, 28 August 2020

Razzismo e capitalismo crepuscolare 2



Purtroppo di nuovo attuale.
Gli Stati Uniti nascono con la schiavitù nella Costituzione. Non viene menzionata esplicitamente, ma compare indirettamente attraverso la clausola dei "3/5". La questione era come contare gli schiavi che nel sud erano una parte cospicua della popolazione: come "esseri umani" per avere più rappresentanti o come cosa per pagare meno tasse (erano basate sul numero della popolazione). La "soluzione" fu contarli per 3/5: uno schiavo, senza che la parola fosse menzionata, valeva 3/5 di un bianco. Questa fu la soluzione di compromesso fra 1/2 e 3/4 e valeva sia per la rappresentanza che per la tassazione.
Il testo - articolo 1, sez. 2, comma 3 - recita: "Representatives and direct Taxes shall be apportioned among the several States which may be included within this Union, according to their respective Numbers, which shall be determined by adding to the whole Number of free Persons, including those bound to Service for a Term of Years, and excluding Indians not taxed, three fifths of all other Persons."
Gli schiavi sono "all other Persons". Questo tra l'altro falsò la rappresentanza parlamentare in quanto agli stati schiavisti erano garantiti più deputati.
La parola Schiavitù compare esplicitamente solo nel XIII emendamento approvato tra il 1864 e 1865 dove si dice che è bandita.
Come cerco di argomentare, la recrudescenza dello schiavismo classico non può essere né spiegata né combattuta con la morale o con la proclamazione dei principi astratti di universale uguaglianza che la negano; senza modificare i meccanismi sociali non ci sarà argomento razionale che cambi le cose.


https://www.lacittafutura.it/cultura/razzismo-e-capitalismo-crepuscolare?fbclid=IwAR23Oxb03tVIsihf0T52yQsngeoFRKwil8gSIEmeX4ygeJWuod1vTtkso0o#.X0kaIA7Hd48.facebook

Thursday, 27 August 2020

Marxismo oggi - Novità dalla MEGA



"Marxismo oggi" ha messo online da un po' di tempo alcuni vecchi articoli sulla MEGA provenienti dalla fu versione cartacea (la MEGA - Marx-Engels-Gesamtausgabe - è l'edizione storico-critica delle opere di Marx ed Engels).
Al tempo - si sta parlando del remoto 1999 - era coordinatore della rivista Guido Oldrini che si mostrò da subito consapevole, insieme alla redazione, dell'importanza dell'iniziativa. 
Qui apparve la mia prima pubblicazione in assoluta in italiano (momento amarcord ): https://www.marxismo-oggi.it/images/mega-2/Fineschi_1999.pdf
Nel corso del decennio successivo, sempre su "Marxismo oggi", ci sono state varie inserzioni sull'edizione - quasi una rubrica più o meno regolare dal titolo "Novità dalla MEGA". Vi contribuirono anche Malcolm Sylvers, Giovanni Sgrò e Tommaso Redolfi Riva. Una selezione degli articoli è disponibile on-line. 

Thursday, 20 August 2020

Fenomenología de Chiara Ferragni por Roberto Fineschi

Mi texto Fenomenologia della Ferragni ha sido traducido en castellano por Carlos V Habsburgo. Muy agradecido. 


Fenomenologia della Ferragni 



Fenomenología de Chiara Ferragni

di 

Roberto Fineschi


Muchos, incluso voces autorizadas, se han preguntado si la galería de los Uffizi ha hecho bien escogiendo a Chiara Ferragni como imagen. Implícitamente, aún sin querer, se critica que el mundo que esta chica representa no tiene que ver con los Uffizi y la alta cultura. Otros, por el contrario, piensan en qué tiene de malo que Chiara Ferragni tenga éxito: es una chica guapa a la que le gusta mostrarse y está orgullosa de ello, con el beneplácito de muchos. ¿Hay algo de malo en ello? No, la chica aprovecha para hacer publicidad de perfumes, vestidos, accesorios, etc y ganar un montón de dinero. ¿Es un error? Es una cosa normal en un mundo mercantil.

Si te gustan mucho los vestidos, los accesorios, el aspecto de Chiara Ferragni, ¿haces algo criticable?, ¿algo socialmente inaceptable o reprobable? No creo, todas son cosas buenas o malas según los gustos. El problema no es ése. 

La cuestión se hace más compleja por el hecho de que Ferragni hace de su orgulloso hedonismo exhibicionista no un estilo de vida, sino la vida misma. Eso ocupa cada esfera de su vida, desde su hijo hasta sus “buenas obras”. Esto no sé si está mal, pero es, digamos, peligroso. Si aceptamos la idea de que la libertad y la ciudadanía implican, de hecho, que conocimiento, participación y socialización son constitutivos del hecho de vivir juntos, estos valores no pueden ponerse en el mismo plano que los bienes efímeros, sino desaparecerían. No por moralismo, sino porque pensar el concepto de ciudadanía implica determinadas consecuencias. No se trata, por tanto, de hacer o no hacer determinadas cosas, sino de su posición en la escala de referencia de la ciudadanía activa.

Si pienso sólo en perfumes, vestidos, fútbol, sexo, selfies o lo que queráis, nunca estaré en condiciones de comprender como funciona el mundo y, por tanto, cuál es mi condición, posición, rol en él. Esto se sobreentiende. Vamos con las cosas serias: 

El rey no es rey sin súbditos. Si los individuos no aceptasen, conscientemente o no, el propio rol de súbditos, el rey no existiría. Pese a lo que el rey diga, él no es rey ni por naturaleza, ni por voluntad divina, sino porque ellos se comportan con respecto a él como subordinados. Son categorías de reflexión, que dirían Hegel y Marx. 

Si todos fueran como yo, la cuenta bancaria de Chiara Ferragni se parecería a la mía. Pero, afortunadamente en muchos aspectos, muchos no lo son. Lo que quiero decir es que sin sus millones de “followers”, el fenómeno no existiría. La chica es el reflejo de un fenómeno social encarnado en un individuo, es su personificación, es ese fenómeno en carne y hueso, como un fetiche humano ante nuestros ojos. Condenar la personificación y no ver el fenómeno es un error práctico y teórico.

El fenómeno es un extendido proceso de formación de individuos que consideran ese modelo de vida como la máxima realización posible: ricos, guapos, admirados, autoreferenciales. No ciudadanos, sino consumidores que anhelan consumir y ser consumidos a la máxima potencia. Lo que hay que explicar es por qué esto es tan popular.

El consumidor tonto es el ideal: no compra basándose en la calidad o la necesidad, sino en base a modas y necesidades que le vienen propuestas/impuestas vía marketing. Para ser feliz así, su horizonte de sentido debe ser muy restringido, elemental. Para producir semejante sujeto basta con no cultivarlo, o instruirlo, pero sólo técnicamente, de manera que sepa hacer su tarea específica, pero no esté en condiciones de pensar la complejidad. Muy competente, pero estúpido. Para pensar la complejidad, se dirigirá a sus respectivos técnicos competentes que decidirán por él cosas que él no está en condiciones de entender porque no es asunto suyo.

¿Cómo se llega a este resultado? En parte, con un sistema educativo poco eficiente o frenado por las instituciones, en lugar de ayudado. O con un sistema que funcione selectivamente educando de verdad sólo a los pocos necesarios para gestionarlo desde posiciones superiores.

Si consideramos que esta es una fotografía de la situación, la pregunta a responder es cuál es la estrategia que subyace a estas prácticas. Se trata de comprender no sólo que es una lógica de clase, sino qué dinámicas estructurales han traído estas tendencias.

¿Por qué a lo largo de una importante fase de su historia la burguesía ha luchado por la extensión de la educación, por la emancipación cultural, por la ciudadanía universal? Era un slogan fundamental de sus reivindicaciones más extremas. Enfadarse con Chiara Ferragni o con sus followers fanáticos no sirve de nada, hay que entender por qué el desarrollo del modo de producción capitalista ha llevado a cambios culturales de esta envergadura.

La persona, la categoría fundamental de la ideología burguesa, la reivindicación de la excelencia por la burguesía progresista, el objetivo de revoluciones combatidas arma en mano, ya no está en auge. Junto a ella, han perdido popularidad dos de sus características fundamentales, la abstracta libertad y la igualdad.

Por balbucear el léxico de la economía mainstream, la remuneración del factor “trabajo”, dadas las condiciones de reproducción y valorización del capitalismo crepuscular, no garantizan determinadas condiciones de vida a todos. La pléyade de trabajadores anula la competitividad de su oferta. No hay cualificación, no hay condición que no sea excedentaria (o son poquísimas). De la limosna del sistema viven miles de millones de personas.

La imposibilidad de que todas ellas puedan convertirse en personas implica la imposibilidad delas direcciones por parte de los capitalistas y el paralelo desarrollo de técnicas de dominio. Implica la renuncia a hacer personas y el desarrollo de dinámicas de dominio y contención. Una fuerza que debe ser hegemónica en cuanto tal sin poder convertirse en cultura. 

Pone también sobre la mesa la posibilidad de una reestructuración explícitamente neoesclavista de la sociedad. Con este fin se puede proceder sobre, al menos, dos planos paralelos: por una parte, crear una formación y un sentido común social de clase relativo a competencias y capacidad de hecho de ejercitar determinadas funciones sociales. Por otra parte, cultivar el cretinismo de masas, de manera que las razones y las dinámicas de los procesos desaparezcan de la percepción.

Las dinámicas objetivas de reproducción parecen, a la vez, producir al individuo como único sujeto social posible (por tanto, el modelo individualista de Locke como ontología social de referencia genérica) y, al mismo tiempo, la no universalidad de la persona, por lo que el individuo es un “único” que, en cuanto tal, puede ser organizado jerárquicamente.

La clásica condición de persona burguesa, en el horizonte capitalista, implicaba que mi capacidad performativa única, a paridad de condiciones, determinaba mi posición social. Es el modelo americano en estado puro. Como alternativa a ésto, ya no es mi capacidad performativa, sino mi capacidad potencial deducida “naturalmente” o por criterios “socio-culturales”, la que determina mi posición. Es el neoesclavismo. Ambos modelos pueden convivir. Pero en ambos casos, es el individuo, por lo que hace o por lo que es, el eje ontológico de referencia.

La suma de tales individuos que llamamos “clase dominante” es en realidad, funcionalmente, una clase. El resto, la multitud de parias, lejos de configurarse como un sujeto antagonista, asume cada vez más la forma de una neoplebe, los humiliores del Bajo Imperio, carne de consumo.

Desmembrando, descentralizando, automatizando el proceso de trabajo, el capital crea la posible superación de la necesidad del trabajo. Pero dentro de los confines capitalistas, ésto instaura dinámicas perversas y una potencial despreocupación (seguidismo) de masas.

Ese es el marco del hedonismo consumista, que sirve tanto de espejismo para los vagabundos, como de lavado de cerebro para quien, teniendo potencialmente los medios, podría darse cuenta y convertirse en peligroso. Además de consumir, la multitud necesita desear, creer, aspirar a algo. Es más seguro dar contenidos inocuos (y rentables) a estas aspiraciones. 

Messaggi in bottiglia. Versi, parole e pagine sparse di una vita tra Hegel e Marx (recensione del libro di N. De Domenico Visa Cogitata Scripta)

  Messaggi in bottiglia. Versi, parole e pagine sparse di una vita tra Hegel e Marx Pubblicato il 1 settembre 2026 da Comitato di Redazio...