Pubblico online la relazione acclusa negli atti del forum della Rete dei comunisti dal titolo "Il giardino e la giungla" del 18-19 marzo 2023 in cui sintetizzavo varie cose dette nel periodo precedente e che mi paiono attuali.
Dominio senza direzione?
Egemonia reale e guerra nel capitalismo crepuscolare
1) Geopolitiche astratte? Una risposta inadeguata
La guerra non è certo una novità del mondo contemporaneo; da quando esistono società complesse gli esseri umani hanno sempre fatto guerre; da sempre i filosofi se ne sono occupati, ma più recentemente è nata una disciplina che in modo più politically correct ha cercato di affrontarla in maniera ancora più esplicita: le relazioni internazionali. In esse si cerca di sciogliere il nodo della guerra non per giustificarla da un punto di vista morale, ma per spiegarne la necessità fattuale nel mondo politico (i rapporti di potere producono degli equilibri che non si tratta di giudicare perché belli o brutti, ma semplicemente in quanto instaurano un ordine) o nel tentativo di evitarla proprio per le caratteristiche che ha. Tanto gli approcci realisti e neorealisti, quanto quelli che hanno invece cercato una via diplomatica, non violenta alla soluzione delle controversie internazionali di stampo liberale o neoliberale (Bobbio ad esempio), a mio modo di vedere hanno una questione filosofica di fondo che consiste nel partire da una concezione che dal punto di vista di Marx è criticabile, vale a dire il contrattualismo: considerare la formazione dell'istituzione statuale come un contratto sociale, che naturalmente si risolve poi diversamente in diversi filosofi.
Instaurata una società che in qualche modo argina la violenza anarchica dello stato di natura a livello interno, il problema si ripropone a livello esterno nelle relazioni internazionali in cui, di nuovo, i singoli funzionano come atomi anarchici. Secondo alcuni la loro interazione porta naturalmente a un equilibrio tra forze contrapposte e, alla fine, stabilisce un ordine che non è necessariamente giusto o bello, ma è un ordine. Invece secondo altri quest'ordine va costruito in qualche modo replicando la dimensione contrattualistica attraverso istituzioni terze che riescano, da una posizione super partes, a riconciliare e ricomporre il dissidio atomico dell'anarchia. Le ultime vicende hanno rilanciato sicuramente approcci realistici o neorealistici: il sistema instabile in cui ci troviamo dalla fine prima del bipolarismo della guerra fredda e poi con la crisi di un potenziale unipolarismo degli Stati Uniti come potenza egemone mondiale costituiscono un sistema dall’equilibrio instabile in cui varie forze cercano i propri spazi di una possibile ricomposizione generale; qui l'elemento della guerra è drammaticamente una carta da giocare, una carta che è stata giocata non solo in Ucraina ma anche varie altre parti del mondo. Questo non significa ridurre tutte le guerre a tattica geopolitica; esistono motivazioni interne e specifiche di crisi della società ucraina che preesistono sicuramente alla guerra attuale e che anzi l'hanno preparata; su di esse però insistono anche interessi più generali che tuttavia hanno un peso notevole anche nelle dinamiche interne.
2) Geopolitica o riproduzione sociale complessiva in forma capitalistica?
La teoria di Marx aggiunge degli elementi d'analisi utili alla comprensione di come queste forze internazionali e nazionali agiscono nel tentativo di dire la loro, di imporsi. Un problema delle teorie realiste o comunque di quelle che si basano sull'idea degli Stati come soggetti individuali risiede infatti nella limitata capacità di stabilire quali siano le motivazioni e soprattutto il contesto strutturale in cui questi stati agiscono. La logica di potenza, di potere ecc. sicuramente sono un elemento decisivo, ma probabilmente astratto, o meglio parziale; non permettono di comprendere a 360 gradi le ragioni profonde o, quantomeno, riducono la complessità delle cause che spesso non è riconducibile solo alle decisioni dei singoli governi. Secondo Marx non ci sono gli astratti Stati che agiscono; essi si collocano in configurazioni peculiari che hanno delle caratteristiche storicamente determinate e che rispondono a una logica specifica che di fatto crea un contesto economico, sociale e politico solo all'interno del quale esiste una gamma di scelte possibili; contesto che non coincide, anzi trascende la somma delle singole decisioni individuali, spesso sovradeterminandole. Ignorare questo aspetto – e non lo dice solo Marx, ben inteso - non permette di cogliere appieno la gamma del possibile, le alternative sul tavolo di fronte agli effettivi attori politici che poi prendono decisioni. Questa cornice Marx la chiama modo di produzione capitalistico, un sistema di riproduzione sociale che non parla dell'essere umano in generale, della società in generale ma di una strutturazione peculiare che ha un andamento determinabile e che appunto pone dei confini a questo andamento, il modo di produzione capitalistico esiste infatti in formazioni economico-sociali specifiche (i “capitalismi”).
Pare impossibile, anche senza essere marxisti, marxiani o in qualunque modo si voglia connotare un orientamento di questo tipo, negare che nel modo di produzione capitalistico il motore fondamentale dell'azione è la valorizzazione del capitale: essa è la conditio sine qua non che fa sì che il sistema stia in piedi, non semplicemente che si decida di fare la guerra o non fare la guerra: è una condizione non solo storica o fattuale, ma ontologica di esistenza della modernità. Questa precondizione così astratta si configura poi in sistemi più complessi che, al di là del capitale in generale, includono chiaramente capitalismi storicamente, geograficamente determinati eccetera. Tutto ciò implica delle dinamiche che, a lungo andare, secondo Marx in qualche modo modificano la natura stessa del capitalismo in una maniera che sostanzialmente mina le basi stesse su cui esso si fonda. In questo senso, generalizzando ancora di più, la teoria del capitale è una teoria dialettica in cui l'idea di conflitto, di auto-contraddittorietà è intrinseca al sistema. È la natura stessa della realtà che, nel modo di produzione capitalistico, si caratterizza come processo di valorizzazione che, a un certo punto, mette in crisi le stesse condizioni di tale processo; il capitalismo non si riproduce in maniera circolare ma crescendo su se stesso, raggiungendo, a un certo punto, una condizione per cui mette in crisi il funzionamento “naturale” del processo di valorizzazione.
Quali sono gli elementi che lo caratterizzano: l'impiego sempre più massiccio di tecnologie, di macchine, i progressi della scienza che Marx non poteva neanche immaginare che aumentano la produzione del plusvalore relativo, che parallelamente escludono una massa crescente di forza-lavoro determinando quindi una disoccupazione di massa, una sovrapproduzione di massa, tutte condizioni che di fatto mettono in crisi il meccanismo di valorizzazione. Questa condizione strutturale, qui solo brevemente richiamata, la chiamo capitalismo crepuscolare; un elemento chiave di questa fase consiste proprio nell'incapacità del sistema di mantenersi e progredire semplicemente sulle basi del meccanismo “naturale” di valorizzazione. Ci sono degli ostacoli che il sistema stesso da solo non riesce a rimuovere, si incarta in se stesso.
Se questa è la cornice generale in cui la dinamica fondamentale si muove, essa delimita i confini all’interno dei quali l'azione politica, l'intervento di istituzioni può di fatto agire come fattore che toglie gli inceppi, che fa ripartire in qualche modo il processo. Ciò può essere fatto in maniera pacifica attraverso il welfare state, l'investimento statale sia economico e sociale (i cosiddetti meccanismi keynesiani), ma in realtà si può anche intervenire attraverso mezzi violenti: è sostanzialmente possibile imporre condizioni di valorizzazione che non sarebbero “naturali”, che non si realizzerebbero cioè in base allo sviluppo del modo di produzione capitalistico per com'è. Alterando in maniera “extra-economica” questi vincoli, di fatto si permette una valorizzazione.
3) Che c’entra la guerra?
Che c’entra questo con la guerra? Una delle possibilità, non necessariamente l’ unica ma una delle possibilità sul tavolo, è ricorrere alla violenza per imporre determinate condizioni di valorizzazione o per bloccare condizioni di valorizzazione di capitali mossi da altri paesi o che nascono in altre nazioni; il ricorso alla violenza e alla guerra come manifestazione principe della violenza, come violenza organizzata, statuale e perpetrata con mezzi di distruzione massicci, può rientrare in un quadro di questo tipo, cioè può diventare una delle carte da giocare, o addirittura, in certi casi, un'ottima carta.
Nella situazione attuale, senza parlare direttamente dell'Ucraina, è evidente che, oltre alla dimensione specifica, esiste un problema di ricollocazione mondiale tra potenze che rappresentano grandi sistemi: chiaramente gli Stati Uniti da una parte, la Cina dall'altra, la Russia in una posizione intermedia (per non parlare dei cosiddetti “paesi emergenti”). I sistemi di penetrazione sono diversi tra loro: da una parte la Cina agisce sulla base della sua capacità produttiva, di egemonia reale grazie alla quale entra comprando, costruendo, facendo investimenti. È una modalità che è impossibile fuori dalla Cina perché si realizza grazie alla sinergia tra capitale privato e capitale pubblico, che in maniera coordinata fanno operazioni che non sarebbero immaginabili in un sistema puramente capitalistico, dove nessuno appoggerebbe in maniera così forte investimenti che non è sicuro che diano un ritorno garantito. Le grandi istituzioni finanziarie cinesi lo fanno perché è una decisione politica, legata alla proprietà statuale di esse. Nel capitalismo puro questo non succede perché la banca, l'investitore agisce solo con la garanzia di un ritorno. Ciò dà alla Cina un vantaggio competitivo notevole.
Da una parte c'è dunque un paese in grande espansione produttiva, commerciale, finanziaria che sicuramente vede nella Russia un possibile alleato, se non altro temporaneo, dall'altra c'è la grande forza tradizionale statunitense, probabilmente in declino, che non riesce a competere a questi livelli e che chiaramente considera la guerra come una delle possibilità. In realtà tutti la considerano, ma il vantaggio degli Stati Uniti è quello di essere il più forte militarmente. Con ciò non si vuole ridurre la complessa questione solo alle dinamiche imperialiste statunitensi; le variabili in gioco sono più ampie e includono altri interessi di terzi altrettanto poco nobili. Il punto è che in un quadro complessivo di questo tipo, la guerra è una delle carte che queste grandi potenze possono giocare, in particolare quelle che, per i motivi detti, hanno più interesse e vantaggio nel farlo. In questo momento la condizione di equilibrio internazionale è frammentata; se la posta in gioco è ridiscutere le condizioni, in un sistema a capitalizzazione difficile sicuramente la possibilità della guerra è una di quelle che i “decisori” considerano.
4) Dominio senza direzione? Forza senza egemonia?
L’Europa e l’Italia che ruolo possono giocare? Questi paesi hanno convenienza e tessere relazioni con Cina e Russia e già lo stanno facendo. Questa guerra è, tra le altre cose, sicuramente un richiamo all’ordine, soprattutto alla Germania, l’unico dei paesi europei in grado di dire la sua sul grande tavolo mondiale. Se questo richiamo all’ordine danneggia le economie europee, le condizioni sono tali per cui per esse sganciarsi dagli US non è possibile, sia per motivi militari, sia perché legarsi ad altri nuovi padroni è un’incognita. Sì, perché la decisione è a quale padrone in ultima istanza sottostare. Fatti tutti i conti per ora si preferisce il vecchio, per quanto è ormai evidente il bisogno di sganciarsi o rinegoziare le condizioni di vassallaggio.
L’incapacità di trasformarsi in un soggetto politico effettivo rende i singoli paesi europei marginali nelle trattative internazionali e la politica neomercantilistica tedesca, che ha prosciugato gli altri paesi senza pietà, sicuramente non ha creato consenso affinché la Germania possa giocare un ruolo di leadership effettivamente unitaria. Speravano che spolpando gli altri poi avrebbero potuto sedere autonomamente al tavolo dei grandi. Questa doccia fredda li riporta alla dura realtà del vassallaggio.
Insomma, l’amministrazione a stelle e strisce almeno per adesso sembra ottenere diversi risultati a sé utilissimi: 1) Russia in un pantano, 2) Europa (Germania) punita per la sua esuberanza, 3) progetto della Via della Seta reso molto complesso nel suo terminale europeo (nuovo muro tra est e ovest), 4) commesse militari e gas alle stelle per super profitti delle grandi corporation. Pare che il ragionamento sia di giocare la partita fino a quando la si può gestire da una posizione militare di forza. Bisognerà vedere fino a che punto vorranno spingersi per costringere i vari dissidenti a piegarsi. Sono infatti sempre più quelli, alcuni alleati storici, che iniziano a percepire che forse il vento sta cambiando e che fanno accordi per sganciarsi dal dollaro con intese bilaterali che bypassano il vecchio interlocutore unico. Per questo gli Stati Uniti stanno facendo pressioni a quei paesi che non si sono allineati minacciando rappresaglie se acquisteranno dalla Russia le eccedenze dovute alle sanzioni, ma l’effetto collaterale è spingere questi paesi a organizzarsi in proprio.
Dati gli attuali rapporti di forza, i paesi occidentali, tuttora militarmente semi-occupati, non possono probabilmente fare altrimenti, anche se ci rimettono. Ma può essere un’operazione a contropartita zero? Pura forza? Se così fosse, inizierebbe una nuova fase in cui gli “alleati” hanno solo paura senza prospettive generali di vantaggio. Solo dominio e niente direzione? Diventerebbe una dinamica potenzialmente pericolosa e instabile. Come si può immaginare a lungo andare un equilibrio nazionale e internazionale in cui chi gestisce le fila solo prende e non spartisce? Che domina con la mera forza?
L’egemonia reale non consiste solo, come talvolta ingenuamente si crede, nella propaganda e nel convincimento soggettivo; si tratta piuttosto di processi reali che da una parte includono la propaganda, ma dall’altra la trasformazione effettiva delle dinamiche reali di produzione e riproduzione che modificano in termini in parte vantaggiosi anche le condizioni dei subordinati. Per es. l’egemonia statunitense del dopoguerra non si basava solo sulla propaganda libertaria anti-comunista, ma soprattutto sulla creazione di condizioni materiali che hanno consentito un progresso effettivo dello “occidente” ed il miglioramento generale degli standard di vita, rendendo una pratica sociale effettiva la “personalità”: non solo ideologia della libertà individuale, ma sua esistenza nella prassi. Tutto ciò a condizione del vassallaggio: dominio e direzione, forza ed egemonia. Proprio questo è il meccanismo che pare si stia incrinando: gli Stati Uniti non sembrano più nelle condizioni di perpetrare un’egemonia reale, ma un vassallaggio costruito solo sul dominio/forza non può durare a lungo.
Pare insomma configurarsi una crisi dell'egemonia occidentale nel processo di mondializzazione. Se l’integrazione obiettiva dell'economia mondiale come processo strutturale del modo di produzione capitalistico è oramai irreversibile e ne rappresenta la tendenza di fondo, si possono sicuramente distinguere configurazioni storicamente determinate di questo processo che possono prevedere fasi di accelerazione, di rallentamento, di egemonia di alcuni stati/blocchi per periodi più o meno lunghi. Adesso mi pare ci si trovi in una fase di rinegoziazione e passaggio di egemonia (ciò può implicare anche ridefinizione delle filiere e delle catene di valore in chiave più restrittiva, ma che come tali non modificano la tendenza di lungo periodo).
5) Conclusioni quanto mai provvisorie
In conclusione, per tornare a Marx, vorrei sottolineare come la sua teoria permetta di considerare altri tipi di guerra e altri tipi di conflittualità che per adesso sono rimasti sottotraccia. Il gioco delle potenze internazionali ha anche una dinamica interna, nazionale, fatta altrettanto di conflitti. Senza voler tirar fuori il conflitto di classe, chiamiamolo pure come si preferisce, pare evidente che all'interno della società cinese, russa, italiana, statunitense in questo momento c'è una fase di conflittualità potenziale estrema dovuta proprio alla crisi del modo di produzione capitalistico, che non solo non garantisce più il pieno impiego, ma che sta producendo disoccupazione di massa, impoverimento costante dei ceti medi eccetera eccetera. Per farla breve, Marx tenta di mettere insieme la dinamica interna nella sua proiezione esterna come parte di un processo articolato, ma unitario. Aggiunge quindi, secondo me, degli strumenti interessanti per tentare di comprendere questa complessità in cui la dimensione della violenza, della guerra, risultano essere intrinseche alla crisi profonda, di sistema, del modo di produzione capitalistico. Ciò non significa né che esso crolli, né che ci sia la rivoluzione, né chissà cosa; però è evidente l’esistenza di una crisi profonda le cui dinamiche producono il conflitto o la guerra fra le sue variabili principali.