Tuesday, 5 August 2025

Antonio Rosmini sul Lago Maggiore


Le coincidenze sono assai curiose. 

In primavera visito Rovereto, dove è nato Antonio Rosmini, uno dei più importanti filosofi ottocenteschi in "Italia" (ovviamente l'Italia non esisteva). Non lo sapevo minimanente. In questi gironi in vacanza sul Lago Maggiore, a Stresa trovo il luogo in cui è morto e ha vissuto l'ultima parte della sua vita. Qui ha sede il più grande centro rosminiano che ne tramanda il lascito. E non sapevo nemmeno questo. 

Il noto sodalizio con Manzoni, nato a Milano nei salotti della casa del conte, proseguì tra Stresa e Lesa, nella villa del figliastro rampollo della casata Stampa, dove Manzoni visse continuativamente per un paio d'anni dopo i moti del '48 (per sfuggire alle attenzioni di Radetzky) e poi in vacanza per diversi anni fino alla prematura morte di Rosmini nel 1855.

Notoriamente i due molto parlarono e discussero prevalentemente di filosofia, lingua e morale. Rosmini è, insieme a Galluppi, uno dei pochi in "Italia" a conoscere i più recenti sviluppi della filosofia europea, in particolare di quella kantiana. 

Rosmini cerca di sviluppare una teologia cristiana non scolastica, non gesuitica (fonderà un ordine con le loro stesse intenzioni intellettuali che inevitabilmente si tirerà addosso attenzioni malevole), che tenga conto della rivoluzione copernicana di Kant.

Insieme a Manzoni, che pare fosse stato aggiornato su queste nuove tendenze, è insomma un teorico di un cristianesimo "moderno", che cerca di fare i conti con i progressi intellettuali del mondo post-illuministico, senza ovviamente rinunciare alla dogmatica e alla fede, ma tentando di riformularla in termini compatibili.

Alcuni suoi libri (critici contro la Chiesa politica e opulenta) saranno messi all'indice lui vivente (1848), le sue dottrine lui morto (sempre per interessamento dei gesuiti e degli oltranzisti neoscolastici). Ratzinger lo riabiliterà in parte, dicendo che non le sue idee stesse ma le conseguenze possibili che da esse si possono trarre sono da condannare (ma lui aveva lasciato l'operea incompiuta, quindi non lo si può ritenere responsabile delle deduzioni dei posteri).

Rosmini è comunque un moderato. La sua filosofia morale parte dai presupposti di libertà e proprietà, la sua teoria dello stato prevede elezioni ma che giudicano bene o male le classi superiori cui è preposta la guida della comunità. È favorevole alla Costituzione, ecc. Scrive, probabilmente tra i primi cattolici in Italia, un saggio critico contro il socialismo e il comunismo nel 1848. Insomma, un cattolico moderatamente progressista, come il suo sodale Manzoni.

Non il cattolicesimo ufficiale, ma il neoidealismo filosofico italiano vedrà in Rosmini un antesignano a partire da Bertrando Spaventa e la sua celebre tesi della circolarità del pensiero europeo, per passare quindi a Gentile che proprio su Rosmini e Gioberti scriverà uno dei suoi più importanti saggi giovanili (l'altro su Marx.).

Momento amarcord: su Bertrando Spaventa e la tesi della circolarità del pensiero europeo ho fatto il mio primo esame all'università col il prof. Alessandro Mazzone con una "tesina" che oggi sarebbe una laurea della triennale. Correva l'anno 1993. L'ho ripescata tra scartoffie varie, impressa su carta ormai un po' ingiallita con una stampante ad aghi!

 



Villa Stampa dove villeggiava Manzoni






Busto Rosmini


Collegio Rosmini


Vista dal collegio


Chiesa dove è sepolto Rosmini (anche Clemente Rebora!)



La tesina ingiallita!










IL PICCOLO TEOLOGO di Roberto Fineschi da "La contraddizione" n. 80, sett.-ott. 2000

Altro pezzo da una vita passata (dal remoto 2000!), dove facevo in parte i conti "con la mia precedente coscienza filosofica" :D :D
Toni un po' sopra le righe dovuti al giovanile ardore iconoclastico e visione decisamente parziale sul fenomeno nella sua complessità (di fatto si attaccano le gerarchie vaticane più tradizionaliste, non la chiesa come tale. Erano i tempi di Woytila, Ratzinger alla Congregazione per la dottrina della fede, ecc.); tuttavia contro i facili giovanili entusiasmi correntemente spiattellati in televisione ancora qualcosa di utile c'è. 
C'è da aggiungere che la Chiesa Cattolica è una delle poche istituzioni superstiti che si occupa in maniera organica e strutturata delle domande sul senso dell'esistenza in un contesto in cui l'individualismo esasperato tende a distruggere  qualsiasi tipo di legame provocando non pochi problemi di identità personale a giovani e meno giovani. 







IL PICCOLO TEOLOGO

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Roberto Fineschi


da "La contraddizione" n. 80, sett.-ott. 2000.




Neppure i cronisti del tg nazionale nascondono che molti dei partecipanti alla gmg – giornata mondiale dei giovani o giubileo dei giovani che dir si voglia – sappiano poco o niente del magistero della chiesa cattolica, di teologia e via dicendo, eppure sono centinaia di migliaia.

Sarebbe interessante fare un po’ di sociologia e classificare chi è effettivamente figlio di papa, chi è timorato di dio, chi è un povero disgraziato che è là perché ci vanno gli amici o per sentirsi parte di qualcosa, chi, in buona fede, partecipa perché crede di “fare del bene” [chi è figlio di papa e va in chiesa perché deve crescere con sani princìpi è probabilmente irrecuperabile e quindi lo lasciamo da parte; occupiamoci solo dei giovani in “buona fede”].

Molti giovani di buone intenzioni fanno parte di gruppi parrocchiali perché così contribuiscono al bene del prossimo, fanno qualcosa per gli altri, ecc. Spesso fanno veramente del bene, organizzando aiuti per barboni, immigrati, prostitute, emarginati di ogni sorta, dedicando il proprio tempo agli altri. Sarebbe un grave errore fare di tutta l’erba un fascio ed additarli genericamente come “cattolici”. Spesso d’altronde la parrocchia è uno dei pochi centri di aggregazione in cui ci si può incontrare senza passare attraverso la selezione naturale – cosa che invece avviene nel “branco” della strada, dove vige solo la legge del più forte.

Che cosa sanno questi giovani volenterosi della chiesa cattolica? Spesso molto poco. Al catechismo apprendono delle belle favole – non lo dico con ironia, è questo il modo in cui vengono di fatto presentate – sulla creazione, sulla vita di Gesù e della Madonna e via dicendo. Sanno sicuramente che il comandamento principale è l’amore (molti di loro parlano di amore, con la A maiuscola) e questo quasi sempre basta. In fondo quando ci si ama, come dio ci ha insegnato, si crea il paradiso in terra. Il tasto dell’amore è quello non a caso più battuto dalle campagne televisive pro Vaticano, nelle quali il santo padre invita i fedeli a superare i rancori, le divisioni, le guerre e ad … amarsi fraternamente.

A molti di coloro – non solo giovani del resto – che in buona fede frequentano la chiesa, l’idea intuitiva dell’amore universale basta; è la legge scritta da dio nel cuore di ognuno che farà da guida, anche senza conoscere la teologia. La questione cruciale allora è capire in che cosa consista la legge del cuore sulla quale si basa la condotta di molti praticanti-poco-teologi.

La “legge del cuore” è di per sé una metafora, in quanto sembra che l’organo in questione sia nient’altro che una meravigliosa pompa. A che cosa allude però? All’idea che “in fondo” ciascuno “sente” dentro di sé di fare del bene o del male e che quindi per comportarsi correttamente basta seguire il bene.

Amore, bene, male sono le “parole” con cui si gioca la partita, ma sono dei concetti? Che cosa significano? Se non le si definisce adeguatamente non sono altro che flatus vocis, astrazioni a cui ciascuno dà poi la concretezza che crede. Se si chiede ad un prete che cosa significa amare lui vi risponde spesso che è la cosa più difficile da definire e quindi vi spara un pistolotto sui buoni sentimenti e vi fa qualche esempio di devozione, così, di fatto, non risponde. Ma non perché la chiesa cattolica non abbia delle risposte meditate sull’argomento, bensì perché la teologia deve essere per pochi (la questione delle due religioni, quella popolare e quella del clero è dibattuta, ma è un dato di fatto che esse esistano).

Molti teologi hanno delle risposte alla domanda che cosa significa amore (non esempi casuali o la legge del cuore, ma una dottrina sviluppata e piuttosto complessa che per essere compresa necessita di anni di studio), ma non le vanno a raccontare in giro, né organizzano delle scuole per divulgarle.

Ma i nostri giovani spontanei che si accontentano invece della legge del cuore in realtà in che cosa credono? Loro certo non lo sanno, ma partecipando ciascuno in una certa misura alla pratica della chiesa cattolica, essi, in buona fede, realizzano qualcosa di cui sono completamente all’oscuro, che quindi li domina e li gestisce. Ma realizzano comunque “qualcosa” che ha un contenuto ben definito, che la gerarchia ecclesiastica conosce e loro no e che si lascia credere sia scritto nel cuore, cosicché non c’è bisogno di capire che cosa si stia facendo.

La parola “amore”, infatti, è solo un suono; con l’aggiunta del “sentimento del bene” non le si dà un significato. Chi “ama” in questo modo che cosa fa? Fortunatamente la “sana e consapevole libidine salva il giovane dallo sport e dall’azione cattolica”, ma in che misura?

Facciamo un esempio: molti dei partecipanti hanno probabilmente rapporti prematrimoniali (e qui gioca la sana e consapevole libidine) e di fatto non credono nel sacramento del matrimonio (non è escluso che molti approfittino direttamente del santo convegno per conoscersi biblicamente), ma d’altra parte partecipano e si dichiarano cattolici. La chiesa cattolica questo lo sa benissimo, come testimoniano addirittura le interviste a preti partecipanti alla gmg, in cui si dichiara che molti giovani hanno una fede piuttosto “intuitiva”. Per chi ha intenzioni precise la sana e consapevole libidine si trasforma quindi in un mezzo utile per raggiungere altri fini.

La gerarchia sa benissimo che molti non sanno che cosa fanno e ciononostante non diffonde la conoscenza di che cosa bisognerebbe fare per correggere la condotta sbagliata. Certo ci sono le prediche domenicali, ma non si spiega la dottrina, si fanno dei pistolotti. Perché la chiesa accetta che ci si dica cattolici anche se non si sa che cosa significa e se in gran parte delle azioni non lo si è affatto? Evidentemente perché basta che ci si attenga a determinate regole che sono più fondamentali delle altre; esse debbono essere rispettate, le altre sono un di più per i santi.

Che cosa interessa veramente alla chiesa cattolica? Qual è la visione del mondo che essa propaganda? Più semplicemente: quando si deve votare, scegliere da che parte stare nel “mondo” che cosa significa “amore”? Può essere utile cercare di ricostruire i fondamenti della dottrina sociale della chiesa [cfr. la Contraddizione, no.77 – Pio, pio. pio. Ora rivisto in Da Pio IX a Leone XIV. Prospettive marxiste sulla dottrina sociale della chiesa] che si possono sommariamente riassumere come segue: esiste per volontà di dio una gerarchia naturale/sociale nella quale ciascun singolo, sempre per volontà di dio, ha il suo posto. Quindi la divisione in classi, ricchezza e povertà e via dicendo sono condizione naturale della vita sociale e cercare di combatterle significa lottare contro la natura stessa delle cose. D’altra parte tutti sono figli di dio e quindi fa parte del disegno complessivo aiutare i fratelli disagiati; ecco la base della pratica caritatevole della chiesa. [si noti, en passant, che il principio per cui bisogna fare la carità implica la necessità che ci sia qualcuno a cui farla].

Che cosa significa allora “amore” quando si deve decidere come organizzare la vita sociale: cercare di applicare questo programma in cui l’ineguaglianza sociale (basata sull’ineguaglianza naturale) è legge. Si confrontino i seguenti passi della Quod apostolici muneris di Leone XIII; essi riassumono brevemente quanto detto: “la società umana, quale Dio l’ha stabilita, è composta di elementi ineguali, come ineguali sono i membri del corpo umano: renderli tutti uguali è impossibile, e ne verrebbe la distruzione della medesima società … La eguaglianza dei vari membri sociali è solo in ciò che tutti gli uomini traggono origine da Dio creatore; sono stati redenti da Gesù Cristo, e devono alla norma esatta dei loro meriti e demeriti essere da Dio giudicati, e premiati e puniti … Di qui viene che, nella umana società, è secondo la ordinazione di Dio che vi siano prìncipi e sudditi, padroni e proletari, ricchi e poveri, dotti e ignoranti, nobili e plebei, i quali, uniti tutti in vincolo di amore, si aiutino a vicenda a conseguire il loro ultimo fine di cielo; e, qui in terra, il loro benessere materiale e morale”.

Se questo fa rabbrividire, lo si confronti con le formulazioni del catechismo odierno [la Contraddizione, no.77, cit.]; si vedrà che si è solo data una ripulitina agli espliciti accenti classisti, per rendere il tutto più digeribile agli ignari. Per chi vuole veramente stordirsi si può leggere il libro, recentemente ripubblicato, di Ernesto Rossi, Il sillabo e dopo, Kaos, Milano 2000, dove si ripropongono sia Il sillabo sia passi da molte encicliche, tutti dal significato univoco. Basta leggere le parole dei papi!

Una coscienza moderna che ha, bene o male, digerito le conquiste della rivoluzione francese (non perché le ha studiate, ma perché le ha praticate nella vita quotidiana come diritti civili e via dicendo) non può che rabbrividire di fronte alla riproposizione del medioevo contro la democrazia ed il libero pensiero. Come diffondere allora la barbarie? Chiamandola “amore”. Ma che cosa si vende effettivamente? La società classista.

Fra chi partecipa c’è chi sa bene come funziona questa cosa, ovvero che la chiesa cattolica sta dalla sua parte; egli, quindi, ben volentieri plaude a iniziative che fanno il proprio interesse; ma c’è chi partecipa e non ha nulla da guadagnarci, chi viene ingannato e si fa, in buona fede, promotore di un “amore” che coincide con società classista, con la propria sudditanza. In una battuta: abbiano pure molte fidanzate, bestemmino pure, non vadano alla messa, ma, per l’amor di dio, non votino comunista.

È certo una battuta, ma trova dura concretezza in numerosi atti “politici” della chiesa. Quando si è esposta in prima linea in tempi recenti? Contro la rivoluzione francese, contro il processo di unificazione nazionale, contro il comunismo, ecc. Ossia contro tutti i movimenti che hanno cercato di cambiare la situazione sociale data. La chiesa ha ridotto il suo campo d’azione alla conservazione del dato; questo è stato ed in fondo è l’obiettivo della sua azione politica negli ultimi duecento anni (si pensi, per fermarsi all’attualità, anche agli interventi “pieni d’amore” in favore di Pinochet: si è detto che è una “questione umanitaria” non accanirsi contro un povero vecchio – si sarà messo a ridere lo stesso Pinochet, sbavando sangue).

Il sesso, che in fondo molti papi non hanno visto di mal’occhio e del quale si parla molto, è quindi una questione secondaria: “cari giovani, voi dovete cambiare il mondo, dovete amare, aiutare i poveri, le vittime della guerra, gli emarginati”, ecc. Ma la condizione di questo amore è che i poveri, le vittime di guerra, gli emarginati esistano. È come dire: cari giovani il mondo deve cambiare alla superficie, ma la sostanza “guardatela con occhi diversi”.

“I cristiani guardino il mondo con occhi diversi” ha detto l’arcivescovo della mia città. Ma se il mondo è il regno dell’ingiustizia: basta guardarlo! “I diversi filosofi hanno finora diversamente interpretato il mondo. Adesso si tratta di cambiarlo”. Qui sta la differenza fra i comunisti e i cattolici: aiutare chi sta peggio è un principio della conservazione del mondo dato; i comunisti vogliono costruire un mondo in cui poveri, vittime di guerra, emarginati non esistano; un mondo in cui la carità non ci sia, perché non ce n’è bisogno.

La lotta di classe si manifesta come lotta di egemonie, diceva Gramsci nei Quaderni del carcere; la chiesa, portando acqua alla conservazione di ciò che è dato, è stata prima amica dell’ancien régime e adesso del capitale. Essa è perfettamente funzionale al modo di produzione capitalistico, diffondendo una concezione del mondo in cui la gerarchia sociale appartiene all’ordine di natura. Essa serve a convincere chi appartiene alla classe dei lavoratori che è nella natura delle cose che sia così.

Fra chi partecipa alla gmg ci sarà qualcuno con degli scrupoli, che dietro a tanto entusiasmo cerchi un po’ di sostanza?! Beh, se qualcuno di loro per sbaglio leggesse queste righe non chiedo certo che si fidi delle parole di un comunista mangiapreti: faccia pure da sé, indaghi che cosa c’è dietro al tanto decantato “amore”, giochi un po’ al “piccolo teologo”.

Wednesday, 23 July 2025

Alessandro Barile, su Nel labirinto. Italo Calvino filosofo di R. Fineschi

Note critiche Rassegna bibliografica: Le singolari forme politico-culturali del comunismo italiano Roberto Fineschi, Nel labirinto. Italo Calvino filosofo, La scuola di Pitagora, Napoli 2025; Sebastian Mattei, Fabrizio Rufo, Giovanni Berlinguer. Gli studi e l’impegno politico, Carocci, Roma 2024; Giuseppe Vacca, Astratti furori e senso della storia. Politica e cultura nella sinistra italiana (1945-1968), Viella, Roma 2025, pp. 302-304. 

Alessandro Barile

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Che non si sia trattato di una storia soltanto o soprattutto “intellettuale” è testimoniato anche dal percorso politico-filosofico e biografico di Italo Calvino, di cui è oggetto l’ultimo libro di Roberto Fineschi, Nel labirinto. Italo Calvino filosofo. Calvino in effetti si presenta come simbolo di un certo mondo intellettuale coinvolto dallo spirito ciellenistico resistenziale, e grazie a questo transitato “naturalmente” al comunismo togliattiano come (più) coerente proiezione del fatidico “vento del nord” che incedeva rinnovando moralmente il paese nella difficile transizione alla democrazia e alla repubblica.

Negli anni attorno al centenario della nascita (1923-2023), nonché in occasione dei quarant’anni dalla sua scomparsa (1985), una considerevole mole di ricerche, ristampe e pubblicistica varia ha trovato pubblicazione e letteralmente invaso le librerie. Su tutte, si segnala quantomeno la collana inaugurata presso l’editore Carocci, Laboratorio Calvino, curata tra gli altri da Mario Barenghi, tra i massimi studiosi dello scrittore ligure. Fineschi, fresco della nuova traduzione del Capitale di Marx (Einaudi 2024) e della ripubblicazione aggiornata di Marx e Hegel. Fondamenti per una rilettura (La scuola di Pitagora 2024), si concede a una pubblicazione di più breve estensione (190 pp.) ma ambiziosa e d’impianto coerentemente politico-filosofico (l’autore premette infatti la distanza da una qualsivoglia analisi critico-letteraria di Calvino).


L’autore stabilisce una periodizzazione cronologica del pensiero di Calvino suddivisa in quattro parti: la fase dell’intellettuale organico (1945-1957); quella ancora comunista ma non più organica al Pci (1957-1964); la transizione post-marxista (1964-1975); infine, il Calvino pessimista ormai distante dai propositi politici giovanili (1975-1985). In buona sostanza, Fineschi suddivide il pensiero politico di Calvino in una fase marxista-comunista (1945-1964) e in una post-comunista (anche se non anti-comunista), che va dal 1964 alla sua morte. Il filo rosso che anima gli intenti dell’autore è quello di rivendicare e sostenere esplicitamente non solo il “comunismo” di Calvino, ma la sua adesione cosciente e originale al marxismo. Questa asserzione, in apparenza auto-evidente (comunista in quanto marxista, e viceversa), così non può definirsi tale proprio perché il comunismo italiano del dopoguerra, almeno quello incarnato dal Pci come referente unico del comunismo nel paese tra la Liberazione e il Sessantotto, si presenta come originale sviluppo del movimento comunista internazionale, operando una «revisione integrale del marxismo» (sono parole di Vacca, p. 10 degli Astratti furori) che rendeva possibile, a partire dal 1944, essere comunisti senza aderire completamente allo spirito ideologico del marxismo (si vedano in tal senso gli interventi e le deliberazioni del V Congresso del Pci del 1945-1946, in particolare Geymonat). Ecco perché rivendicare il marxismo di Calvino, per Fineschi, significa insistere su di una sua adesione non solo politica-contingente (o addirittura “tattica”) alle ragioni del Pci, ma compiutamente ideologica, una scelta consapevole, convinta e totalizzante. Nel sostenere questa tesi Fineschi si affida ad una platea di autori e studiosi “filo-calviniani”, tralasciando le argomentazioni del parterre critico, tra cui si possono citare i nomi, tra gli altri, di Franco Petroni, Renato Barilli, Alfonso Berardinelli, con ciò riducendo parzialmente l’efficacia della sua tesi, spesso concentrata su cosa Calvino pensava di sé.

In realtà, però, il marxismo di Calvino è assai peculiare. Come giustamente rileva Fineschi, l’adesione di Calvino al comunismo avviene sulla scorta dell’esperienza resistenziale (un percorso d’altra parte tipico della sua generazione). È una scelta pragmatica, coerente con l’afflato che animava una parte degli intellettuali del paese (vedi Vittorini), che confluisce nel comunismo da propositi teorici e culturali assai diversi. Calvino, di tutto questo, è exemplum tra i massimi. Si affaccia alla Resistenza da posizioni «anarco-liberaleggianti» (sono “confessioni” di Calvino, che Fineschi correttamente riporta, anche se ne circoscrive la portata), e fluisce poi nel comunismo da presupposti culturali-ideologici eclettici: neokantismo illuminista, razionalismo, storicismo declinato nella linea Croce-Gramsci e, quindi, marxismo declinato e inteso come “filosofia della prassi” (la cui linea genealogica sarebbe più (Labriola)Gentile-Gramsci che Croce, come giustamente chiarisce lo stesso Fineschi nel suo Marx e Hegel). È l’estrema apertura culturale del comunismo togliattiano, che si innesta nell’effervescenza dello spirito resistenziale, a rendere possibile la partecipazione al suo interno di un variegato ceto intellettuale altrimenti ideologicamente diviso e sicuramente a digiuno di marxismo come fonte prioritaria della comprensione del mondo.


Dopo il 1956, e soprattutto dopo l’esaurimento dell’efficacia della politica culturale comunista occasionata dallo scontro con la modernizzazione economica, Calvino abbandona lo storicismo come punto di vista generale capace di cogliere le trasformazioni in atto, rafforzando la propria posizione polemica in connessione con le istanze del Nord di cui abbiamo accennato in precedenza (fin troppo noto lo scritto del 1956, Nord e Roma-Sud, pubblicato su «Il Contemporaneo»). Il suo razionalismo dapprima giustifica il suo “marxismo” accentuando il posizionamento morale, poi si congiunge con il neopositivismo delle scienze sociali, individuato come unica possibile forma di conoscenza della realtà dopo i fallimenti del marxismo stesso nel saper prefigurare lo sviluppo neocapitalista. Tutto questo prima e a ridosso del Sessantotto, valutato severamente da Calvino come forma latentemente irrazionale dell’azione politica.

Epperò, il Calvino degli anni Sessanta esprime il disagio di una parte del ceto intellettuale organico al Pci negli anni Cinquanta. La «antitesi operaia» – titolo di un suo celeberrimo scritto del 1964 – è ancora possibile in un “neocapitalismo” che procede integrando la contraddizione operaia nel suo stesso modello di sviluppo? È ancora possibile una contraddizione fondata oggettivamente nei rapporti di produzione? Calvino – e con lui un’intera generazione che attorno a questi problemi alimenterà poi la mobilitazione del “lungo Sessantotto” – si domanda e tenta di avanzare risposte di fronte ai nuovi problemi che pone lo sviluppo capitalistico all’interno delle democrazie occidentali. La soluzione sarà, per lui, la «fuga dalla politica»: stretto tra il «riformismo operaio» del Pci e l’irrazionalismo della nascente «nuova sinistra» (un irrazionalismo in quanto anti-illuminismo, vedi p. 95), Calvino rompe l’organicità della dimensione politico-culturale rifluendo di fatto nel disimpegno. Non è il solo che rimarrà afono di fronte all’innalzamento dello scontro di classe e all’incapacità o impossibilità di razionalizzare soluzioni politiche sempre più conflittuali: da Franco Fortini a Sergio Leone, da Lucio Colletti a Vittorio Strada, da Franco Venturi agli operaisti Cacciari, Tronti e Asor Rosa, saranno in molti a rimanere disorientati, rinunciare alla politica o, viceversa, rientrare nel Pci dopo le avventure dell’estremismo. 

[...]

Saturday, 19 July 2025

Fineschi su "La città futura"

 Tra il novembre 2019 e ottobre 2023 ho scritto diversi contributi per la rivista online "La città futura", soprattutto per l'amicizia con Adriana e Ascanio Bernardeschi, allora nella redazione. La maggior parte degli interventi si è concentrata tra novembre 2019 e l'ottobre 2020. 

Diversi articoli (sotto numerati 1-8, 10, 12-15) sono poi stati raccolti in Capitalismo crepuscolare. Approssimazioni, Siena, 2022. 

Il n. 18 è stato il punto di partenza di una ricerca che poi è diventato un libro vero e proprio (Nel labirinto. Italo Calvino filosofo, Napoli, La scuola di Pitagora, 2025). 

Il n. 17, insieme a una rielaborazione di 7, è ora parte di un'altra raccolta dal titolo Da Pio IX a Leone XIV. Prospettive marxiste sulla dottrina sociale della chiesa, Siena, 2025.






Sempre a uso degli interessati.

  1. Populismo, punti di partenza
  2. Orientamenti politici e materialismo storico
  3. Razzismo e capitalismo crepuscolare
  4. Fenomenologia della Ferragni
  5. Una notte al museo? Alta cultura e capitalismo crepuscolare
  6. Persona, Razzismo, Neo-schiavismo: tendenze del capitalismo crepuscolare
  7. Fratelli di tutto il mondo, affratellatevi! Brevi note sul “papa comunista”
  8. Social e capitalismo crepuscolare (living in a box)
  9. 100 anni di Pci. Riflessioni aperte
  10. Per il comunismo. Il concetto di classe
  11. “Je ne suis pas marxiste”? Ovvero Marx citato a sproposito
  12. Professionale amore mio. Scuola al crepuscolo?
  13. Strutturare i soggetti storici. Un paio di riflessioni a partire da Carducci
  14. Dire dove la storia andrà. Tra Dante e Marx. Noterelle sull’azione storica
  15. Mazzini e “noi”, oblio e memoria nel capitalismo crepuscolare
  16. Camerieri a casa nostra! Ovvero: dell’italico destino
  17. Sentieri amiatini. Classi subalterne e modernità
  18. Calvino è stato marxista. In memoriam

Friday, 11 July 2025

Questioni correnti (da facebook)


Gli "amici" di instagram mi propongono massicciamente interviste del giornalista inglese Pierce Morgan, in genere celebre per le sue posizioni assai moderate, accompagnate da un atteggiamento aggressivo che mira a mettere in difficoltà - in genere riuscendoci - l'interlocutore.
Ciecamente pro-Israel per anni, negli ultimi mesi prende letteralmente a pesci in faccia i rappresentanti del governo genocidario. Lo fa in una maniera così spietata e senza possibilità di appello che è un piacere ascoltarlo, perché ammutolisce gli interlocutori mettendoli di fronte alla loro ipocrisia (loro che si illudevano di trovare il solito lecchino).
In realtà anche questo rischia (se non lo è intenzionalmente) di risolversi in propaganda. Il godimento nel vedere questi loschi figuri messi alla berlina non sortisce alcun effetto pratico, se non quello di dare uno sfogo innocuo alla rabbia degli indignati.
Infatti, i personaggi da intervistare e prendere a pesci in faccia dovrebbero essere i vari governanti occidentali che non solo fanno finta di niente, ma avallano, se non addirittura lucrano, sul massacro. Loro potrebbero essere spinti a fare qualcosa (embargo, cessazione delle forniture e milla altre cose). E il pubblico potrebbe essere spinto (ma non lo è) a fare pressione in questo senso.
Alla fine è un anestetico per chi è arrabbiato e anche una autogiustificazione a cose fatte ("noi ci siamo opposti, dicendolo direttamente al governo israeliano", mentre il governo nostro è pappa e ciccia con il loro).




Nelle correnti relazioni internazionali (solo nelle correnti?) il primo principio che appare evidente è: io sono più forte, appoggiato dai più forti, e faccio quello che credo.
Tiro in ballo poi un qualcosa denominato diritto internazionale che, nel concreto, significa: se tu vuoi fare lo stesso in autonomia o in reazione a quello che ho fatto io, denuncio la tua condotta come illegale, immorale, ecc. (en passant: il diritto internazionale riconoscerebbe in verità il diritto a reagire, anche violentemente, in caso di occupazione/aggressione).
Se ne deduce che il diritto internazionale ha senso solo se esistono forze che lo facciano rispettare e ciò sussiste solo se tra i soggetti che possono agire con interessi contrapposti si ha una proporzionalità di forze, situazione da sempre altamente instabile ma saltata con la fine della guerra fredda.
Se qualcuno che ha la forza di farlo (esiste?) non si mette dalla parte delle vittime, nessuno fermerà il massacro in corso.
Ci si può chiedere: qual è la differenza? Sempre i soliti noti hanno fatto cadere governi, organizzato colpi di stato, ucciso militanti avversi interni ed esterni. Che c’è di nuovo?
Forse che adesso ci mettono la faccia, violano palesemente qualsiasi diritto (umano, sociale, internazionale) rivendicandone la legittimità solo in virtù della propria forza. E i vassalli scondinzolano, nella speranza, effimera, di non essere i prossimi nella lista.
Se la forza declinante non accetta di negoziare il proprio tramonto con qualche privilegio, l’alternativa è fare a botte. Per adesso stanno optando per la seconda.




Mi sento di nuovo di spezzare una lancia in favore della distinzione tra i principi di libertà, uguaglianza, ecc. nati in Occidente (pur tra mille contraddizioni) e l’uso strumentale che ne viene fatto per legittimare il contrario di quei principi, vale a dire l’imperialismo (e addirittura il colonialismo vecchio stile).
Ciò che stanno facendo i difensori del bene e i mostri genocidari viola quei diritti. In base a quei diritti è legittimo lottare contro questi figuri, anche usando la violenza.
La difesa di quel poco o tanto di buono che contraddittoriamente il modo di produzione capitalistico ha prodotto a livello di cultura e scienza (non il fantomatico “Occidente”) sta oggi nella resistenza e nella lotta contro le pretese forze “occidentali”, ovvero nella lotta contro il capitale.
Suggerisco di smettere di parlare di Occidente, di giardini, e non, ma di riprendere concetti come capitalismo, imperialismo. E anche di evitare di dire genericamente per es. “America” o "Russia", ecc., ma di parlare per es. di governo statunitense, capitalisti statunitensi, lobbies russe, ecc. Le contraddizioni - strutturali e politiche - sono intrinseche al modo di produzione capitalistico tanto internamente quanto esternamente.





Il governo dello Stato più potente al mondo ha emanato delle sanzioni contro *una singola persona privata*. Non so se è mai successo in precedenza, ma Francesca Albanese può comunque appendersi al petto la medaglia più prestigiosa che una persona che fa il suo mestiere possa sognare.
Il governo in questione invece autocertifica nuovamente, se ce ne fosse stato bisogno, di essere un pericoloso manipolo di peracottari, gli omini del bar alla guida del mondo.




Il salto di qualità della situazione attuale è che tutti i governi schierati col noto stato genocidario sono correi in base allo Statuto di Roma; quindi, più o meno tutti i capi di governo “occidentali” e diverse istituzioni economico-finanziarie collegate dovrebbero rispondere di crimini di guerra se non addirittura di genocidio e di pulizia etnica di fronte alla Corte penale internazionale.
Siccome essa non ha forze autonome ma dipende dalle forze di chi l’ha creata firmando il trattato, i capi di governo dei paesi interessati dovrebbero arrestare e processare se stessi…
Questo è paradossalmente l’ultimo evidenza “progressista” dell’occidente capitalisticamente avanzato: aver creato le istituzioni che legalmente sanciscono l’incapacità di rispettare i principi universali da esso stesso proclamati.
Se li si è già ampiamente negati più volte, adesso li si nega incuranti dell’evidenza giuridica che li si sta negando. È la legittimazione della legge del più forte.
Chi obbiettasse che è così da sempre e che non fa grande differenza che la legge lo sancisca o meno, sottovaluterebbe a mio parere l’importanza sostanziale degli statuti giuridici che ovviamente di per sé non garantiscono il proprio rispetto, ma che sono un gradino importante verso la realizzazione sostanziale dei principi formali che dichiarano. Non avere nemmeno quelli è un ulteriore passo verso la barbarie.

Capitalismo – Observaciones a propósito de los recientes debates sobre el eurocentrismo, el “Occidente global”, “jardines y selvas”. [Roberto Fineschi]

Otra traducción, sin que yo lo supiera, de uno de mis posts en Facebook :D :D 

Capitalismo – Observaciones a propósito de los recientes debates sobre el eurocentrismo, el “Occidente global”, “jardines y selvas”. [Roberto Fineschi]

Roustabouts (detalle). Joe Jones, 1934

Wednesday, 2 July 2025

Presentazione di: A tu per tu con "Il capitale" editore Laterza, con l'autore prof. Roberto Fineschi

Presentazione di: A tu per tu con "Il capitale" editore Laterza, con l'autore prof. Roberto Fineschi Videointervista a cura di...